giovedì 24 febbraio 2011

Eutelia al fallimento perché i Ministeri non pagano , isoladeicassintegrati


 http://www.isoladeicassintegrati.com/2011/02/21/agile-eutelia-verso-il-fallimento-perche-i-ministeri-non-pagano/





La vicenda Agile sta vivendo un momento cruciale per la sua sopravvivenza. In procedura concorsuale da più di un anno, in attesa del bando di vendita da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (MSE), Agile rischia seriamente di fallire perché i suoi clienti “pubblici” non pagano, perché non viene tolto il blocco amministrativo ad Eutelia per i debiti verso Agile e perché il MSE non accelera la procedura per l’accesso ai fondi europei per le aziende in crisi dei quali Agile ha diritto: “Dopo tutto quello che hanno passato i lavoratori sarebbe veramente un fallimento di Stato. Non solo perché non si è fatto quello che si poteva e si doveva fare sul piano istituzionale, ma anche perché quelle poche risorse disponibili non vengono erogate dagli stessi soggetti che dicono di volerla salvare.”, scrive il coordinamento delle RSU in un suo comunicato.
Agile vanta crediti per milioni di euro (direttamente o attraverso Eutelia) verso ministeri, fra questi il Ministero dell’Interno e il Ministero della Difesa, verso la RAI (per attività terminate a dicembre 2009!) e la Banca d’Italia, per citarne alcuni. Inoltre non può partecipare a gare o firmare contratti di fornitura servizi già pronti e definiti, perché nessuna banca concede ad Agile le fidejussioni necessarie. Il fondo di garanzia europeo per aziende in amministrazione straordinaria serve proprio a sbloccare le fidejussioni, ma sembra che la pratica sia persa nei meandri del Ministero dello Sviluppo Economico.
Ma adesso il tempo è finito. Sul totale di circa 1500 dipendenti, 1200 sono in cassa integrazione e i restanti non prendono lo stipendio da tre mesi. Se non arrivano immediatamente soldi in cassa i commissari non potranno far altro che portare i libri in tribunale. Falliti per mano dello Stato. Non ci sarebbe fine più amara.
In questi giorni i lavoratori stanno organizzando diverse iniziative di lotta per far conoscere a tutti i livelli l’attuale situazione e per cercare di sfondare quel muro di gomma attorno ai palazzi del governo che li respinge colpevolmente. Giovedì 17 a Torino i lavoratori hanno organizzato un flash mob in collaborazione con la CGIL, tutti vestiti di bianco, con le loro maschere, hanno formato la scritta “Il lavoro è un fantasma”. Nelle diverse città si fanno presidi davanti alle prefetture, palazzi regionali ed altre sedi istituzionali, si installerà inoltre un presidio permanente a Roma davanti al Ministero dello Sviluppo Economico per sollecitare un incontro urgente con il ministro Romani.
In tutte le manifestazioni di questi giorni le richieste dei lavoratori al MSE sono chiare e semplici: intervenire urgentemente per far pagare quanto dovuto ad Agile, rispettare gli impegni assunti, finalizzare la ricerca di soggetti interessati alle due realtà Agile ed Eutelia da gestire come un’unica realtà, perché solo così si può tentare di rendere giustizia ai lavoratori Agile. Il 24 febbraio a Roma presso la sede della CGIL si terrà una “Conferenza nazionale” dei lavoratori e delle lavoratrici Agile, interverrà Maurizio Landini, segretario nazionale FIOM. Una vicenda ancora tutta da seguire, dunque, una vicenda per la quale indignarsi, come lavoratori, come cittadini, come Persone.


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mercoledì 23 febbraio 2011

LA CAMUSSO S'E' DECISA HA CHIESTO MANDATO PER LO SCIOPERO GENERALE



LA CAMUSSO S'E' DECISA 

HA CHIESTO MANDATO PER LO SCIOPERO GENERALE



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 Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha chiesto al comitato direttivo di dare mandato alla segreteria confederale di proclamare uno sciopero generale, al termine della mobilitazione contro le politiche del Governo iniziate mesi fa, o di indicare una data, preferibilmente un sabato, per una manifestazione nazionale. Lo confermano fonti del sindacato di corso d'Italia, mentre è ancora in corso la riunione del direttivo. Il direttivo si è aperto ieri e si sta tenendo a porte chiuse.

Lo sciopero generale viene invocato a gran voce dalla minoranza della Cgil e dalla Fiom, contro gli accordi separati e l'attacco ai diritti dei lavoratori e al contratto nazionale sferrato da Fiat e Confindustria. Anche diverse strutture territoriali, per esempio la Cgil Emilia, si sono espresse a favore dello sciopero generale. La federazione della conoscenza ha convocato il suo sciopero per il 21 marzo e la funzione pubblica per il 25. Le tute blu della Fiom hanno già scioperato il 28 gennaio .








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lunedì 21 febbraio 2011

VOGLIAMO PARTECIPARE AI CONCORSI NELLE ASL







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VOGLIAMO PARTECIPARE AI CONCORSI NELLE ASL

VOGLIAMO PARTECIPARE AI CONCORSI NELLE ASL PER L’ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO DI CENTINAIA DI EDUCATORI PROFESSIONALI !!!! Cari soci, colleghe educator...i e studenti di Scienze dell’Educazione (SDE), in questi giorni, in tutte le regioni, le Aziende Sanitarie stanno bandendo concorsi per l’assunzione di centinaia di Educatori Sanitari. Tutti i nostri laureati che hanno tentato di presentarsi sono stati espulsi per mancanza di titoli. Cioè: un laureato che ha dato decine di materie pedagogiche e che si è laureato come “educatore Professionale” viene escluso per mancanza di titoli da un concorso per Educatore Professionale. La motivazione dell’esclusione dai concorsi è il famigerato DM 520/98 che ha proliferato, nel silenzio, decine di laureati, chiamati impropriamente “Educatori Professionali” anche se laureati a medicina e chirurgia, a cui spetterebbe per legge dello Stato partecipare a questi concorsi, mentre noi laureati educatori siamo sistematicamente espulsi!!! Siamo a conoscenza che con decreto del MIUR, fortemente voluto dall’ANEP, è stato cancellato dal nostro corso di laurea lo sbocco professionale che prevedeva anche l’area socio-sanitaria. Con lo stesso decreto venivano cancellati 35 crediti (CFU) in materie sanitarie che già possedevamo nel nostro corso di laurea, impedendoci di avere pari dignità e pari opportunità con i cugini di Medicina e Chirurgia e costruendo lo sbarramento legislativo che oggi ci impedisce di lavorare e di partecipare ai concorsi per Educatore Professionale. L’APEI (associazione Pedagogisti Educatori Italiani) ti chiede di firmare una petizione che, dal basso, chieda il ripristino delle materie sanitarie che già facevano parte del nostro corso di studio e di poter partecipare (noi di SDE) ai concorsi nelle Aziende Sanitarie che, per ora, sono di esclusiva pertinenza degli educatori professionali laureati a medicina e chirurgia. ISCRIVITI ALL’APEI !!!!! FIRMA ANCHE TU !!! "

Firma anche tu questa petizione


 http://www.firmiamo.it/vogliamo-partecipare-ai-concorsi-nelle-asl

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lunedì 14 febbraio 2011

FARE COME IN TUNISIA ED EGITTO UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE, OPERAIA E POPOLARE, SU PALAZZO CHIGI PER IMPORRE AL SULTANO LE DIMISSIONI

FARE COME IN TUNISIA ED EGITTO UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE, OPERAIA E POPOLARE, SU PALAZZO CHIGI PER IMPORRE AL SULTANO LE DIMISSIONI




La misura é colma per milioni di lavoratori, di giovani, di cittadini.

Il vero scandalo non è la cosiddetta vita privata di Berlusconi.

Il vero scandalo è che il Sultanato che governa l'Italia si regge ormai sulla compravendita dei parlamentari, sulla pubblica menzogna, sulla violazione delle stesse norme istituzionali.

Il vero scandalo è che lo stesso premier che spende in una sola notte di mercificazione femminile quanto un operaio/a guadagna in due anni, è lo stesso che sostiene Marchionne contro gli operai e mira a distruggere il loro contratto nazionale.

Il vero scandalo è che lo stesso premier che promuove le sue amanti come assessori o ministre, taglia scuola, università, stipendi dei dipendenti pubblici nel nome della..”meritocrazia”.

Il vero scandalo è che lo stesso governo Berlusconi- Bossi che in nome del “federalismo” aumenta le tasse su lavoratori e pensionati, è lo stesso che regala al Vaticano una scandalosa esenzione fiscale in cambio del sostegno politico dei vescovi e dell'..assoluzione dei “peccati” del Sultano.

Il vero scandalo, infine, è che di fronte a tutto questo le “opposizioni” parlamentari si limitano alle sole parole contro Berlusconi, in attesa di riconquistare i poteri forti( Confindustria, banche, Vaticano) e tornare a governare in loro nome: per questo appoggiano Marchionne e si oppongono allo sciopero generale, contribuendo di fatto alla sopravvivenza del governo.

Tutto ciò è intollerabile.

E' l'ora di una svolta. Non serve a nulla ”chiedere” a Berlusconi le dimissioni. E' necessario imporgliele con un'azione di massa  dirompente. E' necessario fare come in Tunisia contro il regime di Ben Alì (amico di Berlusconi): organizzare un vero sciopero generale; promuovere una grande mobilitazione continuativa di lavoratori e di popolo che marci sui palazzi del potere e punti a rovesciare il governo. Non si dica che sarebbe “antidemocratico”: nulla sarebbe più democratico che liberare il campo da un governo basato sulla corruzione, sulla truffa, sul condono agli evasori, sulla negazione dei diritti democratici dei lavoratori, al servizio di una piccola minoranza di capitalisti, banchieri, faccendieri.

Per questo facciamo appello a tutte le sinistre, a tutte le organizzazioni del movimento operaio e popolare, a tutte le realtà del movimento degli studenti e dei giovani, a tutte le associazioni del popolo democratico antiberlusconiano, perchè finalmente si realizzi  insieme una lotta vera , capace di vincere:

SI PREPARI UNO SCIOPERO GENERALE PROLUNGATO CONTRO PADRONATO E GOVERNO SULLE RIVENDICAZIONI DEI LAVORATORI, DEI PRECARI, DEI GIOVANI !
ORGANIZZIAMO OVUNQUE PRESIDI DI MASSA DELLE PREFETTURE CON LA PAROLA D'ORDINE DELLA CACCIATA DEL GOVERNO !
PROMUOVIAMO DA TUTTA ITALIA UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE, OPERAIA E POPOLARE, SU PALAZZO CHIGI, CHE ASSEDI IL GOVERNO SINO ALLA SUA CADUTA !

Il primo successo della rivoluzione tunisina e la sollevazione popolare in Egitto dimostrano che nessun potere può reggere alla forza dei lavoratori e del popolo, quando essi si scrollano di dosso la rassegnazione e la paura.
Anche in Italia è questa la via per l'unica alternativa vera : quella che assegna ai lavoratori il posto di comando.



di Redazione IL PUNTO ROSSO  a cura di Clemente Garruto per la rubrica "inviaci la tua nota"

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giovedì 10 febbraio 2011

Precari, il collegato al lavoro rinviato , un anno per fare ricorso


Precari,  il collegato al lavoro rinviato , un anno per fare ricorso


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Un emendamento del Pd rimanda il colpo di spugna del governo che con il "collegato lavoro" prevedeva la scadenza del 23 gennaio come data ultima per impugnare il proprio contratto atipico davanti ai giudici. Si avrà tempo fino al 31 dicembre 2011


Dal Senato arriva una boccata d’ossigeno per i precari. Nelle Commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio, in cui si sta vagliano il decreto “milleproroghe”, è stato approvato ieri un emendamento del senatore Pd, Achille Passoni, che interviene sulla scadenza del 23 gennaio imposta dal “collegato lavoro” a tutti quei precari che avessero riscontrato irregolarità nei loro contratti a tempo determinato e avessero deciso di impugnarli. Quella scadenza viene cancellata e, sulla base dell’emendamento approvato ieri, spostata al 31 dicembre 2011. C’è dunque quasi un anno di tempo per riverificare le varie situazioni e decidere se ricorrere in giudizio.

Il “collegato lavoro” aveva stabilito, nell’articolo 32, un termine di 60 giorni (al posto di cinque anni) per impugnare un contratto di lavoro a tempo determinato giudicato irregolare. Lo stesso “collegato”, però, aveva determinato una specie di tagliola imponendo gli stessi termini, sessanta giorni cioè il 23 gennaio 2011, anche per tutti quei contratti scaduti alla data di approvazione della legge. La misura è stata oggetto di furiose polemiche da parte del sindacato, anche da quelli (come la Cisl) che hanno approvato il Collegato, perché il termine di sessanta giorni è stato giudicato troppo stretto e perché al governo si è rimproverata l’assoluta mancanza di pubblicità alla nuova norma. Nonostante questa “segretezza” il 23 gennaio scorso le domande di impugnazione sono state diverse decine di migliaia.

Fulvio Fammoni, della segreteria nazionale della Cgil, spiega al Fatto che solo la Cgil ne ha raccolte 30 mila, di cui 20 mila provenienti dal mondo della scuola pubblica. “Ma noi stimiamo – spiega Fammoni – che siano almeno 150 mila i lavoratori coinvolti perché i contratti a tempo determinato, non rinnovati e quindi impugnabili, sono cresciuti esponenzialmente tra il 2009 e il 2010, cioè gli anni della crisi”.
La dimensione del problema, in effetti, non deve essere sfuggita nemmeno al governo visto che l’emendamento è stato approvato all’unanimità e con il parere favorevole del rappresentante del governo. “Anche perché era presente un vizio di costituzionalità” spiega ancora Fammoni.

Il senatore del Pd, Passoni, con un lungo curriculum nella Cgil, è molto soddisfatto: “Finalmente si riesce ad approvare una norma che tutela chi lavora” aggiungendo che “se finora sono stati migliaia coloro che hanno aperto delle vertenze entro la scadenza stabilita dal “collegato lavoro”, ora, grazie a questa norma, saranno molti di più”.

Ovviamente, l’emendamento incide solo sulla situazione retroattiva, cioè quella già in essere al momento del varo della legge – e ha comunque bisogno dell’approvazione definitiva da parte delle Camere per entrare in vigore – ma non modifica il termine di sessanta giorni per l’impugnazione di tutti i contratti stipulati da qui in avanti. Un termine che resta ancora esiguo perché corrisponde proprio al periodo che intercorre tra la possibilità di avere il rinnovo del contratto e la fine del contratto stesso. “Il lavoratore alla scadenza del contratto spera che, dopo qualche mese, il datore di lavoro glielo rinnovi. Cosa questa che induce a non agire per vedersi stabilizzato il contratto da un giudice, ma di attendere nella speranza di un rinnovo” dice ancora Passoni.

L’allungamento dei termini fa comunque sperare alla Cgil di poter intervenire ancora sul Collegato lavoro. “Agiremo anche contro le altre norme sbagliate e incostituzionali come la certificazione, l’arbitrato di equità, l’apprendistato a 15 anni” specifica Fammoni.

Sul decreto “milleproroghe” che continua lentamente il suo iter al Senato (ma che deve essere approvato in via definitiva, quindi anche alla Camera, entro il mese di febbraio) pende però l’ipotesi di un maxi-emendamento del governo con apposizione della fiducia. Ma sia il dirigente della Cgil che il senatore Pd tendono a escludere che il governo possa rimangiarsi la novità dopo averla approvata in Commissione. “Se accadesse si tratterebbe di un vero golpe”, dice Passoni.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/10/precari-un-annoper-fare-ricorso/91200/

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Venezia, Vinyls, gli operai tornano sulla torre, comincia lo sciopero della fame






Venezia, Vinyls, gli operai tornano sulla torre, comincia lo sciopero della fame


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Una delle lavoratrici contro la chiusura dell'azienda: staremo qui fino a quando non vedremo un documento ufficiale scritto

VENEZIA - Non solo la salita sulle ciminiere ma anche lo sciopero della fame: lo hanno iniziato oggi i due operai della Vinyls di Porto Marghera (Venezia) che ieri avevano inscenato la protesta, affiancati dai colleghi di Porto Torres e Ravenna, contro il blocco della trattativa per la cessione dell'azienda.

«Il ministro si è dimostrato coerente, chiamando subito i nostri colleghi sardi - dice Nicoletta, l'operaia che si trova attualmente sulla torre, protagonista anche della protesta messa in atto nelle scorse settimane - ma ora non scenderemo fino a quando non vedremo finalmente qualcosa di scritto, un documento ufficiale». Lo sciopero della fame, sottolinea, è un ulteriore segnale per far comprendere che la situazione deve essere sbloccata in tempi rapidissimi. «Dobbiamo far capire alla politica - rileva Riccardo Coletti della Filtem Cgil - che affronta i problemi con troppa superficialità: non ci serve la solidarietà del momento».



www.ilgazzettino.it


martedì 1 febbraio 2011

L’alienazione nel lavoro in epoca postfordista


Herbert Marcuse (1898 – 1979)

Per capire come il nostro filosofo arrivi a sentire la necessità di una rivoluzione che vada contro il sistema capitalistico/consumista è necessario comprendere il concetto di lavoro del filosofo.

Nel saggio “Sui Fondamenti filosofici del Concetto di Lavoro nella Scienza economica” (1933) Marcuse analizza il concetto di lavoro rifacendosi alla trattazione di Hegel.

Nell’analisi classica dell’economia il lavoro è visto solo come un’attività svolta per soddisfare determinati bisogni materiali. Marcuse contesta questa definizione perché per lui il lavoro non è un’attività determinata bensì è “la prassi specifica dell’esistenza umana nel mondo”. Il lavoro è il fare per mezzo del quale “l’uomo diventa diventa per sé ciò che egli è”, ovvero attraverso il lavoro l’uomo acquista la forma del suo esser-ci e fa del mondo il suo mondo. Dunque il lavoro ha una finalità esistenziale, è in questione “il poter-accadere dell’esistenza umana nella pienezza delle sue possibilità” infatti “tutti i singoli fabbisogni hanno il loro fondamento ultimo in questo bisogno originario e permanente che l’esistenza ha di se stessa”.


Il fare lavorativo è composto da tre elementi: la durata, la permanenza e il suo carattere essenziale di peso:

* Per durata s’intende che il compito posto all’esistenza umana non può mai essere assolto in un singolo processo lavorativo o in vari processi singoli, ma solo in un perdurare essere-al-lavoro ed essere-nel-lavoro.
* Il carattere di permanenza significa che dal lavoro “deve venir fuori qualcosa che, per il suo senso o la sua funzione, sia più duraturo del singolo atto lavorativo e faccia parte di un accadere universale”.
* Per peso del lavoro s’intende tutti gli aggravi dovuti ad una specifica organizzazione sociale.

Caratteristica base del lavoro è la sua priorità sul gioco. Mentre nel gioco l’uomo fa degli oggetti quello che più gli pare sperimentando su di essi la propria libertà, nel lavoro, invece, l’uomo è sottomesso alle regole degli oggetti su cui si esercita: “Nel lavoro l’uomo viene continuamente allontanato dal suo essere-se-stesso e indirizzato a qualcosa d’altro e per altri.”


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A forza di pretendere che i lavoratori siano autonomi e responsabili senza dar loro i mezzi per diventarlo realmente, il risultato più efficace che si ottiene è quello di colpevolizzarli.


Il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento, ma anche uno strumento di realizzazione personale. Per questo motivo la disoccupazione e la precarietà possono rappresentare un vero e proprio disagio esistenziale. Ma cosa accade quando il lavoro diventa il solo mezzo capace di dare un senso alla vita? Cosa avviene se, pur non potendo contribuire alla definizione dei suoi obiettivi, il lavoratore diventa il responsabile del loro mancato raggiungimento? In che modo le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro in epoca postfordista determinano le nuove forme di alienazione contemporanea legate all’attività lavorativa?

Dopo Freud, lo sappiamo bene: lavorare e amare sono i fondamenti della civiltà. È per questo che la mancanza di lavoro, che si tratti della disoccupazione o della precarietà, rappresenta un vero e proprio disagio esistenziale e può essere vissuta da coloro che la subiscono come un fallimento personale. Il lavoro è essenziale per ogni essere umano. È non solo un mezzo di sostentamento, ma anche uno strumento di realizzazione personale. Permette di trasformare il mondo e di trasformare se stessi, modificando il rapporto che si stabilisce con gli altri, il nostro stesso modo di vedere le cose. Una cosa, però, è sostenere che, grazie al lavoro e al riconoscimento sociale che ne deriva, possiamo contribuire alla tutela e a volte anche allo sviluppo della nostra identità; altro è trasformare il lavoro in un oggetto dotato di proprietà magiche, l’unico in grado di dare un senso alla vita. L’individuo diventa allora schiavo della sua attività. Come scriveva Hannah Arendt nel 1961: «Mentre l’opera termina quando l’oggetto è compiuto, e pronto per aggiungersi al mondo comune degli oggetti, il lavoro gira indefinitamente nel vortice sempre uguale dei processi biologici degli organismi viventi, dove fatica e dolore hanno fine solo con la morte degli organismi medesimi».[1] Certo, i tempi delle catene di montaggio e della schiavitù istituzionalizzata raccontati in modo magistrale da Chaplin in “Tempi moderni” sono ormai lontani. All’epoca del postfordismo e del management partecipativo, però, esistono nuove forme di alienazione legate all’attività lavorativa che meritano di essere analizzate.

Il fordismo è entrato definitivamente in crisi nel corso degli anni Settanta. Sono stati gli stessi datori di lavoro, di fronte ad una domanda che cambiava e si diversificava continuamente, a decidere che era nel loro interesse che le catene di produzione divenissero più “flessibili”. Ha fatto così la sua comparsa in Europa il toyotismo, una nuova forma di organizzazione del lavoro che si ispira alle metodologie sperimentate in Giappone negli anni Cinquanta. Con il metodo kanban, la produzione viene ormai gestita dall’inizio alla fine: si mettono in produzione solo gli oggetti già ordinati dai clienti. Questo permette di produrre a “pieno regime” e “just in time”. La competitività dell’azienda è l’esito congiunto della riduzione dei costi superflui e dell’adattamento all’evoluzione della domanda: zero tempi d’attesa, per risposte sempre rapide; zero difetti, per una qualità sempre migliore; zero stoccaggi, per adattarsi prontamente alle variazioni quantitative della domanda. Siamo in presenza di una gestione della produzione radicalmente diversa dal fordismo. Secondo i principi stabiliti da Ford, bisogna in primo luogo produrre, successivamente provvedere agli stock, e infine vendere. Il toyotismo inverte la relazione: bisogna innanzitutto vendere, e solo successivamente, sulla base delle vendite, produrre. È la domanda a stabilire direttamente la quantità e le caratteristiche della produzione. Queste trasformazioni hanno avuto un impatto diretto sull’organizzazione del lavoro. I lavoratori hanno dovuto mostrarsi flessibili e competenti, cooperativi e coinvolti, partecipare alle decisioni e prendere delle iniziative, dar prova di un’autonomia sempre maggiore. Donde la comparsa di un nuovo vocabolario: si parla di stato dell’arte, competenze, know how, qualifiche sociali. Si ritiene che il modo migliore di lavorare sia in équipe, secondo “modelli di competenza” in grado di “far appello alla soggettività” dei dipendenti.

Nel 1982 è stato pubblicato il bestseller “Alla ricerca dell’eccellenza”, un libro sulla gestione economica accolto subito da un successo strepitoso, nel quale si sosteneva che le aziende che aspirano all’eccellenza devono stimolare la fiducia del personale e favorire la responsabilità individuale.[2] Nel periodo in cui scrivevano il libro, Thomas Peters e Robert Waterman erano consulenti alla McKinsey Consulting, uno degli studi di management più in vista, di quelli che svolgono consulenze per grandi imprese ma anche per gli Stati, gli stessi colossi anglosassoni che hanno gestito la transizione all’economia capitalista delle economie socialiste. Di fronte al successo del modello nipponico, i nostri due coraggiosi manager si sono impegnati nell’individuare le ricette capaci di condurre e mantenere ogni genere di impresa a livelli d’eccellenza e hanno elaborato a questo scopo il modello delle «sette S». Struttura: preservare una struttura semplice; strategia: essere sempre attenti al cliente; systems: basare la produttività sulle motivazioni del personale; skills: attenersi alle proprie competenze; staff: favorire autonomia e innovazione; stile: saper coniugare rigore e flessibilità; shared values: fare sempre appello a particolari valori chiave. Progressivamente, l’azienda cambiava look e ostentava la volontà di farsi carico della piena realizzazione dei suoi dipendenti: ognuno doveva sentirsi libero di agire come voleva, di portare alla propria azienda idee nuove e di trovare al suo interno il proprio benessere. Consegnati alla loro creatività e alla loro inventiva, i lavoratori – si sosteneva – devono saper creare le condizioni del loro successo. Prendendo atto delle loro competenze devono essere polivalenti e flessibili. Mostrando di avere fiducia in se stessi, devono essere in grado di superare ogni difficoltà. I nuovi modelli manageriali, contrariamente al taylorismo, hanno la pretesa di restituire al mondo del lavoro l’uomo nella sua interezza.[3] «Trattate le persone come esseri adulti. – scrivevano Peters e Waterman – Trattatele come soci. Trattatele con dignità, con rispetto. Considerate loro – e non gli investimenti o le tecniche – come la fonte prima degli utili della produttività». Come non valutare allora con favore l’evoluzione della condizione dei lavoratori dipendenti che, trattati dal taylorismo alla stregua di macchine, si trasformavano ora in “risorse umane”, riabilitate nel discorso dominante e infine integrate negli innumerevoli programmi di sviluppo della persona?

La realtà, però, è sempre più complicata di come viene descritta nei discorsi. Di fronte alla concorrenza e alla pressione sempre più grandi legate alla globalizzazione, le pratiche manageriali adottate per il buon funzionamento delle aziende si irrigidiscono. Le decisioni di riassetto, declassamento, accantonamento o licenziamento si moltiplicano, mentre coloro che conservano il proprio posto di lavoro vengono sottoposti a oneri sempre più impegnativi. Le scadenze si ravvicinano. Le valutazioni si moltiplicano. Le analisi dei risultati si intensificano. Per fare carriera si deve mostrare di essere capaci di trovare il proprio posto in contesti estremamente differenziati; bisogna dar prova di duttilità e flessibilità. Ogni lavoratore, per restare “impiegabile”, deve costantemente essere all’altezza di ciò che gli viene chiesto, proprio mentre si moltiplicano le tensioni nei rapporti personali lavorativi. I dipendenti sono sottoposti a una pressione omologante che li porta a subire le regole dell’impresa per non essere catalogati fra i devianti, gli elementi di cui occorre sbarazzarsi.[4] Ognuno è libero di organizzare il proprio lavoro come meglio crede, ma deve al tempo stesso raggiungere i risultati previsti da altri. Sono infatti le aziende a fissare per ogni lavoratore obiettivi e calendari che non possono essere messi in discussione. Ma come si può, allora, parlare ancora di autonomia quando coloro che vengono definiti autonomi non possono prendere alcuna decisione al di fuori del quadro prestabilito dai dirigenti? In realtà, l’autonomia nell’impresa è molto relativa e non permette ai lavoratori di autodeterminarsi. In compenso, la sua utilità è grande: serve a giustificare il fatto che, se gli obiettivi non vengono raggiunti, siano i dipendenti a doversi assumere la piena responsabilità del fallimento. In quanto agenti autonomi, infatti, essi sono responsabili delle loro azioni e delle conseguenze delle loro azioni: nessun errore potrà essere perdonato. Ma si può, nello stesso tempo, non essere liberi di fissare i propri obiettivi ed essere completamente responsabili di un eventuale fallimento? In realtà, lungi dall’essere autonomi, i lavoratori sono sempre più sotto controllo. Malgrado la presunta libertà, sono costretti a lavorare in stato d’urgenza e sotto la pressione degli obiettivi fissati dall’azienda. Il tutto è agevolato dalle nuove tecnologie informatiche (internet, cellulari ecc.) che consentono all’azienda di essere in contatto permanente con i suoi dipendenti: il confine tra la sfera privata e la sfera pubblica si fa sempre più sfumato, e i lavoratori si trovano a essere costantemente valutati e giudicati in base alla loro capacità di essere sempre disponibili, competenti e impiegabili. Se un tempo autonomia e responsabilità venivano invocate per limitare la dipendenza dei lavoratori dai loro superiori, oggi, imposte dall’alto, si ritorcono contro gli stessi lavoratori.

La competizione e la globalizzazione contemporanee non transigono: chi non si adatta non sopravvive. Come illustra l’americano Stephen Covey, autorevole consulente aziendale, «la nuova era esige la grandeur, pretende che ognuno abbia la certezza di realizzarsi lavorando con passione e che sia pronto a pagare in prima persona».[5] Per dirla in altro modo, ognuno deve ormai credere alla propria mission. Tutto dipende da sé. Basta volerlo. Anche se, in questa corsa forsennata verso il successo, si deve essere pronti al sacrificio estremo: pagare in prima persona. Non è d’altronde proprio quello che sta accadendo oggi? Se tutto dipende dalla propria volontà, quando qualcosa va storto o si commette un errore si pensa di trovarsi di fronte alla prova irrefutabile che non si è stati capaci di essere all’altezza delle aspettative. In un universo in cui ognuno può (e deve) diventare “imprenditore della propria vita”, la mutazione forzata viene vissuta come una sanzione alla propria mancanza di impegno. A forza di pretendere che i lavoratori siano autonomi e responsabili senza dar loro i mezzi per diventarlo realmente, il risultato più efficace che si ottiene è quello di colpevolizzarli. È il loro “saper essere” che è direttamente in causa e non più solo il caro e vecchio “saper fare”. Errori, sviste, stanchezza: tutto diventa inaccettabile; tutto rinvia all’incapacità del singolo di adattarsi alle esigenze del mercato. È allora che il senso di colpa aumenta e, talvolta, diventa insopportabile. Per non parlare poi di quanto succede da quando si è scatenata la crisi economica. Ormai, licenziamenti e mutazioni forzate sono il pane quotidiano di molte aziende. Per alcune di loro, si tratta di una necessità. Ma, per i lavoratori, questa stessa necessità si trasforma in un incubo. Come sopportare una mutazione forzata o un licenziamento quando ci si è dati corpo e anima alla propria azienda? Come accettare il fatto di non essere più utili all’azienda, quando si è sempre stati pronti a lavorare con passione, fino al limite estremo della propria resistenza fisica e psichica? Le inchieste sui suicidi che hanno colpito nel 2009 e nel 2010 France Télécom mostrano che la maggior parte di coloro che si sono dati la morte erano dei lavoratori particolarmente investiti e meticolosi.[6] Non si trattava quindi di individui depressi, fragili e incapaci di adattarsi alle trasformazioni delle aziende, ma al contrario di lavoratori che non avevano esitato ad assumere un certo numero di responsabilità, a lavorare più del dovuto, senza riposarsi e senza prendere tutte le ferie a loro disposizione. Erano delle persone che avevano talmente aderito alla cultura manageriale delle proprie aziende da non rendersi nemmeno più conto che la loro vita dipendeva dal lavoro e dalle soddisfazioni che potevano trarne. Ma, a partire dal momento in cui tutto dipende dal lavoro, le difficoltà lavorative che si possono incontrare (e che tutti, prima o poi, incontriamo) diventano degli ostacoli insormontabili. Dopo essersi dati a fondo nel proprio lavoro, come uscire indenni da un declassamento o un licenziamento?

Con Taylor l’uomo era scomparso dall’universo manageriale. Oggi, l’uomo è presente, ma la sua presenza, nonostante l’utilizzo, nei discorsi, di concetti positivi e forieri di consenso, come autonomia, partecipazione, convivialità, motivazione, è unicamente al servizio della produttività. Il modello di persona promosso dalle logiche manageriali è quello di un soggetto da cui si esige iniziativa, autonomia, responsabilità, coinvolgimento, ma l’esaltazione dell’autonomia e della responsabilità individuale mira a nascondere il fatto che i lavoratori sono sempre più spinti verso il mimetismo e il conformismo.[7] Alla valorizzazione della decisione e dell’autonomia corrispondono nuove forme di alienazione nel lavoro. La logica di cui sono prigionieri i lavoratori è sempre più perversa: la responsabilità viene abilmente trasferita dall’alto verso il basso; i dipendenti devono anche dar prova di iniziativa e inventiva, ma non possono autonomamente fissarsi alcun obiettivo; se gli obiettivi assegnati non sono raggiunti, la colpa non è mai attribuita al fatto che gli obiettivi erano oggettivamente irraggiungibili, ma alla mancanza di motivazione e di valore del dipendente. Quando arriverà il momento di riconoscere che mettere l’uomo al centro delle preoccupazioni dell’azienda non significa ridurlo a una semplice risorsa umana?

di Michela Marzano
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