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martedì 25 giugno 2019

Salario minimo, ecco la posizione del sindacato



Salario minimo, ecco la  posizione del sindacato

Cosa pensano le organizzazioni sindacali della proposta di salario minimo stabilito per legge? Sono favorevoli o contrarie? Abbiamo provato a ricostruire la posizione reale del sindacato (al di là della propaganda, delle semplificazioni e della disinformazione) basandoci sulla memoria consegnata ieri da Cgil, Cisl e Uil, in sede di audizione al Senato.

Salario minimo, ecco la  posizione del sindacato

Ieri, al Senato, si è tenuta l’audizione delle organizzazioni sindacali più rappresentative, ossia Cgil, Cisl e Uil, sulla proposta di salario minimo legale che le forze politiche di maggioranza intendono introdurre in Italia. L’audizione è lo strumento di ascolto attraverso cui le le commissioni parlamentari raccolgono informazioni e pareri necessari
a svolgere correttamente l’attività istituzionale.



Nel corso dell’audizione, pur riconoscendo che la discussione sul salario minimo legale costituisce “una utile occasione per riflettere e intervenire su come meglio tutelare i salari dei lavoratori italiani  e più in generale su come rilanciare una azione per il loro incremento”, i sindacati hanno espresso le loro preoccupazioni, evidenziando i rischi che, nel nostro Paese, e nell’attuale contesto normativo e contrattuale, possono accompagnare l’attuazione di tale provvedimento. Perché se è vero che in Italia esiste una “questione salariale” è altrettanto vero che occorre “fare in modo che anche questo provvedimento (il salario minimo stabilito per legge ndr) contribuisca realmente, insieme alle necessarie misure per ridurre il carico fiscale a vantaggio delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti, al raggiungimento di questi obiettivi”. E dunque, come si evince dalla memoria consegnata in sede di audizione, le organizzazioni sindacali non sono contrarie allo strumento in quale tale ma a patto che si basi “sulle caratteristiche peculiari, anche nel panorama europeo, del sistema di contrattazione collettiva vigente in Italia”.

Partiamo da un dato. Il salario minimo legale vige in 22 paesi europei ma “in tutta Europa la contrattazione collettiva, per come è organizzata e a seguito anche dei cambiamenti economici, registra tassi di copertura dei lavoratori dipendenti importanti ma mai totali… Nella maggior parte dei casi la legislazione sui minimi (in Europa, ndr) si è sviluppata in paesi dalle relazioni (sindacali) deboli”. In questa cornice, l’Italia è il Paese europeo con la più alta copertura contrattuale, frutto della contrattazione tra e con le parti sociali. In altre parole, più di  8 lavoratori italiani su 10 sono già coperti dai cosiddetti CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) che prevedono minimi tabellari (salari minimi) mediamente superiori a quello proposto dalle forze di governo, circa 9 euro lordi l’ora. E dunque, secondo i sindacati, “una norma di legge che si proponga di fissare un salario minimo orario legale per tutti i lavoratori dipendenti  deve  partire da questa realtà stabilendo il valore legale dei trattamenti economici complessivi previsti dai Ccnl”. Tradotto: il salario minimo stabilito per legge, non può essere inferiore a quello stabilito nei contratti perché ciò “potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei contratti, rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele dei lavoratori… Si rischia che un numero non marginale di aziende possano disapplicare il contratto di riferimento per adottare il salario minimo”. Quali aziende, infatti, non si avvarranno della possibilità, consentita dalla legge, di abbassare i salari e retribuire meno i lavoratori?



E inoltre, va evidenziato, come la retribuzione complessiva effettiva, prevista dai contratti nazionali, non si limita soltanto al minimo tabellare ma ad una serie di altre voci come la tredicesima e (in qualche caso la quattordicesima), le maggiorazioni per prestazioni orario di altro tipo, le ferie, le indennità, i premi oltre che tutele “che risultano essere sostanziali e fondamentali per un dignitoso rapporto di lavoro (riduzioni di orario contrattuali, tutele per malattia, maternità, infortuni superiori a quelle di legge, erogazione di un welfare previdenziale e sanitario diffuso e significativo)”. Tutte queste voci e tutele (tredicesima, ferie, eccetera)  sarebbero dunque”incorporate” nei nove euro lordi l’ora, un po’ come accade con i voucher, riducendo ulteriormente l’entità del salario minimo legale. E dunque, la proposta dei sindacati, per le aree scoperte dai contratti nazionali, è quella “di assumere i minimi tabellari dei Ccnl come salario orario minimo per legge, in modo da garantire queste tutele retributive adeguate e indispensabili”.

Inoltre, sostengono i sindacati, “l’introduzione di un salario minimo legale che non coincida con quanto stabilito dai Ccnl costituirebbe un fortissimo disincentivo al rinnovo di alcuni contratti nazionali”, standardizzando al ribasso i salari e le condizioni di molti lavoratori.. A perderci, dunque, sarebbero innanzitutto quegli 8 lavoratori su 10 che oggi sono coperti da contratto nazionale.

E ancora, “un salario minimo orario diverso da quello previsto dai contratti nazionali non servirebbe nemmeno a sostenere quella crescente quota di cosiddetti “lavoratori poveri” dovuti alla forte crescita registrata dai rapporti di lavoro a part time involontario nella struttura dell’occupazione italiana. Per questi lavoratori servirebbe poter lavorare di più o contare su altre forme di integrazione”. Tradotto, se guadagni 9 euro lordi l’ora ma lavori 5 ore a settimana non campi comunque e dunque occorre garantire più lavoro e per farlo servono innanzitutto investimenti pubblici e privati.

In più, sostengono i sindacati, “l’adozione per legge dei minimi salari previsti dai contratti nazionali potrebbe essere un efficace strumento anche per tutelare le forme di lavoro legate alla diffusione delle piattaforme digitali. I lavoratori inquadrati come collaboratori ma legati alla economia delle app devono poter godere di trattamenti normativi e retributivi legati a Ccnl di riferimento. Nel caso dei rider, il contratto Merci e Logistica, come sancito a gennaio anche dalla Corte di Appello di Torino in merito all’inquadramento e ai diritti dei riders.



Cgil, Cisl e Uil, dunque chiedono di “fissare i trattamenti economici così definiti con validità “erga omnes” per tutte le imprese e per tutti i lavoratori di ogni settore, riuscendo in tal modo a conferire valore legale e generale ai livelli di retribuzione di natura contrattuale. È questa la strada maggiormente utile a contrastare anche il crescente e dannoso fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata” che realizzano un vero e proprio dumping salariale agendo spesso non solo e non tanto sui minimi tabellari ma anche su diverse altre voci retributive”. Se salario minimo deve essere, dunque, che sia quello previsto dai contratti nazionali in tutte le sue voci.

Infine, per le tre sigle è necessario anche potenziare e rafforzare gli organi ispettivi per attivare “controlli più puntuali e interventi correttivi per ridurre le fasce di sfruttamento agendo contemporaneamente contro il fenomeno dell’evasione contrattuale”. E a questo proposito ribadiscono la richiesta di implementare gli investimenti e il numero degli ispettori, che oggi sono circa 4 mila a fronte di 1,8 milioni di aziende private attive nel Paese. “Ogni ispettore – precisano ancora i sindacati – dovrebbe controllare mediamente 456 aziende in un anno”. Un rapporto “che rende impossibile fare controlli a tappeto”.

Fortebraccio News



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