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giovedì 30 dicembre 2010

Perché protestano i pastori sardi ...





A Civitavecchia li hanno presi a manganellate appena scesi dalla nave. Volevano arrivare a Roma per spiegare che ormai un agnello vale meno del fieno che mangia. E il cartello dei caseifici li sta strozzando. Ma non ci sono riusciti

Macché oro bianco. Di latte in Sardegna non si campa più. È stato avvelenato da una parola che in sardo nemmeno esiste. Ci sono venti modi di chiamare "su masòne", il gregge, e nessuno per dire: globalizzazione. Eppure è quel germe venuto dal futuro che sta uccidendo i pastori.

Dopo secoli di pascolo e mungiture a mano è arrivata improvvisa come l'inverno la grande carestia. Ha ridotto in pezzi l'economia locale e trasformato il gruzzolo che rendevano latte, lana e carne d'agnello in misera elemosina. Per sconfiggerla non basta "su marràtzu", il leggendario coltello che i pastori portano sempre in tasca. E così stavolta sono scesi dalla Barbagia senza le pecore. Accampati sotto il palazzo della Regione-nazione per gridare la loro rabbia.

Roberto Fresi ha 43 anni e a Valledoria, da dove viene lui, nemmeno sanno cosa sia il modello lombardo-veneto che impera nel Nord. Sanno solo che in quella piazza di Cagliari lui ci ha lasciato un occhio, colpito da un lacrimogeno mentre contestava un governo che ai lattai padani ha condonato le multe mentre ai sardi scava la fossa. Sandro Ibba, 50 anni, è sceso da Vallermosa e si è incatenato minacciando di darsi fuoco. Fino a svenire per gli stenti e la fame. Franco Peddio è stato preso a bastonate e porta una benda in testa. Quando l'ha visto suo padre ottantenne gli sono scese le lacrime. "Non per le botte, ma perché un pastore ferito è il sangue di tutti i sardi", sussurra. Se continua così, sempre più ovili chiuderanno e a migliaia saranno costretti a cercarsi un nuovo lavoro. Lavoro che non vogliono. E che in Sardegna nemmeno troverebbero.

Salvatore Prasciuolo viene da Orroli, un paesino abbarbicato sul nuraghe Arrubiu fra le dighe del Flumendosa e del Mulargia, lassù dove perfino le capre fanno fatica a salire. Se piove ci devi andare a cavallo, perché la strada è franata tre volte. Ha 64 anni e non ha mai visto una mungitrice meccanica, ma non gliene importa, tanto non avrebbe né i soldi per pagarla né la corrente per farla andare. Il suo ovile fatto di debiti, multe e condoni cade a pezzi. Gli restano i figli Antioco e Tito, di 26 e 30 anni.

Da quando erano bambini la sveglia all'alba significa mungere per quattro ore "a crai", come si dice quassù: "A mano, ma solo con tre dita e la pecora fra le gambe. Qui il terreno è ripido e se tiri le mammelle come in pianura il latte va fuori". Babbu Salvatore lo chiamano "su prufissori", perché s'è preso la licenza elementare a 15 anni e sta scrivendo un libro in sardo sui pastori della Barbagia. Ma se gli domandi di "Padre padrone" o di Gavino Ledda, ribatte che è roba per turisti: "Aveva trenta pecore, io ne pascolavo quattrocento. Dormiva in una capanna, io all'addiaccio, coprendomi con il bestiame. Adesso i miei figli non hanno da mangiare e non posso certo mandarli in continente, perché là ci sono gli extracomunitari e i pericoli".

A questa gente il latte costa la schiena e a fine giornata, per andare in pari, dovrebbero intascare 90 centesimi al litro. Invece il cartello degli industriali gliene concede 60 quando nel 1985 lo pagavano anche 1.850 lire. "È il libero mercato, prendere o lasciare", tagliano corto cooperative e caseifici. Perché ormai il latte sardo vale meno dell'acqua, da quando si può acquistare a grandi stock in Spagna o in Romania. A queste condizioni i pastori ci rimettono un euro per ogni secchio munto. E la fregatura è che tutto dipende dall'America. Da quanti dollari, cioè, siano disposti a spendere laggiù per un chilo di Pecorino Romano. Il nome non c'entra con la Ciociaria, si chiama così perché lo mangiavano i legionari. E ogni anno sull'isola se ne producono 270 mila quintali, il 90 per cento del prodotto nazionale. Il problema è che quelle forme salate da 25 chili non piacciono più al mercato globale, che le ha relegate fra i formaggi da grattuggia. In due anni sono salpati verso gli Stati Uniti 50 mila quintali in meno, un crollo dell'export che ha abbattuto il prezzo.

I pastori da qui non vedono le luci della Quinta Strada, però, l'orizzonte più lontano per loro resta l'ultima pecora del gregge. Così incolpano Andrea Pinna, padrone del più grande caseificio di Sardegna. È finito nel mirino della protesta proprio come la Coldiretti e nessuno sui pascoli sardi lo vuole sentir nominare. Tutto perché, quattro anni fa, ha investito soldi in Romania: "Confeziona il formaggio sardo all'estero e poi fa il prezzo del nostro latte", protesta Giovanni Deiana di Pattada sul Lago Lerno mentre gli altri applaudono. "Calunnie", ribatte l'industriale di Thiesi che impiega 200 dipendenti: "La Romania non c'entra, lì produciamo meno del 2 per cento del formaggio che va in America.

Anzi, grazie a quel caseificio abbiamo cominciato a vendere anche il pecorino fatto qui in Sardegna sui mercati esteri". Mentre lo dice, negli ovili la miseria avanza. Non c'è solo il latte a pesare sui conti in rosso. È la pecora a valere sempre meno e costare sempre più cara. Il mangime in pochi anni è salito da 15 mila lire a 35 euro al quintale, i vaccini contro il virus della "lingua blu" si sono moltiplicati, così come i capi morti nelle stalle. Per tutta risposta un agnellino vale meno del fieno che mangia, pagato dal macellaio 3 o 4 euro al chilo se ti va bene, e soltanto a Natale o Pasqua.

Passate le feste si scende sotto l'euro e mezzo e al danno s'aggiunge la beffa: mentre la legge impone una targhetta all'orecchio che attesti l'origine di ogni capo, non appena la pecora arriva dal macellaio le orecchie vengono tagliate. E tutte le informazioni vanno perse, mescolando carne sarda a carne straniera. I pastori non ce la fanno più e sono saliti fino a Porto Torres per fermare gli sbarchi. Greca Puddu non ci voleva credere, così a 60 anni è salita su un cargo spagnolo come facevano i pirati saraceni: "Abbiamo bloccato la nave e siamo entrati nelle stive. Erano piene di carne, tutta marchiata come sarda. Invece puzzava e aveva i vermi. Quella roba fa concorrenza a noi e abbatte i prezzi", racconta a "L'espresso". La stessa cosa vale per la lana, che una volta si vendeva a 1.300 lire al quintale mentre adesso nessuno è disposto a comprare: "Fra poco ci chiederanno soldi per smaltirla come rifiuto".

È tutta qui l'origine del virus che sta ammalando la pastorizia sarda. Tre milioni e mezzo di pecore fanno una media di quasi tre per abitante, troppe per gente che s'era indebitata per terreni e ovili e oggi non incassa più. I soldi per i mutui stanno finendo e il Banco di Sardegna si sta riprendendo tutto. Proprio come due secoli fa, quando l'Editto delle chiudende mise fine al comunismo agrario e attorno ai prati liberi apparvero i muri e il divieto di pascolare senza pagare "sa tanca", regalando cioè metà del bestiame al proprietario terriero: "Anche allora succedeva nel nome di un nuovo sistema di produzione, come adesso. Oggi vogliono regalare la Sardegna ai miliardari", denunciano i pastori. Loro che in Costa Smeralda ci sono andati una sola volta e non in vacanza. Sono saliti a Olbia per occupare l'aeroporto ma, arrivati a Porto Rotondo, sono rimasti a bocca aperta: "Era come il paradiso, tavole imbandite, luci, divani bianchi in strada. E soprattutto le facce serene: i ricchi non hanno le rughe e la morte negli occhi dei pecorai", raccontano.

Secondo politici e industriali sardi, però, le cose non starebbero proprio così. C'è un rovescio della medaglia. Ripetono che per decenni quella gente è stata una categoria protetta: quattrini pubblici se pioveva troppo, quattrini se pioveva poco, ancora quattrini per i vaccini. Soldi che spesso sono finiti in Bot o in case a Cagliari, mentre i servi pastori figli dei falchi sono stati sostituiti da clandestini romeni sottopagati. Eppure, girando per gli allevamenti, fra quelle campagne nessuno se la passa bene come succede nei caseifici. Nemmeno chi quei soldi li ha investiti davvero, trasformando gli ovili degli avi in moderne aziende d'allevamento. Imprenditori di nuova generazione come Fortunato Ladu, che governa 250 ettari e mille pecore, capre, tori, cavalli e struzzi.

Nella casa padronale sotto le pale dell'eolico a Pavillonis, nel campidano, spolvera un libro del cantore dei pastori, il Montanaru: "Nun brighes cun nisun nu cristianu, ma si t'esset forzosu briga ene". Vuol dire che un pastore non bisticcia, ma se proprio deve farlo sarà il suo nemico a tremare di paura. È questo il monito che sale dalla piazza. Come fu vent'anni fa quando guidati dal capopopolo Felice Floris lanciarono le pecore sgozzate contro le vetrate del palazzo della Regione: "Stavolta le abbiamo lasciate al pascolo, valgono troppo per portarle a morire qui", spiega Francesco Gioi. Ha 55 anni ed è sceso da Desulo, nel cuore della Barbagia, dove la campagna è la più brulla e dura.

Pascolare sul Gennargentu vuol dire transumanza, come i nonni, e migliaia di notti solitarie: a novembre, quando il Bruncu Spina è bianco di neve e l'erba gelata, Gioi lascia l'ovile a piedi e scorta il gregge per 150 chilometri con cani e bastone d'olivastro: "Io dormo camminando da trent'anni, cosa volete che sia per me venire qui a protestare?". Paolo Mele arriva invece da Nuramenis. Finì in galera per gli scontri di vent'anni fa e adesso è anche più disperato di allora: "Ho chiesto un prestito di 10 mila euro, poi si sono ammalate le pecore e mi hanno pignorato la casa. Mio figlio ha cinque anni ed è disabile, sono stato a Firenze per farlo curare e dormivo sulle panchine. Se mi staccano la corrente, quel bambino muore", ripete in lacrime. Storie solo all'apparenza opposte a quella dei fratelli Valerio e Giuseppe Baldussi, gente con quattro trattori nel cortile, roba che da queste parti significa benessere. Loro padre era analfabeta e quando comprò il primo campo sbagliò a scrivere il cognome, così persero la "u" finale. "Quella "i" ci ha dato lo spunto per innovare, solo che adesso che abbiamo ben cinquecento ettari guadagnamo meno di papà", spiega Valerio. È uno che ha girato il mondo per capire dove stesse andando l'agricoltura. Uno che s'è buttato sull'inseminazione artificiale per raddoppiare gli agnelli e sull'innaffiatura sotterranea per non regalare acqua al sole e al vento di Sestu: "Ma siamo alla fame tutti, i piccoli come i grandi. In Sardegna c'è un detto: più grosso è l'animale, più grosso è il buco della tana".

I conti sono facili da fare. I nonni mantenevano sei figli con trecento pecore, i padri quattro figli con settecento. Oggi con mille pecore sposarsi e avere un bambino è un sogno come la casa per un precario di Milano. "Stanno sfaldando la nostra società matriarcale. Io forse dovrò rinunciare a essere madre, perché non bastano i soldi", dice Moira Murgia. Ha 31 anni e pascola tra i mirti da quando ne aveva quindici. È più veloce di un uomo, conosce il suono dei campanacci del gregge, ma ne sente sempre di meno perché ormai costano più delle pecore. È l'ultima terribile piaga dei pastori nell'era globale. Una generazione che potrebbe essere l'ultima, spiega l'autonomista Gianpiero Marras. Abita a Ittiri nel Logudoro. Attorno alle case di pietra ci sono 420 pastori e 60 mila pecore, come una media città italiana: "Senza tutto questo finirebbe la nazione sarda, scomparirebbero i discendenti dei popoli nuragici da cui vengono i nostri valori". Per lasciare posto al cemento miliardario che dalla Costa Smeralda sta colonizzando l'isola. Business, oligarchi, spiagge vip e champagne che non lasciano un solo euro in tasca ai pastori sardi. Spinti dagli orridi delle montagne di Orgosolo fin dentro il tunnel ancora più buio dei debiti.

di Tommaso Cerno
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/perche-protestano-i-pastori/2137357//0


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mercoledì 29 dicembre 2010

IL DIRITTO DEI PASTORI SARDI E’ STATO CALPESTATO DUE VOLTE





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“Siamo padri di famiglia, e invece ci stanno trattando come criminali”. Felice Floris ha detto questa frase stamattina, quando gli è stato impedito di venire a manifestare a Roma. Floris è il leader del movimento degli allevatori sardi di ovini che da mesi sta cercando di dialogare con un governo sordo per risolvere un problema serio. Le norme comunitarie prevedono una produzione contingentata e in questo modo il prezzo del latte è superiore ai costi della produzione. Oggi sono arrivati in traghetto in 200 dalla Sardegna, volevano essere ricevuti in delegazione al ministero dell’Agricoltura per proporre  un coordinamento mediterraneo di paesi che praticano la pastorizia per far fronte alle attuali normative.
La risposta è stata una sorta di sequestro di persona, un “daspo” preventivo adottato dalle Forze dell’Ordine che ha impedito ai 200 produttori di arrivare a Roma. La motivazione è quanto meno strumentale: manifestazione non autorizzata. Balle! Neanche quelle degli studenti nei giorni scorsi lo erano. Posso permettermi un paragone perché tutti sanno che mi sono schierato senza se e senza ma dalla parte del loro diritto a manifestare. Non è stato impedito il corteo di decine di migliaia di studenti, alcuni dei quali avevano messo a ferro e fuoco il centro di Roma appena 10 giorni prima, e invece si è impedito a 200 pastori che da mesi sono in agitazione, che non hanno alle spalle alcun episodio di violenza, che avevano affrontato un viaggio in nave, di manifestare il proprio dissenso. Sono preoccupato perché siamo di fronte alla negazione dei più elementari diritti previsti dalla Costituzione. E siamo di fronte a una protesta giusta se solo ricordate quello che è successo con le quote di latte vaccino. In quel caso i limiti alla produzione sono stati sforati da molti produttori, i colpevoli multati e le multe pagate dallo stato. L’Unione europee quegli aiuti di stato li sanzionerà ma in quel caso i produttori erano tutti del nord e sono stati protetti dalla Lega. In questo caso i pastori sono sardi e non hanno santi in Paradiso. Per questo il loro diritto è stato calpestato due volte.



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BLOG DI CIPIRI: In aula 3 ore al giorno per 716 euro, è il duro la...




BLOG DI CIPIRI: In aula 3 ore al giorno per 716 euro, è il duro la...: "In aula 3 ore al giorno per 716 euro, è il duro lavoro del deputato italiano Lo stipendio del deputato ammonta a 15mila e 37 euro al mes..."

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lunedì 27 dicembre 2010

la Fiom incalza la Cgil , serve lo sciopero generale



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Accordo Mirafiori, la Fiom incalza la Cgil


"Svolta fascista, serve lo sciopero generale"

 

Cremaschi, presidente del Comitato centrale del sindacato metalmeccanico, invita la Camusso alla mobilitazione e a non sperare nell'aiuto di Confindustria: "Non lo fecero neppure nel 1925"

ROMA - Dopo l'accordo separato su Mirafiori e quella che in un'intervista a Repubblica 1 la leader della Cgil Susanna Camusso chiama la "svolta autoritaria" della Fiat, l'unica risposta possibile è lo sciopero generale. E' questa la posizione di Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom.

Il 29 dicembre, ricorda Cremaschi, si terrà un comitato "straordinario" in cui verranno prese delle decisioni. "E' vero che l'accordo di Mirafiori è storico - dice Cremaschi - ha un solo precedente: il 2 ottobre 1925 quando Mussolini, la Confindustria e i sindacati fascisti e nazionalisti sottoscrissero l'abolizione delle commissioni interne. Oggi Marchionne Cisl e Uil aboliscono in Fiat e Mirafiori le Rsu e le elezioni democratiche. E' un atto di un autoritarismo senza precedenti nella storia della Repubblica: nemmeno negli anni '50 si tolse ai lavoratori Fiat il diritto a votare per le loro rappresentanze. Per Cisl e Uil è una vergogna assoluta".

Alla Cgil e a Susanna Camusso Cremaschi dice: "Deve finirla di illudersi che la Confindustria isoli la Fiat: non è successo nel 1925 e non succederà oggi, quindi l'unica risposta alla svolta autoritaria è lo sciopero generale". Lo scorso 22 dicembre, incontrando una delegazione del movimento studentesco romano, la segretaria della Cgil, rispondendo alla richiesta di uno sciopero generale da convocare anche a sostegno della protesta contro i tagli all'istruzione, aveva però precisato che "i tempi non sono maturi".

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domenica 26 dicembre 2010

lettera di un cassaintegrato a Marchionne

 

 

 

" CI COMPRATE LA VITA PER 1200 EURO"

 

lettera di un cassaintegrato a Marchionne




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Dott. Marchionne

il suo mi è sembrato un ragionamento antico,morto.
Lei dice che lavora 18 ore al giorno?
Visto che dichiara di amare la cultura, la letteratura, l'arte Le chiedo dove trova il tempo per leggere un libro, per ammirare un opera d'arte, per vedere un film.
Le chiedo quando sta con i suoi figli, quando gioca con loro,le chiedo quando fa l'amore con sua moglie.
Un'operaia si alza al mattino alle 5 per il primo turno rientra a casa dopo le 14 ,pulisce casa, fa la spesa , va a recuperare il figlio al post scuola , con tutti i sensi di colpa che ha una mamma che non riesce a stare con suo figlio come dovrebbe e vorrebbe. E poi i compiti ,il calcio , prepara cena , sparecchia lava i piatti , metta a letto il bambino, una carezza da mamma ...
E arrivata mezzanotte sono 19 ore che l'operaia è in piedi e domattina alle 5,00 suona la sveglia.
Tutto per 1200 Euro al mese.
Dott. Marchionne lei mi dice "Io vendo macchine" Le ricordo che queste macchine le fanno gli uomini, lei sta parlando di persone, esseri umani.
 
Di persone che si vantano di lavorare 20 ore al giorno ne ho piene le tasche , lei ci propone un modello che è la morte di questa nostra vita, che è un non vivere, che non ti permette di sognare, non c'è spazio per l'arte, la cultura,non c'è spazio per l'amore verso tuo figlio verso il proprio compagno.
 
Tutto questo non vivere ci circonda, ne vediamo i risultati nelle famiglie sfasciate, ruoli di genitori annullati, una società violenta frustrata dalle continue umiliazioni. Ci comprate la vita per 1200 euro al mese.
 
Sono quelli come lei, i responsabili, voi col vostro sistema che arricchisce pochi e umilia e annulla tanti.
 
Lei Dott. Marchionne dice "è il mercato che detta queste regole, per essere competitivi per salvarci non abbiamo alternative".
Il mercato è fatto dagli uomini, lei dott. Marchionne sta impegnando tutte le sue energie (20 ore al giorno) per sostenere questo sistema che annulla l'uomo, lei dott. Marchionne questo sistema lo ha fatto suo.
 
Sa perché non la stimo dott. Marchionne perché io ho stima per persone che si spendono per migliorare le condizioni di vita in cui viviamo, persone che mettono la propria intelligenza al servizio dell'uomo.
 
Lei dott. Marchionne ha sbagliato direzione sta sbagliando strada.
Sta tirando la volata delle multinazionali del capitalismo selvaggio, dove l'uomo è solo uno strumento da utilizzare per l'arricchimento di pochi sui tanti.
Lei è responsabile di questo.
 
Un cassaintegrato



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sabato 25 dicembre 2010

Ricordiamo i lavoratori. Buone feste a tutti!



http://www.isoladeicassintegrati.com/



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Ricordiamo i lavoratori. Buone feste a tutti!





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Quadri e capi Fiat attaccano la Fiom



Quadri e capi Fiat attaccano la Fiom




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L'accordo per Mirafiori «è stato firmato da quelle organizzazioni sindacali che hanno veramente a cuore gli interesse dei lavoratori, mentre chi non l'ha fatto (la Fiom, ndr) ha evidenziato per l'ennesima volta una visione puramente ideologica». Questo il commento dell'associazione Quadri e Capi Fiat, che invita tutti i lavoratori a sostenere l'intesa attraverso il voto positivo al referendum. «Il referendum - dice l'associazione dei Quadri e Capi - è un appuntamento decisivo per dare operatività all'accordo e dovrà coinvolgere tutti gli insediamenti Fiat di Mirafiori. Invitiamo pertanto tutti i lavoratori a contribuire a un risultato positivo che vada oltre al raggiungimento della maggioranza numerica e dimostri la loro piena disponibilità a partecipare attivamente al rilancio dell'azienda a garanzia del proprio futuro».

 E' convocato in seduta straordinaria per il 29 dicembre 2010, il Comitato centrale della Fiom-Cgil presso la sala Di Vittorio della Cgil nazionale in corso d'Italia 25 a Roma, alle ore 9.30.
Ordine del giorno: Accordo separato su Mirafiori, i suoi effetti gravissimi sul lavoro e sulle libertà sindacali, le risposte della Fiom.



 http://www.fiom.cgil.it/

 COMMENTO :
Non ci cascate quelli sono colletti bianchi!
Quelli che hanno già rovinato tutto!
LA FIOM HA RAGIONE
NON FIRMATE E' UNA FREGATURA


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mercoledì 22 dicembre 2010

ecco il partito anti urne




Vitalizio e seggio a rischio: ecco il partito anti-urne

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Pensioni a rischio

È lunga 345 nomi la lista degli attuali parlamentari che abbandonerebbero lo scranno con una sola certezza: non incassare la lauta pensione da deputato o senatore. Nell'elenco ci sono anche l'imprenditore romano Giuseppe Ciarrapico (Pdl), il presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, in quota Idv, il numero uno di Legambiente, Roberto Della Seta, l'ex governatrice di Nassiriya Barbara Contini di Fli. I senatori su cui pende questa "spada di Damocle" sono 105, mentre 240 sono i deputati. Si tratta degli "esordienti": in caso di scioglimento anticipato delle camere non farebbero in tempo a maturare il requisito richiesto, a partire da questa legislatura, per ottenere l'ambito assegno vitalizio. Vale a dire, avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni, anche se collezionati in diverse fasi. In questo modo, a perdere il "bonus", in caso di chiamata anticipata alle urne, saranno anche i parlamentari della precedente legislatura, rieletti in quella attuale. Sempre ovviamente che non arrivino al requisito minimo richiesto dalle nuove regole dei 5 anni di mandato effettivo. L'assegno a cui si rinuncerebbe è piuttosto pesante. E varia, sia per senatori che deputati, da un minimo del 20% a un massimo del 60% dell'indennità parlamentare percepita, a seconda degli anni di mandato parlamentare svolto. Nel caso di un senatore, il cui stipendio, al netto di tutte le ritenute, è pari a 5.613,59 euro, l'assegno vitalizio oscilla dai 1.122,6 euro a 3.367,8 euro. Alla Camera invece l'assegno varia da 1.097,2 a 3.291,6 euro, visto che la busta paga "netta" è di 5.486,58 euro.


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lunedì 20 dicembre 2010

COLLEGATO,LAVORO, AMMAZZA,PRECARI






COLLEGATO LAVORO: i precari pagano le conseguenze di una norma contro i diritti dei lavoratori


 http://www.precari.usb.it/index.php?id=20&tx_ttnews[tt_news]=22728&cHash=0983ac0eee&MP=63-629


 http://www.alvip.it/


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COLLEGATO-LAVORO: AMMAZZA-PRECARI

13 Dicembre
 Il “collegato lavoro” prevede per tutti i lavoratori, anche non precari, l’obbligo d’impugnazione nel termine di 60 giorni dai trasferimenti dei dipendenti (sede di lavoro) e dalle cessioni del rapporto di lavoro da un’azienda ad un’altra.

Per i lavoratori precari

1) Definizione di lavoro “atipico”o“precario”.
Sono tutti quei rapporti di lavoro diversi dal lavoro subordinato a tempo indeterminato. In via esemplificativa ma non esaustiva: lavoro in somministrazione (interinale), contratto di associazione in partecipazione, lavoro intermittente (anche detto “a chiamata” o “job on call”), contratto di inserimento; collaborazioni coordinate e continuative o a progetto...

2) Definizione di “licenziamento” in contratto “atipico”o“precario” .
S’intende (in modo improprio,ma sintetico) qualsiasi lettera con cui il datore di lavoro comunichi la sua volontà di cessare il rapporto di lavoro: recesso, disdetta, risoluzione ecc.

3) Definizione della decadenza“ammazza-precari” del collegato lavoro.
Si è disposto che nel termine di 60 giorni dall’entrata in vigore del collegato lavoro (dal 24.11.2010 al 23.1.2011) tutti coloro che hanno avuto negli anni e nei mesi precedenti al collegato lavoro (vale a dire in qualsiasi data fino al 24 novembre 2010 incluso) un rapporto di lavoro a tempo determinato (di qualunque tipologia) o un rapporto di lavoro diverso da quello subordinato a tempo indeterminato, del quale sospettano l’illegittimità, DEVONO inviare una lettera raccomandata di impugnazione all’azienda per la quale hanno lavorato entro e non oltre il 23 gennaio 2011. Salvaguarderanno, così, il diritto di far valere in giudizio queste illegittimità nel successivo termine assegnato dalla legge per introdurre la causa (270 giorni dall’impugnazione). E’ chiaro - ma è bene ripeterlo, a scanso di equivoci - che anche i contratti “atipici” o “precari” terminati dopo il 24 novembre 2010 devono essere impugnati, ma non entro il 23 gennaio 2011: entro – appunto – i 60 giorni dalla data della cessazione del contratto.


Le tipologie di atti e contratti che devono essere impugnati dal 24.11.2010 al 23.1.2011 (se si ritiene che il proprio contratto sia per qualche motivo illegittimo) sono le seguenti:
1° caso. Contratto a tempo determinato che è cessato in qualsiasi data fino al 23 novembre 2010
2° caso. Contratto di lavoro “atipico” o “precario” cessato senza essere accompagnato da alcuna comunicazione del datore di lavoro di avvenuta ed effettiva risoluzione del rapporto
3° caso. Contratto di lavoro “atipico” o “precario” cessato con accompagnamento di una comunicazione del datore di lavoro sull’avvenuta ed effettiva risoluzione del rapporto:

Dopo aver interrotto i termini di decadenza,CHE FARE?

Bisognerà rivolgersi al proprio legale di fiducia o da quello consigliato da un patronato sindacale, per vagliare attentamente se vi sono gli estremi per un’azione legale entro e non oltre 270 giorni dalla impugnazione.





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giovedì 16 dicembre 2010

sabato manifestazione Fiom a Mirafiori , Lavoro e libertà




Fiat: ‘Lavoro e libertà’, sabato manifestazione Fiom a Mirafiori



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Si terrà sabato, 18 dicembre, alle 9.30, alla Porta 5 di Mirafiori, la manifestazione 'Lavoro e Libertà', promossa dalla Fiom di Torino. “Vogliamo un lavoro libero - hanno affermato il responsabile auto della Fiom, Giorgio Airaudo, ed il segretario generale della Fiom di Torino, Federico Bellono, nel corso della presentazione dell’iniziativa - un lavoro che non limiti la libertà delle persone”.

Alla mobilitazione di sabato hanno aderito anche la Cgil torinese e quella del Piemonte. “La Fiom - si legge nella nota sindacale - invita tutti i cittadini a partecipare. Manifesteremo perché la trattativa riprenda, perché noi siamo disposti a lavorare, ad andare oltre i 15 turni e siamo disponibili sulla flessibilità”.

“Bisogna evitare che, - ha spiegato Bellono - dopo dieci giorni di empasse, peraltro con i lavoratori in azienda, si concluda un accordo a fabbrica chiusa. Su questa condizione - ha proseguito - abbiamo registrato una forte richiesta da parte dei lavoratori durante le assemblee della scorsa settimana”. Questi ultimi, infatti, “vogliono essere coinvolti in corso d'opera e non solo a posteriori per essere chiamati semplicemente a dire sì o no”. Lo stesso Bellono ha anche reso noto il numero delle firme raccolte alle Carrozzerie di Mirafiori per chiedere l'investimento previsto, ma senza replicare il modello Pomigliano, ossia “2.700 su circa 5.500 dipendenti complessivi”.

I due sindacalisti hanno poi commentato l’indiscrezione su un'iniziativa pro Marchionne, a favore del contratto su Mirafiori, che si dovrebbe svolgere sempre sabato al Lingotto. “Se ci sarà una manifestazione organizzata dai capi Fiat - hanno dichiarato Airaudo e Bellono - pensiamo sia legittima, ma pensiamo anche sia necessaria un'alternativa e per questo noi saremo alle 9.30 di sabato alla Porta 5 di Mirafiori”. Secondo Airaudo, inoltre, il tutto sarebbe “la ripetizione in farsa di quella del 1980, la 'marcia dei quarantamila’, che in realtà - ha concluso - è stata una tragedia, perché ha significato la sconfitta degli operai”.

Mauro Sedda







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domenica 12 dicembre 2010

Il segretario della Fiom Landini contro Marchionne e la Confindustria




Il segretario della Fiom Landini 

contro Marchionne e la Confindustria


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“Qualcuno dovrebbe spiegare a Marchionne che il contratto nazionale non è un bancomat che si usa quando si vuole. E trovo inoltre singolare che Confindustria, per parlare con Fiat, debba andare in Usa e che da lì decidano che in Italia non si applica più il contratto”. È il leader della Fiom, Maurizio Landini, a ironizzare così all’intesa tra Fiat e Confindustria per l’avvio di un contratto ad hoc sull’auto fuori da Federmeccanica, come soluzione per la vertenza sullo stabilimento di Mirafiori. Invece che mirare a “cancellare i diritti, che non è utile nè ai lavoratori nè ad una prospettiva industriale”, Fiat dovrebbe piuttosto mettere in chiaro il proprio piano industriale, al momento sconosciuto, sollecita. “In Italia nessuno lo conosce. Si è parlato di 20 miliardi ma nello specifico sul tavolo c’è, per ora, solo 1 miliardo e 700 milioni. Perchè si sottrae ad una trattativa e ad una discussione vera?”, si chiede ancora Landini. E poi, “Basta con i ricatti”, prosegue. “Prima ha voluto le deroghe, ora invece sono insufficienti”, dice ancora indicando come “il resto del sistema industriale continui invece a fare accordi e investimenti e se ci sono difficoltà non derivano dal contratto ma dalla totale mancanza di una politica industriale da parte del governo”. E poi, si chiede ancora: “davvero tutte le imprese che aderiscono a Federmeccanica condivideranno il fatto che Confindustria approvi che per le imprese Fiat non si applichi il contratto, che non valgano più le loro stesse regole?”. E la riforma del modello contrattuale, che comunque la Cgil non ha firmato? “La riforma prevedeva la riduzione del numero dei contratti. Qui ora invece si va nella direzione opposta, di un regolamento ad hoc per Fiat. Non capisco, o hanno tutti cambiato idea o addirittura anche gli accordi separati non verranno più rispettati. Ma questa strada a che serve?”, si chiede ancora.

di Gliitaliani.it

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martedì 7 dicembre 2010

Regione Lazio, prima notte sui ponteggi. "Basta precarietà, non molliamo"




Regione Lazio, prima notte sui ponteggi.
"Basta precarietà, non molliamo"


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Stanno ancora sulle impalcature le cinque donne e i due uomini rimasti sul palazzo di via Colombo dopo il blitz di ieri insieme a un centinaio di manifestanti per il lavoro e per la casa. "Non scenderemo finchè non parliamo con la presidente Polverini"

Stanno ancora sui ponteggi dopo la loro prima notte all'11° piano dei ponteggi dell'impalcatura sull'edificio della Regione Lazio. Cinque donne e due uomini, che hanno dormito a turno, alternandosi per due o tre ore ciascuno in due sacchi a pelo, riparandosi dalla pioggia e dal freddo con un grosso telo e degli impermeabili. Continua a oltranza la Roma la protesta dei precari alla Regione Lazio, che ieri ha provocato momenti di tensione e di scontro con le forze dell'ordine (FOTO)  con 17 denunce e 12 feriti, fra i due fronti. Ieri i manifestanti erano saliti sul tetto dell'edificio per poi spostarsi su un'impalcatura, dove sette di essi si trovano ancora adesso. "Non molliamo" fanno sapere al telefono, spiegano di voler rimanere ad oltranza in quella postazione, almeno fino a quando non incontreranno la presidente della giunta Renata Polverini. Intanto, all'ingresso del palazzo c'è un presidio di una ventina di persone.

Hanno mangiato dei panini e un po' di frutta calando una corda alla quale dalla strada sono state legate delle buste con dentro cibo e sigarette. Stamattina per loro è arrivata anche la colazione e il giornale.

"La Polverini  (VIDEO) non ha fatto nessuna offerta non ci ha mai incontrato" dice un precario sull'impalcatura, che stamattina ha letto attentamente i giornali, per capire l'eco mediatica della sua protesta. "Stiamo chiedendo lavoro e l'uscita dalla precarietà. La nostra - prosegue - non è violenza e da qui non ci muoviamo".

Giù in strada, al presidio, durante la notte, sono stati accesi dei falò; ci sono anche bidoni e gazebo, mentre fra la notte scorsa e stamattina diverse persone hanno portato cibo e bevande ai manifestanti in segno di solidarietà. Alcuni hanno dormito a turno in auto.

 Sempre sotto l'occhio vigile delle forze dell'ordine, che presidiano il palazzo.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/12/07/news/protesta_casa_notte_sul_tetto_della_regione-9911393/






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lunedì 6 dicembre 2010

Il rogo della Thyssen tre anni dopo, Torino ricorda

Il rogo della Thyssen tre anni dopo, Torino ricorda

Rogo Thyssen tre anni dopo. Statue con i caschetti gialli a Torino per ricordare la tragedia

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Tre anni dopo Torino ricorda la tragedia del rogo della Thyssen Krupp. Lo fa anche con un elmetto giallo su tutti i monumenti della città. Quell’incendio provocò tra il 5 e il 6 dicembre del 2007 la morte di sette operai.
L’iniziativa della commemorazione in questa forma è dell’associazione Terra del Fuoco: “Come associazione seguiamo i familiari delle vittime a tutte le udienze del processo. Non vogliamo lasciarli soli”, ha detto a Repubblica Oliviero Alotto di Terra del Fuoco.
Mercoledì 8 dicembre alle 15 in piazza Statuto ci sarà anche una manifestazione per la sicurezza sul lavoro.  Il corteo toccherà le ex concerie Fiorio di via San Donato, poi lo stabilimento Thyssen di corso Regina Margherita e si scioglierà nell’area ex grandi motori.
Il presidente della Camera Gianfranco Fini è intervenuto in merito con un articolo sul periodico “Sicurezza e Lavoro”.  Una ”tragedia assurda” che ”deve costituire un ammonimento costante per rendere più intesa e incisiva l’opera di prevenzione e la repressione di condotte illecite che pongono a rischio la sicurezza dei lavoratori”.


Tre anni fa la notte di Torino fu sconvolta dal rogo alla ThyssenKrupp, una tragedia che costò la vita a sette operai, uno morto subito, gli altri a giorni o settimane di distanza dopo un’agonia terribile anche per i familiari, gli amici e i colleghi delle vittime. In questo weekend è stato un susseguirsi di iniziative sulla sicurezza sul lavoro.

Mercoledì, festa dell’Immacolata, ci sarà un corteo ”per il lavoro sicuro, tutelato e responsabile”, con partenza da piazza Statuto, nel centro di Torino. I sindacati, inoltre, chiedono una verifica dell’accordo per i lavoratori ancora in forza alla ThyssenKrupp, una trentina, per i quali a fine anno finisce il periodo di cassa integrazione in deroga. ”Siamo – afferma la Fiom, anche a nome di Fim e Uilm – ancora in attesa di incontro, richiesto a fine novembre, con gli assessori al lavoro di Comune, Provincia e Regione per una verifica dell’accordo del 26 febbraio 2010.

Per 30 lavoratori, a meno che non si individuino ulteriori strumenti, non resta che la mobilità”. I sindacati, unitariamente, hanno inoltre firmato una lettera in cui spiegano che la richiesta di risarcimento danni alla Thyssen, in sede di costituzione di parte civile, ”è finalizzata a dare vita e finanziare progetti formativi rivolti a lavoratori e rappresentanze sindacali”. La requisitoria della pubblica accusa, infatti, si sta avviando alla conclusione e nei prossimi dieci giorni, la parola passera’ alle parti civili.




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mercoledì 1 dicembre 2010

Sciopero lavoratori Rai 10 dicembre 2010





http://www.laraisiamonoi.it/2010/11/07/sciopero-lavoratori-rai-10-dicembre-2010/
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Sciopero Generale Rai 10 dicembre 2010
Lettera al Presidente Commissione Vigilanza



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