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giovedì 11 gennaio 2018

Cesare Damiano : abolizione della Legge Fornero



"Intervista a Cesare Damiano sulle proposte di abolizione della Legge Fornero 
e sui dati Istat sulla disoccupazione giovanile" realizzata da Lanfranco Palazzolo
 con Cesare Damiano 
(presidente della Commissione Lavoro pubblico e privato 
della Camera dei Deputati, Partito Democratico).

L'intervista è stata registrata martedì 9 gennaio 2018 alle ore 13:30.



"Il Presidente Mattarella ha invitato i partiti a non abbandonarsi alla tentazione di promettere cose impossibili nell'impostare la campagna elettorale. Concordiamo, anche se le prime avvisaglie non sembrano buone. Sulle pensioni, ad esempio, assistiamo alla proposta massimalistica della 'cancellazione' della legge Fornero da parte di Salvini alla quale fa da contrappeso l'eccessiva prudenza di Padoan che vorrebbe toccare il meno possibile perché la considera ancora "uno dei pilastri del sistema pensionistico". Lo dichiara Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera. "Tutti dimenticano - continua Damiano - che la legge Fornero, dal 2012 a oggi, è già stata profondamente cambiata, anche se non l'abbiamo sbandierato ai quattro venti per non innervosire i burocrati europei. Si sono realizzate 8 salvaguardie, che hanno riconsegnato a 153.000 lavoratori la possibilità di andare in pensione con le vecchie regole. Si è completata la sperimentazione di Opzione Donna, con altre 36.000 lavoratrici coinvolte. Infine, con l'APE sociale, si manderanno in pensione a regime, a partire dai 63 anni, circa 60.000 lavoratori delle 15 categorie delle attività gravose ai quali si è anche bloccato l'innalzamento dell'età pensionabile. In totale, si tratta di 250.000 lavoratori (con uno stanziamento di circa 20 miliardi) che avrebbero corso il rischio povertà e che invece abbiamo salvato. Qualcuno, dopo questi interventi, ha parlato, ormai a ragione, di 'legge-groviera'. Noi pensiamo che si debba continuare su questa strada di forte revisione. Vanno, in primo luogo, quantificati i risparmi delle salvaguardie per proporre un ultimo intervento (il nono) che risolva definitivamente il problema degli esodati; vanno anche utilizzati i risparmi di Opzione Donna per proseguire la sperimentazione; infine, l'APE sociale, che scade nel 2018, va resa strutturale: poter andare in pensione a partire dai 63 anni, se si svolgono lavori gravosi, deve diventare una misura di flessibilità permanente, 
quindi un architrave del sistema previdenziale", conclude.



Nel corso dell'intervista sono stati discussi i seguenti temi: 
Disoccupazione, Esodati, Flessibilita', Fornero, Giovani, Istat, Lavoro, Legge, Occupazione, 
Pensioni, Poverta', Precari, Previdenza, Riforme. 


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Occupazione di Qualità non Quantità


"Il dibattito sull'andamento dell’occupazione ha bisogno di basarsi sui fatti e su una analisi non superficiale dei dati. È indiscutibile che, sulla base di quello che ci comunica l'ISTAT, il numero degli attuali occupati, che ha raggiunto la cifra di 23.185.000 unità, supera i livelli occupazionali pre-crisi. Il dato è positivo ma, come suggerisce giustamente Gentiloni, va trattato con prudenza. Infatti, quello che bisogna evidenziare è che, a fronte dell'aumento dell'occupazione, non si registra un corrispondente aumento delle ore lavorate. Questo significa che ci troviamo di fronte a una crescita quantitativa, ma non qualitativa". Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. "In parole povere - prosegue - cresce il lavoro a termine, precario e frammentato insieme al part-time, che viene imposto al lavoratore come necessità organizzativa dell'impresa e non come autonoma scelta di conciliazione vita-lavoro. Sono argomenti sui quali riflettere per correggere i difetti del Jobs Act. Su due punti, in particolare, vogliamo insistere: gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato devono essere resi strutturali per dare certezze, nel tempo, alle imprese e ai lavoratori; i licenziamenti individuali e illegittimi, come è già stato fatto per quelli collettivi, devono costare di più, aumentando il numero di mensilità di risarcimento per il lavoratore". "Ci batteremo affinché nel programma del PD queste correzioni diventino una misura riformista e concreta che abbia come obiettivo, non demagogico, quello di migliorare l'occupazione di qualità", conclude.

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martedì 9 gennaio 2018

In 25 mila Neomamme Costrette a Lasciare il Lavoro


Pochi posti al nido, troppi costi e nonni lavoratori:
 la fotografia dell’ispettorato nazionale
Boom di dimissioni per le neomamme.

Dalla Lombardia alla Sicilia: nonostante differenze anche sostanziali nel mondo del lavoro e nella rete familiare, per le donne ritornare al lavoro dopo la nascita di un figlio sta diventando sempre più problematico in tutte le regioni d’Italia, anche in quelle dove solitamente l’occupazione femminile è maggiore rispetto alla media nazionale. Alla base restano i problemi da affrontare quando si prova a conciliare carriera e cura della famiglia nei primi anni di vita di un bambino tra costi alti per i nidi, stipendi bassi e nonni, spesso ancora in servizio, che non possono badare ai nipoti. 
In Italia le dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età sono state 37.738. Secondo i dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, appena 5.261 sono i passaggi ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è capovolta: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passaggi ad altra azienda e solo gli altri hanno deciso di farlo per difficoltà familiari. I dati si riferiscono al 2016, gli ultimi a disposizione di ministero del Lavoro e Ispettorato.  

La Lombardia è in testa con un numero altissimo di dimissioni convalidate, ben 8.850. Tra queste 3.757 sono dovute al passaggio ad altra azienda, ma tutte le altre (5.093) sono legate a motivi familiari. Tra le donne, che sono state 6.767, quasi la metà (3.105) si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, assenza di parenti di supporto e elevata incidenza dei costi di assistenza del pargolo. 

Tante, ancora troppe se si considera che la Lombardia garantisce una delle reti di nidi e supporto tra le più sviluppate in Italia. Non va meglio in Veneto, seconda regione per numero di dimissioni, 5.008 (3.658 mamme e 1.350 papà). In questo caso, a differenza delle altre zone d’Italia, sono 770 i genitori che sottolineano come nella scelta abbia inciso la mancata concessione del part time e la modifica dei turni. Terze, in questa classifica infelice, sono il Lazio (3.616) e l’Emilia Romagna (3.609), quasi a pari merito nonostante le enormi differenze sociali e lavorative dei due territori. In questi casi hanno scelto di perdere il lavoro perché non riuscivano a conciliarlo con la famiglia rispettivamente 1.519 e 1.243 donne. 

Considerando i dati aggregati, il numero più alto di dimissioni è stato registrato al Nord, 23.117, mentre al Centro sono state 8.562 e al Sud 6.059. In generale i cambi di azienda non incidono così tanto (al Nord sono stati circa 8.000). Ma al Sud sono davvero pochissimi, appena 350. Fanalino di coda è la Calabria. Nonostante il numero di abitanti, le dimissioni sono state appena 517. Si fa presto a considerare che 
in questo caso incide tanto la disoccupazione femminile. 

Analizzando la qualifica delle donne che lasciano il lavoro emerge chiaramente come meno guadagni più sei sola e “costretta” a dimetterti. Ecco che tra operaie e impiegate si arriva a 28.102 convalide, mentre quelle di dirigenti e quadri sono state 680. Con uno stipendio che a stento raggiunge i mille euro i conti sono presto fatti: ne spendi almeno 500 tra tata e nido e dai 500 che avanzano bisogna ancora sottrarre costi base come pannolini e prodotti per l’igiene. Sono in molte a pensare che non valga la pena stare almeno 7 ore lontano da casa per guadagnare così poco e non dedicarsi al figlio.  


Ma questo è un circolo vizioso perché dimettendoti perdi anche alcuni benefici come il Bonus baby sitter: risollevarsi e cercare un altro impiego diventa così ancora più difficile. 


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