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lunedì 12 dicembre 2016

Robot Rubano Posti di Lavoro



I più colpiti sono i lavori d'ufficio, i compiti di ragionieri, commercialisti e simili, la cui esistenza rischia di essere resa inutile dal progresso di computer e intelligenza artificiale

 Nei prossimi anni i robot potrebbero far scomparire 15 milioni di posti di lavoro in Gran Bretagna, quasi la metà del totale. Il monito viene da Mark Carney, governatore della Banca d'Inghilterra, in un discorso che ha fatto ieri sera a un convegno organizzato dalla Liverpool University. Molti lavori oggi fatti da esseri umani potrebbero venire automatizzati grazie alla rivoluzione tecnologica e digitale: i più direttamente minacciati, afferma Carney, sono i posti nel settore amministrativo, i lavori d'ufficio, i compiti di ragionieri, commercialisti e simili, la cui esistenza rischia di essere resa inutile dal progresso
 di computer e intelligenza artificiale.



"La nuova età delle macchine potrebbe avere effetti devastanti per la forza lavoro", ha detto il governatore della banca centrale inglese. "Ogni rivoluzione tecnologica distrugge spietatamente posti di lavoro, e di conseguenza vite e identità, prima che emergano nuove occupazioni. "E' accaduto con la fine dell'economia agricola e l'emergere della rivoluzione industriale, si è ripetuto quando l'economia dei servizi ha eclissato quella manifatturiera, e ora è probabile che il fenomeno si ripeta colpendo classe lavoratrice e classe media".



In un precedente studio sull'argomento, Andy Haldane, capo economista della Banca d'Inghilterra, aveva a sua volta avvertito che l'automazione minaccia gran parte dell'odierna forza lavoro, citando tuttavia parrucchieri, baby-sitter e badanti come i mestieri a basso reddito considerati più sicuri di continuare a esistere anche dopo la nuova rivoluzione tecnologica del nostro tempo.



Nel suo discorso all'università di Liverpool, Carney ha criticato inoltre il "decennio perduto" 2007-2017, in cui per la prima volta dal 1860 il valore dei salari nel Regno Unito in termini reali è sceso anziché aumentare, un fenomeno che "nessuno che vive oggi aveva mai conosciuto prima d'ora" e che ha generato scontento, pessimismo, proteste contro la globalizzazione. Tra i più colpiti, secondo il governatore, i "millennials", i giovani nati a cavallo del nuovo millennio: i ventenni di oggi, ha indicato, guadagnano 8 mila sterline l'anno meno di quelli della generazione precedente. E con l'avvento della "età delle macchine" sarà una parte sempre più ampia della popolazione a fare un passo indietro. 
Prendere contro misure, è sottinteso nel suo intervento, sarà assolutamente necessario, per evitare scossoni politici come quelli di questo 2016.

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SOSTITUISCONO L'UOMO NEL LAVORO

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850 morti bianche da gennaio a ottobre 2016


Infortuni sul lavoro
Un guerra silenziosa: 850 morti in 10 mesi e senza l'uso di armi se non il capitale.

EMILIA ROMAGNA, VENETO E LOMBARDIA SONO LE REGIONI CHE CONDUCONO LA TRAGICA CLASSIFICA DEGLI INCIDENTI MORTALI SUL LAVORO REGISTRANDO RISPETTIVAMENTE 77, 72 E 66 VITTIME.

Continua il dramma delle morti bianche in Italia come si evince dall’ultima analisi condotta dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro di Vega Engineering sulla base di dati INAIL: sono infatti 632 gli infortuni mortali avvenuti in occasione di lavoro e 218 quelli accaduti in itinere da Gennaio ad Ottobre 2016.

Unico dato confortante è il decremento della mortalità pari al 13,3% (97 casi) rispetto all’anno precedente, il 2015, che contava, nello stesso periodo, 
729 casi di incidenti mortali in occasione di lavoro.

Da un punto di vista regionale, l’Emilia Romagna continua ad essere in prima posizione nella triste graduatoria delle morti bianche con 77 decessi, seguita dal Veneto con 72 vittime e dalla Lombardia con 66 incidenti mortali.
La Valle d’Aosta continua a rappresentare l’eccezione con alcun caso registrato.

Il Sud Italia risulta essere la macro area più colpita dal dramma delle morti bianche con 138 vittime e un indice di incidenza sugli occupati pari al 40,2%, 
seguito dal Nord Est con 104 casi (34%).

Vercelli guida invece la classifica provinciale per casi totali di infortuni mortali sul lavoro con un totale di 31 vittime registrate, seguita da Trento e Monza Brianza (19 casi).

Il settore economico delle costruzioni conta il maggior numero di morti (96 pari al 15,2% del totale dei casi di morte in occasione di lavoro), seguito dalle attività manifatturiere con 84 decessi (pari al 13,3% del totale) e dal settore del trasporto 
e magazzinaggio (77 casi pari al 12,2%).

Nel periodo considerato si calcolano inoltre 97 stranieri deceduti (il 15,3% del totale) e 42 donne. Il 32,9% di tutte le morti rilevate in occasione di lavoro è rappresentato dalla fascia d’età compresa tra i 45 e i 54 anni, tuttavia l’incidenza più elevata della mortalità rispetto alla popolazione lavorativa, coinvolge gli ultra sessantacinquenni.


Ci auguriamo che il comunicato e le tabelle statistiche possano diventare un utile strumento di lavoro per Voi e possano contribuire a diffondere la cultura della sicurezza sul lavoro.

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giovedì 1 dicembre 2016

Nuovi Poveri Italiani




Non più solo disoccupati, anziani o famiglie numerose: oggi vivono al di sotto della soglia di povertà anche i lavoratori, le famiglie non necessariamente numerose, i giovani. È quanto emerge dal rapporto per il 2016 su povertà ed esclusione sociale in Italia intitolato Vasi comunicanti, pubblicato il 17 ottobre dalla Caritas italiana.

Un quadro cambiato negli ultimi anni, spiega il rapporto che, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat e riferiti al 2015, vede un milione e 582mila famiglie in povertà assoluta, cioè più di 4,5 milioni di individui. “Si tratta del numero più alto dal 2005”, spiega il rapporto Caritas. “E si tratta, parlando di povertà assoluta, della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quel paniere di beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Dal 2007, anno che anticipa l’inizio della crisi economica, la percentuale di persone povere è più che raddoppiata, passando dal 3,1 per cento al 7,6 per cento. La crescita è stata continua, con l’unica eccezione registrata nel 2014, illusoria rispetto a un’inversione di tendenza”.

Anche se mutato, il contesto nazionale vede ancora una volta il Mezzogiorno vivere la situazione più difficile con l’incidenza più alta sia sugli individui (10 per cento) sia sulle famiglie (9,1 per cento). E, proprio al sud, dove vive il 34,4 per cento dei residenti in Italia, si concentra il 45,3 per cento dei poveri di tutta la nazione. Ad aggravare il quadro ci sono i dati forniti dalla Svimez (l’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno), che parlano di 576mila posti di lavoro persi dal 2008 nel meridione: il 70 per cento delle perdite di tutta Italia, mentre i livelli occupazionali risultano i più bassi registrati dal 1977.

Ma non è solo il sud Italia a peggiorare. “Nel corso del tempo anche aree del centro e del nord hanno vissuto un vistoso peggioramento dei propri livelli di benessere, in modo particolare se paragonati agli anni antecedenti la crisi economica. In soli otto anni anche in queste zone è raddoppiata la percentuale di poveri”.

Cade dopo diversi anni, così, quello che era definito il “modello italiano” di una povertà con connotati circoscritti. “Oggi accanto ad alcune situazioni che rimangono stabili, irrisolte e in molti casi aggravate, si evidenziano alcuni elementi inediti e in controtendenza”, continua il rapporto Caritas. “Sul fronte dell’occupazione, le famiglie maggiormente sfavorite sono quelle la cui la persona di riferimento è in cerca di un’occupazione (tra loro la percentuale di poveri sale al 19,8 per cento). È netto, anche per questi casi, il peggioramento rispetto al periodo precedente alla crisi (si è passati da un’incidenza del 7 al 19,8 per cento). Accanto a tali situazioni negli ultimi anni sembrano aggravarsi le difficoltà di chi può contare su un’occupazione, i cosiddetti working poor, magari sotto occupati o a bassa remunerazione. Tra loro particolarmente preoccupante è la situazione delle famiglie di operai, per le quali la povertà sale all’11,7 per cento. Al di sotto della media, invece, è il livello di disagio delle famiglie di ritirati dal lavoro”.

Gli anziani come risorsa
Altro punto di rottura con il passato è l’età delle persone che vivono in povertà assoluta. “Oggi i dati Istat descrivono una povertà che potrebbe definirsi inversamente proporzionale all’età, con la prima che tende a diminuire all’aumentare di quest’ultima. Se si analizzano i dati disaggregati per classi di età si nota come l’incidenza più alta si registra proprio tra i minori, sotto i 18 anni, seguita dalla classe 18-34 anni; al contrario chi ha più di 65 anni, diversamente da quanto accadeva meno di un decennio fa, si attesta su livelli contenuti di disagio”.

Degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, infatti, il 46,6 per cento risulta sotto i 34 anni; in termini assoluti si tratta di 2,1 milioni di individui, e tra loro i minori sono 1,1 milioni. “Gli anziani dunque sono coloro che mediamente sembrano aver risposto meglio a questi anni difficili”, continua il rapporto. “Il tutto probabilmente è ascrivibile sia alle tutele del sistema pensionistico sia al bene casa. Al contrario la persistente crisi del lavoro ha penalizzato giovani e giovanissimi in cerca di una prima o nuova occupazione e gli adulti rimasti senza un impiego. E la mancanza di un lavoro, è doveroso ricordarlo, può rappresentare un elemento di forte rischio sociale specie se cumulato con altre forme di disagio”.

Altra novità, infine, riguarda le tipologie familiari. La povertà assoluta, infatti, raggiunge livelli molto elevati tra le famiglie numerose con cinque o più componenti, specie se al suo interno ci sono tre o più figli minori. “Registrano un forte peggioramento i nuclei composti da quattro componenti, in particolare le coppie con due figli. Quindi, se in passato costituiva un elemento di rischio la presenza di almeno tre figli, oggi si palesano in tutta la loro gravità anche le difficoltà dei nuclei meno numerosi”.


Povertà, dati Ocse:
 “In Italia indigenti un bambino su 5 e un lavoratore su 9. Più disuguaglianze sociali dopo la crisi”

L'aggiornamento dell'Organizzazione della cooperazione e lo sviluppo sullo stato di salute dei Paesi europei. "I frutti della ripresa non sono stati condivisi", è il verdetto. Peggio di noi sta la Spagna. In Francia la tendenza è al miglioramento, mentre in Germania gli squilibri hanno registrato un graduale rialzo. Osservatorio sulla vulnerabilità: "Tre italiani su cinque hanno problemi economici"

Un bambino su 5 è indigente. E lo è anche un lavoratore su 9. Sono gli ultimi aggiornamenti dell’Ocse sulle disuguaglianze di reddito in Italia. La fotografia, in linea con i dati dell’ultimo rapporto Caritas, è quella di un Paese in cui crescono le disuguaglianze sociali e la povertà. In generale “dopo sette anni, le disuguaglianze nel reddito siano rimaste storicamente alte” per la mancata distribuzione dei “frutti della ripresa”, scrivono gli analisti dell’organizazione. Dati alla mano il coefficiente Gini (indicatore che misura le disuguaglianze) è passato dallo 0,313 del 2017, nella fase precedente alla crisi, a 0,325 nel 2014. Il picco, 0,331, è stato toccato nel 2012.

Andando al tasso di povertà relativa, in Italia è passato dall’11,9% del 2007 al 13,1% del 2012, salendo poi ulteriormente al 13,3% del 2014, segno della difficoltà delle famiglie a risollevarsi dopo la crisi. A pagarne il prezzo più alto i bambini: nel 2014 è povero quasi un minore su 5, il 17,7%. Quanto alle altre categorie è povero il 16% dei giovani tra i 18-25 anni, il 13% degli adulti; il 9,3% degli anziani e l’11,5% dei lavoratori. Da segnalare che però il tasso di povertà ancorato al 2005 si è attestato al 15,6% nel 2014 contro il 7,2% della Francia. l’8,6% della Germania e l’11,9% della Gran Bretagna. Rialzo drammatico della povertà in Spagna: era al 23,4% nel 2014, contro il 14,2 del 2007. Il tasso di povertà dell’intera area Ocse “ancorato” al 2005 risulta invece al 10%.

Quanto alle disuguaglianze, la situazione non è omogenea. In Francia l’indice è tornato ai livelli pre-crisi (da 0,295 a 0,297) dopo il picco di 0,308 del 2012. In Germania le disuguaglianze hanno segnato un graduale rialzo 0,285 nel 2007, 0,289 nel 2012 e 0,292 nel 2014. Peggio dell’Italia sta però la Spagna passata da 0,324 a 0,335 fino a 0,346 negli anni 2007, 2012 e 2014. Non brilla la media Ocse: 0,317 pre-crisi, 0,316 nel 2012, 0,318 nel 2014. Segno che nell’area “i frutti della ripresa non sono stati condivisi”, si legge nel rapporto.


Sempre giovedì l’Università degli Studi di Milano e l’istituto di ricerca Eumetra hanno diffuso i risultati dell’Osservatorio sulla vulnerabilità economica delle famiglie italiane, secondo cui sebbene, quest’anno “l’indice di vulnerabilità economica delle famiglie sia diminuito del 13% rispetto al 2013”, ancora “tre italiani su cinque hanno problemi economici”. Faticano ad arrivare a fine mese “il 61,3% delle famiglie: il 40,1% con alcune difficoltà, il 13,3% con molte e il 7,9% proprio non ce la fa”.

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sabato 12 novembre 2016

Ti Pago con 5 Voucher e il resto in nero


L'operaio: «O accettavo o sarei rimasto senza lavoro»
Ecco la storia di un operaio edile di Carrara: ha accettato di lavorare a voucher con la promessa che sarebbe stato solo un periodo di prova e che poi sarebbe arrivato un contratto.
«Non avevo scelta: o accettavo o mi sarei ritrovato senza lavoro». Mauro (nome di fantasia) non distoglie mai lo sguardo dalla scrivania quando parla. Porta scarponi antinfortunistici imbiancati dal cemento e un gilet da lavoro fradicio per la pioggia. Operaio edile di Carrara, a 62 anni ha accettato di lavorare a voucher con la promessa che sarebbe stato solo un periodo di prova e che poi sarebbe arrivato un contrattino. «Tutte balle! Ma al sapev (lo sapevo)», dice. «All’inizio mi pagavano tutte le ore con i buoni - racconta - poi un giorno il datore di lavoro mi ha preso da parte e mi ha detto: “Guarda facciamo che ora ti diamo qualche voucher e poi il resto al nero, ok?”». E ha accettato. Non poteva fare altro. Per tre mesi ha lavorato come un dipendente qualsiasi: cinque giorni a settimana, otto, anche nove, ore al giorno. E a fine mese arrivava lo stipendio. Circa 1.200 euro, di cui solo 200 in voucher. Il resto in nero.
Aumentano i voucher in edilizia. È il mondo dell’edilizia in Toscana oggi. Quel mondo di visi rigati dal sole e dal freddo, di mani crepate dal calcestruzzo. Su e giù per le impalcature pensando al dieci del mese. Un lavoro infame, di rinunce e fatiche accettate sempre con la compensazione di una sicurezza. Che adesso, però, non c’è più. Lo dicono i dati elaborati dalla Filcams Cgil sulla base dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, secondo cui, non solo nell’ultimo anno la vendita di voucher in Toscana ha avuto una crescita esponenziale maggiore rispetto alla media nazionale - è salita del 78%, 12 punti percentuali in più rispetto alla media italiana - ma una buona fetta la prende proprio l’edilizia. Solo il 2,1% dei voucher venduti nel 2015 infatti sono stati impiegati nell’agricoltura - il settore per cui erano stati concepiti in origine - il 16,5% nel turismo, il 14,8% nel commercio, l’11,2% nei servizi. E ancora: il 4,6% nei lavori domestici, il 3,6% nel giardinaggio e pulizia, il 3,5% nelle manifestazioni sportive. 
E infine il 43,6% in «altre attività», di cui la maggior parte 
- si legge nel dossier - proprio nell’edilizia.


Ma è quasi tutto lavoro nero. Ma questa poi è solo la punta dell’iceberg del precariato. I voucher sono spesso solo lo specchietto per le allodole dietro cui nascondere il lavoro nero. «Ero rimasto senza lavoro e ho accettato i voucher perché mi hanno detto che sarebbe stato per un breve periodo», racconta un altro operaio di Massa di 28 anni. Anche lui preferisce l’anonimato («perché poi chi lo ritrova un lavoro», dice). «E invece - continua - hanno iniziato a pagarmi solo due giorni alla settimana con i voucher e gli altri tre al nero. Sono andato avanti un anno così. Poi mi sono fatto coraggio e ho detto al mio datore di lavoro che non era giusto. E lui mi ha detto: “Se non ti va bene, vattene”. E alla fine sono stato costretto ad andarmene».
La storia dei voucher. E pensare che i voucher sono nati nel 2003 proprio, diceva il governo di allora, per contenere il lavoro nero. Doveva essere utilizzato solo in casi davvero marginali, per lavori occasionali come vendemmie, ripetizioni, lavori di giardinaggio, pulizie. Il governo Berlusconi del 2008 ampliò la platea dei voucheristi tirando dentro anche «i percettori di prestazioni integrative del salario o con sostegno al reddito». Con la rifoma Fornero poi altra botta: la possibilità di usare i buoni è stata estesa a tutti i settori. Con un solo limite: quello di 2mila euro di reddito annuo percepibile dal lavoratore da ciascun committente. E infine il Jobs Act che ha alzato il tetto massimo di reddito annuo percepibile da 5mila 7mila.
Il risultato? I voucher oggi vengono usati ovunque, anche negli uffici pubblici e hanno ottenuto giusto l’effetto contrario di quello che volevano ottenere: l’aumento del nero. «Noi ci siamo opposti da subito all’uso dei voucher - commenta Giulia Bartoli, segretaria regionale della Fillea Cgil -, ma soprattutto crediamo che sia inconcepibile che vengano utilizzati in un settore come quello dell’edilizia. Un lavoro a rischio, dove vengono costruite case, messe in sicurezza scuole, asfaltate strade. Che poi è difficile che sia occasionale».
I controlli. Fino a un mese fa il datore di lavoro aveva 30 giorni di tempo per comunicare all’Inps i dati del lavoratore. Eludere i controlli era facile. «Se fosse venuto l’ispettorato del lavoro - racconta Mauro - dovevamo dire che era il primo giorno che lavoravamo. Ma alla fine non è mai venuto». Il punto è proprio questo. «Mancano i controlli, l’ispettorato del lavoro è all’osso», spiega Franco Silvestri della Fillea Cgil di Massa-Carrara. Da un mese le regole sono cambiate: il datore deve comunicare tutto un’ora prima. «Ma non funzionerà nemmeno così», commenta Michela Poletti, legale della Cgil. I voucher, dice lei, «sono uno strumento che si presta a essere utilizzato da un imprenditore che vuole usare il lavoro nero. Ci sono mille modi poi per giustificare la presenza di

un lavoratore in un luogo di lavoro».

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ECCO LE REGOLE DEI VAUCHER

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sabato 29 ottobre 2016

OFFERTE DI LAVORO LIDL


LIDL Lavora con noi: come candidarsi, consigli utili
Vi piacerebbe lavorare con LIDL?
Sono numerose le opportunità di lavoro presso l’azienda leader della GDO.

Sono diverse le selezioni in corso per assunzioni nei supermercati che in sede. 
Ecco come candidarsi alle offerte di lavoro Lidl. 
Vi diamo anche alcuni 
consigli utili sull’ambiente lavorativo e le carriere.

IL GRUPPO

LIDL Stiftung & Co KG è un’azienda tedesca tra le maggiori attive nel settore della GDO – Grande Distribuzione Organizzata. Fa parte del gruppo multinazionale Schwarz, leader in Europa nel settore della vendita al dettaglio di prodotti alimentari. Fondata nel 1930, la compagnia è presente oggi con una catena di discount che vanta ben 16mila punti vendita distribuiti in vari Paesi del mondo. Conta oltre 170mila dipendenti. Il brand è particolarmente attivo anche nel nostro paese con Lidl Italia Srl. La 
società italiana del Gruppo è presente con più di 580 discount e oltre 9.700 collaboratori.

OFFERTE DI LAVORO LIDL

LIDL Italia offre interessanti opportunità di lavoro nelle aree Vendite, Acquisti, Immobiliare, Logistica, Direzione Generale, Progetti di formazione, Amministrazione e Risorse Umane. Si ricerca personale per assunzioni in Veneto, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Puglia, Umbria, Sicilia, Sardegna, Liguria e presso altre sedi su tutto il territorio nazionale. La ricerca è rivolta generalmente a laureati, diplomati e studenti. Si cercano persone con e senza esperienza, in base al ruolo, con buone competenze informatiche. I candidati selezionati potranno lavorare nei negozi e in sede.

Ecco un elenco delle ricerche in corso in questo periodo:

PROFESSIONISTI CON ESPERIENZA

– Real Estate Development Manager – Lombardia, Lazio, Toscana, Sardegna, Piemonte, Liguria;
– Responsabile Regionale Flusso Merci – Anagni (Frosinone), Arcole (Verona), Misterbianco (Catania), Molfetta (Bari), Pontedera (Pisa), Somaglia (Lodi);
– Capo Area / Area Manager – tutta Italia;
– Responsabile Tecnico – sud Italia;
– Warehouse Coordinator – Somaglia (LO) o Biandrate (NO);
– Responsabile Manutenzione e Sicurezza Magazzino, Direzione Regionale – Massa Lombarda;
– Facility Manager – tutta Italia;
– Responsabile di Filiale – Regione Puglia, Campania, Mestre, Marche, Romagna;
– Junior Real Estate Developer – tutta Italia;
– Tecnico Manutentore Magazzino Logistico, Direzione Regionale – Biandrate (NO);

FIGURE CHE LAVORANO NEI PUNTI VENDITA

– Addetto Vendite – Parabita (Lecce), Casoria (Napoli), Strambino (Torino), Ruffano (Lecce), Massafra (Taranto);
– Commesso specializzato – Varese, Acqui Terme (AL), Olgiate Olona (VA), Bresso (MI), Pescara;
– Capo Filiale / Store Manager – Cuneo, Torino, Savona, San Salvo (Chieti).

OPPORTUNITA’ PER GIOVANI NEOLAUREATI, DIPLOMATI E STUDENTI

Lidl offre interessanti programmi di inserimento, formazione e lavoro a neolaureati e giovani talenti interessati ad intraprendere una carriera in ambito retail. Ecco i progetti disponibili:

GENERAZIONE TALENTI
Si ricercano neolaureati con ottima padronanza della lingua inglese e, preferibilmente, conoscenza della lingua tedesca. Le risorse saranno inserite in un percorso formativo della durata di 12 mesi. Lo stesso prevede 6 mesi all’interno dei punti vendita del brand, e 6 mesi di training on the job nelle vendite. Di questi 3 mesi negli uffici vendite e altri 3 mesi in affiancamento al Capo Area. L’azienda offrirà ai partecipanti anche formazione tecnica nelle vendite e corsi di soft skills. L’inserimento avverrà con iniziale contratto a tempo determinato, della durata di un anno, con concrete possibilità di assunzione definitiva in azienda.

INTERNATIONAL TRAINEE
Periodicamente, si ricercano giovani con un buon percorso di studi, in possesso della padronanza della lingua inglese e di una buona conoscenza del tedesco. Gli stessi vengono assunti nell’ambito di un progetto formativo che si svolge parte in Italia e parte in Germania. Il percorso dura 24 mesi. Le attività formative sono articolate in 9 mesi nelle Vendite, 6 mesi in Direzione Generale, 6 mesi in Germania (3 mesi di corso intensivo di tedesco e 3 mesi di formazione), e 3 mesi in Direzione Generale in uno dei reparti per iniziare il percorso d’inserimento al ruolo. La prossima edizione del progetto partirà ad ottobre 2016.

LAUREA TRIENNALE LIDL
Vi ricordiamo che il Gruppo seleziona, periodicamente,  anche diplomati e neodiplomati, con ottima padronanza della lingua tedesca e buona conoscenza di quella inglese, interessati a conseguire una laurea triennale, riconosciuta a livello internazionale, e ad intraprendere un percorso professionale in azienda. Lidl, infatti, in collaborazione con varie Università, offre un percorso di studi della durata di 3 anni. I primi 2 si svolgono in Germania, a Heilbronn per chi sceglie l’indirizzo Commercio dei Beni di Consumo, e a Mosbach per coloro che optano per il Commercio Internazionale. Un anno si trascorre in Italia. Quest’ultimo è articolato in attività formative in aula e moduli pratici di training on the job. Durante tutto il programma i candidati selezionati riceveranno un regolare stipendio mensile. Durante i periodi di 
formazione pratica, l’azienda si farà carico anche delle spese di alloggio. La prossima edizione del programma partirà ad ottobre 2016.

Durante tutto l’anno, inoltre, Lidl raccoglie le candidature di giovani in possesso della conoscenza della lingua tedesca, da avviare alla carriera di Junior Buyer. L’inserimento in azienda avviene mediante un iniziale periodo di formazione, per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie per la posizione.

RECRUITMENT DAY

Durante tutto l’anno Lidl partecipa ad eventi e career day presso università. Durante queste iniziative i candidati hanno la possibilità di conoscere direttamente i responsabili delle Risorse Umane. Possono, inoltre, candidarsi alle posizioni aperte. Periodicamente vengono organizzate anche giornate di selezione (Assessment Center). Sono dedicate a giovani con formazione universitaria, in possesso di 1 o 2 anni di esperienza e di una eccellente conoscenza della lingua tedesca. Gli stessi possono essere inseriti in un percorso di formazione
 e lavoro presso l’azienda tedesca.

AMBIENTE DI LAVORO

Lavorare in LIDL significa entrare a far parte di un brand che offre la possibilità anche a giovani senza esperienza, laureati e neolaureati, di confrontarsi con nuove sfide lavorative. E che offre reali opportunità di carriera anche per professionisti esperti in vari ambiti. L’azienda GDO offre inoltre, a chi desidera fare esperienze di lavoro di respiro internazionale, possibilità di impiego all’estero. Sia presso la sede di Neckarsulm, in Germania, che nelle aziende nazionali indipendenti presenti in altri Paesi. 
Applica una politica che dà grande importanza alle risorse umane, al loro sviluppo e alla crescita professionale, anche attraverso l’avvio di progetti formativi ad hoc. Per chi desidera invece lavorare nei supermercati è fondamentale essere disponibili a svolgere la propria attività con ritmi serrati. L’ambiente di lavoro è caratterizzato da un forte spirito di collaborazione. Occorre essere disponibili a realizzare turni di lavoro e a seguire delle regole abbastanza rigide, tipiche degli standard tedeschi.

FORMAZIONE DEI DIPENDENTI

LIDL punta fortemente sullo sviluppo dei propri collaboratori, soprattutto dei giovani, al fine di incentivarne costantemente il miglioramento e la crescita. Pertanto progetta ed eroga per i dipendenti interventi formativi. L’obiettivo è di trasferire loro le conoscenze necessarie a ricoprire ruoli di responsabilità. In particolare, l’azienda offre ai giovani la possibilità di inserimento lavorativo attraverso percorsi strutturati. Gli stessi sono articolati in attività d’aula e training on the job. Sono finalizzati a 
sviluppare competenze professionali e manageriali.

PROGETTI DI CRESCITA, NUOVE APERTURE, INVESTIMENTI

LIDL è una realtà in costante espansione anche in Italia. Qualche mese fa, ha avviato un programma di investimenti da ben 500 milioni di Euro, da attuare entro i prossimi 5 anni. L’iniziativa porterà non solo ad un aumento della presenza di uno dei maggiori marchi della Grande Distribuzione Alimentare nel nostro Paese. Avrà anche importanti risvolti dal punto di vista occupazionale. Il programma di crescita della catena di discount prevede, infatti, non solo l’apertura di nuovi punti vendita sul territorio nazionale. Ci saranno anche modernizzazioni, sviluppo delle risorse umane e, soprattutto, nuove assunzioni. Sembra che queste ultime porteranno alla copertura di 1000 posti di lavoro.

CONTRATTO DI LAVORO E STIPENDIO

Lidl tende a proporre contratti di assunzione a tempo indeterminato. Per i giovani, invece, prevede progetti di inserimento lavorativo in apprendistato finalizzati alla successiva assunzione. Nei supermercati viene offerta l’opportunità di lavorare full time o part time. Le soluzioni a tempo parziale sono particolarmente apprezzate dalle donne che vogliono conciliare lavoro e famiglia. Gli stipendi variano ovviamente in base al ruolo. La base è sui 1200 Euro per un full time (circa 700 per part time) nei ruoli interni di supermercato (vendite, cassa). Le retribuzioni vanno a salire notevolmente per i ruoli 
manageriali. I neolaureati che entrano nel Gruppo prendono da subito, in media, circa 1.300 euro lordi al mese. Ma hanno grandi opportunità di carriera e crescita anche sul fronte retributivo. Ovviamente queste sono cifre indicative. La retribuzione varia in base all’esperienza, alla mansione di inserimento e 
all’orario di lavoro concordato.

CONSIGLI UTILI

Per lavorare nei supermercati discount LIDL o presso la sede centrale di Arcole (Via Augusto Ruffo, 36 – 37040 Arcole  – Verona) occorre inviare il cv online. E’ possibile farlo attraverso il modulo apposito disponibile sul portale web aziendale (di seguito trovate il link), in risposta agli annunci di interesse. Ovviamente dopo aver attentamente valutato i requisiti richiesti previsti dalla posizione. Le offerte sono rivolte a tutti i candidati diplomati, laureati e neolaureati, e a chi desidera cambiare lavoro. Per alcune 
selezioni non ci sono scadenze predefinite per rispondere alle offerte di impiego. E’ indispensabile, però, accordare l’autorizzazione al trattamento dei dati personali ai sensi dell’art.13 del decreto legislativo n.196/2003.

COME CANDIDARSI

Gli interessati alle future assunzioni LIDL e alle offerte di lavoro attive, possono visitare la pagina dedicata alle carriere e selezioni del Gruppo. Dalla sezione riservata alle posizioni aperte sul portale LIDL “Lavora con noi”
-
 http://lavoro.lidl.it/cps/rde/career_lidl_it/hs.xsl/jobsearch.htm?searchquery=Posizione%2C+Codice+di+riferimento%2C+Area+aziendale...&lat=&lon=&locname=&entrylevelid=Professionisti+con+esperienza&entrylevelid=Punti+Vendita&entrylevelid=Neolaureati&entrylevelid=Centri+Logistici&entrylevelid=Studenti&contracttypeid=Regionale&contracttypeid=Generale&hitsperchunk=10 

è possibile consultare le ricerche in corso e candidarsi online, registrando il 
curriculum vitae nell’apposito  spazio.


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venerdì 14 ottobre 2016

Gli Italiani Emigrano per Cercare Lavoro


Boom di italiani che vanno all'estero, in 107mila nel 2015: + 6,2%
 La metà preferita è la Germania. Le regioni con maggiore emigrazione Lombardia e Veneto

Sono 107.529 i connazionali espatriati nel 2015. Rispetto all'anno precedente a iscriversi all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) sono state 6.232 persone in più, per un incremento del 6,2%. 

Hanno fatto le valige soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni (39.410, il 36,7%); la meta preferita è stata la Germania (16.568), mentre Lombardia (20.088) e Veneto (10.374) sono le principali regioni di emigrazione. Lo rileva il rapporto "Italiani nel mondo 2016" presentato oggi a Roma dalla Fondazione Migrantes. "I giovani devono poter tornare", è il monito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel 2015 le iscrizioni all'Aire sono state in tutto 189.699. Più della metà, 107.529, per espatrio. Il 69,2% di coloro che hanno fatto le valige (quasi 75 mila persone) si è trasferito in Europa.

In calo le partenze per l'America meridionale (-14,9% in un anno), mentre rimangono stabili quelle per l'America centro-settentrionale; 352 connazionali hanno scelto le altre aree continentali. I maschi espatriati sono oltre 60 mila (56,1%), i celibi e le nubili il 60,2%. La fascia 18-34 anni, quella dei Millennianls, è la più rappresentativa (36,7%).

I giovani hanno una mobilità "in itinere", che - osserva il rapporto - "può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su continue e sempre nuove opportunità incontrate". Seguono i 35-49enni (25,8%). I minori sono il 20,7% (di cui 13.807 mila hanno meno di 10 anni) mentre il 6,2% ha più di 65 anni (di questi 637 hanno più di 85 anni e 1.999 sono tra i 75 e gli 84 anni). Tutte le classi di età hanno registrato un aumento delle partenze rispetto al 2014 tranne gli over 65 anni (da 7.205 a 6.572). "Pur restando indiscutibilmente primaria l'origine meridionale dei flussi - si legge nel rapporto - si sta progressivamente assistendo a un abbassamento dei valori 
percentuali del Sud a favore di quelli del Nord del Paese".


La Lombardia, con 20.088 partenze, è la prima regione in valore assoluto per partenze, seguita dal Veneto (10.374) che fa scendere la Sicilia (9.823) alla terza posizione (era seconda nel 2014). Al quarto posto il Lazio (8.436) e ancora Piemonte (8.199) ed Emilia Romagna (7.644). Nel 2015 la Germania (16.568) è la meta preferita dagli italiani andati oltreconfine, a seguire, con una minima differenza, il Regno Unito (16.503) e poi, più distaccate, la Svizzera (11.441) e la Francia (10.728).

Mattarella, italiani all'estero talvolta segno di impoverimento - "Oggi il fenomeno degli italiani migranti ha caratteristiche e motivazioni diverse rispetto al passato. Riguarda fasce d'età e categorie sociali differenti. I flussi tuttavia non si sono fermati e, talvolta, rappresentano un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze". Lo scrive il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio a monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes. "La mobilità dei giovani italiani verso altri Paesi 
dell'Europa e del mondo - ha detto Mattarella - è una grande opportunità, che dobbiamo favorire, e anzi rendere sempre più proficua. Che le porte siano aperte è condizione di sviluppo, di cooperazione, di pace, di giustizia. Dobbiamo fare in modo che ci sia equilibrio e circolarità. I nostri giovani devono poter andare liberamente all'estero, così come devono poter tornare a lavorare in Italia, se lodesiderano, e 
riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate".


Ma a differenza della generazione precedente rivendicano che non è una fuga ma "una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità".

Di certo, la fascia anagrafica che va tra la maggiore età e i 34 anni è quella che è più soggetta 
all'emigrazione. Raccoglie infatti oltre un terzo degli italiani residenti all'estero ed è quella in cui si registra il picco di partenze anche nel 2015. E a seguire, nella graduatoria di chi è emigrato nell'ultimo anno, c'è la fascia appena superiore, che arriva ai 49 anni: sommandole, si scopre che le persone maggiorenni con meno di 50 anni costituiscono la metà degli italiani che hanno portato la residenza oltre confine da gennaio a dicembre 2015. “Il grave problema dell'Italia di oggi è proprio l'incapacità di evitare il depauperamento dei giovani e più preparati a favore di altri Paesi”, commenta la Fondazione Migrantes nella premessa del rapporto.

UN ITALIANO SU 12 VIVE ALL'ESTERO 
 In totale, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha 
raggiunto al 31 dicembre 2015 quota 4.811.163 (in dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 54,9%), un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. E il 50 per cento di questa diaspora ha origini meridionali: ci sono comuni come Licata e Favara, entrambi in Sicilia, nei quali più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all'estero. Nell'ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all'anno prima. Aumenta poi la percentuale di chi parte per non tornare: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi 
parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, 
sta subendo una brusca virata in negativo.

NEL REGNO UNITO PER STUDIARE 
 Tra le destinazioni predilette dai più giovani c'è il Regno Unito, 
meta preferita per chi vuole studiare. Ma la terra d'Oltremanica prima della Brexit conservava una capacità attrattiva anche per le altre fasce d'età, attestandosi al terzo posto nel conteggio della crescita annuale e al settimo posto complessivo nella graduatoria degli iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, preceduto da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Belgio. A prevalere è invece l'Argentina, che risulta aver ospitato nel 2015 783mila italiani con un aumento record di ventinovemila unità rispetto 
all'anno precedente. Impennata alla quale tiene testa solo il Brasile, dove – allargando l'orizzonte temporale – si scopre che in dieci anni gli italiani sono aumentati del 151 per cento arrivando a contare 373mila residenti. E sempre nell'arco di un decennio è imponente anche il dato della Spagna che ha visto aumentare la presenza italica di oltre due volte e mezzo, anche se in termini assoluti si tratta di 143mila cittadini.

In questo senso, però, proprio i millennials segnano una novità: “La loro mobilità – fa rilevare il rapporto Migrantes – è in itinere e può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su opportunità lavorative sempre nuove”. I millennials, sottolinea la fondazione che fa capo ai vescovi italiani, “cercano di mettersi alla prova, hanno voglia di nuove e migliori condizioni lavorative, puntano a conoscere e scoprire”. Sono, insomma, la “prima generazione mobile”. E il 43 per 
cento di loro afferma di considerare questo status come “unica opportunità di realizzazione”.

I DOPPI MIGRANTI 
 Se i millennials sono l'immagine dell'emigrante single, l'altra faccia nuova 
dell'emigrazione dall'Italia è costituita dai padri di famiglia che il rapporto Migrantes definisce “doppi migranti”: si tratta di coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e ora però decidono di partire per cercare fortuna altrove. Si tratta in particolare di persone originarie del Bangladesh. 
E la loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.



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lunedì 10 ottobre 2016

Italia : Spesi 18 miliardi ma i Giovani restano Senza Lavoro


Spesi 18 miliardi per un risultato minimo. 
I giovani restano senza lavoro

“Questo Paese ha speso circa 18 miliardi per poter permettere al presidente del consiglio di dire che ha qualche centinaia di migliaia di occupati in più. Se facciamo due conti, una spesa straordinaria con un risultato minimo”. Il segretario nazionale della Cgil Susanna Camusso, ha attaccato le politiche del lavoro del governo Renzi nel suo intervento alla Biennale dell’economia cooperativa a Bologna . “Un risultato che, peraltro, con tutto il rispetto per le persone, riguarda prevalentemente la fascia degli over 
50. Cioè non ha cambiato significativamente la condizione dei giovani. A una parte dei giovani, anzi, l’ha peggiorata: sono passati dall’avere dei rapporti atipici a essere pagati a voucher”. Poi critica anche la politica renziana dei bonus e in questo caso di un nuovo annunciato Bonus famiglia: “Per le famiglie servono servizi. Abbiamo visto in questi anni molti bonus, come il Bonus figli. Ma se poi inizia l’anno e non ci sono posti negli asili le donne sono costrette a scegliere se fare le mamme o le lavoratrici”


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Italiani che cercano Lavoro all' Estero sono 110mila all'Anno


 http://cipiri.blogspot.it/2016/10/italiani-emigrano-per-cercare-lavoro.html


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giovedì 29 settembre 2016

Pacchetto Previdenziale per i Precoci Quota 41

Doccia fredda per i precoci o parziale vittoria? Ecco i pro ed i contro dell'accordo
Quota 41 solo per pochi, penalizzazioni cancellate, usuranti e ricongiunzioni, ecco tutti i punti del 
pacchetto previdenziale per i precoci.

L’incontro del 28/9 tra Governo e sindacati sembra si sia concluso con un accordo. Soddisfazione da 
entrambe le parti è sembrata trapelare nelle varie dichiarazioni di ieri sera. Il tavolo di discussione come era ampiamente prevedibile si è incentrato soprattutto sull’APE e la flessibilità in uscita. Più defilati, ma lo stesso importanti e molto attesi gli interventi promessi
 su #precoci, usuranti, minime e ricongiunzioni. 
Soprattutto sui precoci, sembrano parzialmente disattese le aspettative di chi pensava di riuscire a spuntare uno sconto sui 42 anni e 10 mesi di contributi necessari per lasciare il lavoro.

Quota 41 per pochi
La questione dei lavoratori precoci è stata da mesi al centro dei dibattiti e delle discussioni tra Governo e sindacati. Sembrava che fosse proprio questo uno dei punti in cui non si trovava una linea comune sui quali i sindacati minacciavano di bloccare l’accordo. Ieri però sembra che si sia trovato un accordo anche sui precoci e sul punto ad essi dedicato dal verbale di 5 cartelle che il Governo ha presentato ai sindacati. Nel tempo si è passati da #quota 41 per tutti, al bonus contributivo per tutti i contributi versati prima dei 18 anni, fino a quota 41 per pochi. Infatti, il Governo risponderà alle esigenze dei precoci concedendo la quota 41 a chi ha 12 mesi di contributi versati, anche se non continuativamente, prima dei 19 anni, ma con determinati e pesanti paletti. Oltre che rispettare il requisito contributivo, cioè 41 anni di contributi di cui un anno versato prima del diciannovesimo anno di età, potrà lasciare il lavoro nel 2017 solo chi è in gravi difficoltà. 

L’opzione sarà consentita quindi per coloro che sono senza reddito, 
perché disoccupati, senza ammortizzatori sociali, disabili o impegnati in attività particolarmente pesanti. Dal punto di vista sociale una cosa sicuramente giustissima, 
ma dal punto di vista tecnico un po’ meno.

Non tutti i precoci sono uguali
Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare da giovani e che dal 2012 sono stati penalizzati 
dall’abrogazione della pensione di anzianità con la sua uscita a 60 anni di età e 40 di contributi, questi sono per linea di massima i precoci. Essendo troppi, il Governo ha pensato bene nell’ottica di un 
intervento al risparmio, di tagliare la platea. Anche se non esplicitamente, viene creata una nuova 
definizione di lavoratore precoce, che è quello che ha 12 mesi di contributi prima dei 19 anni. Tra le altre cose, così facendo si concede un anno e 10 mesi di sconto agli uomini, ma solo 10 mesi alle donne che potevano uscire oggi, con 41 anni e 10 mesi di contributi. Non è ancora chiara poi la postilla sui lavoratori precoci che svolgono lavori pesanti perché per i cosiddetti lavori usuranti, il Governo ha concesso, sempre nel verbale e sempre per il 2017 un anticipo rispetto alla normativa agevolata di oggi, di 12 o 18 mesi, prevedendo anche dal 2019
 la cancellazione dell’aspettativa di vita.

Ci sono anche cose positive?
Molti avranno l’amaro in bocca, soprattutto quelli che alla luce di quanto sancito ieri sera saranno 
costretti ad arrivare quasi a 43 anni di lavoro per la pensione. Ci sono però interventi buoni per molti. 
Sempre per i precoci infatti, viene cancellata la penalizzazione di assegno che oggi è in azione per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni. Un vero precoce, che magari ha iniziato a lavorare a 15 anni e che 
continua ancora oggi, a 58 anni, con 43 di contributi potrà lasciare il lavoro senza i 4 anni di taglio di 
assegno da cui sarebbe stato penalizzato fino ai 62 anni con le regole attuali. Un vantaggio ulteriore è 
anche la possibilità di ricongiungere gratuitamente i contributi versati in diverse casse previdenziali che fino ad oggi erano a pagamento. Naturalmente bisognerà capire come ogni cassa calcolerà il suo pro rata di pensione, ma evitare il salasso delle ricongiunzioni onerose è già tanto. #pensione anticipataPensioni precoci, novità Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, cosa manca?  

Pensioni precoci al 29/9/ 2016, intervista esclusiva ad Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, la quota 41 va concessa a tutti.

Le ultimissime novità al 29 settembre sulle pensioni precoci nel giorno post incontro tra Governo e 
sindacati emergono direttamente da Roberto Occhiodoro, 
amministratore del gruppo
Emergono sensazioni contrastanti, soddisfazione per alcuni risultati raggiunti, tra questi: la #quota 41 è finalmente entrata nell'agenda politica, si è ristabilita la giusta definizione di precoce che ricomprende chi abbia lavorato almeno 12 mesi anche non continuativi prima dei 19 anni, ma resta l'amarezza sul fatto che il Governo, per ora, abbia limitato la misura ai soli precoci 'disagiati'. Vediamo nel dettaglio le parole di Occhiodoro che sintetizzano il pensiero del gruppo e soprattutto quali saranno le prossime mosse dei lavoratori. 

Novità pensioni precoci oggi, intervista ad Occhiodoro: piccoli passi avanti, ma ancora insoddisfatti
-Ieri si è stilato il verbale condiviso tra governo e sindacati, siete soddisfatti dei risultati raggiunti?

E' ovvio che non siamo del tutto soddisfatti e lo abbiamo ribadito anche ai confederali: la nostra stella polare è 41 per tutti, come andiamo dicendo da tempo e come ribadiremo nella nostra manifestazione 
che terremo prossimamente a Roma. Però dobbiamo comunque rimarcare alcune cose che erano state 
da noi richieste e che sono entrate in questo verbale e precisamente: a) definizione di precoce: dalla 
forbice 14/18 si è passati a 14/19, b) eliminazione definitiva delle penalità per tutti coloro che escono dal mondo del lavoro con le regole della legge Fornero prima dei 62 anni c) l'abolizione anche questa 
definitiva delle ricongiunzioni onerose d) quota 41 non è più un tabù ed è entrata nell'agenda politica.

Precoci, novità al 29 settembre: Quota 41 deve essere per tutti, parla Occhiodoro
- La quota 41 per ora non sarà per tutti, ma concessa unicamente a quanti avranno lavorato almeno 12 mesi , anche non continuativi, prima dei 19 anni d'età 
e si trovino attualmente in condizioni 'disagiate'. 

Ossia ai lavoratori disoccupati, agli invalidi, a quanti svolgono mestieri gravosi. Ritenete che la vostra battaglia abbia portato, almeno in parte, a dei buoni risultati?

Certo la misura per il momento riguarda una fascia ristretta di lavoratori, ma noi non molliamo e per 
quanto sarà nelle nostre possibilità, cercheremo di portare questa quota a tutti. Tengo a precisare che 
questi punti sopra elencati facevano parte dei nostri 11 presentati sia al governo che ai Sindacati, 
dunque qualcosa, che per alcuni sarà poco, è stato raggiunto.

Ultime news pensioni precoci: quali le prossime mosse?
-Quando sarà il prossimo tavolo di confronto tra lavoratori e Nannicini e quali saranno le vostre 
prossime mosse/ richieste?

Non abbiamo ancora fissato il nuovo incontro con il Governo, lo faremo nei prossimi giorni. Ma una cosa è certa ribadiremo, in ogni dove, la nostra richiesta madre: quota 41 deve essere per tutti. Stiamo organizzando una manifestazione massiccia a Roma sotto Montecitorio allargata anche ad altre realtà 
che come noi soffrono per la legge Fornero e per alcune nuove regole che il Governo Renzi vuole 
imporre in ambito previdenziale e al massimo domani sapremo il giorno preciso. Ma non ci fermeremo a questa stiamo, infatti, studiando forme di lotta anche sui vari territori dove sono presenti i nostri Comitati. 

Insomma noi non ci fermiamo assolutamente finché in questo Paese non verranno di nuovo riaffermati i diritti sacrosanti dei lavoratori. 
#Pensioni


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sabato 17 settembre 2016

Operaio , Ucciso perché Scioperava


Immigrato. Operaio. Sfruttato. Ucciso perché scioperava.

La morte di Abdelsalam Eldanf, l’operaio ucciso a Piacenza, ci racconta cosa è diventata l’Italia oggi. Abdelsalam scioperava perché gli accordi tra lavoratori ed azienda (la GLS) non erano stati rispettati. E un camionista, su ordine dell’azienda e sotto gli occhi delle forze di polizia, ha sfondato il blocco dei lavoratori travolgendolo col suo camion.
La storia delle mobilitazioni dei lavoratori della logistica è una di quelle lotte che in pochi conoscono. I lavoratori, per la gran parte immigrati, lavorano in condizioni molto dure, con paghe molto basse. Sono anni che i lavoratori si battono per condizioni più eque, organizzando scioperi e picchetti che ci raccontano una storia di opposizione sociale che ha pochissimo spazio mediatico, ed il supporto soltanto di alcuni sindacati di base. La politica e i grandi partiti non si interessano di loro.
Non moriva una persona, in Italia, durante una manifestazione, dai tempi di Carlo Giuliani nel 2001. E’ un fatto gravissimo. E non possiamo ricondurre tutto ad un fatto individuale, non possiamo ignorare il clima di intimidazione e di minacce che ha reso possibile questo episodio terribile. Un clima che esiste perché i lavoratori sono stati a lungo isolati.
Non abbiamo nessuna difficoltà ad indicare i responsabili di questo omicidio. Sono le imprese della Grande distribuzione, sono la Confindustria e la Confcommercio, sono le grandi imprese che massimizzano i profitti sulla pelle dei lavoratori e sfruttano gli immigrati. I responsabili siedono sui banchi di Governo, che in tutti in questi anni ha promosso leggi contro i lavoratori come il Job Act e la Legge Fornero, e ha risposto agli scioperi mandando la polizia. Lo stesso governo che due giorni fa ha caricato a Napoli e a Catania. Lo stesso governo che vuole la riforma costituzionale per avere mani libere.
Questo omicidio ci coinvolge tutti, perché quello che viene messo in discussione è il motivo per cui Abdelsalam è stato ucciso: il diritto a scioperare, il diritto a lottare per i propri diritti. Il diritto a fare opposizione.




"La morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf a Piacenza non è un mero incidente. E' un omicidio. È una morte sintomatica del deterioramento del lavoro tutto. Del continuo svilimento delle condizioni di lavoro e dei rapporti tra lavoratori, sindacati, aziende e istituzioni. Il promuovere continuamente provvedimenti atti a svilire e rendere precario il lavoro, il continuo dileggio da parte di tutti i governi che si sono alternati negli ultimi decenni di vertenze e organizzazioni sindacali, non fa che determinare un drammatico scollamento e una guerra sociale nella quale si arriva a morire. La drammatica morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf deve far riflettere tutto il mondo del lavoro e tutta la politica. Serve un cambio di rotta radicale che rimettano la tutela della vita e della salute dell'uomo e il lavoro al centro di ogni singola iniziativa. La Costituzione afferma che l'Italia è una Repubblica democratica che si fonda sul lavoro. Ma le fondamenta reali dei governi liberisti sembrano sempre più intrise di sabbia."


OGNI GIORNO MUORE UN OPERAIO

Ilva: precipita carrello, muore operaio
TARANTO, 17 SET - Un operaio, Giacomo Campo, di una ditta dell'appalto, la Steel Service, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nel reparto Afo4 dell'Ilva di Taranto. 
Lo si apprende da fonti sindacali. 
Dalle prime informazioni trapelate, pare che l'operaio stesse operando sul nastro trasportatore quando la parte finale di un contrappeso avrebbe ceduto facendo precipitare un carrello che ha schiacciato l'uomo. Sul posto, ispettori del lavoro, Cc e vigili del fuoco. Il corpo dell'operaio è ancora incastrato nel nastro trasportatore.

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SCHIAVITU'  ITALIA TERZO POSTO IN EUROPA

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mercoledì 7 settembre 2016

Robot e Reddito Minimo



Non possiamo parlare di robot senza parlare anche di reddito minimo

Un tempo le discussioni sul reddito di base il salario che il governo dovrebbe garantire a ogni cittadino erano relegate allo squallido ufficio di qualche politico di estrema sinistra o alla stanza di qualche studente idealista determinato a risolvere i problemi ereditati dalla precedente generazione. Era un dibattito che verteva sulla responsabilità sociale. Non era un fatto economico ma morale.

La significativa accelerazione nel processo di automazione del lavoro e progressiva sostituzione dei dipendenti umani, però, sta riportando in auge il tema. La società di oggi rischia di pagare cari gli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale o della crescente automazione e si cercano modi di intervenire prima che sia troppo tardi. Tra questi,
 l’opportunità di garantire un reddito di base.





L’ascesa dell’intelligenza artificiale

Oren Etzioni, amministratore delegato dell’istituto Allen per la ricerca sull’intelligenza artificiale, crede che l’IA sia la chiave per la creazione di una vera utopia—ma la strada sarà piena di ostacoli. “Sarà difficile,” spiega Etzioni. “Molte persone perderanno il posto di lavoro e bisogna prendersi cura di loro. 
Da tempo si parla di reddito di base, di imposta negativa e programmi di formazione. Abbiamo il dovere di trovare un modo per aiutare la gente a fronteggiare la natura specifica dei cambiamenti tecnologici in corso.”

La natura specifica in questione è, in larga parte, l’ascesa dell’intelligenza artificiale. Conosciamo già, per esempio, gli esiti di un’eventuale automazione nel settore del trasporto su gomma: sparirebbero 3 milioni di posti di lavoro solo negli Stati Uniti, più altri 6.8 milioni di lavoratori in altre parti dell’industria. 


Si pensi ora alle ripercussioni che la cosa avrebbe, per esempio, sull’attività della polizia che guadagna circa 6 miliardi di dollari l’anno con le multe per eccesso di velocità ovviamente si perderebbero molti altri posti di lavoro. E ancora si pensi agli avvocati e alle compagnie d’assicurazione coinvolte negli incidenti automobilistici, i meccanici, gli psicoterapeuti e i fisioterapisti specializzati, le scuole guida e così via. Improvvisamente il livello di disoccupazione è sconvolgente e questo per quanto riguarda la 
sola introduzione di auto senza pilota.



La longa manus dell’automazione

L’IA non creerà solo auto senza pilota, però. Prendiamo, per esempio, l’industria alimentare. Un ricercatore del MIT ha creato BakeBot Robot che utilizza uno scanner laser e una fotocamera stereoscopica per identificare gli ingredienti di una pietanza e li cucina, facendo affidamento su componenti robotiche piuttosto elementari. Molti ristoranti stanno già sperimentando la possibilità di ridurre il personale, integrando l’uso di app nel processo di ordinazione e pagamento. Un giorno, l’ordine potrebbe arrivare direttamente in cucina, dove BakeBot procederebbe a prepararlo. Il cibo, poi, sarebbe consegnato da droni, alternativa possibile già oggi. Ed ecco che in pochi passaggi abbiamo completamente eliminato i dipendenti umani da un intero ristorante, il tutto facendo affidamento su un 
tipo di tecnologia che è già disponibile. Certo, la tecnologia è ancora imperfetta,
 ma è solo questione di tempo.

Ci sono altre cose, poi, che risolveremo a breve, come l’automazione dei servizi medici. La telemedicina o l’uso di intelligenze artificiali a scopi diagnostici ridurrà drasticamente il numero di visite non urgenti al pronto soccorso, un problema che i metodi tradizionali non sono riusciti a risolvere. La chirurgia robotica, o la chirurgia assistita da robot, è uno strumento comune che permette al chirurgo umano un 
grado di precisione e controllo senza precedenti. Al momento queste macchine richiedono operatori umani, ma il grande balzo a macchine completamente autonome è imminente.



La macchina pensante

La vera svoltà si avrà se, o quando (e sembrerebbe sempre più una questione di “quando”), le 
macchine saranno genuinamente creative. Da tempo abbiamo iniziato ad automatizzare compiti fisici, ma l’automazione dei compiti cognitivi è sempre stata più impegnativa. Gli esperti in materia discutono la definizione stessa di intelligenza artificiale e gli obiettivi raggiunti, ma tutti concordano che una vera intelligenza generale sembra lontana. Ma ci stiamo avvicinando.
AlphaGo ha recentemente battuto Lee Sedol a Go, un risultato che, nel 2015, sembrava ancora distante un decennio. Il momento più entusiasmante dell’incontro è stato una singola mossa nella seconda partita così strana che un commentatore si è sbilanciato nel definirla un errore. Una mossa che nessun giocatore umano si sarebbe sognato di fare, ma Fan Hui, un altro campione di Go, l’ha definita “splendida.” Solitamente definiamo la creatività come l’abilità di creare arte o fare battute, ma “pensare fuori dagli schemi” è una forma di creatività. Arrivare obliquamente alla soluzione di un problema è 
sempre stato difficile per i computer, ma AlphaGo ha chiaramente superato l’ostacolo.

Il Boston Consulting Group prevede che per il 2025 un quarto dei posti di lavoro totali saranno persi a favore di applicazioni software o robot. Garner, un’azienda di ricerca tecnologica, corregge la stima al rialzo fino a un terzo, mentre Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, ricercatori presso l’università di Oxford, stimano che entro il 2033 sarà automatizzato il 47% dei posti di lavoro statunitensi.



La domanda a cui il reddito di base può rispondere

Quindi di cosa si tratta, esattamente, e perché sembrerebbe la soluzione ai problemi dell’automazione crescente?Esistono due termini d’uso comune (spesso usati erroneamente come sinonimi): reddito di base e reddito minimo. Il reddito di base è un reddito garantito dalla comunità politica a tutti i suoi membri su 
base individuali, senza requisiti. Significa che ogni persona riceve lo stesso compenso, 
indipendentemente da cosa faccia.

Un reddito minimo, al contrario, è sempre garantito su base individuale, ma tiene conto di fattori come il reddito familiare, eventuali disabilità o può essere pagato in modo pianificato (x per l’affitto, x per il cibo e così via). Il walfare è un esempio di reddito minimo. In molti paesi, un pot-pourri dei programmi statali va ad assemblare la rete di sicurezza che protegge le fasce più povere della popolazione; ma essendo assemblata male, questa rete ha dei buchi. Un vero reddito minimo combinerebbe sussidi e sgravi fiscali.

Se pensate che suoni socialista avete ragione. Eppure un intellettuale conservatore come Charles Murray ha proposto l’introduzione di un reddito annuale di 10.000 dollari. Il fondo permanente dell’Alaska, che è finanziato da investimenti fatti con il ricavato dal commercio di petrolio, paga ogni anno i dividendi a tutti i residenti dello stato. Milton Friedman, un economista spesso citato da conservatori e repubblicani,
 supporta l’introduzione di un reddito di base.

Questo perché il reddito di base permette di fare due cose che faranno saltare la gente di destra sul carro dei servizi sociali: risparmiare soldi e ridurre il governo. Al momento i programmi di assistenza sociale di molti paesi sono un disastro di dipartimenti sovrapposti, organizzazioni e sistemi. Garantire una quantità di denaro specifica a ogni cittadino elimina molto lavoro d’ufficio (e un sacco di posti di lavoro, ovviamente).

Non tutti sono d’accordo. La paura maggiore è che si rischi di avere una popolazione demotivata rispetto al lavoro. Gli studi a lungo termine sull’efficacia del programma sono importanti passi avanti verso una sua effettiva implementazione al momento, purtroppo, non ce ne sono molti a disposizione, ma esistono due importanti casi d’uso.

L’esperimento “Mincome” si è tenuto tra il 1974 e il 1979 nella cittadina di Dauphin, in Manitoba. Spesso citato come esempio di successo nella sperimentazione di un reddito di base, in realtà è un tipico esempio di reddito minimo. Tra il 1968 e il 1980 sono stati portati avanti cinque esperimenti di questo tipo in Nord America, in primo luogo per indagare l’impatto di un reddito di base sul mercato del lavoro. Il Mincome era però unico, nelle sue caratteristiche, perché sebbene si concentrasse sui lavoratori poveri, 
non escludeva a priori gli anziani e i disabili. Questo lo rende un benchmark più affidabile di come potrebbe funzionare un reale programma su scala nazionale.

Ogni famiglia o individuo di Dauphin aveva diritto a un certo ammontare mensile che avrebbe sostituito qualsiasi altro supporto economico ricevessero precedentemente. Il loro mincome, poi, veniva decurtato di 50 centesimi per ogni dollaro guadagnato lavorando. Dal momento che Dauphin era una comunità agricola il cui reddito era fortemente legato al successo del raccolto, molti lavoratori non potevano 
sapere in anticipo se avrebbero ricevuto il mincome. Solo 1000 residenti hanno ricevuto il loro e tutti sapevano che l’esperimento era temporaneo
 (il che potrebbe averne falsificato i risultati, sostengono alcuni).

In ogni caso Mincome è stato un grande successo. La paura che le persone avrebbero smesso di 
lavorare si è rivelata infondata; le ore di lavoro sono diminuite solo dell’uno percento per gli uomini, il tre per le donne sposate e il cinque per gli scapoli. Le madri con figli appena nati riuscivano a stare a casa più a lungo, è aumentato il successo scolastico tra i teenager e le visite in ospedale sono diminuite dell’otto percento. SI è registrata anche la diminuzione dell’ospedalizzazione psichiatrica e nel numero di 
colloqui specialistici legati a malattie mentali.

Sfortunatamente un cambio di governo ha portato alla fine del programma e i risultati sono stati a lungo ignorati o sottovalutati. Fino a quando, nel 2011, 
Evelyn Forget non ha pubblicato un’analisi dei risultati. 

Il Canada aveva fatto qualcosa di incredibile, qualcosa che si poteva ritentare.

Nel 2010 l’Iran è diventato il primo paese del mondo a garantire un reddito di base ai suoi cittadini. Pensato come alternativa ai vari sussidi per la benzina e altri generi, a ogni cittadino sono stati accordati 40 dollari mensili. Sfortunatamente il reddito di base è finito per costare al governo più di quanto costassero i precedenti sussidi. Un’opzione per affrontare il problema sarebbe implementare un reddito minimo in luogo del reddito di base, verificando le disponibilità economiche dei beneficiari. Un'altra cosa 
suggerita è stata che un diritto universale non corrisponde all'esercizio universale di quel diritto; se i benestanti possono essere indotti a rinunciare al loro diritto a beneficiare del reddito di base il problema si risolverebbe da solo. Il punto nodale, comunque, è che molte voci suggeriscono il ritorno a un sistema vecchio. Per quanto perfettibile, sembrerebbe che il reddito minimo sia qui per rimanere.

In tutto il mondo alcuni governi stanno prendendo spunto da questi esempi e organizzando i propri esperimenti a riguardo. La provincia canadese dell’Ontario ha recentemente annunciato che nel budget 2016 sarà compresa la sperimentazione di un reddito di base. Anche se la vera dimensione di questo esperimento non è ancora nota, il Canada ha annunciato che lo scopo è stabilire se l’introduzione di un reddito di base possa portare a un complessivo risparmio statale. In Finlandia un esperimento analogo 
inizierà nel 2017 e durerà due anni. Questo sarà l’esperimento metodologicamente più rigoroso a oggi e i promotori attendono con trepidazione i risultati. Nel mentre in Svizzera si terrà in proposito un referendum a giugno di quest’anno e un’organizzazione benefica chiamata Give Directly ha deciso di sollevare il governo da questa responsbilità e impegnarsi direttamente; sta garantendo un reddito di base per 10 anni ad alcune famiglie selezionate in Kenya.

La tecnologia sale in cattedra

Elon Musk e Stephen Hawking sono tra gli 8600 firmatari di una lettera aperta a proposito dei potenziali pericoli legati all’intelligenza artificiale. La lettera espone la necessità di meccanismi di sicurezza per assicurarsi che l’AI sia positiva, piuttosto che neutrale, nei suoi scopi e auspica la massimizzazione dei benefici sociali che possono derivarne.
 In breve, chiede responsabilità sociale.

Le persone che lavorano nel settore della tecnologia si stanno prendendo la responsabilità delle 
innovazioni che introducono, che hanno l’effetto di modificare in modo profondo il nostro mondo. “Tra cinquant’anni, sembrerà probabilmente ridicolo aver sfruttato la paura di morire di fame delle persone per motivarle”, dice Sam Altman, di Y Combinator. Y Combinator ha deciso di non aspettare che il governo facesse qualcosa e ha annunciato la ricerca di un project manager per gestire un esperimento indipendente della durata di cinque anni sul reddito minimo. Google.org è uno dei membri fondatori dell’esperimento Give Directly in Kenya, mentre luminari della Silicon Valley come il creatore di 
Netscape Marc Andressen e il gigante dei media Tim O’Reilly
 sono a favore del reddito minimo. 

Andressen ha detto al NY Mag che la principale argomentazione contro il reddito minimo era che i beneficiari avrebbero smesso di lavorare, ma che la natura umana smentiva questa posizione. “I bisogni e desideri umani sono senza fine. Non siamo mai soddisfatti.”

Il fattore decisivo circa la necessità del reddito minimo è il futuro dell’automazione. Se è inevitabile che l’intelligenza artificiale rimpiazzi la forza lavoro umana, il reddito minimo potrebbe essere l’unica strada disponibile.



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martedì 6 settembre 2016

Robot Sostituiranno l'Uomo nel Lavoro



Entro il 2045 i robot sostituiranno l'uomo nell'attività lavorativa

Attesi picchi di disoccupazione superiore al 50% in quei Paesi che si avvaleranno della forza lavorativa robotica. Gli esperti minimizzano e puntano a cambiare il concetto di lavoro

Entro il 2045 i robot potranno sostituire l'uomo nella maggior parte delle attività lavorative. Tanto che la disoccupazione in quei Paesi che si avvaleranno della forza lavoro robotica potrebbe superare la soglia del 50%. 
A lanciare la preoccupante ipotesi è stato Moshe Vardi, esperto di informatica della Rice University in Texas e tra i principali protagonisti del convegno della Società americana per l'avanzamento delle scienze a Washington. Lo scenario catastrofico tracciato da Vardi ricalca quello già emerso dal rapporto del World Economic Forum di Davos, secondo cui si registrerà la perdita di 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi quattro anni per colpa dell'automazione.
"La tecnologia che stiamo sviluppando porterà davvero benefici al genere umano?", si è domandato Vardi. "La risposta tipica è che se le macchine faranno il nostro lavoro, allora avremo più tempo libero per fare ciò che ci piace, ma non penso che sia una prospettiva allettante. Credo che il lavoro sia essenziale per il benessere dell'uomo".
Di tutt'altro avviso sarebbe invece Filippo Cavallo, esperto di robotica sociale della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Lo studioso vede infatti nei robot un'opportunità di cooperazione e non una minaccia per l'occupazione. "Nei prossimi 30 anni le macchine non saranno in grado di sostituire completamente l'attività dell'uomo, ma la loro presenza al nostro fianco ci libererà dalle attività più manuali e ripetitive, 
permettendoci di rendere più umano il nostro lavoro".




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domenica 4 settembre 2016

Schiavitù : Italia al terzo posto in Europa



Schiavitù, l’Italia al terzo posto in Europa per numero di schiavi

Peggiori Polonia e Turchia. A dirlo il rapporto della Walk Free Foundation che analizza la schiavitù moderna e il traffico di esseri umani in 167 paesi. Le insufficienze del governo italiano. Al primo posto c'è la Corea del Nord. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia

Se tutti gli schiavi del mondo si riunnissero in un solo paese, costituirebbero il 27° stato più popoloso del mondo. Ad oggi sono 48,5 milioni le persone che vivono in stato di schiavitù o vittime del traffico di esseri umani. In questo quadro si inserisce anche l’Italia che con i suoi 129.600 schiavi è al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia.  Questi sono solo alcuni dei dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) che per il quarto anno consecutivo ha analizzato l’incidenza di schiavitù e tratta in 167 paesi del mondo.




Nessuno si salva. Il XXI secolo ha visto affermarsi quella che viene chiamata schiavitù moderna. Ovvero nuove forme di abusi e ricatti che negano alle vittime la loro libertà. A chiarire il concetto è Andrew Forrest, fondatore della WFF intervistato in occasione della pubblicazione dell’Indice Globale: “La schiavitù moderna concerne situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere”.  Forme di schiavitù sono anche lo sfruttamento della prostituzione e i matrimoni forzati o servili. Una serie di facce che nascondono un unico dramma: quello della schiavitù che, sottolineano i ricercatori, è presente in tutti i 167 paesi presi in considerazione.
I numeri. L’Indice comprende una serie di classifiche. Al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla popolazione c’è la Corea del Nord (4,37%) che invece è ultima per l’efficacia e l’impegno del governo nell’arginare la piaga. In termini assoluti, l’India è lo stato con il maggior numero di shiavi, sono 18,35 milioni, seguita da Cina (3,39 milioni), Pakistan (2,13 milioni), Bangladesh (1,53 milioni) e Uzbekistan (1,23 milioni).  “La schiavitù moderna – continua Forrest - ha diverse forme e una può essere più comune di un’altra a seconda della regione che si prende in considerazione. Ad esempio, l’Europa rimane fonte e  destinazione di lavoro forzato e sfruttamento sessuale. L’Asia ha un’elevata prevalenza di lavoro vincolato o forzato nell’edilizia e in fabbrica”.

Fortezza Europa. Nonostante il Vecchio Continente registri la minor incidenza a livello mondiale di schiavitù e traffico, ci sono paesi, tra questi anche l’Italia che ancora hanno molta strada da fare per sconfiggere il demone della schiavitù. Il 65% delle vittime di tratta proviene da stati dell’Europa orientale (Romania, Slovacchia, Lituania e Bulgaria). Mentre per quanto riguarda paesi al di fuori del continente, sono Nigeria, Cina e Brasile gli stati d’origine della maggior parte delle vittime.

Il “bel” paese col bollo "insufficiente".  L’Italia si aggiudica il terzo posto nella classifica europea per numero assoluto di schiavi dopo Turchia e Polonia. Inoltre, rispetto ad altri stati, l’impegno del governo italiano è giudicato ancora insufficiente nella lotta contro lo sfruttamento tanto da collocarlo al 42° posto con un rating B (dove il massimo è AAA) nella classifica globale di azione delle istituzioni. “ Il governo – sottolinea Fiona David, executive director of Global Research di Walk Free Foundation - ha una buona legislazione e per limitare il traffico di esseri umani collabora con stati sensibili come la Nigeria. Ma ci sono tre aspetti sul quale può e dovrebbe fare ancora di più. Il primo riguarda i servizi di supporto per adulti e minori vittime di forme di schiavitù, inoltre dovrebbe aumentare il budget stanziato per combattere questa piaga. Infine sarebbe utile e virtuoso coinvolgere la società civile e unire le forze verso l’obiettivo”.

Gli schiavi del mare. Migranti e rifugiati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento. Spesso per sfuggire a guerre e fame diventano vittime di trafficanti. Eppure una soluzione ci sarebbe. Basterebbe infatti assicurare dei corridoi umanitari o creare vie di fuga legali per raggiungere la salvezza. “Il recente afflusso di rifugiati – continua Andrew Forrest – ha messo a dura prova le misure di sicurezza, creando vie  usate da reti criminali. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia. Anche se non tutti questi bambini sono stati vittima del traffico, l'Europol ha segnalato come siano presi di mira per esser poi vittime di sfruttamento sessuale, schiavitù e madonopera forzata in agricoltura o nelle fabbriche”.


I governi. Se alcuni governi come Paesi Bassi e Gran Bretagna hanno messo a punto una vera e propria strategia volta a debellare la piaga della schiavitù, altri hanno ancora molta strada da fare. Il governo britannico ha  nel 2015 il Modern Slavery Act e ha nominato Kevin Hyland come Commissario indipendente anti-schiavitù. Il presidente Barack Obama ha colmato una lacuna nella legge degli Stati Uniti vietando l’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato o minorile. “Noi - conclude David - esortiamo i dieci paesi più grandi del mondo, compresa l’Italia, a introdurre una legge come il Modern salvery act istituito dalla Gran Bretagna nel 2015 che combatte la schiavitù conivolgendo il settore privato”. “Credo – conclude Forrest - nel ruolo critico dei leader nel governo, dell’impresa e della società civile. Attraverso un uso responsabile del potere, della forza di convinzione, della determinazione e delle volontà collettiva, tutti noi possiamo contribuire a porre fine alla schiavitù nel mondo.”


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