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venerdì 7 dicembre 2018

Landini dice Salvini e Di Maio Abbaiano ma non cambiano niente

Landini dice Salvini e Di Maio Abbaiano ma non cambiano niente


 Maurizio Landini, possibile futuro segretario generale della CGIL, il quale si è soffermato su diversi temi economici, lavorativi e sindacali attuali, non lesinando critiche al Governo in carica. Vediamo le parti salienti di quello che ha detto.

Landini: 'Governo? Per ora molte chiacchiere e pochi fatti'
Maurizio Landini ha esordito dicendo: "Il sindacato sta dalla parte del cambiamento e del miglioramento delle condizioni di chi lavora.

Noi siamo autonomi da Governi e li giudichiamo per quello che fanno. Ad oggi siamo di fronte a molte chiacchiere e molti annunci, pare di essere in campagna elettorale, ma di fatti ce ne sono molto pochi.

Anche la famosa "Quota 100" e il famoso reddito di cittadinanza non si capisce ancora come e quando li fanno, né chi li prende. Il Governo sta semplicemente applicando un accordo che hanno fatto fra privati, ma non c'è nessun confronto né discussione. Il problema di questo paese è creare lavoro [VIDEO] e far ripartire gli investimenti pubblici e privati".

'Su pensioni meccanismo molto rigido e donne penalizzate, se Quota 100 fosse retroattiva sarebbe presa in giro'
Parlando in particolare della possibile "Quota 100" sulle Pensioni, Landini ha detto: "Intanto non si capisce come viene fatta, ne circolano di ogni genere. Inoltre pare che ci troveremo di fronte a un meccanismo molto rigido: devi avere 62 anni di età e 38 di contributi, se non hai i due elementi la cosa non funziona. Questo penalizza sicuramente le donne, perché difficilmente hanno tutti quegli anni di contributi.

La nostra proposta è 62 anni di età, ma con una flessibilità che permetta alla singola persona di decidere in base ai contributi di poter uscire. Inoltre, siccome in campagna elettorale dicevano di voler cancellare la Riforma Fornero, c'è anche il problema dei giovani: occorre creare un sistema che dia un futuro di pensione anche a loro. Inoltre, come noi diciamo da sempre, i lavori non sono tutti uguali: dipende da quello che fai (...) Noi già ai Governi precedenti chiedevamo di cambiare la Fornero. Quello che vuol fare questo Governo non si capisce: se dovesse saltare fuori che la Quota 100 è retroattiva, perché 62 anni li dovevi avere due anni fa, ma chi stiamo prendendo in giro?".

Landini su Europa: 'Di Maio e Salvini hanno abbaiato ma ora dicono a Conte di fare l'accordo, facciano vera trattativa'
Landini si è anche soffermato sui temi europei: "Il sindacato non ha avuto bisogno del Governo Salvini-Di Maio per dire che andava cambiata l'Europa: noi eravamo contro il pareggio di bilancio e contro il fiscal compact e abbiamo chiesto di rivedere i Trattati.

Io critico il fatto che questi fanno campagna elettorale. Se vogliono cambiare veramente le cose dovrebbero fare una trattativa vera, a partire da quelli che in Europa comandano [VIDEO]. Qui invece si fanno solamente degli annunci, per poi tornare indietro: Salvini e Di Maio hanno abbaiato per dire ora a Conte di fare l'accordo che puoi e vediamo come saltarci fuori. La vera trattativa sarebbe su un punto: quella degli investimenti, per il loro rilancio e per scomputarli dal debito".

Landini: 'Se non arriva risposta dal Governo noi facciamo mobilitazione, non ci fermeremo davanti a nulla'
Riguardo alla provocazione che Confindustria potrebbe mobilitarsi e il sindacato no, Landini ha detto: "Gli imprenditori vediamo cosa fanno [VIDEO], dovrebbero riprendere a fare gli investimenti. Noi come sindacato abbiamo sempre fatto Politica, non siamo apolitici. Noi siamo un soggetto che giudica i Governi per quello che fanno. E così abbiamo fatto coi precedenti. La disintermediazione purtroppo è partita prima. CGIL, CISL e UIL insieme hanno scritto al Governo per proporre cosa fare, anche su evasione e investimenti. La risposta ancora non c'è. Stiamo facendo assemblee per preparare la mobilitazione e noi saremo pronti a mettere in campo quello che abbiamo sempre fatto con ogni Governo. Se le cose non vengono fatte non ci fermeremo davanti a nulla e decideremo tutto quello che c'è da decidere".

'Non è cambiato niente: iscritti CGIL che hanno votato Lega mi chiedono di difenderli dalle cose che il Governo non farà'
Landini ha poi concluso: "Il Governo vuol raccontare che non discute coi sindacati, vorrei far notare che quelli prima di loro che volevano la disintermediazione ora non ci sono più, mentre noi ci siamo ancora. Quindi suggerirei anche a questi di volare basso. I sindacati in Italia hanno 11 milioni di iscritti che ogni mese pagano volontariamente la tessera. I 5 Stelle hanno preso proprio 11 milioni di voti e pensano di non dover più rispondere a nessuno, e a noi con gli stessi numeri non ci vogliono incontrare. Così si riduce la democrazia ma noi non abbiamo nessuna intenzione di stare zitti e fermi. (...) Diversi lavoratori iscritti alla CGIL mi fermano e mi dicono: 'Abbiamo votato la Lega perché volevamo il cambiamento, ma tu non abbassare la guardia e difendici anche dalle cose che quel Governo non farà'. (...) Quello che mesi fa hanno annunciato ancora non si vede: le condizioni di vita delle persone non sono cambiate chi era precario è ancora precario, chi voleva andare in pensione non ci è ancora andato perché i soldi non ci sono. Questo Governo, al di là delle parole, non sta cambiando le ragioni per cui si è determinata questa crisi (...) Noi abbiamo varie proposte già depositate in Parlamento che aspettano delle risposte: siamo un sindacato di progetto e non solo di opposizione".


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domenica 2 dicembre 2018

15 mila Operatori Senza Lavoro con i Migranti Espulsi

Migranti Espulsi e 15 mila Operatori Senza Lavoro


Migranti, la grande espulsione. 
Quarantamila fuori dai Centri 
e 15mila operatori, 
sopratutto italiani, perderanno il lavoro.

I prefetti scrivono ai gestori delle strutture: resta soltanto chi ha ottenuto l'asilo. Mattarella: 
"La sfida riguarda l'Europa e il mondo, 
serve una responsabilità comune".

Fuori dagli Sprar, come prevede la legge Salvini, ma anche fuori dai Cas e dai Cara, secondo una "conseguenziale" interpretazione data dai prefetti di tutta Italia che, da qualche giorno, hanno cominciato a riunire i gestori dei centri comunicando loro che i titolari di protezione umanitaria dovranno lasciare anche le strutture di prima accoglienza.

Tutti, comprese donne e famiglie con bambini. Già ieri 26 persone sono state invitate a lasciare immediatamente il Cara di Isola Capo Rizzuto in Calabria: tra loro una donna incinta e un bambino di cinque mesi, subito presi in carico dalla Croce Rossa.

Tutti migranti regolari, tutti con documenti di identità e permesso di protezione umanitaria, tutti destinati alla strada come altri 40mila, questa la stima fatta dalle associazioni di settore, interessati dai provvedimenti dei prefetti che, chi con data perentoria chi con maggiore elasticità a difesa delle situazioni più vulnerabili, hanno così allargato a dismisura la portata della legge Salvini, di fatto privando di qualsiasi tipo di accoglienza i titolari di protezione umanitaria.

E proprio nel giorno in cui da Verona il presidente della Repubblica richiamava ad un senso di comune responsabilità nell'affrontare il problema dell'immigrazione "un fenomeno che non è più di carattere emergenziale ma strutturale e quindi costituisce una delle grandi sfide che si presentano all'Unione europea e a tutto il mondo ed è un'esigenza che richiama alla responsabilità comune".

Mattarella, facendo appello all'Unione europea ad "assumere questo fenomeno che non va ignorato ma affrontato" ha implicitamente invitato il governo italiano (che non intende sottoscriverlo) a leggere il Global Compact delle Nazioni Unite "prima di formulare un giudizio perché non si esprimono opinioni e giudizi per sentito dire".

Dall'analisi del Decreto #Selfini risulta evidente che il suo vero obiettivo è rendere difficile la vita ai migranti che sbarcano in Italia, in modo da scoraggiarne la venuta. Di contro, poichè non riuscirà ad annullare i flussi in entrata, avrà l'effetto di aumentare gli irregolari in circolazione. Tra l'altro non c'è alcun provvedimento che affronti il problema dei 600 mila irregolari in libera circolazione, che è il bacino a cui attinge la criminalità organizzata e che sono la vera causa di insicurezza. Penso che sia una precisa scelta per continuare a speculare sulla paura dei cittadini. Non è prevista alcuna azione concreta di lotta alle mafie, che controllano interi territori e gestiscono tutti i traffici illegali, tra i quali quello della droga e della ricettazione, che tra l'altro utilizzano come manovalanza i migranti irregolari. Anche questa è una scelta politica per non inimicarsi quelle potentissime organizzazioni che controllano voti ed enormi capitali ( la sola 'ndragheta fattura 50 Mld/anno! ).


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mercoledì 14 novembre 2018

Quota 100 Penalizzazioni in Vista

PER CHI SCEGLIE QUOTA 100 PENALIZZAZIONI IN VISTA

PER CHI SCEGLIE QUOTA 100 PENALIZZAZIONI IN VISTA

"Le audizioni in corso alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato mettono sempre piu' in evidenza le incongruenze politiche e contabili della manovra". Lo afferma Cesare Damiano, candidato alla segreteria del Partito democratico, a proposito della legge di Bilancio.
"Basta esaminare - continua - quanto affermato dall'Ufficio
Parlamentare di Bilancio e dalla Corte dei Conti". Nel primo caso si evidenzia un fenomeno finora non venuto alla luce: che optare per '#Quota100' significa tagliare del 5% all'anno l'importo dell'assegno, fino a un massimo del 30%. Il taglio 'implicito' dell'assegno diventa pesante se abbinato al divieto, per i primi 2 anni, di svolgere un'attivita' da parte di chi ha aderito a 'Quota 100'. Inoltre, l'Upb ha evidenziato che potrebbero uscire dalle aziende oltre 400.000 lavoratori: in quel caso, il costo salirebbe a 13 miliardi. E' evidente che i 6,7 miliardi per le pensioni,
stanziati dal Governo, sono del tutto insufficienti. Un altro
capitolo e' stato aperto dalla Corte dei Conti che ha evidenziato come la composizione qualitativa della manovra assegni l'80% delle risorse alla spesa corrente e soltanto il 20% agli investimenti" Quello che il Governo si ostina a non voler capire e' che i conti non stanno in piedi per due motivi: la legge di Bilancio e' squilibrata a svantaggio degli investimenti e c'e' il rischio che
il 2,4% venga sfondato perche' le promesse gialloverdi, esagerate (Quota 100, Quota 41, Opzione Donna, nona salvaguardia degli esodati, blocco dell'aspettativa di vita, Reddito e pensione di Cittadinanza), non saranno possibili data l'esiguita' delle risorse, 6,7 miliardi piu' 9 miliardi, complessivamente messe a disposizione. La realta' e' piu' dura della fantasia, al di la' di quello che pensano Di Maio e Salvini", conclude.



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sabato 10 novembre 2018

#JOBSACT, DA CONSULTA PIETRA TOMBALE SU LEGGE

La Consulta ha depositato oggi la sentenza con la quale ha dichiarato illegittima la norma relativa   all'indennità per i licenziamenti ingiustificati contenuta nel Jobs Act.

#JOBSACT, DAMIANO: DA CONSULTA PIETRA TOMBALE SU LEGGE

"La Consulta ha depositato oggi la sentenza con la quale ha dichiarato illegittima la norma relativa 
all'indennità per i licenziamenti ingiustificati contenuta nel Jobs Act. La Corte Costituzionale ha ribadito che la disposizione voluta dal Governo Renzi è anche in contrasto con la Carta sociale europea che prevede 'il diritto dei lavoratori, licenziati senza un valido motivo, a un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione'". 

Lo dichiara Cesare Damiano, candidato alla segreteria del Partito democratico, a proposito della pronuncia della Corte costituzionale sul Job act. "Inoltre - continua - la sentenza rileva che il risarcimento collegato all'anzianità di servizio previsto dal Jobs Act, non rappresenta 'un adeguato ristoro del danno prodotto, né un'adeguata dissuasione del datore di lavoro dal licenziare ingiustamente'. È evidente, quindi, che le tanto decantate 'tutele crescenti' sono in contrasto con gli articoli 4 e 35 della Costituzione. Ci sembra che questa sia la pietra tombale sul Jobs Act. Se il Governo Renzi avesse dato ascolto al parere della Commissione lavoro della Camera che conteneva tra le condizioni (ignorate) la possibilità di reintegrare il lavoratore nell'azienda in caso di evidente 
sproporzione tra la misura del licenziamento e le sue motivazioni, 
non saremmo giunti a questo punto". 

"Nel Programma dei Laburisti Dem, con il quale sostengo la mia candidatura al congresso del Pd, 
questo tema è argomento-chiave: noi proponiamo di superare definitivamente il Jobs Act e di prevedere anche la reintegra nel posto di lavoro
 nei casi di licenziamento individuale illegittimo", conclude.



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domenica 4 novembre 2018

Governo: non cambia la sostanza della Fornero


Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.


di Giorgio Cremaschi (Potere Al Popolo)

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini, quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Tutte e tutti costoro lasceranno integralmente il versato nelle casse dell’INPS e potranno solo chiedere la pensione sociale, 448 euro al mese, a 67 anni se poveri ai sensi dell’Isee. Va detto che la Fornero ha ereditato questa porcata dal governo di Giuliano Amato che la varò nel 1992 di fronte ad una tempesta monetaria che preparava l’euro. La Fornero ha semplicemente inserito quella norma nel balzo da essa imposto all’eta pensionabile. Lo stesso ha fatto con un’altra norma che spesso invece le viene attribuita: il meccanismo di innalzamento automatico dell’età della pensione in proporzione all’incremento della cosiddetta aspettativa di vita: più speri di vivere, più devi lavorare.

Fu Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi nel 2009, a stabilire questa norma stupida e feroce che cancella la fatica del lavoro e trasforma i successi della medicina e della società, di cui usufruiscono prima di tutto i più ricchi, in condanna per i poveri. Naturalmente la Lega di Bossi, Maroni e Salvini votò a favore.

Anche questo meccanismo non viene abolito, ma solo bloccato per alcuni anni; poi riprenderà a fare danni, innalzando sia l’età della pensione di vecchiaia sia i contributi necessari per quella di anzianità. Intanto però saranno passate le prossime elezioni.

Il governo dichiara inoltre di voler mantenere la cosiddetta “opzione donna”. Anche questa è una misura già decisa dai governi precedenti, per stemperare gli eccessi di ferocia della legge Fornero. Le lavoratrici con 58 anni di età se dipendenti, 59 se autonome, se avranno maturato 35 anni di contributi potranno andare in pensione a circa 60 anni. Naturalmente con un pesante taglio alla rendita. Anche questo provvedimento micragnoso e sessista viene confermato, presentandolo come un grande cambiamento, ma allora cosa cambia davvero?

Come si sa il governo chiama abolizione della legge Fornero l’istituzione della cosiddetta “quota 100”. Chi ha 62 anni di età e 38 anni di contributi potrà andare in pensione, ma con alcune avvertenze.

La prima è che non c’è in realtà alcuna quota 100: chi ha 60 anni di età e 40 di contributi non andrà in pensione prima, così pure chi ha 63 anni e 37 di contributi. I due requisiti sono entrambi necessari, se uno dei due manca non si va in pensione. Inoltre tornano le famigerate “finestre”; cioè non si va in pensione quando si maturano i requisiti, ma un po’ dopo. Da un minimo di 4-5 mesi per un lavoratore del privato, ad oltre un anno per un insegnante.

Ora sulla base di tutti questi e di altri piccoli trucchi che si stanno elaborando, il governo prevede di far andare in pensione, prima di quando avrebbero dovuto andarci con la Fornero, circa 350.000 persone, che già sono molte meno di coloro interessate ad una vera quota 100. Anche qui c’è la complicità delle opposte propagande: il governo dice che “cambia tutto”, Boeri e PD che lamentano lo scasso dei conti pubblici. La realtà è molto diversa.

Per andare in pensione nel 2019 a 62 anni di età con 38 anni di contributi bisogna essere nati attorno alla metà degli anni 50, essere andati a lavorare attorno ai 24-25 anni e aver mantenuto un impiego stabile fino al 2018. Chi sono costoro? In grandissima parte impiegati delle grandi aziende private e del settore pubblico. Che effettivamente potranno andare prima via dal lavoro… o dovranno?

Sì perché stranamente questo provvedimento coincide largamente con i bisogni delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di procedere allo svecchiamento del personale. Via impiegati anziani e costosi, dentro giovani pagati molto meno e, ricordiamolo sempre, nel privato senza articolo 18. Del resto quando fu varata la legge Fornero fu proprio Boeri a lamentare che essa avrebbe “ingessato” il mercato del lavoro. Per questo la Confindustria è concorde, al di là di qualche ipocrisia di facciata.

Quello che il governo sta varando non è l’abolizione della legge Fornero, che resta in tutti i suoi meccanismi più feroci e ingiusti, ma un prepensionamento per alcune categorie di impiegati del sistema pubblico e privato. Naturalmente molti di loro saranno contenti di uscire da posti di lavoro sempre peggiori, ma, ripeto, questo non elimina la controriforma del sistema pensionistico.

Per fare davvero una riforma giusta si dovrebbe abbassare per tutte e tutti, e non solo per alcuni, l’età della pensione. Si dovrebbe garantire una pensione dignitosa ai giovani e ai precari. Si dovrebbe rilanciare il sistema pubblico con adeguata contribuzione, invece che colpirlo con i condoni o con le agevolazioni per le pensioni private, anche sindacali.

Non è vero che il sistema pensionistico pubblico sia al collasso, come affermano mentendo tutti i liberisti, di governo e di opposizione. Al contrario il sistema pubblico è in attivo, tolte le spese di assistenza che dovrebbero riguardare la fiscalità generale, recuperati i mancati contributi dello stato per i suoi dipendenti, recuperata la gigantesca evasione contributiva agevolata nel nome delle “imprese”; e soprattutto messi nel conto i 50-60 miliardi annui di tasse che versano i pensionati.

Se tutti questi conti venissero onestamente fatti, verrebbe smentita la propaganda liberista su un sistema pensionistico pubblico insostenibile. E verrebbe fuori invece la brutale realtà di governi che hanno sempre usato le pensioni come bancomat pronta cassa.

Tutto l’impianto della legge Fornero rimane, come quello di tutte la controriforme precedenti, a partire da quel sistema contributivo introdotto dalla legge Dini, che, nell’epoca della precarizzazione del lavoro, ha distrutto la solidarietà tra generazioni nel sistema pubblico.

Il governo gialloverde in realtà copia ciò che fece l’ultimo governo Prodi nel 2007. Allora era in vigore il cosiddetto “scalone Maroni”. Un innalzamento dell’età della pensione attuato dal governo di destra precedente, a cui il ministro leghista del lavoro di allora aveva dato il sui nome. Prodi aveva preso in campagna elettorale il solenne impegno di abolire lo scalone Maroni; e alla fine lo mantenne, mandando in pensione prima alcune classi di età, allora si parlava di quota 95. Ma senza toccare nulla della struttura del sistema pensionistico, anzi facendo pagare alla maggioranza dei lavoratori il miglioramento per alcuni.

Salvini e Di Maio oggi fanno come Prodi allora: mandano in pensione prima una piccola minoranza di lavoratori e accettano e mantengono che la grande maggioranza di essi vada in quiescenza sempre più tardi.

La lotta per un sistema pensionistico pubblico giusto e umano è ancora tutta da fare.



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mercoledì 31 ottobre 2018

Come andare in pensione nel 2019


Come andare in pensione nel 2019

Come andare in pensione nel 2019


Il 2019 sarà un anno di profondo cambiamento per il sistema previdenziale italiano. Per questo motivo è bene informarsi sulle novità in arrivo così da avere un'idea chiara su come andare in pensione. I cambiamenti riguarderanno due fronti: da una parte sui requisiti per il pensionamento interverrà l'adeguamento con le aspettative di vita, rilevate dall'Istat, che porterà a un incremento di 5 mesi dell'età pensionabile.

Ad esempio, per la pensione di vecchiaia bisognerà aver compiuto 67 anni, mentre per quella anticipata il requisito contributivo aumenterà a 43 anni e 3 mesi (un anno in meno per le donne). D'altra parte, invece, interverrà la riforma delle pensioni con cui saranno introdotte due strade per il pensionamento anticipato: la Quota 100, che consentirà di andare in pensione a coloro che hanno maturato 38 anni di contributi (ma non prima del compimento dei 62 anni) e l'Opzione Donna, per cui, invece, serviranno 57 anni (58 anni per le autonome) di età - più gli adeguamenti con le aspettative di vita - e 35 anni di contributi per andare in pensione.


Prima dei 60 anni di età, quindi, si potrà andare in pensione con Opzione Donna oppure con la Quota 41 che anche nel 2019 sarà riservata ai soli lavoratori precoci, ai quali verrà consentito di accedere alla pensione con 41 anni e 5 mesi (per effetto dell’adeguamento con le aspettative di vita) di contributi. Una volta superati i 62 anni, quindi, si potrà andare in pensione anche con la nuova Quota 100, oppure con la pensione anticipata Inps. In quest'ultimo caso, ipotizzando che un lavoratore dall'età di 20 anni abbia mantenuto una carriera lavorativa stabile, si potrà andare in pensione a 63 anni e 3 mesi. A 64 anni, invece, si potrà optare per la pensione anticipata contributiva, qualora se ne soddisfino i requisiti, purché si abbiano almeno 20 anni di contributi. Infine, come anticipato, 67 anni è l’età giusta per accedere alla pensione di vecchiaia, per la quale nel contempo sono richiesti 20 anni di contributi. Chi ha lavorato, invece, per pochi anni dovrà attendere il compimento dei 71 anni per andare in pensione. Con l'opzione contributiva della pensione di vecchiaia, infatti, sono sufficienti 5 anni di contribuzione.

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lunedì 29 ottobre 2018

Renzi, alt a Landini leader Cgil

Renzi ma non hai ancora finito di rompere i coglioni ? Hai rovinato e distrutto tutto quello che hai potuto. Dove passi tu non ricresce più l' erba e adesso cosa vuoi da Landini ? Contro di lui non ce la farai. MATTEO STAI SERENO !!!



Renzi e i renziani del Pd ripetono che i giochi in Cgil non sono fatti e che la candidatura a leader di Maurizio Landini avanzata dalla segretaria uscente Camusso è tutt’altro che scontata. La Cgil, come tutta la sinistra, non gode di buona salute, ma con i suoi apparati, i suoi 5 milioni di iscritti, la sua ramificazione nei luoghi di lavoro e sul territorio nazionale conta nelle diatribe interne del Pd e dei cespugli vicini, pesa nel bilanciamento dei poteri locali e nazionali e incide nell’orientamento – anche elettorale – degli italiani. Dal dopoguerra, per decenni, la Cgil fungeva sostanzialmente da “cinghia di trasmissione” del Pci e anche da serbatoio di voti.



Poi, dopo la fine della prima Repubblica, il rapporto fra il sindacato e il partito si è via via stemperato fino a ribaltarsi, con la contrapposizione al Pd renziano e al governo Renzi, le bordate sulla legge Fornero, il jobs act, la “guerra” contro il referendum costituzionale, il disimpegno nelle elezioni del 4 marzo con aperture ai partiti considerati fino a poco tempo “nemici”, quali M5S e Lega. Renzi si era illuso di aver rottamato anche la Cgil e i suoi capi ex comunisti. La Cgil, invece, ha resistito, pur in difesa, preparando su più fronti il contrattacco, decisa adesso a riscattarsi proprio con Landini nuovo leader. Renzi sembra aver capito la lezione e cerca, forse in ritardo, di porvi rimedio entrando a gamba tesa, anzi tesissima, nelle questioni interne alla Confederazione che fu guidata da capi di grande statura e carisma quali i comunisti riformisti Di Vittorio, Lama, Trentin. L’obiettivo è chiaro: in un Pd comunque “a trazione” renziana non è pensabile lasciare il più forte sindacato italiano a “briglia sciolta”, tanto meno in un ruolo di contrapposizione al partito e alla sua leadership nonché sempre più vicina a non poche posizioni del governo giallo-verde, del M5S e della Lega di Salvini. Renzi vuole una Cgil cavallo di Troia contro l’attuale governo, un sindacato con alla testa un suo “emissario” e non un leader carismatico che decide e fa con la propria testa. Così, con i suoi, tende la trappola, anzi le trappole, per rendere la campagna congressuale della Cgil un campo minato, giocando ogni carta pur di fermare Landini, puntando sull’antagonista Vincenzo Colla, considerato un riformista moderato, non “nemico”. Entrambi, Landini e Colla sono emiliani e reggiani. Anche altri esponenti ex Pci del Pd e dintorni (Bersani, D’Alema&C) temono Landini leader, sempre guardinghi di chi viene da quella Fiom che già con la Flm si rese protagonista di fughe in avanti avversate da Lama e dallo stesso Berlinguer.

 Ecco perché il Pd e gli altri cespugli della sinistra tentano, ognuno per propri fini, di condizionare contenuti e leadership della compagna congressuale della Cgil in corso prima dell’assise nazionale conclusiva del 23-25 gennaio 2019. In questo quadro si inserisce il recente “fattaccio” di Reggio Emilia. Il voto segreto che l’altro ieri al congresso della Cgil della città emiliana ha silurato il segretario generale della Camera del lavoro Guido Mora è infatti un segnale politico che va oltre il sindacato e oltre il territorio provinciale coinvolgendo anchePd e sinistra a livello nazionale. Un militante ha affermato che la vicenda è di una tale gravità seconda solo ai tragici fatti del 7 luglio 1960. Non è solo una questione di peso organizzativo, anche se si tratta di una confederazione di oltre 110.000 iscritti. E non è questione (solo) personale legata a un segretario di lungo corso, per altro unico candidato designato. Il colpo di mano che nel segreto dell’urna ha “freddato” Mora è legato alla lotta congressuale per il ricambio del prossimo leader nazionale del maggiore sindacato italiano. Come già sopra scritto, Susanna Camusso ha indicato come prossimo leader Maurizio Landini, ex capo duro della Fiom, etichettato quale radical populista con pulsioni che una volta sarebbero state considerate estremiste e gruppettare. C’è già chi, per fargli un favore o un dispetto non si sa, chiama Landini il Salvini sindacale. Mora, il cui affossamento nel segreto dell’urna ricorda il metodo dei “101” che bruciarono la candidatura di Prodi affondando la segreteria di Bersani, ha affermato in assemblea composta per lo più da iscritti al Pd: “Ringrazio i farabutti che sono in assemblea generale. Buona fortuna, perché ne avete bisogno”.

Gira e rigira si torna ai compagni-fratelli-coltelli dove si mischiano questioni personali e di potere con questioni politiche. Mora e quelli come Mora – su su fino a Landini – sono scomodi perché contrari alla logica del sindacato subalterno al partito, favorevoli invece a una Cgil “soggetto politico” (autonomo da imprese, partiti, governi) al limite del sindacato-partito sul crinale del sempre aborrito pansindacalismo. Non solo. Anche il Pd è nel fuoco delle turbolenze interne avviandosi verso primarie e congresso. Una lotta senza esclusione di colpi, con le varie fazioni (renziani e anti renziani) in cerca di alleati e al contempo impegnati a individuare e stanare nemici ovunque collocati. La Cgil, per il suo peso organizzativo e politico, diventa così importante terreno di scontro partitico anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Mora viene sacrificato per “garantire” il Pd reggiano ed emiliano in vista delle elezioni comunali, un messaggio per “rassicurare” il Pd nazionale in vista delle Europee di maggio. Un campanello d’allarme anche per Landini e per chi lo sostiene? Il colpaccio di Reggio Emilia ha fatto cadere le maschere dei congiurati rischiando di diventare un boomerang per i cospiratori. Un boomerang che può andare ben oltre i confini della città emiliana.

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venerdì 19 ottobre 2018

Creare posti di Lavoro Salvando il Clima

Secondo uno studio della Global Commission on the Economy and Climate, la transizione ecologica sarà benefica anche per l'economia e il lavoro


Secondo uno studio della Global Commission on the Economy and Climate,
 la transizione ecologica sarà benefica anche per l'economia e il lavoro.

 Basterebbe salvare il clima


Di Andrea Barolini

Che la transizione ecologica rappresenti un’opportunità di cambiamento e di crescita alternativa rispetto a quella dettata dal modello attuale è stato ribadito da università, istituti di ricerca, conferenze internazionali. Eppure in molti non sembrano ancora convinti dell’interesse non solo ambientale e climatico, ma anche economico del cambiamento.

Non lo sono i dirigenti delle major del petrolio o del carbone
 (il che non sorprende). Ma non lo sono neppure numerosi governi 
(probabilmente anche per via delle pressioni delle stesse lobby poco inclini a spendersi per il clima).

La lotta ai cambiamenti climatici più redditizia del business as usual
Un nuovo rapporto, pubblicato il 5 settembre, mostra – cifre alla mano – le enormi possibilità che la transizione apre al mondo intero. A redigerlo è stata la Global Commission on the Economy and Climate, organismo indipendente voluto da Regno Unito, Svezia, Indonesia, Norvegia, Corea del Sud, Colombia ed Etiopia. Il suo obiettivo è proprio di aiutare i governi a comprendere perché dovrebbero guardare al cambiamento eco-sostenibile come ad un volàno di crescita. Secondo i ricercatori della Commissione, la transizione potrebbe essere perfino più vantaggiosa del “business as usual”. 

Lo studio descrive sottolinea dapprima come il contesto sia ormai «in evoluzione». Gli esperti indicano che il picco nella domanda di carbone, petrolio e gas entro i prossimi 20 anni è «probabile». Nel primo caso, la richiesta potrebbe cominciare a scendere nel mondo già nei prossimi 5-10 anni. Ciò ha già portato ad un importante cambiamento nell’allocazione dei capitali nel settore dell’energia. Basti pensare all’alleanza firmata alla Cop 23 di Bonn da oltre 60 tra governi, imprese e altre organizzazioni.

«Evitabili 700mila morti premature dovute allo smog»
Di fronte a tele scenario, una “nuova” economia garantirebbe un “guadagno” cumulato di 26mila miliardi di dollari, rispetto al risultato atteso con il vecchio modello. Stima che è stata giudicata «prudente» dagli stessi autori. Inoltre, si potrebbero creare, entro il 2030, 65 milioni di posti di lavoro verdi. E si potrebbero evitare 700mila morti premature dovute all’inquinamento dell’aria entro i prossimi dodici anni.

Tutto ciò sarebbe raggiungibile su cinque settori: energia, città, trattamento delle acque, settori industriali, agricoltura e utilizzo del suolo. Il rapporto spiega infatti che la bonifica di 160 milioni di ettari di terre degradate potrebbe far guadagnare 84 miliardi di dollari all’anno. Solo per i popoli autoctoni della foresta amazzonica, si potrebbero generare «fino a 10mila dollari per ettaro in termini di vantaggi per il sistema». Inoltre, una riforma delle sovvenzioni e del prezzo del carbone assicurerebbe un aumento delle entrate pubbliche pari a 2.800 miliardi di dollari all’anno nel 2030. L’equivalente del Pil di un Paese come l’India.

Servono investimenti verdi e uno stop ai finanziamenti alle fossili
Ciò a condizione, però, che si operino delle scelte precise. La Commissione spiega che un prezzo delle emissioni di CO2 compreso tra 40 e 80 dollari dovrebbe essere fissato da tutte le grandi potenze economiche. E che ciò dovrebbe essere fatto entro il 2020. I finanziamenti pubblici alle energie fossili e alle agroindustrie inquinanti dovrebbero essere cancellati. Si dovrebbe inoltre obbligare imprese e investitori a comunicare gli impatti dei loro business sul clima.

Occorre inoltre lanciare un grande programma di sostegno alle infrastrutture sostenibili. Le banche per lo sviluppo, poi, dovrebbero raddoppiare gli investimenti verdi. E, entro il 2020, tutte le imprese dell’indice Fortune 500 dovrebbero presentare obiettivi aziendali in linea con l’Accordo di Parigi.

In materia idrica, «delle buone politiche potrebbero far aumentare il Pil del 6% in alcune regioni, di qui al 2050». E ciò «malgrado i cambiamenti climatici e la crescita demografica». Ma occorrono circa 114 miliardi di dollari all’anno, soprattutto nelle economie emergenti, per garantire l’accesso universale all’acqua potabile. Mentre nei settori dell’industria pesante e dei trasporti, l’introduzione di tecnologie migliori potrebbe ridurre i consumi di energia del 26% nei prossimi 25 anni. Il che garantirebbe un calo delle emissioni di CO2 del 32% nello stesso periodo.

Il messaggio, dunque, è che è tutto fattibile. E che ne vale anche la pena: dal punto di vista del clima, della salute, del benessere e dello sviluppo. A mancare è soltanto la volontà politica di avviare seriamente il cambiamento. Basti pensare che è dal 2009 che il mondo ha promesso di stanziare 100 miliardi di dollari all’anno per opere di difesa del clima. Cifra che è stata ribadita nell’Accordo di Parigi del 2015. Ma che, ad oggi, non è ancora mai stata stanziata.


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domenica 7 ottobre 2018

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martedì 25 settembre 2018

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lunedì 24 settembre 2018

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mercoledì 29 agosto 2018

Regno Unito, la regina Elisabetta seleziona un lavapiatti


La regina Elisabetta sta cercano un lavapiatti per Buckingham Palace   da inserire all’interno dello staff del suo chef.


AAA lavapiatti cercasi: è la regina Elisabetta in persona 
che sta cercando personale per la residenza di Buckingham Palace.

La regina Elisabetta sta cercano un lavapiatti per Buckingham Palace
 da inserire all’interno dello staff del suo chef. 

Per candidarsi non sono necessarie particolari conoscenze o un lungo curriculum, la Sovrana richiede semplicemente una “conoscenza generale della sicurezza alimentare e un atteggiamento positivo”. Il nuovo membro delle cucine reali infatti seguirà un corso a Palazzo,
 in cui verrà istruito riguardo le sue mansioni.

Insomma, se avete sempre sognato di lavorare all’estero, questa forse potrebbe essere l’occasione giusta anche perché non sono richieste particolari mansioni per potersi candidare per il posto.

Ti unirai a un team di cucina che lavora per preparare e servire il cibo secondo i più alti standard, mantenendo pulite le zone della cucina, i nostri chef e i loro assistenti avranno tutto ciò di cui hanno bisogno per preparare i pasti della giornata. 

Questo è quanto riporta l’annuncio pubblicato direttamente sul sito dei Windsor che propone per il posto uno stipendio di 19.935 sterline l’anno, circa 22 mila euro, cui si aggiungono vitto e alloggio all’interno di Buckingham Palace. 

Il lavapiatti poi dovrà essere itinerante nel senso che dovrà essere pronto a seguire la Royal Family per svolgere il suo lavoro anche in occasione del trasferimento in altre residenze. Più che un lavapiatti si tratta di un aiuto in cucina che verrà impiegato anche per la preparazione di piatti e che sarà regolarmente assunto con tanto di contributi e 33 giorni di ferie l’anno.

Entrato nella Residenza reale, infatti il lavapiatti potrà anche fare carriera migliorando la propria posizione e contribuendo alla preparazione dei piatti assicurandosi dell’alto standard che le cucine devono richiedere. Una volta selezionata, la figura dovrà svolgere anche un corso sulle diverse mansioni da seguire. 



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