mercoledì 27 aprile 2016

Stati Uniti : Crisi umanitaria negli Usa



Stati Uniti : Crisi umanitaria negli Usa: 16 milioni di famiglie senza nessuno che lavora
Se nessuno sta lavorando in una famiglia degli Stati Uniti su cinque come  può il tasso di 
disoccupazione essere vicino al 5%, come l'amministrazione Americana continua a insistere?

La verità, naturalmente, è che l'economia americana è in condizioni di gran lunga peggiori di quello che viene detto. La settimana scorsa, un'inchiesta condotta dalla Federal Reserve, e ripresa da The 
Atlantic, ha portato alla luce che negli Stati Uniti d'America il 47% della popolazione non è in grado di affrontare spese mediche impreviste. Anche solo il far ricorso al pronto soccorso diventa un problema per quasi la metà della popolazione. Questi cittadini non vi potranno accedere senza prima aver ricevuto un prestito oppure venduto qualcosa. Una situazione davvero paradossale per quella che ancora viene definita 'la terra delle opportunità', il luogo dove chiunque può realizzare 'il sogno 
americano',il 20 per cento di tutte le famiglie in America sono completamente disoccupate.

Dal Bureau of Labor Statistics ...

Nel 2015, la quota di famiglie con un membro impiegato era dell'80,3 per cento, in aumento di 0,2 punti percentuali a partire dal 2014. La probabilità di avere un familiare impiegato è aumentato nel 2015 per le famiglie nere (dal 76,4 per cento al 77,7 per cento) e per le famiglie ispaniche ( dal 85,9 per cento al 86,4 per cento). La probabilità per le famiglie bianche e asiatiche han mostrato poco o nessun cambiamento (80,1 per cento e 88,6 per cento, rispettivamente).

Ai fini di questo studio, le famiglie "sono classificate sia come famiglie sposate, coppie o famiglie gestite da donne o uomini senza coniugi presenti" ed includono
 le famiglie senza figli e bambini di età inferiore ai 18 anni.

Scavando nei numeri, troviamo che c'era un totale di 81,410,000 famiglie in America durante il 2015.

Di questo totale, 16,060,000 famiglie non hanno un singolo membro impiegato.

Questo significa che nel 19,7 per cento di tutte le famiglie negli Stati Uniti, nessuno ha un lavoro.

E naturalmente ci sono molte più le famiglie che sono "parzialmente impiegate". In altre parole, forse la moglie ha un lavoro, ma il marito no.

Quindi, sulla base di questi numeri, sembra che il vera tasso di disoccupazione in questo paese sia di 
gran lunga superiore al 5%, e secondo i calcoli di John Wiilliams di shadowstats.com il tasso reale della disoccupazione negli Stati Uniti sarebbe in realtà vicino al 22,9 per cento 
se si utilizzano numeri onesti.

Ma cerchiamo di non concentrarsi solo su dove siamo.

Diamo uno sguardo a dove stiamo andando.

Secondo Challenger, Gray & Natale, gli annunci di tagli posti di lavoro da parte delle grandi aziende 
negli Stati Uniti sono aumentati del 32 per cento durante il primo trimestre del 2016 rispetto al primo 
trimestre del 2015, e sembra che le perdite di posti di lavoro
 continueranno a salire nel secondo trimestre.  

In tutto il mondo, i fondamentali economici continuano a deteriorarsi . Negli Stati Uniti, le vendite al 
dettaglio sono state estremamente deludenti, le attività di vendita totali sono in costante calo, i ricavi 
aziendali e gli utili aziendali continuano a precipitare , e i fallimenti hanno raqggiunto il livello più alto dopo l'ultima crisi finanziaria .

Tutti questi numeri indicano che una grande crisi economica è già qui, e ogni settimana che passa le 
cose sembrano ancora più inquietanti per la seconda metà del 2016.



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mercoledì 20 aprile 2016

Lavorare Meno Per Lavorare TUTTI



 La disoccupazione giovanile potrebbe avere effetti devastanti sull’età di raggiungimento della pensione per le generazioni più giovani. Secondo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, chi è nato dopo il 1980 rischia di andare in pensione con i requisiti minimi non a 70 anni, ma «due, tre, forse anche cinque anni dopo». L’Inps ha condotto uno studio apposito sulla classe 1980, «una generazione indicativa» ha detto Boeri prendendo a riferimento «un universo di lavoratori dipendenti, ma anche artigiani», ed è emerso come per un lavoratore tipo «ci sia una discontinuità contributiva, legata probabilmente a episodi di disoccupazione, di circa due anni. Il vuoto contributivo pesa sul raggiungimento della pensione, che a seconda della sua lunghezza,
 «può slittare anche fino a 75 anni».


"Le persone over 40 dovrebbero lavorare 3 giorni a settimana 
per offrire migliori performance".
 Lo rivela uno studio

Se è vero che il lavoro stimola la mente è altrettanto vero che, giunti a una certa età, troppo lavoro può produrre i risultati opposti. Secondo un nuovo studio, pubblicato dall'Università di Melbourne, dopo i 40 anni bisognerebbe lavorare non più di 3 giorni a settimana per garantire performance migliori e non usurare le proprie capacità cognitive.

I ricercatori sono giunti a questi risultati analizzando in Australia 3mila uomini e 3500 donne. A loro è stato somministrato un test cognitivo e i risultati sono stati confrontati con le loro abitudini lavorative. Dal report è emerso che chi lavorava 25 ore a settimana aveva risposto più adeguatamente, al contrario i lavoratori che si dedicavano alla professione 55 ore a settimana hanno offerto risultati peggiori rispetto a disoccupati e pensionati.

"Il lavoro può essere un’arma a doppio taglio in quanto può stimolare l’attività cerebrale, ma allo stesso tempo lunghe ore di lavoro possono causare stanchezza e stress, che danneggerebbero le funzioni cognitive”, ha dichiarato al Times uno dei tre autori dello studio, il professor Colin McKenzie, motivando così i risultati.

Sempre lui ha suggerito, per venire incontro allo stato di cose emerso dalla sua ricerca, 
un'adeguamento nell'orario settimanale degli over 40, in controtendenza con le ultime direttive emanate dai governi di diversi Stati: “Molti paesi stanno aumentando l'età pensionabile, ritardando il momento in cui le persone hanno il diritto di ricevere la pensione. Questo significa che sempre più gente continua a lavorare anche in età avanzata. Ma le differenze nell'orario di lavoro sono importanti per mantenere buone funzioni cognitive negli adulti di mezza età. Ciò significa che lavorare part time per loro potrebbe garantire migliori performance".

Rinunciare al lavoro può causare dei rischi per la mente, ma i paesi che prospettano ai loro cittadini di andare in ufficio anche il mattino dopo aver spento 70 candeline, devono far attenzione anche a non 
succhiare troppe energie vitali ai loro lavoratori, imponendo sforzi eccessivi. Il risultato potrebbe essere che il dipendente, seppur presentandosi puntuale al lavoro come tutti i giorni anche quello del suo 70esimo compleanno, sarà in grado in realtà di far ben poco.

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lunedì 11 aprile 2016

VOGLIO LAVORO E STATO SOCIALE


Sottoscrivo la petizione indirizzata formalmente al Capo dello Stato e al Parlamento allo scopo di sostenere la lotta e le mobilitazioni per aumentare l'occupazione e ridare dignità  al lavoro, per riconquistare il welfare e migliorare i servizi pubblici. Per finanziare e realizzare tali proposte si attinga al recupero di evasione ed elusione fiscale e contributiva, alla repressione della corruzione che complessivamente sottraggono al bilancio pubblico almeno 350 miliardi all'anno e alla riduzione delle spese militari.




                   VOGLIO LAVORO E STATO SOCIALE


Voglio LAVORO E OCCUPAZIONE

Nessun reddito da lavoro può essere sotto la soglia di povertà .
Introduzione del Reddito minimo garantito.
Riduzione dell'orario di lavoro a parità  di salario.
Recupero del ruolo pubblico nell'economia - intervento nella messa in sicurezza del territorio, valorizzazione del patrimonio artistico e culturale e ambientale, sviluppo di settori strategici e nazionalizzazione delle aziende in crisi con salvaguardia dei posti di lavoro.
Piano straordinario di assunzioni per assicurare un vero ricambio generazionale nella pubblica amministrazione.
Abolizione del Jobs Act e di tutte le forme di lavoro precario, stabilizzazione di tutti i precari, pubblicizzazione di tutti i servizi esternalizzati e assunzione del personale delle ditte appaltatrici.
Contratto unico di riferimento per il lavoro dipendente a tempo indeterminato con applicazione dell'art.18, così come previsto prima dei provvedimenti Fornero e del jobs-act.
Reintroduzione del collocamento obbligatorio e norme di garanzia per i lavoratori degli appalti.
Abolizione della Bossi-Fini e del nesso permesso di soggiorno - contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità .

Voglio LA SANITA' PUBBLICA

Abolizione dei ticket, delle liste d'attesa e della libera professione negli ospedali pubblici; servizi sanitari pubblici e funzionali in tutti i territori e lotta alla corruzione.

Voglio UNA PREVIDENZA DIGNITOSA

Cancellazione della Riforma Fornero, abolizione del sistema contributivo, pensioni minime a € 800 netti mensili, pensione di anzianità con quota 96 (minimo 60 anni di età) o con 40 anni di contributi indipendentemente dall'età anagrafica, pensione di vecchiaia a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini, ricongiunzione dei contributi non onerosa.

Voglio LA SCUOLA PUBBLICA

Scuola pubblica gratuita, rette universitarie legate al reddito effettivo, cancellazione della Riforma "La Buona Scuola", messa in sicurezza degli edifici scolastici e investimenti pubblici su nidi, scuola dell'infanzia e ricerca.

Voglio UN FISCO GIUSTO

Riduzione pressione fiscale per i redditi medio/bassi, e riforma dell'ISEE per assicurare i servizi a chi ne ha più diritto.

Voglio SERVIZI TERRITORIALI ADEGUATI

Pubblicizzazione dei servizi territoriali, tariffe agevolate per fasce di reddito e investimenti sul trasporto pubblico locale per migliorare le condizioni di vita dei pendolari.

Voglio UNA POLITICA ABITATIVA

Esistono 3 milioni di case vuote e 3 milioni di famiglie in difficoltà  per pagare l'alloggio - USB propone un piano nazionale straordinario di 1 milione di alloggi di edilizia pubblica, il blocco degli sfratti e una nuova normativa sull'equo canone.


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domenica 3 aprile 2016

Abolire il Concordato 8per mille agli Esodati




Le numerose vicende giudiziarie che hanno visto coinvolti alti prelati nella gestione dell'8 per mille, tenuto conto che la crisi economica sta rovinando molte famiglie a basso reddito e quelle con pensioni minime, non sarebbe il caso di annullare quell'accordo
e destinare l'8 per mille alle fasce più deboli della popolazione? 



Sarebbe meglio utilizzarli per 
Risolvere il Problema degli ESODATI
e poi a Pensionati Minimi 
e come Sussidio ai Disoccupati?


 Di sicuro andrebbe a persone davvero bisognose

Che cos'è l'8 per mille?  L'otto per mille è la quota di imposta sui redditi soggetti Irpef, che lo Stato italiano distribuisce, in base alle scelte effettuate nelle dichiarazioni dei redditi, fra se stesso e le confessioni religiose con cui è stata stipulata un'intesa. Ma chi l'ha deciso?
Con la firma del nuovo concordato (18 febbraio 1984)
 tra l'allora presidente del Consiglio italiano 
Bettino Craxi e il segretario di stato del Vaticano Agostino Casaroli si stabilì che il sostegno dello Stato alla Chiesa (studiato dall'allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino) avvenisse nel quadro della devoluzione di una frazione del gettito totale Irpef, l'otto per mille appunto, da parte dello Stato alla Chiesa cattolica e
 alle altre confessioni per scopi religiosi o caritativi.

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Jobs act Drogato


Jobs act dopato: 
per 3 anni le aziende non pagano i contributi 
dei neo assunti, poi i licenziamenti

"Il boom di contratti a dicembre è spiegato perché scadeva il bonus tramite cui le aziende per tre anni 
non pagano i contributi dei neo assunti".
A lanciare l’allarme sul mancato successo del Jobs act è stato il giuslavorista Michele Tiraboschi.
Per l’esperto di lavoro, occorre fare “attenzione”, perché l’attuale mercato del lavoro sarebbe “dopato dalla decontribuzione” e  “fra tre anni avremo un incremento dei licenziamenti. 
Anche la Corte dei Conti ha lanciato l'allarme”.
Anche a proposito del programma ‘Garanzia giovani’, Tiraboschi è stato severo. 
"È un fallimento. Non lo dico io, ma i numeri".

Così "I numeri ci dicono che solo a un giovane su quattro è stata erogata una misura concreta. E 
appena nel 3,7% si è trattato di un contratto di lavoro".
"Garanzia giovani – ha continuato il giuslavorista - è l'antipasto delle politiche attive del Jobs act. Era il primo banco di prova per vedere la tenuta della riforma ed è un flop. Ci sono molti iscritti, perché i 
ragazzi ci credono, illusi dalla parola 'garanzia'. Ma la verità è che uno su quattro non ha nemmeno 
ricevuto risposta: se questo è l'anticipo delle politiche sul lavoro, il Jobs act fallirà".
"Se il programma Garanzia giovani verrà rifinanziato, bisognerà imparare dagli errori commessi. 
Servirebbe un intervento autorevole delle istituzioni europee. Bruxelles dovrebbe darci un cartellino 
giallo e vigilare che gli sprechi non si ripetano", ha concluso Tiraboschi.

LEGGI COSA SUCCEDE IN FRANCIA


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Francia: un milione in piazza contro il jobs act


Francia: un milione in piazza contro il jobs act
Scioperi in tutto il Paese. Bloccati porti e scuole, disagi negli aeroporti,
 chiusa la Tour Eiffel. 650 chilometri di code.

Centinaia di migliaia di persone, più di un milione secondo gli organizzatori, hanno invaso oggi le piazze francesi contro la riforma del codice del lavoro, conosciuta anche come legge El-Khomri. Il progetto di legge, partorito dalla giovane ministra del lavoro dalla quale prende il nome, ha mobilitato ancora una volta (la quarta in un mese) lavoratori, studenti universitari e liceali in più di 260 città d'oltralpe. Con orari e modalità diverse, il paese è stato scosso dalle iniziative di protesta che si sono saldate con lo sciopero dei lavoratori dei trasporti. L'appello a manifestare era partito dai sindacati CGT e Force Ouvrière, che già promettono nuove iniziative per il 9 aprile prossimo. Secondo gli organizzatori, la mobilitazione generale di oggi avrebbe superato di gran lunga, per numero di partecipanti, quella del 9 marzo scorso, quando, a sfilare per le strade era stato un numero che variava da 240.000 (secondo le autorità) a 500.000 secondo le organizzazioni sindacali. 

Mentre il progetto di riforma, pur rimaneggiato, è in commissione all'Assemblea Nazionale, i sindacati chiedono, sic et simpliciter, il ritiro dell'intero progetto di legge, colpevole di produrre una drastica diminuzione dei diritti dei lavoratori. Nonostante le modifiche, infatti, la legge El-Khomri continua a sembrare troppo sbilanciata in favore della parte datoriale, in particolare per quel che riguarda i licenziamenti e le ore di lavoro straordinario che, di fatto, come più volte sottolineato, svuoterebbero il potere contrattuale dei salariati.

A Parigi, dove il corteo era previsto per il primo pomeriggio, si sono verificati momenti di tensione. Anche nelle mobilitazioni che si sono tenute in mattinata, non sono mancati gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, soprattutto nel nord-ovest del paese, a Rennes e a Nantes, in particolare. Ai lanci di pietre, gli agenti hanno risposto con i lacrimogeni. La tensione era, a tratti, altissima, anche a causa del video, diffuso nei giorni scorsi, nel quale si denunciava la violenta repressione degli agenti di polizia su un adolescente, che partecipava a una protesta nella capitale. Ci sarebbero attivisti fermati in molte città. A Brest, l'ultimo lembo di terra francese sull'Atlantico, il municipio è stato invaso dai manifestanti. E intanto, a giudicare dall'insistenza con la quale alcune centinaia di giovani stanno cercando, per esempio a Rennes, di arrivare in un luogo simbolo della città come Place du Parlement, sembra prendere corpo l'ipotesi secondo la quale la manifestazione di oggi non terminerebbe con lo scioglimento del corteo. Nonostante i ripetuti respingimenti operati dalle forze dell'ordine, i manifestanti avrebbero intenzione di occupare la piazza, in linea con un appello che, rivela il quotidiano "Ouest-France", circolerebbe in rete con lo slogan Nuitdebout (notte in piedi). L'obiettivo sarebbe, appunto, replicare le esperienze di Occupy o degli Indignados. La situazione continua a essere tesa. Il governo francese deve decidere se ritirare il progetto di legge, aprire a ulteriori e drastiche modifiche o continuare per la sua strada, in maniera del tutto impopolare. Già ieri, a causa dell'opposizione trasversale della destra e della sinistra, il presidente Hollande aveva dovuto incassare una bruciante sconfitta sulla revisione costituzionale. Il suo gradimento è ai minimi storici, intorno al 18%, record negativo per un capo dello stato francese, mentre mancano solo 14 mesi alle elezioni .

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IN ITALIA


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Jobs Act: Morto il Contratto Indeterminato


Jobs Act: 
morto il contratto a tempo indeterminato

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato dell’Unione Sindacale di Base. – E’ in atto una campagna 
mediatica sia a livello televisivo che di stampa, tesa a promuovere il Jobs Act quale strumento di 
stabilizzazione del lavoro; anche sui locali giornali web, infatti , sono apparsi comunicati  come ad 
esempio quello di Federlazio di qualche giorno fa, che affermerebbero che  questo provvedimento 
varato dal governo Renzi  avrebbe incrementato le assunzioni a tempo indeterminato.

Spiace andare contro tendenza ma la nostra opinione è tutt’altra:  attraverso questa riforma del lavoro, il contratto a tempo indeterminato ha cessato di esistere.

Premesso che, anche sotto il profilo dei numeri, il campanello d’allarme arriva dall’Istat per quanto 
riguarda i rapporti di lavoro a tempo indeterminato che, nonostante gli incentivi, cominciano a dare 
segnali di rallentamento (nel trimestre agosto-ottobre 2015 , infatti,  i lavoratori con contratto 
permanente risultano 32 mila in meno, mentre i lavoratori a termine  87 mila in più),  noi vogliamo 
riflettere sullo svuotamento del significato di “contratto a tempo indeterminato”.

Con la  definitiva abolizione dell’art. 18, contenuta n el Jobs Act,  infatti, il datore di lavoro può licenziare senza giustificato motivo,  in quanto non è più previsto il reintegro nel posto di lavoro nel caso in cui il giudice  stabilisca che il licenziamento è illegittimo. Se, poi , a questo aggiungiamo gli sgravi contributivi che il governo ha concesso alle imprese tramite la Legge di Stabilità, 
 il quadro è completo: le imprese assumono beneficiando degli sgravi contributivi,  sapendo che possono licenziare in qualsiasi momento.

Primi esempi di “licenziati a tutele crescenti” ci risultano essere stati tre operai della cartiera Pigna 
Envelopes di Tolmezzo, assunti a marzo con il contratto a tempo indeterminato introdotto dal Jobs Act , dopo soli otto mesi l’azienda li ha lasciati a casa. Eppure la Società ci risulta abbia potuto beneficiare dei generosi incentivi che 
esonerano il datore di lavoro dal pagamento dei contributi per tre anni”.

Possiamo capire così  come  il  governo  ne faccia  un suo cavallo di battaglia e, soprattutto,  perché i 
suoi  fidi alfieri, che di certo non sono  i lavoratori ma le parti datoriali e le imprese, difendano 
appassionatamente questa riforma.

L’abolizione dell’art. 18 e l’introduzione del  contratto a tutele crescenti, che vuol dire zero tutele per un lungo periodo lavorativo e   la decontribuzione per le aziende per i primi tre anni,  stanno creando un turnover di precari nelle imprese senza alcuna possibilità reale di stabilizzazione,
 una sorta di caporalato legalizzato.
Sta avvenendo, e i fatti ce lo confermano, che molti contratti a tempo determinato vengono sostituiti con quelli a tempo indeterminato soltanto perché le aziende beneficiano di questi   sgravi contributivi ma i lavoratori sono condannati ad un precariato a vita ed i licenziamenti non riguarderanno più vere crisi aziendali o negligenze del dipendente, bensì periodici ricambi di forza lavoro che darà diritto a nuovi sgravi alle imprese.

Nella bieca giustificazione che abbia rappresentato un ostacolo alle assunzioni,   è stata compiuta 
attraverso il Jobs Act , la reale devastazione del diritto fondamentale del lavoro e, ancor peggio, è stato messo in atto un infame tentativo di mettere  padri contro i figli , generazione contro generazione, facendo passare per privilegi  quei sacrosanti diritti (come il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo) che delineano il confine tra dignità e schiavitu' .

IN ITALIA E' PASSATO SENZA PROBLEMI ...


LEGGI IN FRANCIA COSA SUCCEDE


Un milione di persone sono scese in piazza 
In Francia per protestare contro la riforma del lavoro che in Italia e’ stata approvata senza che si muovesse foglia. I francesi e’ noto che sono un osso duro la loro storia gli fa onore,per l’Elite imporre riforme liberiste sara’ dura.Ci sono stati scontri con la polizia che ha usato spray urticanti e cariche per disperdere i manifestanti.

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sabato 2 aprile 2016

In Italia gli Imprenditori guadagnano MENO dei Dipendenti



I DIPENDENTI DICHIARANO PIU’ DEGLI IMPRENDITORI!
I PRIMI 20.520 EURO, I SECONDI 18.280… IL REDDITO MEDIO SALE DI 250 EURO!
Sono solo 424 mila i contribuenti italiani che dichiarano al fisco un reddito superiore ai 100 mila euro: si tratta dell’1,04 per cento dell’intera platea.
Se ci si limita ai supericchi, sopra i 300 mila euro, l’aria si fa ancora più rarefatta: un gruppo di soli 31.700 soggetti, pari allo 0,1% della popolazione fiscale che, venendo allo scoperto, si fa carico anche di pagare il contributo di solidarietà del 3% sulla parte di reddito eccedente.
Se si scende più in basso la sensazione è sempre che non tutto emerga: a conti fatti solo il 4% degli italiani dichiara più di 50 mila euro e si accolla il 35% del gettito dell’Irpef.
Un’Italia con un forte sospetto di evasione (del resto è di 90 miliardi all’anno) ma anche segnata da redditi polarizzati.
La gran massa degli italiani, circa 40,7 milioni galleggia su un dichiarato medio di 20.320 euro, 250 euro in più sull’anno precedente.
Per avere la percezione chiara delle disparità basti pensare che la metà dei contribuenti non supera i 16.430 euro di reddito dichiarato.
E’ questa la fotografia che giunge dal Dipartimento delle Finanze del Mef 
relativa all’anno d’imposta 2014.



L’indagine rileva per la prima volta anche l’impatto degli 80 euro (da maggio del 2014) sull’Irpef che ha visto un calo dell’imposta netta del 4 per cento: gli aventi diritto sono stati 11,3 milioni per un importo di 6,1 milioni e un ammontare medio di 540 euro.
Dal rapporto emerge anche la classifica di chi dichiara di più e chi dichiara di meno e lascia spazio a polemiche e rivendicazioni soprattutto nel campo del popolo delle partite Iva dove ci sono professionisti, artigiani e commercianti. In testa ci sono i lavoratori autonomi (professionisti e consulenti non tenuti ad iscriversi al Registro delle imprese della Camera di commercio) che dichiarano 35.570 euro, seguiti dal gran gruppo del lavoro dipendente che si attesta a 20.520 euro, più in basso i pensionati con 16.700 euro.
E i titolari di ditte individuali (commercianti e artigiani), definiti fiscalmente imprenditori perché iscritti al Registro delle imprese della Camera di commercio?
Dichiarano meno dei loro «colleghi» autonomi (con i quali condividono l’obbligo della partita Iva), poco più dei pensionati e meno dei lavoratori dipendenti, cioè 18.280 euro.
Bisogna tuttavia osservare – come sottolinea il Tesoro nella nota – che questa categoria nella maggior parte dei casi non ha personale alle proprie dipendenze.
Va inoltre sottolineato che il reddito di 18.282 è una media tra i titolari di imprese individuali in contabilità ordinaria (circa 31.240 euro) e quelle in contabilità semplificata che per definizione hanno un reddito più basso (17.100 euro).
Resta comunque il fatto che commercianti e artigiani, cioè gli imprenditori individuali, dichiarano meno degli autonomi e dei dipendenti.
Per conoscere le stime degli imprenditori individuali che sono anche datori di lavoro (circa 600 mila) bisognerà attendere i dati di maggio: in base alle stime già note del 2013 costoro dichiarano un reddito di 31.612 euro contro i 10.685 dei propri dipendenti.

LEGGI ANCHE
Jobs Act: assunzioni fasulle per intascare soldi pubblici


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