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sabato 12 novembre 2016

Ti Pago con 5 Voucher e il resto in nero


L'operaio: «O accettavo o sarei rimasto senza lavoro»
Ecco la storia di un operaio edile di Carrara: ha accettato di lavorare a voucher con la promessa che sarebbe stato solo un periodo di prova e che poi sarebbe arrivato un contratto.
«Non avevo scelta: o accettavo o mi sarei ritrovato senza lavoro». Mauro (nome di fantasia) non distoglie mai lo sguardo dalla scrivania quando parla. Porta scarponi antinfortunistici imbiancati dal cemento e un gilet da lavoro fradicio per la pioggia. Operaio edile di Carrara, a 62 anni ha accettato di lavorare a voucher con la promessa che sarebbe stato solo un periodo di prova e che poi sarebbe arrivato un contrattino. «Tutte balle! Ma al sapev (lo sapevo)», dice. «All’inizio mi pagavano tutte le ore con i buoni - racconta - poi un giorno il datore di lavoro mi ha preso da parte e mi ha detto: “Guarda facciamo che ora ti diamo qualche voucher e poi il resto al nero, ok?”». E ha accettato. Non poteva fare altro. Per tre mesi ha lavorato come un dipendente qualsiasi: cinque giorni a settimana, otto, anche nove, ore al giorno. E a fine mese arrivava lo stipendio. Circa 1.200 euro, di cui solo 200 in voucher. Il resto in nero.
Aumentano i voucher in edilizia. È il mondo dell’edilizia in Toscana oggi. Quel mondo di visi rigati dal sole e dal freddo, di mani crepate dal calcestruzzo. Su e giù per le impalcature pensando al dieci del mese. Un lavoro infame, di rinunce e fatiche accettate sempre con la compensazione di una sicurezza. Che adesso, però, non c’è più. Lo dicono i dati elaborati dalla Filcams Cgil sulla base dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, secondo cui, non solo nell’ultimo anno la vendita di voucher in Toscana ha avuto una crescita esponenziale maggiore rispetto alla media nazionale - è salita del 78%, 12 punti percentuali in più rispetto alla media italiana - ma una buona fetta la prende proprio l’edilizia. Solo il 2,1% dei voucher venduti nel 2015 infatti sono stati impiegati nell’agricoltura - il settore per cui erano stati concepiti in origine - il 16,5% nel turismo, il 14,8% nel commercio, l’11,2% nei servizi. E ancora: il 4,6% nei lavori domestici, il 3,6% nel giardinaggio e pulizia, il 3,5% nelle manifestazioni sportive. 
E infine il 43,6% in «altre attività», di cui la maggior parte 
- si legge nel dossier - proprio nell’edilizia.


Ma è quasi tutto lavoro nero. Ma questa poi è solo la punta dell’iceberg del precariato. I voucher sono spesso solo lo specchietto per le allodole dietro cui nascondere il lavoro nero. «Ero rimasto senza lavoro e ho accettato i voucher perché mi hanno detto che sarebbe stato per un breve periodo», racconta un altro operaio di Massa di 28 anni. Anche lui preferisce l’anonimato («perché poi chi lo ritrova un lavoro», dice). «E invece - continua - hanno iniziato a pagarmi solo due giorni alla settimana con i voucher e gli altri tre al nero. Sono andato avanti un anno così. Poi mi sono fatto coraggio e ho detto al mio datore di lavoro che non era giusto. E lui mi ha detto: “Se non ti va bene, vattene”. E alla fine sono stato costretto ad andarmene».
La storia dei voucher. E pensare che i voucher sono nati nel 2003 proprio, diceva il governo di allora, per contenere il lavoro nero. Doveva essere utilizzato solo in casi davvero marginali, per lavori occasionali come vendemmie, ripetizioni, lavori di giardinaggio, pulizie. Il governo Berlusconi del 2008 ampliò la platea dei voucheristi tirando dentro anche «i percettori di prestazioni integrative del salario o con sostegno al reddito». Con la rifoma Fornero poi altra botta: la possibilità di usare i buoni è stata estesa a tutti i settori. Con un solo limite: quello di 2mila euro di reddito annuo percepibile dal lavoratore da ciascun committente. E infine il Jobs Act che ha alzato il tetto massimo di reddito annuo percepibile da 5mila 7mila.
Il risultato? I voucher oggi vengono usati ovunque, anche negli uffici pubblici e hanno ottenuto giusto l’effetto contrario di quello che volevano ottenere: l’aumento del nero. «Noi ci siamo opposti da subito all’uso dei voucher - commenta Giulia Bartoli, segretaria regionale della Fillea Cgil -, ma soprattutto crediamo che sia inconcepibile che vengano utilizzati in un settore come quello dell’edilizia. Un lavoro a rischio, dove vengono costruite case, messe in sicurezza scuole, asfaltate strade. Che poi è difficile che sia occasionale».
I controlli. Fino a un mese fa il datore di lavoro aveva 30 giorni di tempo per comunicare all’Inps i dati del lavoratore. Eludere i controlli era facile. «Se fosse venuto l’ispettorato del lavoro - racconta Mauro - dovevamo dire che era il primo giorno che lavoravamo. Ma alla fine non è mai venuto». Il punto è proprio questo. «Mancano i controlli, l’ispettorato del lavoro è all’osso», spiega Franco Silvestri della Fillea Cgil di Massa-Carrara. Da un mese le regole sono cambiate: il datore deve comunicare tutto un’ora prima. «Ma non funzionerà nemmeno così», commenta Michela Poletti, legale della Cgil. I voucher, dice lei, «sono uno strumento che si presta a essere utilizzato da un imprenditore che vuole usare il lavoro nero. Ci sono mille modi poi per giustificare la presenza di

un lavoratore in un luogo di lavoro».

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ECCO LE REGOLE DEI VAUCHER

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