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mercoledì 22 gennaio 2020

Governo Riduce i Salari delle Donne 1927

Governo Riduce i Salari delle Donne 1927


20 gennaio 1927, il Governo fascista emana la legge che Riduce i Salari delle Donne
 della Metà Rispetto agli Uomini

Per la serie “hanno fatto anche cose buone”, il 20 gennaio del 1927, con un decreto legge, il Governo italiano interviene sui salari delle donne riducendoli alla metà rispetto
 alle corrispondenti retribuzioni degli uomini.

Del resto avrebbe scritto qualche anno dopo Ferdinando Loffredo nella sua Politica della famiglia (1938): “La indiscutibile minore intelligenza della donna ha impedito di comprendere che la maggiore soddisfazione può essere da essa provata solo nella famiglia, quanto più onestamente intesa, cioè quanto maggiore sia la serietà del marito […] La conseguenza dell’emancipazione culturale – anche nella cultura universitaria – porta a che sia impossibile che le idee acquisite permangano se la donna non trova un marito assai più colto di lei . […] deve diventare oggetto di disapprovazione, la donna che lascia le pareti domestiche per recarsi al lavoro, che in promiscuità con l’uomo gira per le strade, sui tram, sugli autobus, vive nelle officine e negli uffici […] Il lavoro femminile […] crea nel contempo due danni: la «mascolinizzazione» della donna e l’aumento della disoccupazione maschile. La donna che lavora si avvia alla sterilità; perde la fiducia nell’uomo; concorre sempre di più ad elevare il tenore di vita delle varie classi sociali; considera la maternità come un impedimento, un ostacolo, una catena; se sposa difficilmente riesce ad andare d’accordo col marito […]; concorre alla corruzione dei costumi; in sintesi, inquina la vita della stirpe”.

Diceva similmente Benito Mussolini su Il Popolo d’Italia del 31 agosto 1934 : “L’esodo delle donne dal campo di lavoro avrebbe senza dubbio una ripercussione economica su molte famiglie, ma una legione di uomini solleverebbe la fronte umiliata e un numero centuplicato di famiglie nuove entrerebbero di colpo nella vita nazionale. Bisogna convincersi che lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi, porta all’uomo una fortissima virilità fisica e morale”.

La donna, dunque – per il bene della Patria! – deve essere collocata in casa, a fare figli.

La prima offensiva al lavoro femminile del Regime si avrà nell’insegnamento.

Con il Regio Decreto 2480 del 9 dicembre 1926 le donne saranno escluse dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, verranno tolte loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, si vieterà loro di essere nominate dirigenti o presidi di istituto (già il Regio Decreto 1054 del 6 maggio – Riforma Gentile –  vietava alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie.  Per estirpare il male veramente alla radice, saranno raddoppiate le tasse scolastiche alle studentesse, scoraggiando così le famiglie a farle studiare).

Una legge del 1934 (legge 221) limiterà notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti, mentre un decreto legge del 5 settembre 1938 fisserà un limite del 10% all’impiego
di personale femminile negli uffici pubblici e privati.

L’anno successivo, il Regio Decreto n. 989/1939 preciserà addirittura quali impieghi statali potessero essere alle donne assegnati: servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale; servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca. L’articolo 4 della stessa legge, suggerirà altri impieghi “particolarmente adatti” alle donne: annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche; cassiere (limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati); addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire; addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati; sorveglianti negli allevamenti bacologici
ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda.

Del resto, scriveva Giovanni Gentile ne La donna nella coscienza moderna (1934): “La donna non desidera più i diritti per cui lottava […] (si torna) alla sana concezione della donna che è donna e non è uomo, col suo limite e quindi col suo valore […]. Nella famiglia la donna è del marito,
ed è quel che è in quanto è di lui”.

In un tempo in cui al Festival di Sanremo viene invitata una donna perché è bella e “sa stare un passo indietro al proprio uomo” forse sarebbe opportuno non dimenticare…

Ilaria Romeo, Archivio Storico Cgil

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martedì 21 gennaio 2020

In Pensione a Partire da 62 anni

Pensione a Partire da 62 anni


La legge Fornero va superata". Lo ha detto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, 
intervistato dalla Stampa, in vista dell'incontro dei sindacati col governo, la prossima settimana, per 
parlare di pensioni. All'esecutivo, spiega Landini, chiederemo "una vera riforma delle pensioni, perchè è evidente a tutti che la legge Fornero ha aumentato
 le diseguaglianze e non ha risolto i problemi". ?

Landini è contrario all'ipotesi di anticipare il pensionamento 
con il "tutto contributivo": "No, non funziona. 

Sarebbe un sistema molto penalizzante e un sistema pubblico deve contenere elementi solidali, come fa la piattaforma Cgil-Cisl-Uil, che rivendica un'uscita flessibile a partire da 62 anni...".

"La riforma Fornero è stato un taglio drammatico per far quadrare i conti pubblici, non c'entrava con la previdenza. I soldi si possono andare a prendere altrove, e in tanti sistemi pensionistici europei anche la fiscalità generale contribuisce alla spesa previdenziale. Il 27 gennaio inizierà una trattativa su una riforma complessiva; ci sono tutte le condizioni per fare un buon lavoro".


Dopo anni di lotte, dice ancora Landini, "otteniamo un primo taglio delle imposte", ma per il futuro serve una vera riforma fiscale e una rivoluzione in campo pensionistico. Sulla riforma delle pensioni pubbliche, Landini spiega le proposte dei sindacati. 

"Primo - dice - acceleriamo la commissione sulla separazione tra spesa
 previdenziale assistenziale e quella sui lavori gravosi. 
Secondo, serve una pensione di garanzia per i giovani e per chi ha avuto lavori discontinui e precari. Terzo bisogna riconoscere il lavoro di cura delle donne, che non si può trasformare in una tassa. Quarto, serve un meccanismo di uscita flessibile. 
Quinto, rivalutazione delle pensioni e legge sulla non autosufficienza.
Proposte praticabili, e le risorse si possono trovare". 

Landini si rivolge poi al governo per dire che 
bisogna unire il paese, "che bisogna superare la precarietà, che ci vuole un progetto di sviluppo", che 
"serve un indirizzo pubblico, che il governo indichi i settori strategici, gli ambiti dove è utile anche un intervento diretto". "Il 2020 - spiega - potrebbe segnare un passaggio decisivo", a partire anche da una grande riforma fiscale. Dopo il taglio delle imposte, dice Landini, "portiamo a casa l'avvio di una vera riforma fiscale che riduca il prelievo anche ai pensionati, che rimoduli l'Iva, che combatta davvero l'evasione fiscale". La rivoluzione delle tasse. aggiunge Landini, "va estesa, deve coinvolgere anche i pensionati e gli incapienti, bisogna detassare gli aumenti contrattuali nazionali annuale bisogna rimodulare l'Iva". "Rimodularla - precisa - Non ha senso che tutti siamo tassati allo stesso modo: per alcuni si deve ridurre perchè sono beni di consumo di massa: su certi beni di lusso l'Iva può crescere. E ci vuole una vera lotta all'evasione fiscale".

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venerdì 10 gennaio 2020

Rivedere il Jobs act e Rimettere l’articolo 18

Rivedere il Jobs act  e Rimettere l’articolo 18


«Serve una profonda revisione del jobs act».

Quanto profonda, Roberto Speranza? Per Renzi il jobs act non si tocca.
Al tavolo della verifica dovremo trovare il coraggio di correggere radicalmente gli errori commessi sul mercato del lavoro — si prepara a trattare il ministro di Leu —. L’idea che comprimere i diritti dei lavoratori aiuti il Paese a crescere è sbagliata e dobbiamo dirlo, definitivamente.

Chiederà agli alleati di ripristinare l’articolo 18?
«Esatto. Chiederemo garanzie a partire dalla disciplina sui licenziamenti collettivi, su cui i giudici di Milano e Napoli hanno già rinviato alla Corte di Giustizia europea».

Rivedere il Jobs act  e Rimettere l’articolo 18


Renzi non sarà contento.
«Renzi chiede di rivedere reddito e Quota 100 e i 5 Stelle non sono contenti.
 Io chiedo di rivedere il Jobs act. Non siamo un governo monocolore».

M5S e Pd ci stanno?
«Se per il Pd il lavoro è al primo posto, concorderà che per far ripartire l’Italia servono più diritti, non meno. Come leve per combattere le diseguaglianze chiederemo anche di investire su scuola e università e di ragionare di economia circolare ed energie rinnovabili. Sarà poi fondamentale continuare il lavoro importante che abbiamo avviato nel comparto salute».

Non si doveva fare di più?
«Rivendico quel che abbiamo fatto in questa manovra, a cominciare dall’abolizione dei superticket. Due miliardi in più sul fondo sanitario e due su edilizia e ammodernamento tecnologico e poi nuove regole sul personale. Abbiamo approvato il patto per la salute con le Regioni, un documento strategico che non si approvava dal 2014».

Perché Conte continua a rinviare la verifica?
«Preferisco parlare di rilancio. Comunque nel mese di gennaio
questo momento di confronto vero va affrontato».

Il 26 si vota in Emilia Romagna e Calabria. Conte rischia?
«Sono ottimista. Non è un voto sul governo e il presidente Conte saprà guidare questo momento di rilancio, grazie alla capacità di fare sintesi».

E se il M5S subisse una scissione importante?
«Non entro nelle vicende interne, ma credo in questo governo e penso che vada aumentato il tasso di visione politica. Dovremmo tutti considerare questa esperienza tra centrosinistra e M5S come l’orizzonte giusto per il Paese. Se lo viviamo come una parentesi il progetto si indebolisce. Non siamo un governo tecnico, il salto di qualità si fa alzando il tasso politico».

Farà le barricate contro il proporzionale al 5%?
«È giusto che il confronto continui al tavolo ufficiale. Si va verso un impianto proporzionale, come avevamo chiesto all’atto di nascita del governo. Nel 2015 mi dimisi da capogruppo del Pd alla Camera contro l’impostazione ultra—maggioritaria dell’Italicum e sono rimasto sulla mia posizione. Mi fa piacere che altri abbiano cambiato idea».

E il 5%? Di Maio e Zingaretti si sono messi d’accordo, sono stati scorretti ?
«Nessun incontro bilaterale può bypassare le scelte che si prendono ai tavoli di coalizione.
 Per me si discute lì».

Se resterà una soglia alta, entrerete nelle liste del Pd?
«Non vedo elezioni alle porte. Nessuno però può mettere la testa sotto la sabbia di fronte all’arroganza della destra. Quel che c’è nel campo del centrosinistra non basta,
serve una proposta nuova».

Pd, Leu, M5S e Sardine?
«In quelle piazze ci sono elettori della sinistra diffusa, del Pd e persone che hanno creduto nel M5S.
Il processo che io auspico nasce dal basso ed è più avanti di noi».




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domenica 5 gennaio 2020

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