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sabato 27 dicembre 2014

#BUONE #FESTE a #TUTTI





CANTA LA CANZONE DEL MARAMEO 
E TI PORTERA'  FORTUNA
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domenica 7 dicembre 2014

#PORTALE : #LAVORO #CREATIVO



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sabato 29 novembre 2014

Contro il Jobs Act Ricorso in Europa



In diecimila al corteo Fiom di Palermo. Landini: "Contro il Jobs act pronti al ricorso in Europa"

Anche dalla Fiom arriva la conferma che il Jobs act potrebbe essere fermato attraverso un ricorso alla Corte di giustizia europea in base alla Carta di Nizza. "Metteremo in campo qualsiasi iniziativa giuridica nei confronti dell'Europa, perché quelle regole - ha detto il leader della Fiom Maurizio Landini a Palermo nel corso del comizio di chiusura della manifestazione legata allo sciopero generale di settore - sono contro la Carta dei diritti europei, la Carta di Nizza. Stiamo valutando come procedere. Vogliamo che le leggi e le costituzioni vadano rispettate. Non ci fermiamo davanti a un provvedimento sbagliato voluto dal governo e votato dal Parlamento". Quella di Palermo è stata la quarta manifestazione nazionale - dopo Milano, Napoli e Cagliari- nell'ambito dello sciopero generale del settore contro le politiche economiche e la riforma del mercato del lavoro del governo Renzi e "contro la riduzione dei diritti, dei salari e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro".

In Sicilia dal 2008 a oggi i settori privati hanno perso 200 mila posti di lavoro e il 40 per cento delle attivita' manufatturiere sono sparite. "Oggi -ha detto Roberto Mastrosimone, segretario regionale della Fiom - la Sicilia e' in ginocchio e le politiche dei governi nazionale e regionale sono contro i giovani, i lavoratori e i disoccupati, che oggi sono scesi in piazza per chiedere un vero cambio di rotta". Il corteo con Landini in testa, si e' mosso da piazza Croci lungo via Liberta' verso piazza Verdi. Secondo gli organizzatori, vi hanno partecipato circa diecimila persone. Anche moltissimi studenti medi e universitari sono in piazza a fianco degli operai della Fincantieri, dell'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, della Keller, di Ansaldo Breda, di Accenture e della St-Microelettronics di Catania. Almeno una quindicina i pullman che hanno portato a Palermo manifestanti da varie citta' della regione. "Nella legge di stabilita' -ha continuato Mastrosimone- non c'e' un solo euro per lo sviluppo e i provvedimenti che riguardano il mercato del lavoro rendono i lavoratori piu' precari e non danno prospettive ai giovani. La misura e' colma e la politica di annunci di Crocetta non ha prodotto nessun risultato fino ad ora. Vogliamo un cambio di rotta e al governatore diciamo basta con i rimpasti e rimpastini, servono politiche di sviluppo per il rilancio della Sicilia".

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martedì 18 novembre 2014

Schiavi delle Griffe di Marca




Gli schiavi bulgari delle griffe
«Ieri sera mi ha chia­mato il mio capo per dirmi che c’era un ordine urgente da finire per Zara. Ho lavo­rato dalle 7 alle 10 di sera per la stessa tariffa dell’orario diurno e ho rice­vuto 0,50–0,60 euro all’ora. Non ho un con­tratto di lavoro e non mi ver­sano i con­tri­buti». «Pro­du­ciamo per mar­chi famosi come Zara, Levi’s e H&M. Il nostro capo ci dice con­ti­nua­mente che siamo un’azienda euro­pea che opera secondo gli stan­dard euro­pei e i livelli euro­pei di retri­bu­zione. Come sono cinici! Non voglio rischiare la mia già bassa paga e finire in mezzo a una strada. 

Quindi, pre­fe­ri­sco stare zitta e non dire nulla; mi ras­se­gno ad essere sfrut­tata e umiliata». La regione di Petrich, nella Bul­ga­ria sudo­rien­tale, è per l’industria tes­sile quasi meglio di un paese orien­tale: qui, ai mar­gini dell’Europa unita, si può pro­durre a costi più che con­te­nuti e senza nep­pure la fatica di dover tra­ver­sare mezzo mondo per vedersi reca­pi­tata la merce. Nella regione più povera d’Europa, si cal­cola che metà della popo­la­zione lavori (in fab­bri­che di grandi dimen­sioni, in scan­ti­nati o a domi­ci­lio) per conto di agenti greci che a loro volta ope­rano per conto di grandi mar­chi e distri­bu­tori. E le sto­rie che si ascol­tano sono gli sfo­ghi di chi sa di essere sfrut­tato ma non ha alternative. Una lavo­ra­trice, occu­pata da 18 anni in una fab­brica che pro­duce per Tom Tai­lor e Zara, ha rife­rito ai ricer­ca­tori della cam­pa­gna Clean Clo­thes di gua­da­gnare 179 euro netti, com­prese cin­que ore di straor­di­na­rio medie al giorno. 



Un’altra ha rac­con­tato di cucire a domi­ci­lio per­line sulle cami­cette di Benet­ton o Max Mara e di rice­vere non più di un euro e mezzo per un’ora e mezza di lavoro. Una donna slo­vacca ha spie­gato ai ricer­ca­tori che il suo sala­rio è stato ridotto da 430 euro a 330. Non si tratta di ecla­tanti ecce­zioni, bensì della nor­ma­lità in paesi che sono a pieno titolo nell’Unione euro­pea e in altri che ne hanno fatto richie­sta o riman­gono ai mar­gini. E in molti casi i com­mit­tenti sono, col solito mec­ca­ni­smo del lavoro in subap­palto, mul­ti­na­zio­nali dell’abbigliamento. Nel 2013, si legge nel dos­sier “Stit­ched Up”, che accende i riflet­tori sulle con­di­zioni di lavoro nell’industria tes­sile dell’est Europa ed è stato rea­liz­zato per conto della Com­mis­sione Ue, Bul­ga­ria, Mace­do­nia e Roma­nia hanno fatto regi­strare salari minimi infe­riori a quelli cinesi, Mol­da­via e Ucraina (prima della rivolta di piazza Mai­dan e della guerra civile nel Don­bass) sono rima­ste sotto l’Indonesia, nell’Anatolia Orien­tale i salari per i lavo­ra­tori dell’abbigliamento sono il 20 per cento al di sotto del minimo per vivere una vita appena digni­tosa. 

Tra­dotto in cifre, si va dagli 81 euro al mese mol­davi ai 129 bul­gari. Nel migliore dei casi (in Croa­zia, Slo­vac­chia e Istan­bul) i salari non supe­rano comun­que i 300 euro. Si tratta di un feno­meno che riguarda, secondo le stime dei ricer­ca­tori di Clean Clo­thes, almeno tre milioni di per­sone, che con le fami­glie arri­vano a nove milioni: solo nelle repub­bli­che ex sovie­ti­che nel set­tore tes­sile sono impie­gati 750 mila lavo­ra­tori rego­lari e 350 mila al nero. 

Quello che emerge dal dos­sier è che i paesi post-socialisti fun­zio­nano come bacino di lavoro a buon mer­cato per i mar­chi e i distri­bu­tori occi­den­tali della moda. A essere impie­gate sono nella stra­grande mag­gio­ranza donne (in Tur­chia addi­rit­tura il 90 per cento) che, come rac­conta una ricer­ca­trice geor­giana, «sono retri­buite per quan­tità di pro­dotto rea­liz­zato e le loro paghe non supe­rano i 104–124 euro al mese», men­tre gli uomini lavo­rano «pre­va­len­te­mente nel taglio e nella logi­stica e hanno un sala­rio fisso di 124–145 euro mensili». 

L’obiettivo della cam­pa­gna Clean Clo­thes è arri­vare a otte­nere almeno il 60 per cento del sala­rio medio nazio­nale. Ma al momento si tratta di una chi­mera, sia per la man­canza di una legi­sla­zione comune, nei paesi che ade­ri­scono all’Ue, sia per l’assenza totale di pro­te­zione legale in Paesi come la Geor­gia, sia per la dere­gu­la­tion con­trat­tuale e per la dif­fi­coltà di con­trol­lare la filiera pro­dut­tiva, cosa che con­sente a padroni e padron­cini di com­por­tarsi nel modo in cui viene rac­con­tato da una lavo­ra­trice rumena con ven­ti­cin­que anni di ser­vi­zio: «Rag­giungo a mala­pena il minimo sala­riale, c’è stato un mese in cui non ce l’ho fatta nep­pure lavo­rando di sabato. Se dico al capo che qual­che volta non rag­giungo il minimo se non vengo a lavo­rare di sabato, lui mi risponde: “E allora vieni di sabato”». 

La con­clu­sione del gruppo di ricerca è in con­tro­ten­denza rispetto a quanto il buon­senso potrebbe sug­ge­rire: a que­ste con­di­zioni è meglio la disoc­cu­pa­zione, per­ché «forme di occu­pa­zione con livelli retri­bu­tivi ecces­si­va­mente bassi creano povertà anzi­ché com­bat­terla». Anche per­ché a gua­da­gnarci, in que­sti anni, sono state solo le mul­ti­na­zio­nali che hanno spo­stato la pro­du­zione dove il lavoro costa meno, i sin­da­cati sono più deboli e i con­trolli meno strin­genti. I ricer­ca­tori met­tono in evi­denza come i più noti mar­chi della moda siano riu­sciti a gua­da­gnare dalla crisi eco­no­mica. I pro­fitti per le big com­pa­nies sono schiz­zati alle stelle: dagli 11,8 miliardi di fat­tu­rato del 2008 ai 16,98 del 2013 per H&M; da 10,41 miliardi del 2008 a 16,72 per Adi­das, i cui lavo­ra­tori rice­vono nove euro al giorno (per dieci ore di lavoro) in Bosnia e cin­que (per otto ore di lavoro) in Geor­gia.

 Molti, per poter soprav­vi­vere, sono costretti a fare anche un secondo lavoro oppure a dedi­carsi all’agricoltura di sussistenza. Ci sono poi alcuni “casi di stu­dio”. Fra il mag­gio 2013 e il gen­naio 2014 sono state inter­vi­state 40 lavo­ra­trici in diverse aziende croate e tur­che che pro­du­cono vestia­rio per conto del mar­chio Hugo Boss. Le denunce riguar­dano i salari da fame, l’abuso degli straor­di­nari, la libertà di asso­cia­zione negata e l’assenza di con­trat­ta­zione col­let­tiva, la repres­sione dell’attività sin­da­cale, con mole­stie, atti inti­mi­da­tori e ten­ta­tivi di cor­ru­zione, l’obbligo per le donne di non avere gra­vi­danze. I ricer­ca­tori sono andati nella città turca di Bat­man, dove esi­ste un sistema di sub­for­ni­tura simile a quello bul­garo di Petrich. In un pic­colo labo­ra­to­rio che impiega una ven­tina di donne kurde e alcune siriane hanno sco­perto con­di­zioni di lavoro al limite della schia­vitù: dalle 9 di mat­tina fino a mez­za­notte, senza straor­di­nari e, in caso di ordini urgenti, fino al mat­tino suc­ces­sivo. Al nero e per 130 euro al mese. Gli ospe­dali, in caso di inter­venti gravi, chie­dono il paga­mento della pre­sta­zione. Le lavo­ra­trici la pren­dono con filo­so­fia: «Cer­chiamo di non ammalarci».

CAMPAGNA

http://www.cleanclothes.org/


Angelo Mastrandrea - il manifesto
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sabato 15 novembre 2014

BLOG DI CIPIRI: IO NON LAVORO GRATIS PER EXPO

IO NON LAVORO GRATIS PER EXPO


IO NON LAVORO GRATIS PER EXPO

se vuoi copia e diffondi questi loghi



Andiamo a scuola e all’università tutti i giorni. Tutti i giorni proviamo ad impegnarci nello studio, nel seguire le lezioni, nell’imparare, nel chiedere e cercare cultura.

Tutti i giorni andiamo a scuola con l’obiettivo di iscriverci all’università e avere un buon lavoro dove guadagnare abbastanza per vivere.

Abbiamo le stesse intenzioni che bene o male avevano i nostri genitori.

Le loro intenzioni, però, sono diventate per noi illusioni....
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venerdì 14 novembre 2014

BLOG DI CIPIRI: SCIOPERO SOCIALE : #SCIOPEROSOCIALE

SCIOPERO SOCIALE : #SCIOPEROSOCIALE



#SCIOPERIAMOEXPO – ANCHE A MILANO INCROCIAMO LE BRACCIA, INCROCIAMO LE LOTTE.

Laboratorio Milanese

Venerdì 14 novembre sciopero sociale precario nazionale per fermare Jobs Act, austerità, piano casa, legge di Stabilità, decreto Sblocca Italia, contro “la ‘Buona Scuola’ di Renzi e l’entrata dei privati nei luoghi della formazione”.



A Milano l’opposizione sociale organizza la protesta lanciando l’appello #‎ScioperiamoExpo: il mega-evento finanziato con miliardi sottratti alla risorse collettive, sostenuto da manodopera gratuita, sottopagata e sfruttata...
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Perché #SCIOPERIAMOEXPO?

La sintesi del nuovo modello di società che ci aspetta si regge su tre pilastri: debito, cemento e precarietà in quantità sempre crescenti, e di questo Expo e le grandi opere diventano volano e simbolo, attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche per profitti privati.

Quartieri militarizzati per proteggere i cantieri; risorse, territorio, diritti sacrificati alle logiche del megaevento; lavoro gratuito spacciato per opportunità; una città sempre più vetrina, tra sgomberi, speculazioni e spartizioni; mafie che proliferano; dispositivi di governo del territorio e procedure speciali che diventano norma e modello su scala più ampia; corporations del biotech, OGM e marchi globali del cibo spazzatura, grande distribuzione e Eataly, questa la tragicomica marmellata con cui nutrire il Pianeta; numeri sparati a caso su benefici, turisti, biglietti venduti a fronte della concreta realtà di tagli, tasse e beni comuni scippati o privatizzati.

Perchè scioperiamo Expo?

1. Perché dei 70’000 posti di lavoro promessi, ne sono stati attivati quasi 1’000, compresi gli stage formativi. Non è stato in alcun modo preso in considerazione il contratto a tempo indeterminato e svuotato quello a termine dei suoi diritti (impossibilità di scioperare per tutta la durata dell’esposizione che coincide con i mesi di presidenza italiana dell’Unione Europea). Sfruttando il contesto della crisi viene proposto il precariato come unica via per l’ eccezionalità dell’ evento anche oltre la durata dello stesso.

2. Perché avrebbero dovuto essere impiegati 18’500 volontari solo per la gestione del sito di Expo, poi ridotti a 7’000, anche se non si sa chi svolgerà il lavoro delle 10’000 persone che sono state giudicate non necessarie. Sicuramente non sono stati diminuiti i numeri dei volontari per aumentare quello dei lavoratori a contratto. La campagna di reclutamento di giovani è basata sul concetto dell’ ampliamento del curriculum e delle capacità lavorative e ha come fine il rendere possibile la “conoscenza e fruizione del patrimonio sociale, culturale e civile della città ospitante” da parte dell’ affluenza di stranieri.

3. Perché Expo nella sua globalità costerà 1,3 miliardi di soldi pubblici, che arriveranno a 10 miliardi se consideriamo autostrade (pedemontana) e opere collegate (vie d’acqua), oltre alla manutenzione della stessa città.

4. Per la corruzione presente negli alti ranghi dirigenziali di Expo spa che ha dato il via ad una ventina di arresti per tangenti e alla segnalazione di più di 40 imprese implicate con mafia.

5. Per la gestione emergenziale dell’ evento a discapito dei diritti, tra cui la possibilità di muoversi al di fuori dei protocolli sindacali e la possibilità per i paesi stranieri di non rispettare la legislazione italiana all’ interno dei padiglioni.

6. Per l’uso del Commissario unico, con poteri speciali (che possono eludere la normale legislazione giocando sullo stato di emergenza) alla sovraintendenza del mega-evento. Una delle politiche al centro del decreto “sblocca Italia” di Renzi.

8. Perché la retorica del’Esposizione esalta il modello del successo e dell’iniziativa individuale rappresentato da start-up, microimprese e sacrifici. Salario, diritti e dimensione collettiva non sono più elementi costitutivi del lavoro.

9. Perché anche questo megaevento diventa canale comunicativo per riaffermare la dicotomia di genere, funzionale ad un sistema di crisi. Si normalizzano corpi, identità, favolosità, al solo scopo di creare fette di mercato “pink”, invece che decostruire ruoli ed identità statiche.

10. Perché dietro lo slogan vuoto “nutrire il pianeta” si confermano quelle politiche agroalimentari che negano accesso al cibo e all’acqua, impongono modelli alimentari utili solo alle multinazionali, tra i primi sponsor dei sei mesi dell’evento Expo 2015.


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lunedì 10 novembre 2014

SCIOPERO GENERALE il 14 novembre 2014



LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO RENZI È UN INCUBO PER LAVORATORI, DISOCCUPATI E PENSIONATI E UN SOGNO REALIZZATO PER IL PADRONATO.

Jobs act = Bad jobs - Piano per il lavoro ovvero lavori inesistenti o scadenti.

Il governo vende un piano per il lavoro che non avrà effetti sul piano occupazionale ma produrrà solo più precarietà e cancellerà le residue tutele. In contemporanea, la legge di stabilita 2015 taglia di 15 miliardi di spesa pubblica riducendo ancor più occupazione, servizi e redditi dei ceti popolari. 

Milano, L.go Cairoli ore 9,30.

Roma, Piazza Della Repubblica ore 9,30

Torino, Piazza Arbarello ore 10,00

Firenze, Piazza Puccini ore 9,30

Palermo, Piazza Politeama ore 9,30

Il governo realizza invece il sogno dei padroni: lavoratori sempre più asserviti e meno tasse; questa volta si vedono cancellati i contributi per tre anni ai nuovi assunti e ridotta di 6,5 miliardi l’irap.

La disoccupazione è e resterà alta e altissima quella giovanile, perché è in crisi il modello di sviluppo basato sugli interessi del capitale, e perché gli investimenti pubblici da tempo sono in caduta libera.

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http://cipiri5.blogspot.it/2014/11/sciopero-generale-il-14-novembre-al.html



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Venerdì 14 novembre sciopero sociale precario nazionale per fermare Jobs Act, austerità, piano casa, legge di Stabilità, decreto Sblocca Italia, contro “la ‘Buona Scuola’ di Renzi e l’entrata dei privati nei luoghi della formazione”.

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