loading...
Visualizzazione post con etichetta #Disoccupazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Disoccupazione. Mostra tutti i post

mercoledì 14 giugno 2017

Accettano un Tirocinio Gratis, pur di a Lavorare



Oltre otto ragazzi su dieci accettano un tirocinio gratis, 
pur di cominciare a lavorare

La Generazione Z si affaccia sul mondo del lavoro: una ricerca di Accenture descrive i ragazzi nati a metà degli anni Novanta come pragmatici e consapevoli del fatto che la formazione in azienda è fondamentale, ma anche disillusi

La Generazione Z entra nel lavoro: i laureati del 2017 saranno i primi a portare questa nuova ondata di persone (nati tra il '93 e il '99) nel mondo "adulto". Ragazzi che si dimostrano pragmatici ma anche disillusi verso il percorso universitario e la remunerazione del loro lavoro, tanto da ammettere ormai quasi come "naturale" il fatto di dover prestare la propria professionalità a titolo gratuito nell'ambito di un tirocinio.

La realtà di questi ragazzi nati alla metà degli anni Novanta è stata indagata da una ricerca di Accenture Strategy sulla "forza lavoro del futuro". Gli aspetti legati al pragmatismo si vedono in quegli 87 ragazzi su cento che considerano le opportunità occupazionali prima di scegliere il percorso universitario. Stando alle interviste, in Italia la maggioranza dei ragazzi ritiene che, per trovare il primo impiego, acquisire competenze pratiche attraverso un’esperienza lavorativa durante il percorso universitario, conti più della laurea. D'altra parte l'esperienza dei loro quasi coetanei che sono già entrati nel mondo del lavoro è chiara: quasi due terzi dei laureati che lavorano e che hanno concluso l'università nel 2015-2016 ritengono di svolgere una mansione per la quale non è richiesta la loro laurea.

EXPLOIT DEGLI ATENEI: mai così tante matricole da 15 anni

I ragazzi della Generazione Z puntano in alto: vogliono esser pronti e formati a svolgere le funzioni che saranno loro richieste. Dice infatti la ricerca che "questa generazione vuole entrare nel mondo del lavoro preparata. Tre su quattro concordano che la loro formazione durante gli studi è stata utile per prepararli al mercato del lavoro. Ma sono consapevoli che si tratta solo di un punto di partenza: i laureati guardano infatti al datore di lavoro come a un partner per la loro crescita e l’86% dei nuovi laureati si aspetta che il loro primo datore di lavoro offra training formativi".

JOBPRICING. Ecco dove conviene studiare

Ma i nuovi laureati dimostrano anche di avere - purtroppo, aggiungiamo - acquisito la mentalità per la quale pur di iniziare a lavorare, si può rinunciare a uno stipendio. La ricerca di Accenture definisce questo aspetto "flessibilità", ma nei fatti lo declina come la dichiarazione dell'83% dei ragazzi che "considera di accettare tirocinio non retribuito dopo la laurea in caso non sia disponibile un lavoro a pagamento". A questi si aggiunge un 82% del campione che "è disposto a trasferirsi per un'offerta di lavoro".

Pare stia perdendo un po' di attrattiva il modello delle startup: le grandi aziende tornano attrattive per la GenZ e alla domanda sul posto preferito in cui lavorare dopo l’università, "i nuovi laureati rispondono in prevalenza nelle grandi aziende (29%). Questo è in linea con le evidenze emerse anche negli altri paesi oggetto dell’indagine (23%) ed è interessante notare che negli Stati Uniti – in cui la ricerca è stata condotta per il quinto anno consecutivo – si è arrestato il trend che vedeva le generazioni precedenti preferire avviare la propria esperienza lavorativa in realtà più piccole e con una 'cultura da startup'", spiega Accenture. "La Gen Z che si affaccia al mondo del lavoro mostra anche di essere fedele: il 59% dei nuovi laureati dichiara infatti di voler rimanere con il loro primo datore di lavoro 
per 3 o più anni", si aggiunge.


Stefano Trombetta di Accenture sottolinea che "I nuovi laureati guardano ancora alle grandi aziende, ma hanno al contempo elevate aspettative nei loro confronti in termini di formazione e sviluppo personale, ben prima della laurea. Alle aziende che intendono essere attrattive per i talenti, si impone quindi la necessità di offrire opportunità di lavoro stimolanti e impostare esperienze di formazione e crescita personalizzate, rafforzando la collaborazione con le università e attivando modalità innovative e digitali per entrare in contatto con loro anche precedentemente al momento della laurea".
.

 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALI
 OGNI DESIDERIO  REALIZZATO 
IL TUO FUTURO ADESSO 
entra in
MUNDIMAGO


lunedì 6 marzo 2017

Il Suicidio per Crisi Economica è Scomparso


Dall'inizio dell'anno 121 casi, il doppio rispetto a tre anni fa. Si litiga sull'attendibilità del metodo di rilevazione ma Istat da tre anni ha cancellato la sua e gli ultimi dati sono fermi al 2010. 
Ufficialmente il silenzio è dovuto alla difficoltà di attribuire al decesso una causa univoca. 
Ma potrebbe anche avere tutt'altre ragioni, anche Politiche

Sono 121 i casi di suicidio per motivazioni economiche registrati in Italia nel primo semestre 2016. Il dato è in crescita di quasi il 20% rispetto a quanto rilevato nella seconda metà dello scorso anno, quando il fenomeno sembrava segnare una prima inversione di tendenza nella sua triste escalation.

 Lo scorso mese di giugno in particolare, segnala Link Lab, il laboratorio di Ricerca Sociale della Link Campus University, è stato il peggiore dall’avvio dell’Osservatorio Suicidi per crisi economica (2012): 19 i casi, ancor più rispetto ad altri mesi tradizionalmente più tragici, come febbraio (16) e maggio (15). La Campania, seguita da Sicilia, Lombardia, Lazio e Marche, è la regione che ha registrato il maggior numero di vittime (13,6%) mentre per la prima volta il Veneto non è più la regione simbolo del triste primato, con un’incidenza passata dal 21,2% del 2015 al 7,4% di questo primo aggiornamento dell’Osservatorio.
 L’Osservatorio sui Suicidi per motivazioni economiche è stato avviato nel 2012 dall’Università degli Studi Link Campus University di Roma attraverso Link Lab, il suo Laboratorio di ricerca sociale, diretto dal sociologo Nicola Ferrigni. Per la prima volta non è il Veneto ma la Campania la regione più colpita. Per il direttore Ferrigni «i dati relativi ai primi sei mesi del 2016 disegnano una nuova geografia del fenomeno, che all’inizio interessava soprattutto l’Italia settentrionale e nello specifico le regioni del Nord-Est, storicamente ad elevata densità industriale, per poi conoscere nell’arco di un quadriennio una progressiva uniformità sull’intero territorio. Oggi invece il quadro appare decisamente trasformato, con la maggior parte dei suicidi avvenuti nelle regioni del Centro Italia (27,2%) e il Sud al 25,9%. In sensibile diminuzione – ha concluso il sociologo - sia il Nord-Est che il Nord-Ovest, rispettivamente con il 17,3% e 16%, mentre il dato cresce nelle Isole, ora al 13,6%, con un forte incremento in Sicilia». Tale differente geografia si riflette in una nuova rappresentazione della condizione professionale delle vittime di suicidio: oltre la metà (50,6%) dei casi coinvolge ora i disoccupati mentre scende al 34,6% (contro il 46,1% fatto registrare nel 2015) la percentuale di imprenditori suicidi, la percentuale più bassa fatta registrare dalla categoria dall’inizio del monitoraggio. Per quanto riguarda l’età, invece, l’aggiornamento segnala un incremento significativo del numero di vittime di età compresa tra i 45 e i 54 anni, cui fa da contraltare un costante andamento della fascia d’età dei 55-64enni, ma soprattutto il calo del numero di vittime tra i più giovani: dall’inizio dell’anno complessivamente l’8,7% delle vittime aveva meno di 35 anni. Nei primi 6 mesi dello scorso anno tale percentuale è invece stata pari al 12,4%. 
Nel complesso, dal 2012 è sempre il Veneto la regione epicentro del fenomeno, mentre le province più colpite sono Venezia, Padova, Napoli, Salerno e Treviso. 

Da cinque anni in Italia non si conta un suicidio per motivi economici che sia uno. 
La spia più tragica della crisi si è definitivamente spenta? Sarebbe una gran bella notizia, se non fosse smentita dalle evidenze della cronaca che, con frequenza quotidiana, testimonia quanti italiani arrivano a togliersi la vita per il lavoro perso, lo sfratto subito, la misera pensione o perché legati al cappio dei creditori. Come è possibile?

Il fatto è che, perfino sui morti, ci sono non una ma due Italie. E quella che conta, di punto in bianco, ha smesso di contare. Dal 2012 l’Istat, l’ente che fa la statistica ufficiale del Paese, non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. L’ultimo dato disponibile è fermo al 2010, con 187 casi tragicamente conclusi e 245 tentati. 

Perché lo Stato, all’improvviso, smette di contare gli schiantati dalla crisi? La risposta, che sembrerebbe semplice, non lo è. Lo stesso professor Ferrigni non sa trovare un argomento convincente. “Me lo chiedono in tanti, ma non trovo una ragione plausibile. Istat in questo campo era l’unico serbatoio dei dati ufficiali in quanto provenienti da fonte giudiziaria. Noi invece, per forza di cose, siamo costretti a impiegare una metodologia indiretta ed empirica che prevede la sistematica raccolta di notizie attraverso gli organi di informazione e il successivo controllo con le autorità di polizia, l’autore dell’articolo di stampa locale o il sindaco. Un lavoro di verifica il più scrupoloso possibile che ci porta a escludere per prudenza tutti i casi dubbi, tanto da farmi temere che il dato reale sia ben più tragico di quello che infine pubblichiamo”.

Istat, dunque, perché non parli? In realtà risponde l’Ufficio stampa dell’ente. “E’ vero, dal 2010 non rileviamo e pubblichiamo i dati sui suicidi e sulle cause. Ma dietro questa scelta non c’è alcun intento di oscurare o minimizzare il fenomeno”. La scelta di interrompere la serie, come spiega una nota dell’ente del 2012, sarebbe legata alla difficoltà di attribuire una causa univoca a ciascuno dei casi.  La rilevazione proveniva dai dati accertati dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza in base alle notizie contenute nella scheda individuale di denuncia di suicidio o tentativo di suicidio trasmesso all’atto della comunicazione all’Autorità giudiziaria. “Ma l’attribuzione della causa di decesso risultava spesso inattendibile e il rischio di sovrastima o sottostima era ritenuto troppo alto”. Così nel 2012 i vertici Istat hanno deciso di non usare più la fonte giudiziaria ma quella ospedaliera, e di non elaborare più la serie sulle cause di morte. “Anche perché è capitato, purtroppo, che i risultati delle statistiche venissero utilizzati in modo strumentale”.

E qui, forse, sta il punto delicato dell’intera faccenda. Dell’improvviso silenzio calato sui suicidi economici si potrebbe anche dare una lettura meno benevola. Con non poco cinismo la si potrebbe chiamare “operazione allegria”. Non può sfuggire, infatti, in quale clima politico e sociale sia maturata la decisione dei vertici dell’istituto. Se non bastano i titoli dei giornali di allora (“Crisi, in Italia è record di suicidi”, “Nord-Est, gli imprenditori si uccidono”…) è sufficiente una foto: quella del corteo del 4 maggio 2012, quando le vedove di 70 imprenditori che si erano tolti la vita dall’inizio dell’anno hanno sfilato a Bologna per manifestare la loro rabbia e il loro dolore.

Non si sa se ha prevalso allora la logica dello Stato-tutore che spegne le statistiche per evitare la spirale delle emulazioni, la caduta delle difese collettive, il sensazionalismo imperante dei giornali. Oppure quella del governo (che nomina i vertici di Istat) allora additato, magari a torto, come responsabile unico di tutte le tragedie. Fatto sta che da allora certe morti fanno solo notizia e non più statistica. E l’allarme sul fenomeno, come per magia, è scomparso.


Se sei disoccupato o se conosci dei disoccupati contattaci. 
Ci riuniamo periodicamente in Camera del Lavoro Milano 
- Corso di Porta Vittoria 43 - Sala Fiom 2° piano. 
Scrivici : 
  movdirdisoccupati(@)libero.it 
.





 .
loading...
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Post più popolari

SCEGLI una CARTA tra le IMAGO


CLICCA QUI SOTTO
.



Lettori fissi

Visualizzazioni totali