mercoledì 1 maggio 2013

Il Medio Oriente dimentica il lavoro



I governi lasciano in un angolo il motore delle Primavere Arabe, il lavoro. A crescere sono solo gli esportatori di petrolio, ma nessuno investe nei diritti dei lavoratori.

- Quando Mohammed Bouazizi si diede fuoco per protestare contro la confisca del suo carretto di frutta e verdura privo di licenza, i giovani tunisini realizzarono che non si poteva più restare a guardare. Scesero in strada a chiedere lavoro, diritti e la rimozione della vecchia guardia che si era intascata - oltre a tutta la crescita del Paese - il loro futuro. Qualche migliaio di chilometri più a Est fecero loro eco i giovani egiziani, stanchi di finire a fare i pizzaioli in Italia e di non riuscire neanche a comprare una busta di pane nel loro Paese. Il resto è storia. E sangue. Ma da quella "Rivoluzione dei gelsomini", nata dalle frustrazioni economiche e sociali degli under-30 senza-futuro, si è arrivati a una "Primavera araba" fondata sulle dicotomie etniche, religiose e politiche che pare si sia dimenticata delle ragioni che l'hanno creata. Alcune vecchie guardie sono state sostituite, ma i nuovi governanti stentano a concentrarsi sul vero motore delle rivoluzioni arabe: il lavoro.

Mohammed - forse non tutti lo ricordano - non era un semplice fruttivendolo ambulante: era un laureato che non riusciva a trovare un posto di lavoro. Faceva parte di quel 25% che è il tasso di disoccupazione giovanile nella regione Mena (Middle East and North Africa), tra i più alti al mondo. Un tassello di quella forza lavoro che, secondo le stime sulla crescita della popolazione nella regione, nel 2020 necessiterà di 185 milioni di posti di lavoro. Il che significa che ne dovranno essere creati 105 milioni nei prossimi 7 anni.

Come illustrato in un'ampia analisi su Linkiesta, la tradizione vuole che si distinguano le economie arabe in due categorie: Paesi esportatori e importatori di petrolio. I "fortunelli" che siedono su enormi giacimenti di idrocarburi vedono i propri mercati legati all'andamento dei prezzi del greggio e, nonostante l'instabilità politica interna o confinante, le loro economie sono cresciute del 6,5%. Tutti gli altri languono nella stagflazione, con un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità dovuto alle crisi politiche e con una crescita pari quasi a zero in ragione dello stallo istituzionale derivante dalle transizioni di potere.

In uno studio del 2012 condotto dal Fondo Monetario Internazionale sui Paesi cosiddetti ACT (Arab Countries in Transition), ad esempio, si prendono in esame gli andamenti economici dei Paesi toccati dalle rivoluzioni. Mentre Tunisia, Egitto e Yemen sono segnati da una fase di contrazione e di debolezza macroeconomica, la Libia, dilaniata dalla guerra civile ma pur sempre esportatrice di petrolio, ha visto il proprio Pil aumentare del 122% nel 2012. Non certo grazie alle riforme del lavoro che dovevano essere attuate dal nuovo governo, ma grazie agli investimenti stranieri nell'export di petrolio dopo la caduta di Gheddafi.

Investimenti di qualsiasi tipo, specie se stranieri, stentano invece a decollare negli altri Stati arabi toccati dalle rivoluzioni. L'iniziativa privata in Paesi come Egitto, Tunisia e Yemen è bloccata nel marasma della corruzione e della burocrazia. Le lungaggini amministrative per avviare un'impresa sono molto costose e poco pulite. Stando al World Bank Enterprise Surveys, più della metà delle aziende è stata coinvolta dalle tangenti e solo il 10% delle imprese si rivolge alle banche per avere un credito. Resta il settore pubblico che, nonostante impieghi larghe fette di popolazione dal Marocco all'Oman, è ancora più atrofizzato dall'instabilità politica degli ultimi due anni.

Dal canto suo il turismo, che forniva buona parte delle entrate in Paesi quali l'Egitto (l'attività più importante del settore terziario) e la Tunisia (prima delle rivolte era attestato al 20%), ha subito una battuta d'arresto a causa della situazione politica. L'industria pesante, su cui molti puntano per il rilancio delle economie della zona, è vittima dei mancati investimenti statali ed è ridotta a territorio quasi esclusivamente privato. Secondo uno studio dell'Università di Oxford pubblicato lo scorso dicembre da Adeel Malik e Bassem Awadallah (ex ministro delle finanze giordano), per creare posti di lavoro e dare una possibilità ai giovani, bisogna che le economie del mondo arabo si integrino fra loro. Ma, nonostante la vicinanza religiosa, linguistica, etnica e culturale, sono ancora troppe le restrizioni ai movimenti di persone, beni e investimenti nella regione. Quasi 350 milioni di persone per un livello di commercio interno "insignificante, soprattutto a causa dei numerosi requisiti da presentare per ottenere un visto di lavoro per un paese confinante".

E' un mistero come, visto il quadro generico, possano essere assorbite generazioni di giovani laureati che continuano a crescere grazie all'alto tasso di natalità della regione. La disoccupazione giovanile, complici le rivolte e la transizione di potere, è aumentata di quasi due punti percentuali negli ultimi due anni, arrivando a sfiorare la media del 25% tra gli uomini e addirittura del 40% tra le donne. La colpa, come fa notare Imed Drine, ricercatore presso la United Nations University, va anche a un sistema scolastico inadeguato che non fornisce una preparazione accademica adatta all'inserimento nel mondo del lavoro. "I laureandi - spiega Drine - disinformati sulla condizioni di impiego del proprio paese e sui requisiti da possedere, hanno profili educativi inconsistenti con la realtà. Questo rende molto difficoltoso il loro ingresso nel mondo del lavoro".

E il profitto, come da copione, va ai soliti ignoti. Ricche di petrodollari ma povere di popolazione, le monarchie del Golfo - dopo i ben noti finanziamenti a questa o quella fazione durante le rivoluzioni - ora tentano di investire nel mercato delle nuove "democrazie" arabe a modo loro. Come gli Emirati, la cui società al-Maabar ha ripristinato lo sviluppo del centro storico di Tripoli con il progetto al-Waha: 145.000 metri quadri divisi tra commerciale, residenziale e servizi che includerà un hotel di lusso a 20 piani, piscine, Spa e altri diletti destinati non proprio alla maggioranza della popolazione traumatizzata da mesi di guerra civile. Il Qatar, invece, per smarcarsi dalle accuse di ingerenza nella vita politica della Tunisia avanzate da molte parti della società, ha offerto 20.000 posti di lavoro a giovani tunisini nell'emirato, dove già lavorano migliaia di emigrati mediorientali che non trovano posto nel proprio paese. Sembra invece molto preoccupata dal contagio rivoluzionario l'Arabia Saudita, dove nel 2009 si è registrato il picco del 27% di disoccupati tra i 20 e i 30 anni: il governo, per pararsi dalle proteste, ha dato disposizioni perché vengano assunti giovani locali e non stranieri, i quali andranno a ingrossare le fila della generazione araba senza futuro.
di Giorgia Grifoni
da
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=73153
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