martedì 31 agosto 2010

Carrefour, rientro negato per 64 lavoratori




La Fiat di Melfi fa scuola: il gruppo di Pieve Emanuele non fa rientrare gli addetti e un delegato sindacale, nonostante la decisione del giudice del Lavoro. Oggi due presidi e incontro in prefettura a Milano. Cgil: “Le sentenze vanno rispettate”
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Il gruppo GS - Carrefour di Pieve Emanuele fa come la Fiat di Melfi. Un gruppo di addetti e un delegato sindacale, licenziati e reintegrati dal giudice del Lavoro, non vengono fatti rientrare dall'azienda. La vicenda coinvolge 64 lavoratori e un delegato, tutti appartenenti al polo logistico in provincia di Milano. A quanto si apprende, la cooperativa R.M. ha deciso di mettere in esubero i lavoratori nella scorsa primavera, ne ha poi riassunti una parte in una nuova società con retribuzione minore.

La Cgil chiede il reintegro immediato degli addetti. “Reintegrare immediatamente i lavoratori che lavorano per il gruppo GS - Carrefour nel polo di Pieve Emanuele a carico del consorzio Gemal e, allo stesso tempo, l’assunzione di responsabilità da parte del gruppo francese nei confronti di una vicenda che non la vede assolutamente estranea”. A dirlo è la vice segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso.

Per oggi è in programma, dopo la continua mobilitazione della Cgil, un incontro presso la Prefettura di Milano a cui siederanno la Filt Cgil, il consorzio Gemal ed il gruppo GS-Carrefour. In contemporanea si svolgono due presidi: uno sotto la la Prefettura, l’altro davanti al supermercato del gruppo GS - Carrefour per informare tutti i cittadini e i clienti dell’ipermercato del trattamento riservato ai lavoratori del polo logistico di Pieve Emanuele.

Camusso ricorda che nel mese di agosto la magistratura ha emesso due sentenze di condanna nei confronti della cooperativa RM e del consorzio Gemal di cui fa parte: “Le sentenze - osserva Camusso - qui come a Melfi, vanno rispettate per garantire legalità e il rispetto dei diritti dei lavoratori: non si può pensare di agire calpestando le regole, così come la stessa GS - Carrefour non può nascondersi dietro responsabilità altrui perché in questa vicenda non è assolutamente estranea”. La dirigente sindacale, inoltre, punta il dito contro il trattamento riservato ai lavoratori della logistica che, dice, “vivono troppo spesso in assenza di tutele, costretti in una condizione di moderna schiavitù. A Pieve Emanuele - conclude - va ristabilita la legalità altrimenti il conflitto resterà aperto”.


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lunedì 30 agosto 2010

La mafia rossa di pomodori



Quando arrivi in Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio nelle aree interne sperando di sfuggire agli ergastoli. E’ una regione cuscinetto, una testa di ponte tra la “Capitanata” foggiana e la provincia di Caserta. Uno snodo per il traffico di rifiuti provenienti dalla Campania che arriva a Pozzilli, Termoli, Venafro e che vedrebbe coinvolta la ditta Caturano (di cui si trovano tracce anche nell’operazione “RE MIDA” della Procura di Napoli). Una Regione dove in un piccolo centro come Guglionesi ( circa tremila abitanti) si è dovuto bonificare un sito ( un ex azienda per l’allevamento di lombrichi) riempito di rifiuti tossici. L’operazione è costata alla comunità circa 2 milioni di euro!Uno snodo per il traffico e la gestione degli immigrati, soprattutto in agricoltura. Uno snodo “fantasma” per braccia da vendere nei campi di pomodori. In quei campi dove due anni fa ( il 29 luglio del 2008) morì, in un canale stradale, Georghe Radu, clandestino ucciso da un malore e dalla paura dei suoi “colleghi” che lo trascinarono fuori dal campo e lo lasciarono, solo, in una cunetta a finire la sua vita, come un cane, come un reietto.

 Un recente rapporto dice che in Molise gli immigrati sono circa 7.500 unità (di cui 5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia). Provengono in gran parte da Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina e il 75% è donna. E questo è il periodo della raccolta del pomodoro e così il Basso Molise e la Capitanata ( dove si raccolgono oltre 2 milioni di pomodori) accolgono oltre quindicimila braccianti che in maggioranza lavorano in nero ( con una paga media di circa 2,5 euro l’ora e di cui un terzo va al “caporale”).

E con la stagione della raccolta dell’oro rosso ( come lo chiamano tutti) si presentano problemi vecchi e nuovi. Storie di uomini e donne che arrivano in Italia per trovare una nuova vita. Storie di piccoli agricoltori “strozzati” dalle grandi aziende e dai business della criminalità. -    L’accoglienza agli immigrati è in Molise completamente assente perché non esiste alcuna politica verso di loro mentre in Puglia sono stati costruiti 4 alberghi diffusi e installati 20 cisterne per l’acqua oltre ai bagni chimici. Il punto è che il costo per notte, negli alberghi, è di 8 euro ( circa la metà del guadagno di un giorno!)

-    La vendita del prodotto che per la maggior parte va ad aziende campane, E in questa stagione 2010 la crisi si fa sentire forte e chiara. «La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». Secondo la Cia «dietro c’è un cartello di imprese di trasformazione, industriali e grossisti che impone le stesse condizioni capestro a tutto il Mezzogiorno. La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». «I contratti non vengono onorati – aggiunge il vice sindaco di Guglionsesi, Lucarelli – le nostre aziende si appoggiano a industrie campane che stipulano degli accordi ma poi non li rispettano. Come? Ad esempio mandano meno TIR di quelli che ne dovrebbero giungere per trasportare il prodotto. Oppure arrivano con giorni di ritardo, e si sa che il pomodoro dopo la raccolta si deteriora in fretta. In questo modo valutano il prodotto meno di quanto vale. Per farla breve, se nel contratto c’è scritto che ti devono 5, ti danno due. E per gli agricoltori c’è anche il problema delle quote di pomodoro da raggiungere, minimo 750 quintali per ettaro, senza i quali non hanno diritto ai contributi europei».

-     E poi c’è il fenomeno dei falsi braccianti. Con 15 euro si può diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Un meccanismo sperimentato per esempio già a Rosarno ( e che in qualche modo è parte della famosa rivolta del gennaio scorso). Un imprenditore fa lavorare in nero degli extracomunitari e i contributi vengono “venduti” ai falsi braccianti, che potranno poi ricevere l’indennità. Una truffa bella e buona che permette anche di drogare il mercato del lavoro regolare, dove il lavoratore “vero” è costretto a pagarsi da solo i contributi per l’indennità di disoccupazione agricola. Cosa rispondere, infatti, ad un datore di lavoro che dice: ”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”?

A tutto ciò si aggiunge che questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1000 euro a ettaro al produttore. E così il lavoro nero, la sopraffazione di chi ha bisogno di lavorare ( regolare o irregolare che sia) sarà sempre più forte e “il piede dei giganti schiaccerà il cuore” degli ultimi, di chi è senza difesa, stretti tra la morsa della camorra e di imprenditori senza scrupoli

(pubblicato anche su strozzatecitutti.info il 28 agosto 2010)



Fonte: strozzatecitutti.info


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RACCOLTA FIRME PER IL REINTEGRO DEI 3 OPERAI DI MELFI





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Invitiamo tutti ad apporre una firma per a sostegno degli operai Fiat di Melfi.
http://www.petizionionline.it/petizione/firma-a-sostegno-degli-operai-fiat-di-melfi-licenziati/1946

Uniamoci alla pacifica battaglia degli operai Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte, Marco Pignatelli, licenziati dalla Fiat di Melfi e reintegrati dal Tribunale di Melfi, in funzione di Giudice del lavoro, adito dalla Fiom-Cgil ai sensi e per gli effetti...... dell’art.28 della legge 300 del 1970. In pratica, il magistrato ha riconosciuto l’antisindacalità della condotta posta in essere dalla Fiat-Sata, ordinandole conseguentemente il reintegro immediato. Tuttavia sebbene il decreto del Tribunale di Melfi, depositato in cancelleria in data 9 agosto 2010 a conclusione del giudizio recante il numero 435/2010 Rgl, per espressa previsione di legge, abbia immediata efficacia esecutiva e non sia revocabile fino alla conclusione del giudizio di opposizione, l’azienda in un primo momento ha comunicato la reintegra sul posto di lavoro e, successivamente, con un telegramma, ha dato notizia della sua volontà di non avvalersi delle prestazioni lavorative dei succitati operaii. In pratica, secondo l’azienda, i lavoratori in oggetto dovrebbero continuare a percepire la sola retribuzione ma non avrebbero il diritto ad essere reintegrati nella loro postazione lavorativa. Condividiamo il pensiero degli operai in quanto riteniamo che questo comportamento sia leviso nei diritti e nella dignità di qualsiasi lavoratore e chiediamo a chi di competenza di reintegrare come stabilito magistrato i tre operai nelle loro abituali sedi lavorative.

FIRMIAMO PERCHE' VOGLIONO TOGLIERCI ANCHE LA DIGNITA' DI ANDARE AL LAVORO.
FIRMIAMO PERCHE' RITENIAMO DI DOVER RISPETTARE LA SENTENZA DEL TRIBUNALE.
FIRMIAMO PERCHE' SE CEDIAMO QUI, CEDIAMO SUL DIRITTO AL LAVORO, IL DIRITTO ALLA LIBERTA'.

QUI IL TESTO ORIGINALE DELLA LETTERA INVIATA A NAPOLITANO:
http://www.fiom.cgil.it/auto/fiat/sata/10_08_24-lettera_a_Napolitano.pdf

QUI IL TESTO ORIGINALE DELLA RISPOSTA DEL PRESIDENTE NAPOLITANO:
http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Comunicato&key=10600

Per il quarto giorno successivo tre operai dello stabilimento di Melfi della Fiat (licenziati e reintegrati dal giudice del lavoro), Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, hanno trascorso stamani oltre un'ora davanti ai cancelli dell’azienda.
http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=11888%3Afiat-melfi-appoggio-dei-sindaci-del-vulture-ai-tre-licenziati&catid=54%3Alavoro&Itemid=172

Governo e sindacati: pressing sulla Fiat
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=144381

Matteoli: "Le sentenze vanno rispettate"
Gli operai scrivono a Napolitano
http://www.repubblica.it/economia/2010/08/24/news/fiat_cgil-6470275/?ref=HREC1-2

Melfi. I tre operai: 'Saremo tutti i giorni davanti lo stabilimento'. Napolitano scrive ai lavoratori:
http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=11838%3Amelfi-i-tre-operai-saremo-tutti-i-giorni-davanti-lo-stabilimento-napolitano-scrive-ai-lavoratori-il-testo-integrale&catid=54%3Alavoro&Itemid=172


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sabato 28 agosto 2010

GAD LERNER, Marchionne e la lotta di classe scomparsa





. BachecaWeb .


Questo articolo è uscito su “Repubblica”.

Sapiente e immaginifica, la sequenza delle diapositive che scorrono dietro alla polo nera di Sergio Marchionne sul palco riminese, ne esalta il profilo avveniristico, extraitaliano, ma non ne stempera la tensione. Orme sulla sabbia dirette verso l’ignoto quando racconta la sua emigrazione in Canada a 14 anni, e poi la catena spezzata di una palla al piede da cui non riesce ancora a liberarsi. Messaggi subliminali, niente foto di operai o di scocche alla catena di montaggio.
E’ offeso Marchionne, non solo affaticato, e vuole darlo a vedere. Descrive con brutalità inedita “il grande male della Fiat” cui approdò nel 2004, rinunciataria al confronto col resto del mondo, chiusa in se stessa, come la penisola che adesso non saprebbe rendergli il giusto merito per i risultati conseguiti. Poco gli importa se già prima di lui, a partire dal 1980, altre generazioni di manager avevano ottenuto la flessibilità del lavoro che oggi invoca, e l’abbattimento delle ore di sciopero, senza però che la Fiat ne abbia tratto vantaggio rispetto ai concorrenti. Forte del suo indubbio fascino, è come se tutto potesse ricominciare da lui, incarnazione della metamorfosi dal locale al globale, in uno sforzo titanico ma incompreso.
“Sfortunatamente ho l’impressione che in Italia non ci siano interesse o fiducia”, lamenta, verso una Fiat trasformata nell’intreccio salvifico con Chrysler. Cita subito l’incidente di Melfi come episodio meschino, trascurabile, che però lo costringe a sorvolare sui veri temi sociali, la “violenza della povertà”, il suo incontro a Davos con Nelson Mandela. Rivolgendosi alla platea evita di chiamare in causa il presidente Napolitano e i vescovi italiani tra i colpevoli dei “fischi” che bersagliano la Fiat. Solo più tardi, davanti alle telecamere, scenderà sul terreno della diplomazia riconoscendo la legittimità della lettera inviata dal Quirinale ai licenziati di Melfi, e l’onestà intellettuale di Guglielmo Epifani con cui è pronto a incontrarsi. Parole importanti che lasciano aperta la via del dialogo, ma che non attenuano il suo bisogno di sfidare Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli anche sul terreno dell’etica: “Non credo sia onesto usare il diritto di pochi per piegare il diritto di molti”, dice fra gli applausi della folla ciellina, antisciopero per indole genetica.
E’ come se quella sua maglietta stropicciata, non così dissimile dalla blusa celeste indossata dagli operai che lo seguono in diretta dal cancello di Melfi, e la fatica evidente nel suo sguardo di eterno viaggiatore trasandato, così diverso dagli altri damerini dell’establishment nostrano, pretendessero di colmare anche il divario del suo reddito, 435 volte più elevato del loro. Ma la verità è che la neonata Fabbrica Italia neppure dal palco di Rimini è in grado di delineare un’evoluzione migliorativa della condizione operaia. L’imprenditore aspira a salvare il comparto italiano dell’auto, e non sarebbe poco, ma gli resta precluso un intervento trasformatore del lavoro di fabbrica già tanto sacrificato.
Ricorda “la notte in cui è stata bloccata la produzione in modo illecito” come un torto intollerabile. Fu a Melfi, una notte d’aprile in cui i critici della Fiom Cgil per lo più dormivano, certo non lavoravano in turni a ciclo continuo. Ma questo rimane scontato per tutti, com’è inevitabile, Fiom Cgil compresa.
Meno scontato è il riferimento che Marchionne ha voluto fare, raccogliendone il più caldo dei consensi riminesi: “Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra ‘capitale’ e ‘lavoro, tra ‘padroni’ e ‘operai’”. Musica per le orecchie del cattolicesimo conservatore italiano. Solo che Marchionne parlava di mezzo secolo fa, di un’epoca conflittuale da cui peraltro trassero benefici sia l’azienda che le sue maestranze. Gli operai incorsero poi nella sconfitta del 1980, seguita da un trentennio senza lotta di classe. Riesce difficile considerare inedita la pur sensata proposta che Marchionne ne ha fatto derivare, mostrando la diapositiva di un albero, la Fiat, germogliato su radici tricolori: “Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici”.
Ieri ad ascoltare in prima fila l’appello alla concordia del manager italo-canadese-statunitense c’era pure Giampaolo Pansa, che nel 1988 celebrò in un libro trionfale, con Cesare Romiti, la fine della lotta di classe alla Fiat. Neppure allora mancò la promessa di un “patto sociale”, stipulato sotto l’egida di Ciampi qualche anno dopo, e seguito dalle dimissioni di Bruno Trentin da segretario della Cgil. Ne scaturì un’ulteriore compressione del reddito operaio, senza peraltro riscuotere dagli industriali la contropartita degli investimenti pattuiti. Ciò non invalida la fondatezza della richiesta di Marchionne, ma spiega lo scetticismo che lo indispettisce, radicato in chi dovrebbe accoglierla.
L’amministratore delegato della Fiat ha letto un discorso onesto e chiaro, in cui non gli bastava presentarsi come l’imprenditore capace meglio di chiunque altro di fronteggiare le dinamiche della competizione spietata tra i gruppi automobilistici superstiti. Ha citato Pavese sulla fatica del viaggiare, Hegel sulla fatica della conoscenza, Machiavelli sulla fatica della virtù. Ha rivendicato la sua onestà intellettuale e il suo disinteresse per le schermaglie politiche italiane. Niente a che vedere con le malizie di un Geronzi o di un Tremonti, lui si colloca altrove. Ma proprio questa sana ingenuità lo ha condotto a riproporre uno schema logico che in Italia ha già subito troppe smentite: “Rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro. Se non siamo disposti ad adeguarci al mondo che cambia, ci ritroveremo costretti a gestire solo i cocci del nostro passato”.
Piace sempre, al pubblico consenziente, l’idea che dare addosso agli oppositori ci nobiliti quali paladini del domani. Ma quante volte se lo sono già sentiti ripetere, i lavoratori dipendenti, dalle più diverse campane, che le rinunce odierne avrebbero generato benefici futuri, che la flessibilità concessa sarebbe stata a buon rendere, che i sacrifici sarebbero stati equamente ripartiti?
La crescita delle disuguaglianze e l’arricchimento spropositato dei manager sono rimasti tabù, nel discorso umanistico del laureato in filosofia all’università di Toronto divenuto capo-azienda. Mentre si abbattevano sul padiglione fieristico due affermazioni pesanti come macigni, scandite in quanto verità inconfutabili.
La prima: “La verità è che l’unica area del mondo in cui l’insieme del sistema industriale e commerciale del Gruppo Fiat è in perdita è proprio l’Italia”.
La seconda: “La verità è che la Fiat è l’unica azienda disposta a investire 20 miliardi di euro in Italia, l’unica disposta a intervenire sulla debolezze di un sistema produttivo per trasformarlo in qualcosa che non abbia sempre bisogno di interventi d’emergenza”.
Due volte “la verità”, per ribadire un concetto ben conosciuto nella storia di questo paese: cioè la pretesa coincidenza fra gli interessi della Fiat e gli interessi della nazione. Il senno di poi ci raccomanda di sottoporre a esame critico tale assunto. Ma i ciellini ieri a Rimini parevano credere davvero che se in Italia la Fiat ha i bilanci in rosso ciò dipende da eccessi di conflittualità sindacale e dalla prepotenza di operai “rossi” come i licenziati di Melfi. Accompagnando Marchionne all’uscita, qualcuno lo incoraggiava a guidare una riscossa ideologica sulle anacronistiche pretese della Cgil: “Sergio, siamo tutti con te!”. “Siamo pronti a rifare la marcia dei quarantamila!”.
Lui se ne compiace, si ferma a stringere mani, ma è troppo intelligente per cascare in questa tentazione di revival. Conosce meglio di noi i limiti attuali della gamma di modelli Fiat e le vere ragioni che determinano una grave contrazione delle sue vendite, anche in rapporto alla concorrenza.
Quanto ai 20 miliardi di investimenti programmati in Italia, non dipendono certo da generosità o vocazione patriottica del Lingotto: il mercato italiano dell’auto vale tuttora il 40% sul totale del fatturato Fiat. Sarebbe irresponsabile rinunciarvi, viste le incognite che si addensano sul futuro.
Ha deciso di “passare per rude”, non è certo un arringatore di folle. Marchionne legge nel suo italiano con accento yankee e sembra aver fretta di risalire sull’aereo. Un marziano a Rimini. Avrà pure la tentazione di sottrarsi al groviglio sociale del lavoro italiano, ma ormai ha capito che non gli sarà possibile.

http://www.gadlerner.it/2010/08/27/marchionne-e-la-lotta-di-classe-scomparsa.html



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Tremonti indecente su 626, vada a raccontare lusso a madri di operai morti sul lavoro






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“Le parole del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti sulla legge 626 sono indecenti. In un Paese che si dice moderno e democratico, desiderare di abrogare perfino la legge sulla sicurezza sul lavoro è inconcepibile ed è sintomo di quel regime che sta toccando ogni regola costituzionale”. Lo ha detto Sonia Alfano (IdV), membro della Commissione LIBE al Parlamento europeo, in riferimento alle parole pronunciate ieri dal Ministro sul palco del Berghem Fest di Alzano Lombardo. Tremonti ha detto che “robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci”.
“Forse al Ministro la legge 626 non piace perché introduce una maggiore responsabilità del datore di lavoro sia nel pubblico che nel privato? Vada a chiedere a madri che hanno perso i figli sul lavoro se potevano permettersi un lutto simile -sottolinea- o se non avessero preferito vedere i propri figli lavorare dignitosamente e in sicurezza. Questo governo, sempre più gretto e meschino -prosegue Sonia Alfano- ha a cuore soltanto gli interessi della casta e delle cosche parlamentari. Della vita di chi lavora senza risparmiarsi non sono affatto preoccupati, anzi -prosegue- auspicano addirittura che le misure di sicurezza vengano abolite. Del resto lo stesso Berlusconi parlò di differenza tra i figli di un operaio e quelli di un professionista -conclude- con la sua solita aggressività verbale nei confronti delle fasce più deboli”.



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venerdì 27 agosto 2010

La RACCOLTA differenziata rimette in moto l’economia





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La RACCOLTA differenziata rimette in moto l’economia



Cara Ministra Prestigiacomo,

la cronaca politica degli ultimi giorni mi fa pensare che a lei non rimanga molto tempo per esercitare la sua professione a tempo determinato come reggente di un ministero, quello dell’Ambiente, che in Italia è un pò la cenerentola dei dicasteri mentre in gran parte dei Paesi europei (e non solo) viene, a ragione, considerato strategico e adeguatamente supportato da una complessiva strategia di governo.

Ciò nonostante, va detto per inciso, non è che chi l’ha preceduta nei decenni abbia lasciato un segno indelebile di concretezza e virtuosismo, a parte rare parentesi e finestre quasi subito richiuse, spesso a forza da una politica stolta e da un modello di sviluppo che ci ha sempre spinti in direzione opposta e contraria alla tutela del territorio, al rispetto dei beni comuni, alla parsimonia nella gestione delle risorse del Paese.

Nella legislatura vigente l’abbiamo vista e sentita poco, perché forse alcune sue posizioni e sensibilità non erano del tutto in linea con la linea del comandante in capo… In ogni caso, ad oggi e fino a prova contraria, Lei resta la titolare del ministero e ha nelle sue corde la possibilità di incidere e dare un segnale di cui questo Paese avrebbe un gran bisogno.

Basterebbe una legge, pochi articoli semplici e chiari per raggiungere, in un colpo solo, molteplici risultati:

- riduzione dell’impatto ambientale e conseguente abbattimento dell’inquinamento

- risparmio economico per lo Stato

- creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro

- miglioramento della qualità della vita degli italiani.

Fantascienza? Semplice provocazione? Provi a seguirmi nel ragionamento.

Oggi in Italia sono circa 1.500 i comuni che praticano attivamente il sistema di raccolta differenziata porta a porta dei rifiuti, con l’eliminazione dei cassonetti stradali e la consegna dei bidoncini alle famiglie del territorio. Sono comuni di montagna e di pianura, comuni piccolissimi e città, amministrati da giunte di sinistra e di destra, comuni del Nord come del Centro e del Sud. Insomma, un campione abbastanza eterogeneo e quindi attendibile.

Ovunque le percentuali di raccolta differenziata hanno superato, spesso di gran lunga, le percentuali minime richieste dalla normativa nazionale, con vere punte di eccellenza (su tutti veda il racconto dell’esperienza di Ponte nelle Alpi – BL, premiato quest’anno come vincitore assoluto dei Comuni Ricicloni per aver sfiorato quota 90%).

Le bollette per i cittadini in questi comuni diminuiscono, o perlomeno restano inalterate, e i costi per le pubbliche amministrazioni hanno drastici ridimensionamenti, perché diminuendo la produzione complessiva di rifiuti diminuiscono le spese per i sindaci virtuosi.

Si creano posti di lavoro, perché si smette di sotterrare banconote nelle discariche o di bruciarle in un camino, e le si utilizza per assumere personale che lavora alla raccolta di quanto i cittadini differenziano. E’ anche un ottimo modo per entrare nelle case a contatto con le famiglie, facendo una sana partecipazione.

All’appello mancano circa 6.600 comuni… Si calcola che se si avviasse domani mattina un programma nazionale per estendere ovunque il porta a porta si potrebbero creare, nel giro di pochi mesi, circa 250.000 posti di lavoro (senza contare tutto l’indotto), spendendo infinitamente meno dei soldi pubblici che buttiamo per costruire inceneritori che, nella migliore delle ipotesi, sono brutti da vedere (e molto probabilmente da “respirare”).

Se io fossi in lei presenterei subito al prossimo Consiglio dei Ministri una proposta in tal senso, che preveda l’adozione entro il 1 gennaio 2011, da parte di tutti i comuni italiani, del sistema porta a porta per la raccolta dei rifiuti, con forme incentivanti e penalizzazioni per i comuni più o meno virtuosi.

Una cosa del genere creerebbe una reazione a catena formidabile: l’imprenditoria locale sarebbe incentivata ad investire in un’impiantistica locale finalizzata al recupero e riutilizzo del materiale post-consumo proveniente dalle raccolta domiciliare; i cittadini farebbero a gara (con la conseguente introduzione della tariffazione puntuale, per cui si paga solo per ciò che non si riesce a differenziare) per produrre sempre meno rifiuti alla fonte; le imprese si vedrebbero finalmente costrette a concepire, progettare e produrre beni e merci senza imballaggi, sfuse, alla spina.

L’Associazione dei Comuni virtuosi, e i tanti comuni che praticano da anni il porta a porta, sono a Sua disposizione per condividere l’esperienza fatta, e trasformarla finalmente in un’azione collettiva di buonsenso. Lei passerebbe senz’altro alla storia, e la storia di questo Paese gliene sarebbe infinitamente grata.

Certo di un Suo cortese riscontro, porgo cordiali saluti.

Marco Boschini, assessore all’ambiente di Colorno (PR)

Coordinatore Associazione Comuni Virtuosi



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lunedì 23 agosto 2010

ACCOMPAGNARE I TRE LAVORATORI AI CANCELLI DELLA FIAT DI MELFI, DANDO UN SEGNO INEQUIVOCABILE

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Giovanni Barozzino Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, sono i tre operai licenziati dalla fiat di Melfi ma il giudice ha annullato il provvedimento ritenendolo "antisindacale" e ha ordinato il loro immediato reintegro nelle rispettive mansioni professionali.

"Noi non siamo parassiti, vogliamo il nostro posto di lavoro. Cosa significa vi paghiamo lo stipendio? Io la mattina mi voglio alzare e voglio sentirmi un uomo con la mia dignità, i miei diritti e i miei doveri".

"Ci presenteremo al nostro posto di lavoro",

CHIEDIAMO A TUTTI I PARLAMENTARI ,CHE SI SENTONO E/O DICHIARANO DI STARE ACCANTO AI LAVORATORI E A RAPPRESENTARE I LORO DIRITTI, DI ACCOMPAGNARE I TRE LAVORATORI AI CANCELLI DELLA FIAT DI MELFI, DANDO UN SEGNO INEQUIVOCABILE.



Art. 1

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.



LA NOSTRA SOCIETA' E' FONDATA SUL LAVORO E NON SULLO SFRUTTAMENTO DEL LAVORO, TANTO MENO DELLA SUA UMILIAZIONE.



registrazione domini  .

sabato 21 agosto 2010

La rivolta dei pastori, SARDEGNA





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SARDEGNA. Gli allevatori locali bloccano aeroporti, strade e città. Da Alghero il Movimento autonomo chiede «soluzioni entro settembre, altrimenti moriremo». Mentre Coldiretti, a Cagliari, sta affinando le sue proposte.
La protesta degli allevatori sardi cresce di intensità e si sviluppa lungo almeno due direttrici. Da un lato il Movimento pastori sardi, d’origine spontanea, guidato da Felice Floris sta movimentando l’isola a colpi di blitz: dopo la chiusura dell’aeroporto di Olbia, ieri è stata la volta di quello di Alghero che è stato letteralmente interdetto ai viaggiatori per il sit in organizzato lungo le strade d’accesso allo scalo. L’altro fronte, più aperto alla contrattazione, si è dato invece appuntamento a Cagliari dove, sotto la direzione della Coldiretti, sono stati indetti gli Stati generali dell’agricoltura.

Mentre si attende la data del 30 agosto, quando il ministero delle Politiche agricole dovrebbe ricevere la rappresentanza del settore ovicaprino, i pastori sardi continuano a denunciare lo stato di estrema difficoltà delle proprie aziende. «Stiamo crescendo in misura esponenziale, sempre più compatti e coesi», ha detto Felice Floris commentando la partecipazione alla manifestazione di ieri che è stata appoggiata da molti sindaci dei paesi vicini.

«Le amministrazioni locali stanno facendo propria la battaglia della pastorizia sarda», ha notato Daniele Cocco, consigliere regionale dell’Italia dei valori, aggiungendo che ora «sta alla Regione fare la sua parte perché da quando si è insediata la nuova giunta non una delle promesse fatte per il rilancio del settore è stata mantenuta». Dito puntato, in particolare, contro l’assessore regionale Andrea Prato contro cui si è espresso anche il Partito democratico: «Non è mai stato in grado di dare risposte agli operatori del settore», hanno fatto sapere dagli scranni regionali dell’opposizione. Mentre i tempi stringono.

«A settembre devono arrivare le soluzioni per salvare il mondo agropastorale, altrimenti a ottobre saremo già morti», ha denunciato Floris. L’intervento deve essere immediato perché sono oltre 70mila gli allevamenti italiani nei quali ci sono quasi 7 milioni di pecore, con la metà del latte prodotto nello Stivale che arriva proprio dalla Sardegna. Pagato 60 centesimi di euro al litro, il latte sardo è venduto ben al di sotto dei costi di produzione e, ha ricordato la Coldiretti, «su valori inferiori del 25 per cento rispetto a due anni fa». La situazione della pastorizia in Sardegna è «drammatica», ha incalzato il consigliere dell’Idv Cocco, «e l’insularità si sta dimostrando un grave handicap per il settore.

Traporti ed energia hanno infatti costi così elevati che ormai hanno creato un gap incolmabile per le aziende». I magazzini sono pieni di forme di formaggio invendute e le aziende sono strozzate dai debiti. Al punto che nemmeno è più possibile loro accedere ai bandi di finanziamento europei che richiedono requisiti minimi a garanzia della produttività.

Il Movimento dei pastori sardi sta portando in giro per la regione la piattaforma in dodici punti su cui articolare una risposta alla crisi: si va dal contenimento del costo dell’acqua necessaria all’irrigazione dei campi alla promozione di canali legislativi privilegiati per l’elettrificazione delle aziende e lo sviluppo delle energie rinnovabili. Ma il successo della proposta è rimesso, ancora una volta, agli umori della Regione. 

DI Dina Galano

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venerdì 20 agosto 2010

STORIE DI ORDINARIA DISOCCUPAZIONE




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Lottiamo per avere di più dei nostri genitori, ci opponiamo a loro, facciamo il loro esatto contrario solo per contraddirli, perché ci sentiamo migliori di loro, più di loro. Se loro si alzano alle 5 per lavorare, noi torniamo alle 5 dopo una nottata di casino! Cerchiamo l’evasione, lo sballo, il meglio. La famiglia è un demone eppure rimaniamo a casa fino a 40 anni se ci va bene. Lavorare è un ideale per noi, non fa parte del nostro quotidiano. I nostri genitori hanno sognato un mondo migliore per noi, e noi continuiamo a sognarlo perché siamo noi a doverlo realizzare e invece ci perdiamo ancora nell’ideale. Il banale, il cosiddetto normale ci spaventa, temiamo l’appiattimento e rimandiamo allora la scelta di diventare adulti… nel frattempo la vita ci scorre davanti e senza accorgercene, rimaniamo fermi, immobili di fronte all’ideale della nostra meta raggiungibile solo con la nostra immaginazione.
Siamo figli degli ideali di uguaglianza, dei diritti del lavoro in un mondo in cui tutto questo non esiste, e se i nostri genitori lottando e con sacrificio avrebbero potuto ottenerlo, per noi è diventato un sogno. Vogliamo tutto, non ci accontentiamo, non abbiamo niente.
Per noi il proverbio chi si accontenta gode è una coglionata, è una storia che appartiene ai nostri nonni, alle generazioni che avevano poco, ma avevano qualcosa.
Ci hanno illuso di poter avere tutto, continuano a farlo… con mastercard. Quale influenza? A quella ci pensa zerinol, nessuna macchia, ci pensa omino bianco, che poi è nero! Nessuna limitazione, nessun problema, ci pensano gli assorbenti con le ali che ti danno pure il coraggio di buttarti con il paracadute… se lavi i piatti c’è il sole, se lavi a terra ti specchi, se ti lavi i denti con il white di turno, i tuoi denti sono più bianchi del bianchetto!
Siamo figli e purtroppo sembra che siamo destinati a rimanere tali… genitori noi? Forse a 40 anni se metteranno in vendita i figli su e-bay. Di più non possiamo permetterci. Non c’è spazio per nuove idee in questa realtà. C’è l’appiattimento più totale, l’abbrutimento più nero, il declino più penoso. E noi rimaniamo lì, soli, con le nostre meravigliose idee per un mondo migliore, pieno di vita e colori, di stranezze viste altrove che vorremmo integrare perché noi siamo figli di un mondo globale, il più sano però. Cogliamo l’insolenza della globalizzazione e ne abbiamo preso la parte più umana… la conoscenza e l’arricchimento di altre culture. Siamo la generazione dei circa venticinquenni… tra chi studia ancora pieno di speranze e chi si affaccia ora al mondo del lavoro e ne rimane già profondamente deluso.
Pochi anni fa, pochi mesi fa pensavo che non sarei mai scesa a compromessi, che avrei lavorato onestamente senza farmi mettere i piedi in testa. Credevo che lavorare mi avrebbe permesso di vivere una vita degna, di avere una famiglia e dei figli. Oggi mi devo arrendere all’idea che in Italia, in Sicilia, questo rappresenta un’utopia e se si presenta è un caso molto raro che dovrebbe essere oggetto di studio. Per il resto, tutto quello che ho vissuto in prima persona, in seconda e per sentito dire la situazione è disastrosa. Lavorare… no, questo non è lavorare. Questa è schiavitù. Eppure ricordo di aver studiato sui libri di storia che la schiavitù era stata abolita. Non ricordo quando… forse perché in realtà non è stata abolita. Lavorare in nero non è l’unico problema in questo paese dove il lavoro c’è, ce ne sarebbe se chi ha i soldi fosse disposto a pagare i propri dipendenti.
Il lavoro c’è, non possono più farmi credere il contrario ormai. Essere in regola è a volte peggiore che essere in nero perché ti illudono di aver trovato una situazione stabile, normale e invece…
Firmi buste paga che non sono vere, lavori più ore di quelle che dovresti, fai orari notturni, turni festivi che non ti vengono riconosciuti come maggiorati.
E ancora… non ti pagano. Il massimo che riescono a darti sono degli acconti su una miseria di stipendio. Passi le tue giornate lavorative contando i soldi che sono entrati, pregando che i clienti paghino in contanti, cosicché a fine serata puoi chiedere un acconto sullo stipendio dei mesi precedenti.
E tu intanto ogni mattina ti svegli, ti fai coraggio, prendi la macchina, metti benzina e fai 20 km per andare a… Lavorare!
No, io questa la chiamo beneficienza.
E sentirsi dire continuamente che non ci sono soldi, che bisogna pazientare, che bisogna lavorare bene, che se non si incassa abbastanza è colpa di noi dipendenti… e sentire però che gli imprenditori capi vanno a farsi le vacanze all’estero, si comprano barche, hanno altre attività e tu non puoi neppure pagare la bolletta della luce.
Questa è la realtà di alcuni nostri imprenditori. Sono ladri, dei farabutti che sfruttano le necessità altrui, che si arricchiscono alle spalle della gente che ha bisogno, che vuole mettersi in gioco, che ha studiato, che ha delle competenze, che se solo qualcuno fosse disposto ad investire davvero su di loro, nel mondo farebbero grandi cose, del mondo farebbero un mondo strafico!
E spiegare tutto ciò ai nostri genitori è la parte più tragica. Loro sono figli del posto fisso… noi, figli di un posto che non vogliono darci! Hanno fatto sacrifici per farci studiare, per darci maggiori possibilità e anche noi abbiamo accettato di fare sacrifici fino a 25, 30, 35 anni per studiare, senza una lira in tasca, perché tutti ci hanno fatto credere che studiare ci avrebbe aperto tutte le porte.
E poi ci chiamano “fannulloni” perché ce la prendiamo comoda! Non siamo mammoni per niente, questo è quello che vogliono farci credere.
La famiglia, quell’impero, quell’istituzione che rappresenta la famiglia esiste solo dove c’è povertà, di quella vera, come da noi.
La famiglia si stringe intorno ai suoi componenti per proteggerli, per tentare di indorare pillole amare, perché l’unione fa la forza, perché il mondo fuori è una tale carognata che non ci meritiamo, perché uscire dalla bolla di sapone vuol dire andare dritti nella gabbia dei leoni, pronti a farti penare pur di non essere sbranato. Perché nel nord Europa non c’è lo stesso senso della famiglia che abbiamo noi? Perché lo Stato Vaticano influisce meno perché è più lontano? Stronzate! È vero, è più lontano dalle coscienze, perché quelli una coscienza personale e soprattutto collettiva ce l’hanno o almeno sanno cos’è! Escono di casa presto perché sanno che il lavoro lo troveranno, con o senza laurea! Ma avete mai fatto un giro su internet.it per cercare lavoro? Agenti di vendita, commerciali, mediatori creditizi, segretarie laureate e con esperienza decennale per svolgere compiti di chi forse ha la terza media. Potrebbero ridurre le facoltà universitarie a due: “Economia e Marketing dello Sfruttamento della Forza Lavoro” per chi deve comandare e “Come lasciarsi sfruttare senza soffrirne troppo” per gli altri, per i veri lavoratori.
Cosa dire a miei genitori che hanno speso milioni per la mia istruzione: Mamma, Papà non mi pagano e se mi pagano mi danno un acconto di 100 € ogni tanto su uno stipendio di 600€ mensili per 39 ore settimanali, che comprendono 6 ore almeno a settimana di orario notturno. Io mi vergogno, anche se dovrebbero essere loro a vergognarsi. Certo che se nessuno accettasse questi lavori di merda, possibilmente dovrebbero alzare la posta in gioco… il problema è che l’uomo oltre ad avere fame e a dover sfamare una famiglia, l’uomo spera nel futuro, in un mondo in cui quella frase così giusta e saggia scritta in ogni tribunale sia realtà.
Spera che il lavoro da schiavo che ha accettato possa diventare un posto sicuro da cui partire per costruire il proprio spazio d’amore, spera che le persone che lo costringono alla schiavitù possano un giorno rinsavire, guardarsi dentro, intorno e vedere che razza di mondo stanno creando…
Ma quale rinsavire? Ma quali balle ci raccontiamo? Il cambiamento richiede coraggio, umiltà, perdita di privilegi, perdita di controllo e quindi di potere.
Certo può capitare che quella scintilla chiamata consapevolezza illumini la strada di quanti ci schiacciano ogni giorno, ma la vedo dura!
Io quando ho accettato non avevo fame… forse ne ho più adesso. Avevo voglia di una libertà legittima che il mondo non vuole legittimarmi perché altrimenti non avrei avuto più bisogno di fare l’elemosina, di far realizzare la mia realtà da immobildream e tanto meno di farmi circondare da quella faccia di gesso della banca mediolanum. Le nostre vite fanno talmente pena che dobbiamo guardare quelle degli altri per sognare un po’.
I reality show, le piazzate napoletane da Maria de Filippi con le galline che si scannano, che non parlano, starnazzano!
Questo è quello che vogliono che facciamo… aspirare a essere la Belen di turno (bella perché disposta a tutto, pure a contraddirsi), di stare con il Corona di turno (bello perché ricco e ricco perché figlio di puttana!), a comprare l’oreal, unico modo per valere qualcosa… come se usare prodotti non nocivi per l’ambiente e non testati sugli animali non fosse già di per sé valere di più!
Ma che ne sappiamo di tutto questo… l’importante è aver preso come modello di riferimento uno che fa i suoi porci comodi sempre e comunque, perché tutti gli italiani vogliono essere come lui!
Non si hanno altre aspirazioni nella vita se non quelle di far soldi, meglio se calpestando gli altri, di avere potere e di “farsi” il mondo, meglio se quello di passaggio tra l’età adolescenziale e quello adulto! In fin dei conti, chi più chi meno, tutti vorrebbero avere un papi!

Jessica Angelico Mancuso



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lunedì 16 agosto 2010

BLOG DI CIPIRI: niente casa niente lavoro si fa presto a dire tren...



BLOG DI CIPIRI: niente casa niente lavoro si fa presto a dire tren...: ". . Si fa presto a dire “trent’anni” vissuti in un paese di stragi, e stragisti. In una nazione che ha lenìto, solo con funerali e..."

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martedì 10 agosto 2010

RED TV VA IN ONDA IN FORMA RIDOTTA





RED TV VA IN ONDA IN FORMA RIDOTTA

In questi giorni l’intera programmazione di Red Tv va in onda in forma ridotta, a causa delle modifiche alle norme sui contributi per l’editoria inserite nell’ultima legge finanziaria, con la cancellazione del cosiddetto “diritto soggettivo”. In questo modo, se non si interverrà rapidamente, si costringeranno alla chiusura decine di organi di informazione, giornali, radio e televisioni come questa, che danno lavoro a più di 4500 persone tra giornalisti, poligrafici e personale amministrativo, oltre a offrire un contributo fondamentale al pluralismo dell’informazione. Se volete esprimere la vostra opinione e il vostro sostegno a questa battaglia di libertà, scrivete a info@redtv.it


Red tv, la creatura dalemiana soffre per la cassa integrazione A rischio 14 dipendenti. Il presidente: «Misura cautelativa, non chiudiamo» Taglio dei fondi dell’editoria Red tv, la creatura dalemiana soffre per la cassa integrazione A rischio 14 dipendenti. Il presidente: «Misura cautelativa, non chiudiamo» «Questa è l’ultima settimana di lavoro a Red Tv, dalla prossima settimana tutti i lavoratori del canale satellitare figlio di Nessuno Tv saranno in cassa integrazione, resterà acceso pro forma solo il segnale». Un grido d’allarme, quello lanciato da Mario Adinolfi, attraverso il suo blog. La questione è l’imminente cassa integrazione per i 14 lavoratori del canale televisivo tematico dedicato principalmente all’informazione politica, di cui Adinolfi è vice direttore. A spingere lungo il viale del tramonto la la giovanissima tv (il battesimo il 4 novembre del 2008) voluta da Massimo D’Alema è il decreto Milleproproghe, che prevede il taglio dei fondi dell’editoria per i media non profit, di partito o di cooperative. Sul suo blog, Adinolfi denuncia quanto sta avvenendo e punta il dito anche contro l’esponente pd: «Massimo D’Alema in questi giorni di difficoltà - scrive - non si fa né sentire né vedere. Forse potrebbe passare, dire una parola a un gruppo di ragazze e ragazzi (quattordici dipendenti, quattro contrattualizzati senza tutele, almeno venticinque tra collaboratori e tecnici) che finiranno in mezzo a una strada». «QUALCUNO MI SPIEGHI» - Più in generale, secondo Adinolfi, «la responsabilità di questa chiusura» è «certamente di Giulio Tremonti e dei suoi tagli al fondo sull’editoria. Ma qualcuno mi deve ancora spiegare perché Red Tv, la tv di Massimo D’Alema, sia l’unica delle testate coinvolte dal taglio a mandare subito i suoi dipendenti in cassa integrazione - accusa Adinolfi -. Anche qui una spiegazione tecnica c’è: gli ] Red tv, la creatura dalemiana
soffre per la cassa integrazione
A rischio 14 dipendenti. Il presidente: «Misura cautelativa, non chiudiamo»

Taglio dei fondi dell'editoria

Red tv, la creatura dalemiana
soffre per la cassa integrazione

A rischio 14 dipendenti. Il presidente: «Misura cautelativa, non chiudiamo»

«Questa è l'ultima settimana di lavoro a Red Tv, dalla prossima settimana tutti i lavoratori del canale satellitare figlio di Nessuno Tv saranno in cassa integrazione, resterà acceso pro forma solo il segnale». Un grido d'allarme, quello lanciato da Mario Adinolfi, attraverso il suo blog. La questione è l'imminente cassa integrazione per i 14 lavoratori del canale televisivo tematico dedicato principalmente all'informazione politica, di cui Adinolfi è vice direttore. A spingere lungo il viale del tramonto la la giovanissima tv (il battesimo il 4 novembre del 2008) voluta da Massimo D'Alema è il decreto Milleproproghe, che prevede il taglio dei fondi dell'editoria per i media non profit, di partito o di cooperative. Sul suo blog, Adinolfi denuncia quanto sta avvenendo e punta il dito anche contro l'esponente pd: «Massimo D'Alema in questi giorni di difficoltà - scrive - non si fa né sentire né vedere. Forse potrebbe passare, dire una parola a un gruppo di ragazze e ragazzi (quattordici dipendenti, quattro contrattualizzati senza tutele, almeno venticinque tra collaboratori e tecnici) che finiranno in mezzo a una strada».

«QUALCUNO MI SPIEGHI» - Più in generale, secondo Adinolfi, «la responsabilità di questa chiusura» è «certamente di Giulio Tremonti e dei suoi tagli al fondo sull'editoria. Ma qualcuno mi deve ancora spiegare perché Red Tv, la tv di Massimo D'Alema, sia l'unica delle testate coinvolte dal taglio a mandare subito i suoi dipendenti in cassa integrazione - accusa Adinolfi -. Anche qui una spiegazione tecnica c'è: gli "imprenditori" che in questi anni hanno lavorato sul meccanismo fondi pubblici - anticipazione bancarie per via del diritto soggettivo, in assenza di tale diritto non vogliono mettere a rischio dei denari loro per tenere in vita e in efficienza il canale. E allora, via alla cassa integrazione».

«CIG, MA NON CHIUSURA» - A fare un po' di chiarezza interviene successivamente Luciano Consoli: «Red tv non chiude - spiega il presidente del Cda della creatura dalemiana -. La scelta di chiedere la cassa integrazione per i 14 dipendenti è stata presa in accordo con i sindacati come misura cautelativa qualora il governo non mantenesse gli impegno assunti sul ripristino del diritto soggettivo». Comunque vada, aggiunge Consoli, «nelle prossime settimane i nostri programmi proseguiranno sul canale 890 di Sky grazie alle produzioni inedite realizzate in questi mesi. Ci auguriamo che nell'approvazione finale del Milleproroghe venga accolto quanto richiesto da 348 deputati di tutti i gruppi così da non rendere necessario il ricorso alla cassa integrazione». Nel «Milleproroghe» è previsto il taglio dei fondi dell'editoria per i media non profit, di partito o di cooperative. «In accordo coi lavoratori e con il sindacato, avevamo chiesto la cassa integrazione già a gennaio. In teoria l'abbiamo assegnata dal 15 febbraio, ma non l'abbiamo attuata perché abbiamo fiducia che la norma venga corretta» ha detto Consoli alla Reuters.

«DIRITTO SOGGETTIVO» - Una norma del cosiddetto «Milleproroghe», che deve essere approvato in seconda lettura dalla Camera entro il 28 febbraio per la conversione in legge, prevede la diminuzione dei contributi all'editoria, attraverso l'eliminazione del cosiddetto "diritto soggettivo". Secondo la Federazione nazionale della stampa - il sindacato dei giornalisti - il rischio è che la norma produca il taglio di 4.000 posti di lavoro in un centinaio di testate che sopravvivono grazie al contributo. Esponenti della maggioranza di centrodestra e del governo hanno evocato nei giorni scorsi una correzione da parte del Consiglio dei ministri, che però finora non è stata varata.

«CI ASPETTIAMO UNA CORREZIONE» - «Red tv non chiude. Siamo in uno stato di difficoltà perché viviamo del contributo, ma stiamo provando a resistere. Ci aspettiamo una correzione o un altro tipo di intervento. Il governo non può chiudere 96 testate», ha aggiunto Consoli. Sulla home page di Rd Tv una nota spiega: «In questi giorni l’intera programmazione di Red Tv va in onda in forma ridotta, a causa delle modifiche alle norme sui contributi per l’editoria inserite nell’ultima legge finanziaria, con la cancellazione del cosiddetto “diritto soggettivo”. In questo modo, se non si interverrà rapidamente, si costringeranno alla chiusura decine di organi di informazione, giornali, radio e televisioni come questa, che danno lavoro a più di 4500 persone tra giornalisti, poligrafici e personale amministrativo, oltre a offrire un contributo fondamentale al pluralismo dell’informazione. Se volete esprimere la vostra opinione e il vostro sostegno a questa battaglia di libertà, scrivete a info@redtv.it ».] «CI ASPETTIAMO UNA CORREZIONE» - «Red tv non chiude. Siamo in uno stato di difficoltà perché viviamo del contributo, ma stiamo provando a resistere. Ci aspettiamo una correzione o un altro tipo di intervento. Il governo non può chiudere 96 testate», ha aggiunto Consoli. Sulla home page di Rd Tv una nota spiega: «In questi giorni l’intera programmazione di Red Tv va in onda in forma ridotta, a causa delle modifiche alle norme sui contributi per l’editoria inserite nell’ultima legge finanziaria, con la cancellazione del cosiddetto “diritto soggettivo”. In questo modo, se non si interverrà rapidamente, si costringeranno alla chiusura decine di organi di informazione, giornali, radio e televisioni come questa, che danno lavoro a più di 4500 persone tra giornalisti, poligrafici e personale amministrativo, oltre a offrire un contributo fondamentale al pluralismo dell’informazione. Se volete esprimere la vostra opinione e il vostro sostegno a questa battaglia di libertà, scrivete a info@redtv.it ».


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FIAT, MELFI , GIUDICE DEL LAVORO REINTEGRA TRE OPERAI LICENZIATI.



FIAT: MELFI; GIUDICE LAVORO REINTEGRA TRE OPERAI LICENZIATI.


Caro Marchionne non sei in America dove la classe operaia è stata sconfitta, in Italia i diritti esistono ancora ed i licenziamenti antisindacali non passano!

POTENZA, 10 AGO - Il licenziamento di tre operai dello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat (due dei quali delegati della Fiom), deciso dall'azienda il 13 e 14 luglio scorso, ha avuto carattere di «antisindacalità» ed è quindi stato annullato dal giudice del lavoro, che ha ordinato l'immediato reintegro dei tre nel loro posto. Lo si è appreso stamani. La notizia è stata confermata dal segretario regionale della Basilicata della Fiom, Emanuele De Nicola, secondo il quale «la sentenza indica che ci fu da parte della Fiat la volontà di reprimere le lotte a Pomigliano d'Arco e a Melfi e di 'dare una lezionè alla Fiom». I tre operai - Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino (entrambi delegati della Fiom) e Marco Pignatelli - furono licenziati perchè, durante un corteo interno, secondo l'azienda bloccarono un carrello robotizzato che portava materiale ad operai che invece lavoravano regolarmente. In seguito prima alla sospensione, l'8 luglio scorso, e poi al licenziamento dei tre operai vi furono a Melfi scioperi e proteste. I tre operai licenziati - uno dei quali si è sposato cinque giorni fa - occuparono per alcuni giorni il tetto della Porta Venosina, un antico monumento situato nel centro storico di Melfi: vi fu anche una manifestazione promossa dalla Fiom-Cgil. Secondo De Nicola, «la sentenza dimostra che le lotte democratiche dei lavoratori non hanno nulla in comune con il sabotaggio. Il teorema 'lotte uguale eversione o sabotaggiò è stato di nuovo smontato e ci aspettiamo le scuse di quanti vi hanno fatto riferimento, a cominciare da personalità istituzionali o rappresentanti degli imprenditori. Speriamo - ha concluso il dirigente lucano della Fiom - che la Fiat torni al tavolo per discutere dei temi che stanno a cuore ai lavoratori, a cominciare dai diritti e dai carichi di lavoro».


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Quarant’anni e sognare un lavoro




Quarant’anni e sognare un lavoro

di Bruno Ugolini

Tempo di ferie. Ma come sempre c’è chi, anche in vacanza, riflette con qualche tremore sulla propria condizione. Sono i precari. Come Andrea di 37 anni, consulente ambientale, che confessa: «Per le ferie esiste il pericolo di non percepire compenso. Si è sempre a rischio di licenziamento». Troviamo la sua storia in una serie di “carte d’identità” raccolte dall’associazione «20 maggio - Flessibilità sicura», una costola del Pd, curata da Davide Imola. Quel che colpisce di questa “galleria”, con tanto di foto segnaletiche, è l’età. Non sono più dei ragazzini. Hanno quasi tutti oltrepassato i 30. Sono quasi degli “Splendidi quarantenni” come direbbe Nanni Moretti. Con mappe delle loro “carriere” che sembrano un labirinto senza fine. Andrea, ad esempio, è stato operatore telefonico, poi per diverse occasioni collaboratore occasionale, poi tecnico riabilitatore di fauna selvatica, poi collaboratore a progetto come direttore di un centro di recupero fauna selvatica, poi consulente ambientale di un Ente Nazionale. È stato obbligato a diventare una partita Iva. Un buon lavoro, ma il compenso non corrisponde alle responsabilità e all’impegno. La sua aspirazione? «Sapere con un mese di anticipo se la collaborazione verrà rinnovata…».
Sono tanti come lui. C’è un archeologa, sempre a partita Iva, che racconta: «Se piove gli operai del cantiere aspettano le 9 e poi per loro scatta la cassa integrazione, non prevista per gli archeologi. Non ho diritto al casco e alle scarpe anti-infortunio. Anche l’assicurazione anti infortuni è a carico mio. Se devo fermare i lavori perché emergono dei reperti archeologici divento il nemico e mi si accusa di fermare i lavori per prolungare il mio contratto». Mentre Desiree di 30 anni ha un contratto da impiegata delle industrie alimentari e invece vola in aereo, come assistente di bordo. Non le è mai stata riconosciuta la mansione di assistente di volo e non può godere dei vantaggi del personale navigante: non ho un fondo volo, non ha copertura assicurativa. Se l’aereo dovesse avere un incidente lei risulta a bordo come passeggera. L’hanno mandata in Africa senza profilassi malarica e senza nessuna vaccinazione.
C’è poi Giovanna di 35 anni. Questa è, come dire, una precaria di alto livello. È laureata in medicina e specializzata in chirurgia generale. È a partita Iva presso un pronto soccorso. «Non posso programmare la maternità, l’alternativa è trovare un compagno ricco. Vorrei un sistema sanitario pubblico non gestito in modo clientelare. Solo così le persone come me, che hanno i titoli, potrebbero essere assunte e lavorare in modo tutelato e volto alla migliore cura per il cittadino». Sono i sogni di questi magnifici quasi quarantenni. Immaginano un’Italia diversa.



BachecaWeb

lunedì 9 agosto 2010

IL PADRONE LO SFRUTTA, LUI LO DENUNCIA, LO STATO LO ESPELLE

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MODENA, 7 AGO - Un imprenditore di Maranello, nel Modenese, è stato denunciato da un suo dipendente tunisino per aver finto di aver regolarizzato la sua posizione di straniero in Italia, facendolo anche lavorare in nero per sedici mesi. Per questa operazione il titolare della ditta avrebbe persino chiesto 500 euro al suo sottoposto, facendogli presente tutte le spese per inoltrare una domanda che, si è scoperto, in realtà non aveva mai presentato. E questa circostanza porterà anche all'espulsione dall'Italia dell'artigiano e muratore raggirato. La truffa è stata scoperta dalla polizia di Sassuolo. Alcuni giorni fa - ha riferito il commissariato - il tunisino di trent'anni ha presentato denuncia di smarrimento della ricevuta relativa alla regolarizzazione che il datore di lavoro, nonchè vicino di casa, gli aveva consegnato. Ma l'ispettore che ha preso in considerazione il caso ha presto scoperto che quell' atto andato perso era, in realtà, solo una copia del versamento Inps 'F24' e senza timbro di pagamento. Il magrebino ha capito solo in quel momento di essere stato ingannato dal titolare e ha sporto denuncia nei suoi confronti, ma essendo rimasto a tutti gli effetti un clandestino è stato portato al Centro di identificazione ed espulsione di Modena e attende di essere rimpatriato. Il titolare campano della ditta, 43 anni, è stato invece denunciato per truffa aggravata.

. BachecaWeb .

sabato 7 agosto 2010

A CHI SERVONO I LICENZIAMENTI ?





In Italia non sono noti studi adeguati sulle crisi aziendali che quasi sempre si concludono con licenziamenti che dimagriscono la base lavorativa delle imprese o degli enti. Se questi studi ci fossero

si dimostrerebbe che le ristrutturazioni che hanno causato a volte traumi sociali terribili non conducono quasi mai ad una riduzione dei costi "complessivi" delle imprese. E' vero che parte della manodopera viene espulsa dall'innovazione tecnologica che cancella posti di lavoro ma questa causa è sempre più rara e le motivazioni sono altre. In primo luogo spesso si spostano risorse dalla base al vertice delle imprese. Marchionne, mentre annunzia la necessità di ridurre a livelli

inferiori a quelli contrattuali i salari dei metalmeccanici e nega un modestissimo premio di produzione,

distribuisce ai dirigenti sostanziosi benefict. Nelle telecomunicazioni, nel sistema bancario, nelle aziende quotate in borsa e dirette da amministratori delegati e managers che non coincidono più con la proprietà avvengono sempre più frequentemente operazioni di "dimagrimento" motivate dal ritornello che bisogna ridurre i costi se si vuole sopravvivere e stare nel mercato. Appena realizzati i licenziamenti, i risparmi ottenuti vengono immediatamente assorbiti dal management e dalle alte sfere burocratiche interne.

Quello che in realtà accade è che quasi sempre i costi non diminuiscono anzi spesso aumentano. La voracità dei vertici dirigenziali delle imprese è diventata scandalosa ed oramai sfugge a qualsiasi regola non solo etica ma di buon senso e di ordine. Ne abbiamo avuto un clamoroso esempio durante la crisi del sistema finanziario statunitense in cui, mentre la gente veniva cacciata via dalle banche e dalle assicurazioni dai vigilantes che a malapena consentivano di raccogliere gli oggetti personali dalle scrivanie, i papaveri si liquidano milioni di dollari di gratifiche alla faccia degli azionisti

e senza alcuna vergogna. La proposta di Obama di contenere queste regalie alle aziende che non avevano avuto aiuti federali è stata fischiata da Soros e del branco compatto dei pescicani sostenuti dal Congresso. Insomma

si riducono i costi del personale con i licenziamenti per aumentare i costi delle sfere superiori delle burocrazie aziendali specialmente nelle banche oppure per cedere pezzi di attività ad esterni spesso

in rapporti ambigui ed oscuri con le dirigenze. Nella pubblica amministrazione, in particolare nella sanità o nel comparto delle forze armate, le esternalizzazioni dei servizi a privati, le privatizzazioni di interi comparti, non producono alcuna riduzione di costi e spesso li aumentano. Hanno però un risultato deprecabile costituito dalla crescente rigidità di movimento degli enti pubblici a cominciare dai Comuni. Una volta era possibile che, in caso di grosse crisi sociali, gli enti territoriali

della pubblica amministrazione, intervenissero con proposte di occupazione in impieghi sostitutivi. Ora non è più possibile. La sciagurata moda bipartisan delle privatizzazioni ha immobilizzato gli Enti ed in particolare i Comuni che non sono in grado di intervenire perchè tutti i servizi sono stati appaltati a privati. Non si fanno inoltre quasi più i concorsi che costituivano la tappa post scolastica dei giovani e che davano accesso ordinato e soddisfacente al lavoro.

E' profondamente cambiata la natura delle aziende e della stessa pubblica amministrazione in senso negativo ed asociale. Nelle aziende le posizioni dei dirigenti sono diventate costosissime e sempre più importanti e decisive. Il controllo degli azionisti è inesistente ed in ogni caso questi non hanno alcun potere reale di limitare o mitigare l'ingordigia strabordante dei leaders. Non c'è nulla di più antidemocratico di una società per azioni le cui riunioni annuali sono momenti di spartizione delle oligarchie ai danni della massa degli azionisti.

Quando si parla di costo del lavoro bisognerebbe esaminare la quantità e le dinamiche dei salari, degli stipendi e degli emolumenti. Ci renderemmo conto che la crisi non è mai esistita per le dirigenze che hanno una

sequenza di miglioramenti strabilianti a fronte della stagnazione e delle riduzione effettiva dei salari dei dipendenti. La distanza tra questi ed i loro capi è diventata insopportabile.Non c'è alcuna ragione che possa giustificare il fatto che una persona guadagni quanto mille suoi dipendenti che peraltro sono soggetti alla legge bronzea dei salari applicata duramente da gente che, per collocazione strategica dentro l'impresa, è nelle condizioni di fissarsi la retribuzione e ne approfitta sfacciatamente.

Insomma si pone il problema di una riforma profonda del sistema delle imprese e della regolazione delle dinamiche interne delle dirigenze e dei lavoratori. Gli azionisti dovrebbero contare molto di più ed i consigli di amministrazioni dovrebbero avere poteri assai limitati per quanto riguarda il trattamento dei loro componenti. Si dovrebbero inoltre limitare le esternalizzazioni di servizi che impoveriscono la cultura delle imprese. Le delocalizzazioni dovrebbe essere preventivamente autorizzate e non affidate all'arbitrio dei privati. Non è vero che le regole irrigidiscono e rendono goffa e perdente l'impresa. E' vero invece che la libertà di cui godono attualmente gli esponenti del capitalismo è eccessiva, arriva alla licenza ed alla pirateria, diventa antisociale. Non è detto che le scelte e gli interessi del management siano quelli della impresa, dei loro dipendenti, del paese. La libertà senza regole in chi ha in mano la sorte di comunità intere non è condivisibile.

Il potere della Confindustria deve essere ridimensionato e regolato. Lasseiz faire laissez passer non è andato mai bene e meno che mai nell'era della globalizzazione che reclama regoli forti per tutti se non si vuole devastare la vita di milioni di persone.

Pietro Ancona


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mercoledì 4 agosto 2010

Nuovi musicisti del Sud cercasi: un casting per cantanti, band, autori e compositori





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Nuovi musicisti del Sud cercasi: un casting per cantanti, band, autori e compositori

Pubblicato da Valentina Sansoni, Blogosfere staff alle 08:00 in Musica


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Il progetto di puntare sulle nuove leve del panorama musicale è di Enzo Miceli, produttore discografico e responsabile dell'etichetta Panama L.T.M., che tra gli altri ha prodotto e realizzato tutti i dischi di Daniele Silvestri, e di The Brass Group, l'unico ente italiano di produzione di musica jazz.
L'etichetta a cui fa capo Miceli, la Panama L.T.M. (Libero Territorio Musicale) e The Brass Group, infatti, sta selezionando nuovi artisti tra cantautori, band, interpreti, autori e compositori sia da inserire nel proprio roster sia da proporre a strutture discografiche ed editoriali.



L'obiettivo del casting, la cui iscrizione è totalmente gratuita, è quella di cercare i nuovi talenti, specialmente nell'Italia del Sud, terra che negli ultimi anno ha portato al successo moltissimi artisti.
La commissione artistica, diversa nelle varie fasi, in quella finale sarà formata da esperti del settore musicale e discografico italiano con la partecipazione in giuria anche di Daniele Silvestri.
"La necessità di estendere la ricerca anche agli autori e ai compositori nasce dal proliferare dei talent show che sfornano continuamente nuovi interpreti per i quali non si riesce in seconda battuta a rintracciare e proporre un repertorio adeguato", spiega Miceli.



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lunedì 2 agosto 2010

LA LETTERA DEL FIGLIO DI UN OPERAIO





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Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.

Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.

L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.

L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.

L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.

L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).

Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.

Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.

Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.

Odorava di dignità.

(Luca Mazzucco)



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domenica 1 agosto 2010

IL MARCHIONNE DEL GRILLO


«Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione, «no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi «conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia, ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni italiani.
Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti, tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta, con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo» per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior sorte.
«La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti, trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo) sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1) volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B (Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi. Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria, nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione imbarazzante, un reportage da Marte.
Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne: «L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un accordo con il governo o i sindacati.
Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come, non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta. Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di oggi.

di Loris Campetti (il Manifesto del 29 luglio 2010)

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