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martedì 25 giugno 2019

Salario minimo, ecco la posizione del sindacato



Salario minimo, ecco la  posizione del sindacato

Cosa pensano le organizzazioni sindacali della proposta di salario minimo stabilito per legge? Sono favorevoli o contrarie? Abbiamo provato a ricostruire la posizione reale del sindacato (al di là della propaganda, delle semplificazioni e della disinformazione) basandoci sulla memoria consegnata ieri da Cgil, Cisl e Uil, in sede di audizione al Senato.

Salario minimo, ecco la  posizione del sindacato

Ieri, al Senato, si è tenuta l’audizione delle organizzazioni sindacali più rappresentative, ossia Cgil, Cisl e Uil, sulla proposta di salario minimo legale che le forze politiche di maggioranza intendono introdurre in Italia. L’audizione è lo strumento di ascolto attraverso cui le le commissioni parlamentari raccolgono informazioni e pareri necessari
a svolgere correttamente l’attività istituzionale.



Nel corso dell’audizione, pur riconoscendo che la discussione sul salario minimo legale costituisce “una utile occasione per riflettere e intervenire su come meglio tutelare i salari dei lavoratori italiani  e più in generale su come rilanciare una azione per il loro incremento”, i sindacati hanno espresso le loro preoccupazioni, evidenziando i rischi che, nel nostro Paese, e nell’attuale contesto normativo e contrattuale, possono accompagnare l’attuazione di tale provvedimento. Perché se è vero che in Italia esiste una “questione salariale” è altrettanto vero che occorre “fare in modo che anche questo provvedimento (il salario minimo stabilito per legge ndr) contribuisca realmente, insieme alle necessarie misure per ridurre il carico fiscale a vantaggio delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti, al raggiungimento di questi obiettivi”. E dunque, come si evince dalla memoria consegnata in sede di audizione, le organizzazioni sindacali non sono contrarie allo strumento in quale tale ma a patto che si basi “sulle caratteristiche peculiari, anche nel panorama europeo, del sistema di contrattazione collettiva vigente in Italia”.

Partiamo da un dato. Il salario minimo legale vige in 22 paesi europei ma “in tutta Europa la contrattazione collettiva, per come è organizzata e a seguito anche dei cambiamenti economici, registra tassi di copertura dei lavoratori dipendenti importanti ma mai totali… Nella maggior parte dei casi la legislazione sui minimi (in Europa, ndr) si è sviluppata in paesi dalle relazioni (sindacali) deboli”. In questa cornice, l’Italia è il Paese europeo con la più alta copertura contrattuale, frutto della contrattazione tra e con le parti sociali. In altre parole, più di  8 lavoratori italiani su 10 sono già coperti dai cosiddetti CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) che prevedono minimi tabellari (salari minimi) mediamente superiori a quello proposto dalle forze di governo, circa 9 euro lordi l’ora. E dunque, secondo i sindacati, “una norma di legge che si proponga di fissare un salario minimo orario legale per tutti i lavoratori dipendenti  deve  partire da questa realtà stabilendo il valore legale dei trattamenti economici complessivi previsti dai Ccnl”. Tradotto: il salario minimo stabilito per legge, non può essere inferiore a quello stabilito nei contratti perché ciò “potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei contratti, rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele dei lavoratori… Si rischia che un numero non marginale di aziende possano disapplicare il contratto di riferimento per adottare il salario minimo”. Quali aziende, infatti, non si avvarranno della possibilità, consentita dalla legge, di abbassare i salari e retribuire meno i lavoratori?



E inoltre, va evidenziato, come la retribuzione complessiva effettiva, prevista dai contratti nazionali, non si limita soltanto al minimo tabellare ma ad una serie di altre voci come la tredicesima e (in qualche caso la quattordicesima), le maggiorazioni per prestazioni orario di altro tipo, le ferie, le indennità, i premi oltre che tutele “che risultano essere sostanziali e fondamentali per un dignitoso rapporto di lavoro (riduzioni di orario contrattuali, tutele per malattia, maternità, infortuni superiori a quelle di legge, erogazione di un welfare previdenziale e sanitario diffuso e significativo)”. Tutte queste voci e tutele (tredicesima, ferie, eccetera)  sarebbero dunque”incorporate” nei nove euro lordi l’ora, un po’ come accade con i voucher, riducendo ulteriormente l’entità del salario minimo legale. E dunque, la proposta dei sindacati, per le aree scoperte dai contratti nazionali, è quella “di assumere i minimi tabellari dei Ccnl come salario orario minimo per legge, in modo da garantire queste tutele retributive adeguate e indispensabili”.

Inoltre, sostengono i sindacati, “l’introduzione di un salario minimo legale che non coincida con quanto stabilito dai Ccnl costituirebbe un fortissimo disincentivo al rinnovo di alcuni contratti nazionali”, standardizzando al ribasso i salari e le condizioni di molti lavoratori.. A perderci, dunque, sarebbero innanzitutto quegli 8 lavoratori su 10 che oggi sono coperti da contratto nazionale.

E ancora, “un salario minimo orario diverso da quello previsto dai contratti nazionali non servirebbe nemmeno a sostenere quella crescente quota di cosiddetti “lavoratori poveri” dovuti alla forte crescita registrata dai rapporti di lavoro a part time involontario nella struttura dell’occupazione italiana. Per questi lavoratori servirebbe poter lavorare di più o contare su altre forme di integrazione”. Tradotto, se guadagni 9 euro lordi l’ora ma lavori 5 ore a settimana non campi comunque e dunque occorre garantire più lavoro e per farlo servono innanzitutto investimenti pubblici e privati.

In più, sostengono i sindacati, “l’adozione per legge dei minimi salari previsti dai contratti nazionali potrebbe essere un efficace strumento anche per tutelare le forme di lavoro legate alla diffusione delle piattaforme digitali. I lavoratori inquadrati come collaboratori ma legati alla economia delle app devono poter godere di trattamenti normativi e retributivi legati a Ccnl di riferimento. Nel caso dei rider, il contratto Merci e Logistica, come sancito a gennaio anche dalla Corte di Appello di Torino in merito all’inquadramento e ai diritti dei riders.



Cgil, Cisl e Uil, dunque chiedono di “fissare i trattamenti economici così definiti con validità “erga omnes” per tutte le imprese e per tutti i lavoratori di ogni settore, riuscendo in tal modo a conferire valore legale e generale ai livelli di retribuzione di natura contrattuale. È questa la strada maggiormente utile a contrastare anche il crescente e dannoso fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata” che realizzano un vero e proprio dumping salariale agendo spesso non solo e non tanto sui minimi tabellari ma anche su diverse altre voci retributive”. Se salario minimo deve essere, dunque, che sia quello previsto dai contratti nazionali in tutte le sue voci.

Infine, per le tre sigle è necessario anche potenziare e rafforzare gli organi ispettivi per attivare “controlli più puntuali e interventi correttivi per ridurre le fasce di sfruttamento agendo contemporaneamente contro il fenomeno dell’evasione contrattuale”. E a questo proposito ribadiscono la richiesta di implementare gli investimenti e il numero degli ispettori, che oggi sono circa 4 mila a fronte di 1,8 milioni di aziende private attive nel Paese. “Ogni ispettore – precisano ancora i sindacati – dovrebbe controllare mediamente 456 aziende in un anno”. Un rapporto “che rende impossibile fare controlli a tappeto”.

Fortebraccio News



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Landini: “No alla flat tax, chi ha di più deve pagare di più”

Landini: “No alla flat tax, chi ha di più deve pagare di più”





«Per noi la riforma fiscale va fatta, ma affrontando tre punti. Colpire l’evasione fiscale, basta condoni. Le tasse devono essere progressive: chi più ha, più deve pagare. E poi c’è bisogno di semplificare il sistema fiscale, incentivando le imprese che investono e tengono qui le produzioni».Così Maurizio Landini, segretario CGIL, a margine dell’incontro “Dati alla mano, serve più democrazia. Un piano regolatore per reti trasparenti e algoritmi negoziabili” a Milano.


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venerdì 14 giugno 2019

Landini: il Fascismo non è idea ma un Crimine

Landini: il Fascismo non è idea ma un crimine.


Landini: il Fascismo non è idea ma un crimine.
Chiudere le sedi di Casapound
Il leader della Cigl ha parlato a Bologna dove si è svolta la manifestazione dei sindacati

Sono stati oltre 30mila i partecipanti alla manifestazione nazionale
 dei sindacati per il primo maggio a Bologna.
Lo hanno annunciato gli organizzatori dal palco in piazza Maggiore dove si è svolto il comizio
dei leader di Cgil, Cisl e Uil. Protagonista assoluto il leader della Cgil Maurizio Landini che ha preso di mira il rigurgito di fascismo che si registra nel nostro Paese.

Il messaggio a Salvini
Landini ha mandato un messaggio al leader della Lega Matteo Salvini:
 "Se vuole rispettare la
Costituzione su cui ha giurato non deve chiudere i porti,
 ma deve chiudere le sedi di Casapound".

Il Fascismo è un crimine 
Il segretario ha poi ripercorso alcune tappe della storia
 e fatto riferimento alle leggi razziali, alla guerra,
alla chiusura della Camera del lavoro, agli arresti di coloro
che la pensavano diversamente: "Il fascismo
- ha detto - non è un'idea, il fascismo è un crimine
e lo dobbiamo ricordare sempre". Parole accolte con
un boato di applausi dalla folla in piazza Maggiore.






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sabato 25 maggio 2019

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Contro le Case Chiuse

5 Motivi Contro le Case Chiuse


5 Motivi Contro le Case Chiuse

5 Motivi Contro le Case Chiuse



1) La regolamentazione non riduce il fenomeno .Nei paesi dove la prostituzione è stata legalizzata la tratta non si è ridotta ma si è inserita nei canali istituzionali rendendo ancora più difficile liberare le donne. E il numero complessivo delle persone coinvolte è aumentato enormemente, l’esempio lampante è la Germania dove le donne coinvolte sono aumentate da 100.000 a 300.000 e le persone trafficate sono più che raddoppiate. La regolamentazione nasconde e non risolve lo sfruttamento. In paesi come Olanda e Germania, la tratta ha assunto forme diverse e nascoste, ma i dati giudiziari dicono che essa è altissima. Chiudere le donne in night, locali, appartamenti aumenta la zona d’ombra in cui le mafie gestiscono le ragazze sfruttate. 
(solo negli ultimi 2 mesi abbiamo avuto 3 ragazze nigeriane scappate dallo sfruttamento, 
che sono state sfruttate anche stando nelle vetrine di Amsterdam)
2) La prostituzione è lo sfruttamento più antico del mondo, tale concetto è ben rappresentato dalla legge svedese che afferma “La prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna”, la legge svedese, replicata dalla Norvegia e dall’Islanda, afferma che il vendere il proprio corpo lede i diritti della persona e favorisce una cultura di sottomissione e svilimento della dignità umana. La legge svedese punisce i compratori di sesso a pagamento.
3) La regolamentazione lancia un messaggio diseducativo. Culturalmente la regolamentazione porterebbe alla normalizzazione della prostituzione, specie fra i giovani e i ceti deboli, diventando una delle tante alternative tra cui scegliere per risolvere il problema del lavoro, dell’impegno lavorativo e formativo. La prostituzione evidentemente non è un lavoro e non può esservi equiparato.
4) Lo stato non può speculare su comportamenti non etici. Tassare la prostituzione, sarebbe come tassare le mazzette o il ricavato del contrabbando. Ricavare un utile infatti non lascerebbe allo stato e agli enti locali la necessaria libertà di lotta culturale e giudiziaria alla prostituzione.
5) Un alibi per i clienti. La tassazione di un “comportamento”, diventerebbe un pessimo alibi per i clienti che riterrebbero moralmente accettabile (in quanto legalizzato) comprare prestazioni sessuali.

Leggetevi le lettere delle schiave dei bordelli 
fascisti alla senatrice Merlin, 
prima di aprire la bocca.

Utero in affitto no ma un corpo Si

MA CHE CATTOLICI SIETE?



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lunedì 22 aprile 2019

LICENZIAMENTO per RAPPRESAGLIA alla FCA di POMIGLIANO

LICENZIAMENTO per RAPPRESAGLIA alla FCA di POMIGLIANO


Viviamo in due mondi paralleli, quello della cosiddetta società civile, dove apparentemente c’è uno stato di diritto, e quello delle fabbriche dove lo stato di diritto finisce.
La FIAT è l’emblema di questo mondo parallelo. All’interno dei confini dei suoi stabilimenti non c’è più diritto di critica, diritto di parola, possibilità di organizzarsi per difendere i propri interessi di parte operaia, sono tollerati solo i sindacalisti filoaziendali, di fatto non c’è più neanche il diritto di sciopero, perché chi sciopera, chi organizza gli scioperi, chi esprime simpatia per gli scioperi, è immediatamente oggetto di “pressioni”, trasferimenti, attenzioni particolari di capi e vigilanti, fino ai provvedimenti disciplinari e al licenziamento. Se colpiscono un operaio combattivo non lo fanno mai ufficialmente perché lotta per difendersi dagli alti ritmi, dal consumo veloce sulle linee del suo corpo e della sua mente, per cercare di aumentare i miseri salari. No, le motivazioni ufficiali sono sempre altre: scarso rendimento, abbandono del posto di lavoro, messa in discussione dell’ “obbligo di fedeltà”, a cui bisogna sottomettersi, detto per inciso, anche lontano dallo stabilimento, 
lontano dalla cosiddetta “proprietà” FIAT.
Il mese scorso un reparto dello stabilimento di Pomigliano, lo Stampaggio, fece alcuni giorni di sciopero contro un cambiamento della turnistica imposto dall’azienda che li costringeva a lavorare il sabato e parte della domenica in regime ordinario con il recupero infrasettimanale del giorno libero perso. Gli operai giustamente scioperarono sulla parola d’ordine: no al lavoro gratis di sabato. La FIOM diede loro la copertura sindacale.
Lo sciopero di poche centinaia di operai scatenò le reazioni rabbiose dell’azienda fino a che la FIOM fece rientrare gli scioperi. La cosa però, non si è chiusa lì. Gli operai che furono coinvolti nell’agitazione hanno continuato a subire pressioni di ogni tipo 
e l’attenzione particolare dei capi e dei vigilanti.
Quelli che sono stati individuati come punti di riferimento della massa operaia, hanno avuto attenzioni ancora più particolari.
Giovanni Balzano, uno di questi operai, che, pur spostato da tempo su altre lavorazioni, continuava ad avere rapporti con gli operai dello Stampaggio, e rappresentava un punto di riferimento per la sua capacità di non piegare la testa di fronte alla dirigenza, capace di criticare a viso aperto le condizioni di lavoro impossibili, il clima da caserma che vigeva in fabbrica, è stato licenziato in questi giorni.
Era stato isolato su una postazione dove non aveva contatti con gli altri operai, su un macchinario difettoso che non gli permetteva di poter raggiungere gli obiettivi produttivi che gli erano imposti, ma senza testimoni intorno. Spesso impossibilitato anche ad allontanarsi per i suoi bisogni fisiologici. Costantemente tallonato da capi e vigilanti. Costretto ad un clima di tensione costante per mettere alla prova la sua capacità di autocontrollo.
Ha resistito finchè ha potuto, poi, isolato, non tutelato da nessuno, ha dovuto soccombere. L’azienda ha costruito la sua tesi nel corso del tempo fino a quando 
non ha deciso che era arrivato il momento di colpire.
La mancanza di un’organizzazione compatta degli operai rende questi operai completamente scoperti rispetto allo strapotere dell’azienda. I sindacati interni, per il 90% sono al servizio della FIAT per i quali i licenziamenti sono sempre giustificati. Nello stabilimento di Pomigliano, l’unico sindacato che si presenta come difensore dei diritti dei lavoratori è la FIOM. Giovanni Balzano è un iscritto FIOM. Ma qui dobbiamo chiederci: cosa ha fatto la FIOM per tutelarlo?
Un sindacato al servizio degli operai difende principalmente gli operai più combattivi, quelli che non si tirano indietro di fronte alle prepotenze aziendali. Come si poteva tutelare Balzano? Certo la forza della FIAT è grande e quelli non allineati non hanno vita facile compresa la FIOM. Ma se si era capito che a questo operaio si stava preparando il trappolone, bisognava organizzargli intorno una rete di difesa. Predisporre testimonianze a suo favore, tutelarlo per la postazione che gli avevano dato per fregarlo, con pressioni sui medici aziendali, sui responsabili del funzionamento del macchinario, assicurando una presenza di un delegato sindacale ogni volta ce ne era bisogno.
Da quello che si sa, poco su questo versante è stato fatto.
I casi come questo, anche in stabilimenti non della FIAT sono ormai innumerevoli. Nella stessa zona un altro caso emblematico è il licenziamento di un gruppo di operai della più grossa ditta di trattamento di rifiuti della zona, una ditta del gruppo Bruscino. Anche qui, una battaglia di tipo sindacale che vedeva schierati un gruppo di operai e un delegato CGIL contro il passaggio da una delle ditte del gruppo ad una cooperativa di comodo, ha avuto come epilogo il licenziamento di otto operai. Anche qui però, la causa ufficiale addotta dall’azienda, non è stata la lotta sindacale che questi operai avevano fatto, ma nuove esigenze produttive che 
rendevano inutile la mansione lavorativa di questi operai.
Anche qui il sindacato non li ha difesi fino in fondo. Non c’è stata nessuna mobilitazione a loro favore, nessun passaggio che sottolineasse il fatto che venivano licenziati per la lotta e non perché non c’era più bisogno del loro lavoro.
Parliamo della FIOM, della CGIL, ma ne potremmo nominare 
anche diversi della galassia degli alternativi.
Nello scontro, ancora sotterraneo, ma che sempre più spesso viene in superficie, tra operai e padroni si conferma sempre di più la mancanza di un’organizzazione degli operai veramente operaia. Che li organizzi, li unisca, li mobiliti contro il padronato, questo sì organizzato, per difendere sia gli interessi minimi che quelli generali.
Questa organizzazione non esiste al momento, né a livello politico e neanche a livello sindacale, è ora che gli operai più consapevoli e combattivi ci mettano mano e la costruiscano. La lotta contro i licenziamenti per rappresaglia che diventano sempre più numerosi e insopportabili può essere una buona base di partenza.

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sabato 30 marzo 2019

Quota 100, i Lavoratori non sono Daccordo

Quota 100, i Lavoratori non sono Daccordo



Pensioni ultime news, Durigon: ‘Bye Bye Fornero’, ma i lavoratori non sono daccordo
Le ultime novità al 30 marzo 2019 arrivano direttamente da due recenti post dell’onorevole Durigon e Del Ministro del Lavoro di Maio, che hanno espresso sui social, attravero le loro pagine facebook, massima soddisfazione per il concluso iter di conversione del Decreto 4/2019 in legge. Se da un lato oggettivamente sono già più di 100mila le domande presentate per uscire con quota 100, segno che a molti la riforma proposta é andata a genio, e sono diverse le donne che stanno ringraziano il Governo del cambiamento per aver concesso la proroga dell’opzione donna al 31/12/2018, dall’altro vi sono ancora molti cittadini insoddisfatti.
vi sono ancora molti cittadini insoddisfatti.



Questi lavoratori non perdono occasione per fare notare all’esecutivo che tanta esultanza e quanto meno fuori luogo per tutti coloro che sono rimasti esclusi o per quanti quei requisiti li riusciranno a raggiungere a gennaio 2022, un mese dopo rispetto a chi potrà beneficiare di quota 100, valevole fino al 31/12/2021. Eccovi i post del Governo che hanno creato maggiore reazione sui social e come le persone, fuori dal Dl 4/2019, hanno commentato la tanto ostentata cancellazione della Legge Fornero.

Pensioni, Di Maio: con quota 100 la pensione non é più un miraggio
Il vicepremier Luigi Di Maio sui social ha scritto: “È fatta! Finalmente abbiamo approvato definitivamente Reddito di Cittadinanza e Quota 100, misure che aiuteranno milioni di persone a uscire dall’oblio in cui erano cadute a causa dell’assenza di politiche rivolte loro. D’ora in avanti questi cittadini avranno la possibilità di tornare a pieno titolo nel mondo del lavoro, offrire il proprio contributo alla società e intanto avere una mano per pagare l’affitto e le spese di prima necessità.

Grazie a Quota 100 anche la pensione non è più un miraggio. Siamo molto soddisfatti del percorso compiuto, fieri e orgogliosi di aver lottato fino alla fine e di aver ottenuto questo grande risultato. Gli italiani se lo meritano tutto!”

Pensioni 2019, Durigon: Quota 100 é legge, bye bye Fornero
Il sottosegretario al Ministero del Lavoro Claudio Durigon si é detto più che soddisfatto dell’operato del Governo, finalmente la quota 100 , ha scritto é divenuta legge, alla faccia di quanti dicevano che non si poteva fare. Poi promette che il prossimo step sarà aiutare quanti sono rimasti esclusi, e che ancora non hanno avuto risposte dal Dl 4/2019, facendo chiaro riferimento alla quota 41.

Al post poche ore dopo é seguita un’immagine sempre sul profilo di Durigon che abbiamo scelto a corredo del pezzo in cui sintetizzando al massimo quanto fatto sulla riforma previdenziale punta a dare un segnale chiaro e preciso agli italiani: “Quota 100 é ufficiale é legge: bye bye Fornero”. Non poteva che scatenare scalpore l’esultanza dei due esponenti del Governo, giacché per molti la quota 100 non ha affatto rappresentato l’abolizione della Legge Fornero, i primi delusi sono poprio i precoci, che rispondono ‘a muso duro’ ai due post.

Pensioni, precoci: la quota 41 non era un diritto non negoziabile?
La precoce Daniela Bagni, ad esempio, ricorda i volantini della propaganda elettorale di entrambi i movimenti politici, facendo notare come sia Lega quanto M5S si siano allontanati dalle promesse fatte, soprattutto nei confronti dei precoci e dei quarantunisti. Il volantino della Lega, postato dalla bagni che cerchia il passaggio cruciale cita: “ Stop Fornero: Dopo 41 anni di contributi la pensione é un diritto non negoziabile, vota 4 marzo vota Lega”.

Mentre quello del Movimento 5 Stelle citava: “Superamento Legge Fornero: In pensione dopo 41 anni di contributi versati oppure quando la somma tra età anagrafica e contributiva equivale a 100. Partecipa, scegli, cambia; Vota per movimento 5 Stelle”. Se le promesse fatte avessero avuto un seguito ne Dl 4/2019, e su questo aspetto concordano tutti i precoci, forse si sarebbe potuto parlare di superamento della Riforma Fornero, ma con una quota 100 con paletti temporali ed anagrafici oltreché contributivi, e la totale assenza della quota 41 per tutti,continuare a ribadire ‘Bye Bye Fornero’, dicono, é più una barzelletta di cattivo gusto. Vi é anche chi racconta la propria storia o ironizza su punti importanti al fine di fare passare il messaggio di ingiustizia insita nella riforma, una riforma a scadenza ed una tantum, come la definiscono i lavoratori, che alimenterà solo ulteriori disuguaglianze tra pari.

Pensioni, le assurdità del Dl 4/2019 ora legge
Vi é chi ironizza con un post su Fb, come Paolo, ma nell’ironia vi é tutto il dramma di chi i requisiti li maturerà poco dopo la finestra temporale, ad indicare che una riforma pensioni non può essere superata, come sostengono oppozione e sindacati, da un provvedimento a scadenza: “Sono nato il 31/12/59 alle 23,55 e andrò in pensione a 62anni. Il mio gemello è nato dopo 13minuti e andrà in pensione a 67, Azz.”

Elvi scrive sotto al post di Durigon, riprendendo il format che avevamo usato noi in un precedente articolo per descrivere l’agonia previdenziale di Daniela Bagni: “Complimenti al #GOVERNO DEL CAMBIAMENTO# Elvi vi racconta il suo calvario previdenziale: “Sono del 1960 ho iniziato a lavorare nel 75 che avevo 15 anni. Fuori da quota 41: “Ho puntato a quota 41 essendo un precoce, ma anche qui è andata male, non solo x accedere bisogna essere particolarmente sfortunati: invalidi >74%, con parenti invalidi 100% o disoccupati. Fuori da quota 100: “Bene ho pensato..con il governo del cambiamento riuscirò sicuramente ad andare in pensione…ok…non possono fare subito quota 41 ma se fanno quota 100 senza paletti…io ci sono dentro…ho 59 anni e 41 di contributi…perfetto!! Invece anche qui NO…ci vogliono 62 anni e solo 38 di contributi! . Fuori dalla pace contributiva: “Fanno la pace contributiva, ho pensato qui ci siamo ho 2 anni di buchi contributivi ….chiedo di sanare e vado in pensione…invece anche qui NO! Solo chi ha iniziato a versare dopo il 96…assurdo!! DEVO LAVORARE 42 ANNI E 10 MESI…poi se non cambiano ancora le carte in tavola…potrò fare il nonno!!!” Inoltre anche le lamentele paiono non essere ben gradite, almeno sotto ai post del M5S, chi si occupa dei social, segnalano i cittadini indispettiti, cancella i commenti di dissenso, non permettendo nemmeno un confronto, seppur costruttivo. Eccovi le testimonianze.

Pensioni, i lavoratori: M5s non ama i dissensi, cancella i commenti
Livio Trentin, del gruppo lavoratori precoci uniti a tutela dei propri diritti fa notare come purtroppo sia divenuto impossibile anche interloquire con chi attualmente é al Governo, nello specifico con il M5S, perché spesso i commenti sotto ai post vengono eliminati: “cancellano, non pubblicano e non leggono, anche le email vengono eliminate in modo sistematico, sono degli “onesti interlocutori” che paghiamo tra l’altro!”

Su questo aspetto aveva detto la sua anche Orietta Armiliato, giorni fa, l’amministratrice del CODS aveva scritto sulla pagina per avvertire le iscritte a non disperdere energie: “Si informano gli iscritti che chi gestisce i profili (o loro stessi, purtroppo non saprei dirvi con certezza ) degli esponenti del Movimento5Stelle, che i suddetti cancellano i commenti sgraditi postati sulle loro pagine. Attenzione, sia ben chiaro: non denigratori, non offensivi, non calunniatori ma semplicemente critici o in disaccordo con quanto da loro esposto, insomma non permettono ai cittadini di dissentire. Evitate dunque di perder tempo se intendete comunicare con loro volendo fare qualche rilievo perché, comunque, sarete censurati.
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giovedì 28 marzo 2019

Taglio agli Aumenti delle Pensioni

Taglio agli Aumenti delle Pensioni



LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE - “Nemmeno l’Avaro di Molière si accorgerebbe dei pochi centesimi in meno” (Conte). “Nessun pensionato avrà un euro in meno” (Salvini). “Noi non mettiamo le mani in tasca ai pensionati” (Di Maio). Sono passati pochi mesi, ma tutti ci ricordiamo le dichiarazioni del Governo per giustificare il taglio agli aumenti delle pensioni dal 1° gennaio 2019, introdotti con la Legge di Bilancio. Ma le bugie hanno le gambe corte: l’INPS, - che a gennaio aveva aumentato le pensioni applicando la normativa vigente (concordata con le O. S.) - le ridurrà ad aprile, in applicazione della Legge di Bilancio del Governo gialloverde. Le riduzioni riguarderanno tutte le pensioni superiori a 1.540 € lordi. Il taglio è consistente: circa 3,5 miliardi di euro per i tre anni previsti con effetti permanenti sulle pensioni, per quasi un miliardo all’anno per gli anni successivi. Il taglio del Governo (come per la Legge Fornero) ha effetti moltiplicatori e colpisce in particolare le pensioni con piena contribuzione da lavoro. Ma c’è di peggio. Il Governo chiede all’INPS di spostare a giugno le trattenute di quanto pagato in più nei primi tre mesi. …“Rimandate a dopo le elezioni Europee”. UNA VERGOGNA!!! Credono veramente di poter prendere in giro ancora una volta i Pensionati con promesse e bugie?


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giovedì 21 marzo 2019

Landini: per chi Lavora più Salario e Meno Tasse

Landini, «Per chi lavora più salario e meno tasse. E anche l’articolo 18»


Landini, «Per chi lavora più salario e meno tasse. E anche l’articolo 18»

Il governo ci ha voluto incontrare e questo è importante, perché siamo davanti a un cambio di linea dopo la nostra manifestazione del 9 febbraio». Anche con Renzi all’inizio ci fu dialogo ma poi finì in scontro.

Andrà allo stesso modo? «Io le cose le prendo seriamente e non ho pregiudiziali. Se è solo cortesia o
sostanza lo verificheremo confrontandoci nel merito».
Dietro la scrivania Maurizio Landini ha il ritratto di Giuseppe Di Vittorio fatto da Carlo Levi. Un quadro rimasto per anni negli scantinati della sede di Corso d’Italia dopo che l’allora segretario della Cgil lo rifiutò, offeso perché era stato raffigurato senza cravatta. Landini la cravatta non la porta quasi mai e sorride ricordando l’aneddoto.

Guardiamo al merito, allora. Il nuovo cavallo di battaglia del M5S è il salario minimo. Cosa ne pensa?
«A tutte le persone che lavorano debbono essere garantiti diritti. Non c’è solo il salario, ci sono anche altri istituti come ad esempio le ferie o la malattia. La strada migliore è dare validità erga omnes ai
contratti nazionali, che permetterebbero di considerare i trattamenti economici e normativi complessivi e di essere più aderenti alle diversità di settore»

Confindustria dice che 9 euro l’ora sarebbero troppi.
«Il problema nel nostro Paese è che i salari sono troppo bassi.
Il loro valore reale deve aumentare»

E come si fa?
«Bisogna che i contratti nazionali tornino a far crescere i salari. Ma serve anche un intervento fiscale: è necessario ridurre il peso delle tasse sul lavoro dipendente e sui pensionati, aumentando le detrazioni e rivedendo il sistema delle aliquote».

La flat tax andrebbe bene?
«No, bisogna rispettare il principio della progressività previsto dalla Costituzione. Sia per i redditi, sia per la ricchezza nel suo complesso».

Allora sta parlando della patrimoniale?
«Non mi impicco alla singola parola. Se proprio dobbiamo dargli un nome chiamiamolo contributo di equità. Ma l’importante è andare a prendere i soldi dove ci sono per rilanciare gli investimenti, quelli
pubblici sono crollati del 30% negli ultimi dieci anni, e per creare lavoro».

A proposito di lavoro, il reddito di cittadinanza è un disincentivo a cercarne uno?
«Combattere la povertà è una scelta positiva, è sul come che abbiamo le nostre perplessità. Ad
esempio vengono penalizzati i migranti, le famiglie numerose. E, soprattutto, non basta dare un lavoro a una persona per farla uscire dalla povertà. Si può essere poveri anche lavorando, è questa la
drammatica novità dei nostri tempi. Serve una rete di servizi sociali complessa, e invece qui si mettono in campo i navigator, persone che dovrebbero trovare un lavoro agli altri ma nel frattempo sono precari».

Ma cosa si aspetta sul lavoro da questo governo?
«Vorrei ricordare che il Movimento 5 Stelle aveva nel programma elettorale il ritorno dell’articolo 18.

Questo confronto potrebbe affrontare il tema di come si costruisce uno nuovo statuto dei diritti, che dia tutele anche a quelli che non ce l’hanno, come i rider e i tanti altri sfruttati».

Quindi chiede al governo di ripristinare l’articolo 18?
«La Cgil ha depositato in Parlamento una proposta di legge con un nuovo statuto dei lavoratori che
prevede anche il ripristino e l’estensione delle tutele. E che soprattutto stabilisce come i diritti siano in capo alla persona, non al rapporto di lavoro. Il che vuol dire aprire la strada a tutele reali anche alle partite Iva. Avevano promesso che le leggi di iniziative popolare avrebbero avuto un percorso
preferenziale. Ecco, ne hanno una già pronta con un milione e mezzo di firme».

Un tempo la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci. I tempi sono cambiati, ma come vede Nicola
Zingaretti nuovo segretario Pd?
«Sono rispettoso della loro e della nostra autonomia. Rilevo che le primarie sono stato un fatto
democratico importante. Ha vinto chi si è presentato come il candidato della discontinuità. Se il mondo del lavoro torna ad avere una sua rappresentanza è un elemento di rafforzamento della democrazia. Ma anche lì conta cosa si farà nel merito».



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martedì 12 marzo 2019

Landini propone la patrimoniale su grandi proprietà e ricchezze

la riforma fiscale vuol dire ridurre il cuneo fiscale sul lavoro dipendente e sui pensionati, vuol dire combattere davvero l’evasione fiscale, vuol dire semplificare le leggi in questa materia, ma vuol dire anche una lotta contro le ingiustizie e in questo senso vuol dire non una tassa piatta come dice il governo ma una tassazione progressiva sia sui redditi, sia sulle grandi proprietà e sulle grandi ricchezze.


Maurizio Landini si sofferma anche 
sulla grande questione delle diseguaglianze sociali:
 “Noi diciamo che le risorse vanno prese dove ci sono – dice il segretario generale della Cgil – non a caso stiamo dicendo anche di fare una riforma fiscale molto seria, e la riforma fiscale vuol dire ridurre il cuneo fiscale sul lavoro dipendente e sui pensionati, vuol dire combattere davvero l’evasione fiscale, vuol dire semplificare le leggi in questa materia, ma vuol dire anche una lotta contro le ingiustizie e in questo senso vuol dire non una tassa piatta come dice il governo ma una tassazione progressiva sia sui redditi, sia sulle grandi proprietà e sulle grandi ricchezze. Poi, vogliamo chiamarla in modo diverso perché le parole possono dare fastidio? Bene, chiamiamola lotta contro la diseguaglianza”. No, no chiamiamola col suo vero nome: patrimoniale che, in altre parole, significa prendere più soldi dai ricchi e redistribuire la ricchezza. Sarebbe una misura rivoluzionaria in un paese in cui la ricchezza
 si concentra sempre più nelle mani di poche persone.

 Maurizio Landini, segretario della CGIL, risponde alle domande sui rapporti con il governo, sul ruolo del sindacato, sulle politiche del lavoro e sul clima che si respira nel Paese, dopo le due grandi manifestazioni di Roma e Milano. "La legge di stabilità del governo è recessiva, perché ha bloccato gli investimenti", premette Landini, insistendo poi sulla necessità di mettere in campo una seria riforma fiscale: "Bisogna aumentare le detrazioni, combattere davvero l'evasione e andare verso una tassazione progressiva sia sui redditi che sulle grandi proprietà". Sulla questione della patrimoniale, bocciata anche dal Partito Democratico, aggiunge: "Bisogna semplicemente applicare la Costituzione, poi se dà fastidio il nome possiamo anche chiamarla in un altro modo. Rimettere al centro il lavoro e la lotta alle disuguaglianze vuol dire affrontare temi di sinistra".

Sul salario minimo orario, spiega: "In Italia i salari sono bassi e vanno aumentati. Il Governo ad esempio per i contratti pubblici ha messo risorse pari a 14 euro lordi, è una enorme contraddizione rispetto a quanto dicono sul salario minimo orario. Per noi però la questione non si può ridurre solo al salario minimo, perché il rischio che io vedo è che se non si fa la legge sulla rappresentanza, non si garantiscono i diritti minimi e si sminuisce il ruolo dei contratti nazionali, poi in realtà non si fa una cosa utile ai cittadini. Noi non vogliamo tornare agli anni settanta, ma serve un nuovo statuto che amplii i diritti alle nuove forme di lavoro".

Sul clima nel Paese, è chiaro: "La gente si è rotta le scatole degli attacchi ai migranti di Salvini. Questo linguaggio violento non serve a cambiare le cose e quelli che un anno fa hanno pensato che col voto potevano cambiare la loro condizione si stanno disilludendo".



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lunedì 4 marzo 2019

Cos’è il progetto lavoro 4.0 della CGIL


Cos’è il progetto lavoro 4.0 della CGIL



La fase di transizione, di inesorabile trasformazione che stiamo vivendo, in cui tecnologia e digitalizzazione impongono cambiamenti importanti e veloci alla vita di lavoratori e cittadini, ha spinto la Cgil a promuovere il Progetto Lavoro 4.0, un percorso aperto e partecipato di studio, confronto, approfondimento e analisi per l’elaborazione di proposte strategiche per la politica industriale nel mondo che cambia. L’obiettivo più alto, ambizioso e concreto, è quello di esercitare il principale compito del sindacato, ovvero la contrattazione, spostandone il baricentro dalla fase finale dei processi a quella iniziale o di anticipo.

Il Progetto Lavoro 4.0 fa elaborazione, analisi, condivisione sui temi della digitalizzazione e del suo impatto sul lavoro e sul fare sindacato. Il gruppo lavora con i sindacalisti delle categorie e dei territori che fanno parte del Coordinamento politiche industriali e del Coordinamento Formazione sindacale. Non solo, ha un rapporto costante di confronto e scambio anche con un gruppo di esperti esterni alla Cgil, la Consulta industriale, di cui fanno parte ricercatori, docenti, studiosi, manager aziendali.

Sindacalisti ed esperti esterni lavorano insieme e alla pari attraverso la piattaforma online Idea Diffusa, un laboratorio di partecipazione orizzontale, creato per attrarre nuove idee e competenze e mettere in moto un processo di contaminazione reciproca. Uno strumento nuovo, che utilizza la rete non come il luogo dell’atomizzazione e della disintermediazione, 
ma come un mezzo per l’azione collettiva.


In rapporto con le strutture della Cgil a diversi livelli l’Ufficio di progetto Lavoro 4.0 si occupa di:


APPROFONDIMENTO: Organizziamo insieme seminari, presentazioni ed eventi sul Lavoro 4.0. Possiamo aiutarti ad inquadrare il tema, adattarlo agli interessi specifici della platea, individuare gli esperti e i relatori. Puoi vedere qui le iniziative che abbiamo organizzato o a cui abbiamo partecipato. Inoltre, puoi utilizzare i nostri materiali: oltre all’Inserto di Idea Diffusa, abbiamo un Osservatorio dinamico sulle imprese innovative: si tratta di un progetto di studio coordinato con IRES Emilia Romagna per monitorare l’evoluzione di un campione di 80-100 aziende innovative, con riferimento all’andamento economico e occupazionale, alle dinamiche dell’innovazione e delle relazioni industriali (vedi qui il progetto osservatorio imprese innovative).

FORMAZIONE SINDACALE: quali sono i cambiamenti del Lavoro 4.0? E come attivare la contrattazione d’anticipo? Costruiamo insieme un piano formativo per il tuo territorio o la tua categoria, scambiamoci idee e pratiche. Qui puoi trovare alcune proposte, ma la formazione è tutta da disegnare insieme

SUPPORTO E PROGETTI: Possiamo lavorare insieme su casi specifici di organizzazione del lavoro 4.0 e di contrattazione dell’innovazione, attraverso il supporto degli esperti della Consulta Industriale e attivando studi di caso o Indagini probabilistiche Industriali. Grazie al Comitato scientifico di valutazione industriale, ne abbiamo già fatte alcune.

MANUALE: Gramolati A., Sateriale G. (a cura di), L’innovazione tecnologica e del lavoro, Ediesse, 2019. E’ il nostro Manuale per la contrattazione digitale: utilizzalo e proponi integrazioni e aggiornamenti sulla base della tua esperienza. 


LEGGI ANCHE
'Mai stati in disaccordo a combattere la povertà, ma ormai siamo in un paese in cui si è poveri anche lavorando. I salari sono molto bassi e le condizioni pesantissime. Noi siamo convinti che fosse meglio il REI, perché per combattere la povertà non basta più il lavoro. E il lavoro non lo creano i centri per l’impiego ma gli investimenti, e questo governo li ha bloccati'...



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Biografia e Stipendio di Maurizio Landini

Biografia e Stipendio di Maurizio Landini


Maurizio Landini Segretario dell CGIL:
 'Mai stati in disaccordo a combattere la povertà, ma ormai siamo in un paese in cui si è poveri anche lavorando. I salari sono molto bassi e le condizioni pesantissime. Noi siamo convinti che fosse meglio il REI, perché per combattere la povertà non basta più il lavoro. E il lavoro non lo creano i centri per l’impiego ma gli investimenti, 
e questo governo li ha bloccati'.

Il segretario della CGIL Maurizio Landini critica la manovra economica dell'attuale Governo Giallo Verde, e dichiara: 'va cambiata è una manovra recessiva'.

 Questa è una manovra recessiva perché non fa partire gli investimenti né l'economia.

Sarà Landini quindi dopo una vita nei metalmeccanici a guidare quello che è il più grande sindacato italiano mentre Vincenzo Colla, 
che era il suo più grande sfidante per la segreteria generale, 
sarà il vice.



La biografia di Maurizio Landini
Durava da un po’ di tempo lo stallo nella CGIL dopo la fine dell’era Camusso.
Per la successione alla guida del sindacato
 è stato a lungo un testa a testa tra Landini e Colla,
con l’accordo che alla fine ha sbloccato la situazione.

Nato a Castelnovo ne’ Monti (provincia di Reggio Emilia) il 7 agosto 1961, Maurizio Landini è il quarto di cinque figli di un cantoniere che è stato molto attivo durante la Resistenza. Dopo aver frequentato l’istituto per Geometri, lascia gli studi per iniziare 
a lavorare e dare così una mano alla famiglia.

Trova lavoro quindi come apprendista saldatore in un’azienda metalmeccanica, iniziando poi anche l’attività sindacale entrando nella FIOM a metà degli anni ‘80 come delegato e riuscendo ben presto a farsi apprezzare per la sua attività svolta.

Diventa così prima funzionario della FIOM di Reggio Emilia e poi segretario generale, passando poi a dirigere la sezione dell’Emilia Romagna. Nel 2005 quindi c’è l’approdo alla segreteria nazionale del sindacato dei metalmeccanici.

Dopo aver preso parte ad alcune delicate trattative per il rinnovo dei contratti, come quelle alla Piaggio e alla Indesit, il 1 giugno del 2010 diventa segretario generale della FIOM mantenendo l’incarico fino a luglio 2017.


La nomina alla guida della CGIL è quindi una sorta di compimento di un lungo percorso all’interno del sindacato. Prima di lasciare la guida della FIOM, ha provato anche a creare un soggetto politico, Coalizione Sociale, ma il progetto non ha poi avuto seguito.

Quanto guadagna
Durante i sette passati alla guida della FIOM, Maurizio Landini si è fatto apprezzare e conoscere specie per le battaglie riguardanti la Thyssen e l’Ilva di Taranto. Soprattutto in TV, è stato spesso il portavoce delle rivendicazioni sindacali di una sinistra che ormai sembrerebbe essere sempre più lontana dai problemi delle fabbriche.

Dal punto di vista economico, come segretario generale della FIOM il suo stipendio era di 2.250 euro netti al mese. Per fare un paragone, era meno di un terzo di quello che guadagnano i nostri parlamentari.

Con il passaggio alla guida della CGIL ci sarà però un discreto scatto in avanti nello stipendio. L’ex segretario Susanna Camusso infatti percepiva 4.000 euro netti al mese.

Ospite della trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli gruber, Landini ha però affermato come la sua busta paga “è pubblica, come segretario generale dovrebbe essere secondo il nostro regolamento di 3700 euro netti”



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lunedì 18 febbraio 2019

Cipiri : Dal Biglietto da Visita al Sito Internet


domenica 17 febbraio 2019

Bocciatura senza mezzi termini della Tav


MASSIMO 4,2 MLD TRA PENALI E RIMBORSI. In caso di scioglimento del progetto della Tav il costo massimo tra penali e rimborsi potrebbe arrivare a 4,2 miliardi. "I molteplici profili evidenziati" nell'analisi costi/benefici sulla Tav "non consentono di determinare in maniera netta i costi in caso di scioglimento".


I numeri e le ragioni della bocciatura senza mezzi termini della Tav
Il 'verdetto' che emerge dall'analisi sulla Torino-Lione pubblicata dal ministero dei Trasporti. Gli esperti sottolineano che "il progetto presenta una redditività fortemente negativa"

Una bocciatura senza mezzi termini: la Tav comporta più costi che benefici. E' il 'verdetto' che emerge dall'analisi sulla Torino-Lione pubblicata dal ministero dei Trasporti. Gli esperti, coordinati da Marco Ponti, sottolineano che "il progetto presenta una redditività fortemente negativa": i benefici sono pari a 885 milioni, le 'perdite' di 7 miliardi nello scenario realistico e si può arrivare fino a 7,8 miliardi in secondo scenario.
Entrambe le cifre prendono in considerazione i "costi a finire" dell'opera, al netto cioè degli 1,4 miliardi di euro già spesi. I benefici ambientali attesi, inoltre, "sono, a livello nazionale e ancor più europeo, di entità quasi trascurabile", e in caso di scioglimento del progetto della Tav il costo massimo tra penali e rimborsi potrebbe arrivare a 4,2 miliardi. Il dossier è stato firmato da cinque dei sei componenti il gruppo di lavoro.
Il ministro Danilo Toninelli parla di "numeri estremamente negativi, impietosi, ora deciderà il governo, nella sua piena collegialità". E assicura: "Si tratta della prima analisi costi-benefici realmente indipendente, lo ribadisco, per cui abbiamo evitato finalmente di chiedere all’oste se il vino è buono”. Il titolare del dicastero chiarisce che "la valutazione negativa della Torino-Lione" che ne emerge "non è contro la Ue o contro la Francia". E sul fronte interno ribadisce che "non c'è stata alcuna volontà di nascondere alcunché ma solo quella di rispettare un impegno internazionale al quale fa riferimento anche il contratto di governo".

LE CONCLUSIONI DEL REPORT. Gli effetti complessivi del progetto durante gli anni di esercizio – escludendo cioè il costo di investimento - risultano pari a 885 milioni. Questo risultato deriva dalla somma di due componenti di segno opposto: la prima, relativa ai flussi di merci, determina un effetto negativo pari a 463 milioni; la seconda, relativa ai passeggeri, determina un beneficio positivo pari a 1,3 miliardi.

Considerato che i costi attualizzati di investimento a finire e gestione dell’opera assommano a 7,9 miliardi, il valore attuale netto economico ossia la perdita di benessere – differenza tra costi sostenuti e benefici conseguiti - conseguente alla realizzazione dell’opera risulta pari a 7 miliardi".

5,7 MLD IL VALORE AL NETTO COSTI RIPRISTINO PER STOP OPERA. Al netto dei costi massimi di ripristino e messa in sicurezza del tunnel esistente, il Vane - ossia il valore attuale netto economico - risulta negativo e pari a -5,7 miliardi.
IL COSTO DI REALIZZAZIONE VA DA 12 A 16 MILIARDI. Con riferimento all'impatto sulle finanze pubbliche degli Stati interessati, il costo da sopportare in caso di realizzazione del progetto non è rappresentato dalla somma dei soli costi di investimento e di gestione; a questi devono infatti essere sommate le minori accise che portano il bilancio complessivo da 10 a 11,6 miliardi (flussi attualizzati) nello scenario 'realistico' e a 16 miliardi in quello 'Osservatorio 2011'.

I DUE SCENARI IPOTIZZATI. I tecnici utilizzano due scenari: nel primo si basano su stime di traffico merci e passeggeri, stilate a partire dal 2011 dall'Osservatorio sul Tav di Palazzo Chigi (si assume un tasso di crescita dei flussi di merci e di persone pari al2,5%). Nel secondo le stime sono riviste alla luce di prospettive "più realistiche" (si assume un tasso di crescita dei flussi di merci e di persone pari all’1,5%).

Il Vane (valore attuale netto, saldo tra i costi dell'opera, lavori e gestione, i costi esterni, i minori benefici per utenti e operatori, e dall'altra parte i benefici economici diretti e indiretti) è pari a 6.995 milioni di euro nello scenario "realistico" di previsioni di traffico (25,2 milioni tonnellate di merci nel 2059) e pari a 7.805 milioni nello scenario "ottimistico" (previsioni Osservatorio 2011, 51,8 milioni di tonnellate). Entrambi i calcoli sono stati fatti sui "costi a finire" dell'opera, al netto cioè degli 1,4 miliardi di euro già spesi, e considerando i costi sia della tratta internazionale che di quella italiana.

IL PESO DELLE ACCISE. Nello scenario "realistico", le accise pesano per 1,6 miliardi e non sono "decisive", come fa notare Toninelli, nel far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei costi. Il ministro ricorda, in merito alle polemiche dei giorni scorsi, che "questo parametro era ben presente nell’analisi del 2011: anzi, il bilancio economico per gli Stati era assai più disastroso in quello studio: -7 miliardi per i mancati incassi fiscali sui carburanti. Infine, il minor gettito da accise è considerato un costo anche nelle linee guida francesi e comunque c’è un ampio consenso internazionale attorno a questa scelta metodologica, sulla quale non mi sarei comunque mai sognato di forzare o comprimere la totale libertà dei tecnici da me incaricati”.
TRASCURABILI I VANTAGGI AMBIENTALI. I benefici ambientali attesi – monetizzati pari a circa 5 miliardi nello scenario 'Osservatorio 2011' sono, a livello nazionale e ancor più europeo, di entità quasi trascurabile.

Vero che con la Tav le emissioni di C02 si ridurrebbero, ma obiettivi ambiziosi si otterrebbero solo grazie all’innovazione tecnologica dei veicoli. Se venisse realizzata la Tav, in media, in un giorno, la durata dei viaggi dei veicoli tra Milano e Parigi si ridurrebbero di 2 minuti e 20 secondi; quelli tra Milano e Lione si accorcerebbero di 1 minuto e 20 secondi e il tempo di attraversamento della tangenziale di Torino diminuirebbe di circa 5 secondi.

MASSIMO 4,2 MLD TRA PENALI E RIMBORSI. In caso di scioglimento del progetto della Tav il costo massimo tra penali e rimborsi potrebbe arrivare a 4,2 miliardi. "I molteplici profili evidenziati" nell'analisi costi/benefici sulla Tav "non consentono di determinare in maniera netta i costi in caso di scioglimento".



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sabato 16 febbraio 2019

Landini vince causa contro la Saras e dona 25 mila euro

Landini vince causa contro la Saras e dona 25 mila euro

Maurizio Landini alla cerimonia di donazione assieme al segretario regionale Fiom Sardegna, Mariano Carboni, e la sindaca di Villa San Pietro, Marina Madeddu

Morti sul lavoro, Landini vince causa contro la Saras e dona 25 mila euro al paese delle vittime
La Fiom si era costituita parte civile contro la raffineria dei Moratti nel 2009 in seguito al decesso di 3 operai dentro lo stabilimento di Sarroch


Il mondo del lavoro cambia continuamente. Per effetto dell’innovazione tecnologica che fa nascere nuovi mestieri e nuovi modelli organizzativi ma anche per effetto di sentenze che creano precedenti importanti in argomenti delicati come quello della sicurezza. Una di queste è sicuramente quella che ha dato ragione alla Fiom-Cgil che nel 2009 si era costituita parte civile nel processo per la morte sul lavoro di 3 operai nella raffineria Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, di proprietà della famiglia Moratti.

L’organizzazione sindacale ha ottenuto dalla Saras un risarcimento morale di 25.000 euro che è stato donato al comune di Villa San Pietro, luogo dove le tre vittime vivevano. Grazie a questa somma sarà costruita una sala musica per i giovani. Il leader della Fiom, Maurizio Landini, presente alla cerimonia di donazione, ha annunciato che d’ora in avanti il suo sindacato “si costituirà sempre parte civile ogni volta che ci saranno degli incidenti” anche perché “il problema della sicurezza sul lavoro sta peggiorando anziché migliorare”.

Esagerazioni di Landini a fine propagandistico? Purtroppo no. I dati statistici esistenti confermano che la denuncia del leader della Fiom è vera. Dal rapporto elaborato dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering basato sui dati Inail emerge che nel 2015 le morti bianche in Italia sono state pari a 1172. Ben 163 in più rispetto al 2014.

La regione più colpita è stata la Lombardia con 124 vittime, davanti alla Campania con 87 e alla Toscana con 79. In termini relativi, ovvero considerando l’incidenza sul totale degli occupati, emerge però una fotografia diversa. Le regioni con il maggior numero di vittime sono quelle del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) davanti alle Isole (Sicilia e Sardegna). Quelle più virtuose (o probabilmente sarebbe meglio dire meno peggio) sono quelle del Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria).

Tra i vari settori quelli più colpiti sono le costruzioni, la manifattura e i trasporti e da qui la conseguenza naturale che il problema è fondamentalmente maschile dato che la piaga colpisce nel 94,5% gli uomini e solo nel 5,5% le donne. Differenza di genere che tuttavia trova poco spazio sulle pagine dei giornali e nei salotti televisivi.

E a morire sono i lavoratori più anziani, quelli più fiaccati dalla fatica. I dati lasciano pochi dubbi a riguardo. Sui casi in cui l’età è nota l’incidenza dei lavoratori dai 55 anni in su è pari al 74,7%. Dato che dovrebbe far riflettere di fronte al costante allungamento dell’età pensionistica.

Per Maurizio Landini si continua a morire sul lavoro perché “le aziende considerano la sicurezza un costo”. Il problema è dunque culturale e una conferma arriva da un confronto tra i dati italiani e quelli degli altri paesi europei. Una inchiesta del quotidiano la Repubblica del 2013 ha messo in luce che l’Italia ha il primato europeo dei morti sul lavoro. In valori assoluti battiamo perfino la Germania ma non è certo una vittoria di cui andare fieri.


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Abbiamo due vicepremier che non hanno mai lavorato: Landini

Matteo Salvini e Luigi Di Maio non hanno mai lavorato


Il primo affondo di Landini da segretario: "Abbiamo due vicepremier che non hanno mai lavorato"
"Abbiamo due vicepremier - ha continuato il neo segretario della Cgil - che si occupano di povertà senza mai essere stati poveri"

Il nuovo segretario generale della Cgil Maurizio Landini attacca Matteo Salvini e Luigi Di Maio spiegando che il loro problema è "che non hanno mai lavorato". E sottolinea: "Abbiamo due vicepremier che si occupano di povertà e di lavoro senza mai essere stati poveri e senza mai aver lavorato"

Il nuovo segretario generale della Cgil Maurizio Landini attacca Matteo Salvini e Luigi Di Maio spiegando che il loro problema è "che non hanno mai lavorato". E sottolinea: "Abbiamo due vicepremier che si occupano di povertà e di lavoro senza mai essere stati poveri e senza mai aver lavorato". Al nuovo leader sindacale Dario Vergassola aveva chiesto se, tra tutte le divise indossate da Salvini, volesse vedere una tuta blu.
"Questa Cgil ha un'altra idea di società rispetto al governo, noi vogliamo cambiare il Paese, noi siamo il sindacato del cambiamento, non Salvini, la Lega che ci sta portando indietro", ha attaccato il nuovo leader, spiegando: "Noi puntiamo sull'unità sindacale, sull'unità del mondo del lavoro e a cambiare le leggi sui diritti sbagliati, fatte dai governi precedenti e vogliamo affermare di nuovo la centralità e la dignità del lavoro. Il problema centrale del nostro Paese è la precarietà nel lavoro e il problema deve essere quello di dare ai giovani un futuro serio che non sia quello attuale".
"Cosa critichiamo di questo governo? Mancano gli investimenti e stanno agendo sulle paure delle persone - ha detto - ci hanno fatto credere che saremo invasi, ma non si capisce da chi. Noi non siamo un Paese invaso, semmai siamo un Paese di evasori che è leggermente diverso. La manifestazione del 9 febbraio con Cisl e Uil sarà una manifestazione importantissima che chiede che il mondo del lavoro debba essere al centro dell'attenzione dell'esecutivo".
Il neo segretario della Cgil ha poi concluso: "Noi abbiamo chiesto la costituzione di un'agenzia per lo sviluppo per il lavoro perché pensiamo che gli investimenti pubblici siano un punto decisivo su cui rilanciare l'economia. E chiediamo una riforma fiscale vera, non la flat tax. Una riforma che faccia pagare meno tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, che combatta l'evasione e la corruzione".


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lunedì 11 febbraio 2019

Qui Guadagni all' Infinito

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Cgil, Cisl e Uil : manifestazione del 9/2/2019 contro il governo

Cgil, Cisl e Uil : manifestazione del 9/2/2019 contro il governo


Cgil, Cisl e Uil. La prima risposta unitaria contro un governo che ha fatto le sue scelte senza mai confrontarsi attivamente con le parti sociali.

C’è molta aspettativa dal mondo del lavoro per rivedere ripartire la crescita di questo Paese. La manifestazione del 9/2/2019 è stata indetta da Cgil, Cisl e Uil  a sostegno della Piattaforma unitaria e per chiedere al Governo di aprire un confronto serio e di merito sulle scelte da prendere per il Paese con “interventi concreti per lavoratori e pensionati, per i giovani, per lo sviluppo, la crescita ed i diritti sociali”.

Cgil, Cisl e Uil : manifestazione del 9/2/2019 contro il governo


“Vogliamo sollecitare il Governo ad aprire confronti veri sulla crescita, sulla situazione produttiva del Paese. Intravedendo insieme le opportunità ed anche le priorità su cui lavorare. Quindi mi auguro che la voce del mondo del lavoro sia finalmente ascoltata.  Occorre cambiare la linea economica del Governo, – ribadisce – tornare ad investire sui fattori della crescita, sbloccando innanzitutto le tante infrastrutture, grandi, medie che oggi sono bloccate e già finanziate, per oltre 80 miliardi, che corrispondono tra l’altro a circa 400mila posti di lavoro. Per questo la prima questione è proprio quella di sbloccare le infrastrutture e poi investire nella digitalizzazione, in impresa 4.0, le cui risorse sono state invece assolutamente falcidiate. Investire in ricerca, innovazione e cioè premere sulla tastiera della crescita. Ce n’è assolutamente bisogno”.

Quella di domani “sara’ una giornata di esaltazione della democrazia e auspichiamo di riempire la piazza” ha proseguito Graziani spiegando come i dati delle adesioni facciano pensare ad una altissima adesione. “Abbiamo dovuto cambiare Piazza. Da Piazza del Popolo passare a Piazza San Giovanni per il gran numero di adesioni. Speriamo che questo sia di buon auspicio”  ha detto riferendosi soprattutto al significato che ciò assume nella comunicazione verso il Governo, vale a dire “che siamo una rappresentanza democratica che vuole essere protagonista del futuro di questo Paese. E nel futuro di questo Paese ci deve essere il lavoro” conclude.

 Contro la manovra appena varata dal governo i sindacati Cgil, Cisl e Uil, unitariamente hanno annunciato una manifestazione unitaria per il 9 febbraio a Roma. Una decisione unitaria "per sostenere le proposte unitarie contenute nella piattaforma sottoposta ai lavoratori da Cgil, Cisl, Uil, per cambiare le scelte dell'Esecutivo e per aprire un confronto serio e di merito" le tre organizzazioni sindacali "organizzeranno - annunciano con una nota - una grande manifestazione nazionale che si svolgerà a Roma sabato 9 febbraio". Cgil, Cisl, Uil "valutano - sottolinea una nota - positivamente il percorso di mobilitazione svoltosi negli scorsi mesi a sostegno della piattaforma unitaria". "Il consenso delle decine di migliaia di lavoratori, pensionati e giovani alle proposte di Cgil, Cisl, Uil, emerso in occasione delle centinaia di assemblee organizzate su tutto il territorio nazionale, è stato pressoché unanime e ha rappresentato un primo importante momento di confronto e discussione delle proposte sindacali con i lavoratori e i pensionati italiani sul documento consegnato nello scorso mese di dicembre al presidente del Consiglio che si era impegnato a dare continuità al confronto, mai avvenuto, su alcuni capitoli indicati dal sindacato.

La legge di bilancio "appena approvata - sottolineano ancora i sindacati confederali - ha lasciato irrisolte molte questioni fondamentali per lo sviluppo del Paese, a partire dai temi del lavoro, delle pensioni, del fisco, degli investimenti per le infrastrutture, delle politiche per i giovani, per le donne e per il Mezzogiorno. Temi sui quali Cgil, Cisl e Uil hanno avanzato indicazioni e proposte credibili e realizzabili che non hanno trovato riscontro nella legge di stabilità avanzata dal Governo".



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