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lunedì 6 marzo 2017

Il Suicidio per Crisi Economica è Scomparso


Dall'inizio dell'anno 121 casi, il doppio rispetto a tre anni fa. Si litiga sull'attendibilità del metodo di rilevazione ma Istat da tre anni ha cancellato la sua e gli ultimi dati sono fermi al 2010. 
Ufficialmente il silenzio è dovuto alla difficoltà di attribuire al decesso una causa univoca. 
Ma potrebbe anche avere tutt'altre ragioni, anche Politiche

Sono 121 i casi di suicidio per motivazioni economiche registrati in Italia nel primo semestre 2016. Il dato è in crescita di quasi il 20% rispetto a quanto rilevato nella seconda metà dello scorso anno, quando il fenomeno sembrava segnare una prima inversione di tendenza nella sua triste escalation.

 Lo scorso mese di giugno in particolare, segnala Link Lab, il laboratorio di Ricerca Sociale della Link Campus University, è stato il peggiore dall’avvio dell’Osservatorio Suicidi per crisi economica (2012): 19 i casi, ancor più rispetto ad altri mesi tradizionalmente più tragici, come febbraio (16) e maggio (15). La Campania, seguita da Sicilia, Lombardia, Lazio e Marche, è la regione che ha registrato il maggior numero di vittime (13,6%) mentre per la prima volta il Veneto non è più la regione simbolo del triste primato, con un’incidenza passata dal 21,2% del 2015 al 7,4% di questo primo aggiornamento dell’Osservatorio.
 L’Osservatorio sui Suicidi per motivazioni economiche è stato avviato nel 2012 dall’Università degli Studi Link Campus University di Roma attraverso Link Lab, il suo Laboratorio di ricerca sociale, diretto dal sociologo Nicola Ferrigni. Per la prima volta non è il Veneto ma la Campania la regione più colpita. Per il direttore Ferrigni «i dati relativi ai primi sei mesi del 2016 disegnano una nuova geografia del fenomeno, che all’inizio interessava soprattutto l’Italia settentrionale e nello specifico le regioni del Nord-Est, storicamente ad elevata densità industriale, per poi conoscere nell’arco di un quadriennio una progressiva uniformità sull’intero territorio. Oggi invece il quadro appare decisamente trasformato, con la maggior parte dei suicidi avvenuti nelle regioni del Centro Italia (27,2%) e il Sud al 25,9%. In sensibile diminuzione – ha concluso il sociologo - sia il Nord-Est che il Nord-Ovest, rispettivamente con il 17,3% e 16%, mentre il dato cresce nelle Isole, ora al 13,6%, con un forte incremento in Sicilia». Tale differente geografia si riflette in una nuova rappresentazione della condizione professionale delle vittime di suicidio: oltre la metà (50,6%) dei casi coinvolge ora i disoccupati mentre scende al 34,6% (contro il 46,1% fatto registrare nel 2015) la percentuale di imprenditori suicidi, la percentuale più bassa fatta registrare dalla categoria dall’inizio del monitoraggio. Per quanto riguarda l’età, invece, l’aggiornamento segnala un incremento significativo del numero di vittime di età compresa tra i 45 e i 54 anni, cui fa da contraltare un costante andamento della fascia d’età dei 55-64enni, ma soprattutto il calo del numero di vittime tra i più giovani: dall’inizio dell’anno complessivamente l’8,7% delle vittime aveva meno di 35 anni. Nei primi 6 mesi dello scorso anno tale percentuale è invece stata pari al 12,4%. 
Nel complesso, dal 2012 è sempre il Veneto la regione epicentro del fenomeno, mentre le province più colpite sono Venezia, Padova, Napoli, Salerno e Treviso. 

Da cinque anni in Italia non si conta un suicidio per motivi economici che sia uno. 
La spia più tragica della crisi si è definitivamente spenta? Sarebbe una gran bella notizia, se non fosse smentita dalle evidenze della cronaca che, con frequenza quotidiana, testimonia quanti italiani arrivano a togliersi la vita per il lavoro perso, lo sfratto subito, la misera pensione o perché legati al cappio dei creditori. Come è possibile?

Il fatto è che, perfino sui morti, ci sono non una ma due Italie. E quella che conta, di punto in bianco, ha smesso di contare. Dal 2012 l’Istat, l’ente che fa la statistica ufficiale del Paese, non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. L’ultimo dato disponibile è fermo al 2010, con 187 casi tragicamente conclusi e 245 tentati. 

Perché lo Stato, all’improvviso, smette di contare gli schiantati dalla crisi? La risposta, che sembrerebbe semplice, non lo è. Lo stesso professor Ferrigni non sa trovare un argomento convincente. “Me lo chiedono in tanti, ma non trovo una ragione plausibile. Istat in questo campo era l’unico serbatoio dei dati ufficiali in quanto provenienti da fonte giudiziaria. Noi invece, per forza di cose, siamo costretti a impiegare una metodologia indiretta ed empirica che prevede la sistematica raccolta di notizie attraverso gli organi di informazione e il successivo controllo con le autorità di polizia, l’autore dell’articolo di stampa locale o il sindaco. Un lavoro di verifica il più scrupoloso possibile che ci porta a escludere per prudenza tutti i casi dubbi, tanto da farmi temere che il dato reale sia ben più tragico di quello che infine pubblichiamo”.

Istat, dunque, perché non parli? In realtà risponde l’Ufficio stampa dell’ente. “E’ vero, dal 2010 non rileviamo e pubblichiamo i dati sui suicidi e sulle cause. Ma dietro questa scelta non c’è alcun intento di oscurare o minimizzare il fenomeno”. La scelta di interrompere la serie, come spiega una nota dell’ente del 2012, sarebbe legata alla difficoltà di attribuire una causa univoca a ciascuno dei casi.  La rilevazione proveniva dai dati accertati dalla Polizia di Stato, dall’Arma dei Carabinieri e dalla Guardia di Finanza in base alle notizie contenute nella scheda individuale di denuncia di suicidio o tentativo di suicidio trasmesso all’atto della comunicazione all’Autorità giudiziaria. “Ma l’attribuzione della causa di decesso risultava spesso inattendibile e il rischio di sovrastima o sottostima era ritenuto troppo alto”. Così nel 2012 i vertici Istat hanno deciso di non usare più la fonte giudiziaria ma quella ospedaliera, e di non elaborare più la serie sulle cause di morte. “Anche perché è capitato, purtroppo, che i risultati delle statistiche venissero utilizzati in modo strumentale”.

E qui, forse, sta il punto delicato dell’intera faccenda. Dell’improvviso silenzio calato sui suicidi economici si potrebbe anche dare una lettura meno benevola. Con non poco cinismo la si potrebbe chiamare “operazione allegria”. Non può sfuggire, infatti, in quale clima politico e sociale sia maturata la decisione dei vertici dell’istituto. Se non bastano i titoli dei giornali di allora (“Crisi, in Italia è record di suicidi”, “Nord-Est, gli imprenditori si uccidono”…) è sufficiente una foto: quella del corteo del 4 maggio 2012, quando le vedove di 70 imprenditori che si erano tolti la vita dall’inizio dell’anno hanno sfilato a Bologna per manifestare la loro rabbia e il loro dolore.

Non si sa se ha prevalso allora la logica dello Stato-tutore che spegne le statistiche per evitare la spirale delle emulazioni, la caduta delle difese collettive, il sensazionalismo imperante dei giornali. Oppure quella del governo (che nomina i vertici di Istat) allora additato, magari a torto, come responsabile unico di tutte le tragedie. Fatto sta che da allora certe morti fanno solo notizia e non più statistica. E l’allarme sul fenomeno, come per magia, è scomparso.


Se sei disoccupato o se conosci dei disoccupati contattaci. 
Ci riuniamo periodicamente in Camera del Lavoro Milano 
- Corso di Porta Vittoria 43 - Sala Fiom 2° piano. 
Scrivici : 
  movdirdisoccupati(@)libero.it 
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martedì 29 ottobre 2013

Trovare lavoro durante la crisi


Essere informati

Mantenetevi sempre informati ed aggiornati sulle tendenze e novità del mercato del lavoro. Si può partire dal contattare le aziende attive nei campi di vostro interesse proponendosi come collaboratori, oppure frequentare corsi professionali che prevedano stage in azienda, leggere riviste di settore, seguire eventi che consentano di conoscere operatori specializzati.

Sapersi reinventare

Se hai tentato per anni di inserirsi con la tua professione, ma con scarsi esiti dovresti considerare l’ipotesi di mettere a frutto altre competenze. Imparare i mestieri tradizionali può essere una carta vincente, ad esempio applicarsi in agricoltura utilizzando principi ecologici ed innovativi o apprendere i segreti del fare il calzolaio: in tempo di crisi in molti preferiscono riparare anziché acquistare il nuovo.

Ampliate gli orizzonti

Con un po’ di creatività e flessibilità mentale è possibile convertire le proprie esperienze e conoscenze per lavori che non rientrano strettamente nel nostro ambito professionale. Annotate le vostre migliori competenze e cercate di metterle a sistema con altre passioni o interessi in modo da generare una nuova figura professionale multisettoriale. In questo modo avrete sicuramente più possibilità di inserirvi in un’azienda.

Non limitatevi a cercare lavoro, mostratevi!

Cercare sulla bacheca degli annunci del giornale locale o sui sito web non è sufficiente. Dovete mettere in mostra le vostre competenze. Create un SITO WEB dove caricare il vostro curriculum vitae e portfolio, oppure un blog o un twitter personale in cui parlate esclusivamente del vostro settore. Anche i social network possono essere d’aiuto, soprattutto LinkedIn che, se ben organizzato, vi darà visibilità sul web creando una rete di contatti professionali.

Puntare sui settori stabili

Una strada sicura su cui puntare è quella del lavoro stagionale: dal settore turistico all’agroalimentare. Il settore turistico in Italia rappresenta una risorsa fondamentale e il comparto agroalimentare presenta degli indici in crescita o perlomeno stabili, pur in un contesto generale critico.

Altrimenti, fare i bagagli e partire

Non scartare l’ipotesi di andare all’estero, spostarsi in realtà nazionali più produttive. Ricordarsi che in tempo di congiuntura negativa globale due sono gli errori da non commettere:
  esitare e arrendersi.

leggi anche : http://cipiri5.blogspot.it/2013/10/curriculum-lettera-di-presentazione.html

Curriculum, Lettera di presentazione, Lettera di raccomandazione, Colloqui di lavoro, Contratto


leggi anche : http://cipiri5.blogspot.it/2013/10/scrivere-un-buon-cv-la-struttura.html

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domenica 7 aprile 2013

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lunedì 11 febbraio 2013

Sindacalista si impicca con bandiera della Cgil

Canicattì, sindacalista si impicca con bandiera della Cgil

Giuseppe , 57 anni, di Canicattì, ex consigliere comunale del Pd e attivista della Cgil, si è impiccato nella sede della camera del lavoro in Corso Umberto, a Canicattì. Giuseppe  ha lasciato una lettera dove però non ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a questo estremo gesto. Il cadavere è stato trovato  dal personale stesso ancora avvolto dalla bandiera della Cgil usata da Palmeri per impiccarsi. Subito sono stati avvertiti i soccorritori che, una volta giunti sul posto, non hanno che potuto constatare il decesso dell’ex consigliere comunale.

Disoccupato, aveva scritto a Camusso e Napolitano. Aveva raccolto i nomi di tutti i suicidi per lavoro, alla fine aveva messo il suo

La Costituzione italiana, con dentro un foglietto: l'elenco dei suicidi per lavoro degli ultimi due anni. E l'ultimo della lista, scritta di suo pugno, è il suo stesso nome: Giuseppe . Muratore e sindacalista Cgil, 61 anni, di Guarrato, paesino del trapanese, Giuseppe ha deciso di togliersi la vita, impiccandosi nella notte tra sabato e domenica scorsi. Non riusciva più a vivere senza lavoro, prima ancora per un senso di dignità e di utilità sociale, che per un bisogno economico: «Se non lavoro non ho dignità. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione», le due frasi scritte nel foglio che ha lasciato nella Carta che detta i fondamenti della nostra Repubblica.

E tra questi, il primo e più importante, è l'articolo uno: «L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Questa frase, così bella, negli ultimi anni deve essere rimbombata come un incubo martellante nella testa di Giuseppe. Soprattutto da quando era entrato in uno stato di profonda depressione, perché non c'era proprio modo di trovare un lavoro.

Giuseppe aveva lavorato fin da bambino come muratore, prima segando il marmo, poi costruendo mattoni. Aveva svolto anche attività sindacale, nella Fillea Cgil, la categoria che segue gli edili. L'ultimo contratto che riesce ad avere risale al 2000. Da quell'anno in poi la cooperativa Celi di Santa Ninfa, nata dopo il terremoto che nel 1968 aveva colpito la Valle del Belice, lo aveva lasciato a casa perché non c'era più lavoro neanche per i soci. Per due anni Giuseppe riceve così l'indennità di disoccupazione, di 700 euro al mese, e poi niente altro. Magari lavoretti, per arrangiarsi e arrotondare: non essendo sposato e non avendo figli quel sussidio basta, almeno all'inizio. Ma la mancanza di un'occupazione gli fa comunque male: non riesce a stare senza fare nulla. «Era l'unica cosa che lo faceva sentire realizzato - raccontava ieri alla Repubblica il fratello maggiore, Giovanni - Viveva la disoccupazione come una situazione di oppressione».

Giuseppe non era stato fermo, negli ultimi anni, anzi aveva cercato di reagire. Andava al sindacato, faceva parte del direttivo provinciale della Fillea: parlava con i suoi colleghi, e a una delle ultime assemblee del 2012, alla Cgil, aveva preso la parola. Aveva parlato di quelli come lui, che «sono rimasti a casa», e sembrava non arrendersi. Si era perfino speso per il rinnovo del contratto degli edili, anche se in realtà, nel suo stato di prolungata disoccupazione, era come se non lo riguardasse più. E ultimamente aveva scritto due lettere: una alla segretaria della Cgil, Susanna Camusso, e l'altra a Giorgio Napolitano, il primo cittadino, garante della Costituzione. I carabinieri hanno trovato le missive nella sua tasca, domenica mattina, allertati dal fratello.

Nelle lettere aveva espresso il suo profondo disagio: «L'articolo 1 della Costituzione dice che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. E allora perché lo Stato non mi aiuta a trovare lavoro? Perché non mi toglie da questa condizione di disoccupazione? Perché non mi restituisce la mia dignità?». Fino alla minaccia, infine realizzata. «E allora se non lo fa lo Stato lo debbo fare io...».

«Vedo ogni giorno negli occhi dei lavoratori la paura di perdere il proprio posto - dice Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil - Ma nella maggior parte dei casi vedo la disperazione di non sapere come tirare avanti senza un'occupazione, o con 700 euro di cassa integrazione o vendendo la propria fatica per 20 euro al giorno nei mercati illegali delle braccia. E allora ti chiedi che ci stai a fare, come mai non riesci a fermare questa valanga impazzita». Per il segretario del Pd Pierluigi Bersani, il suicidio di Giuseppe «è stata una coltellata»: «Ci occuperemo di questo problema del lavoro - aggiunge - senza promettere miracoli, ma facendo capire che si parte da chi è in difficoltà». «Credo che oggi tutti i partiti dovrebbero parlare solo di Giuseppe Burgarella - dice Antonio Ingroia, candidato premier di Rivoluzione civile - Bisogna dare una risposta a tutti gli italiani che subiscono gli effetti della crisi». 

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mercoledì 28 novembre 2012

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lunedì 4 giugno 2012

LAVORO: CRISI E PRECARIETA' IN MARTESANA, PRESIDIO JABIL


SITO NOKIA SIEMENS CASSINA DE PECCHI
E' stata convocata per Mercoledi 11 luglio alle ore 11.30 presso la Provincia di Milano in via Vivaio 1 a Milanola Commissione Lavoro con a tema:

-ODG: Illustrazione Protocollo istituzionale di Intesa "Iniziative a tutela della vocazione del sito industriale Nokia Siemens di Cassina de Pecchi" sottoscritto da Ministero Sviluppo Economico, Regione Lombardia, Provincia di Milano e Comune di Cassina de Pecchi.

La realtà della Nokia Siemens di Cassina de Pecchi è un eccellenza del nostro territorio, chiuderla sarebbe una grave perdita per tutti noi.
Se vuoi leggere il Protocollo d'Intesa clicca qui
PRESIDIO JABIL

    • martedì 12 giugno 2012
    • 20.30 fino a 23.30 in UTC+08

  • PALAZZO TRIVULZIO VIA DANTE 2 MELZO MI

  • INTERVERANNO:
    - I LAVORATORI DELLA JABIL
    - ROBERTO MALANCA RAPPRESENTANTE SINDACALE JABIL
    - STEFANIA CAVALLO SOCIOLOGA E AUTRICE DI “LAVORATORI ACROBATI”
    - UN RAPPRESENTANTE DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI MELZO
    - MODERA LUIGI BRAMBILLASCHI.
    SI FARA’ IL PUNTO SULLA SITUAZIONE DEL LAVORO
    E DELLE CRISI ANCORA APERTE SUL TERRITORIO.
    SIETE INVITATI A PARTECIPARE
    INGRESSO LIBERO.

. Gestnewsletter .


PRESIDIO JABIL
Ex Nokia/Siemens
CON IL PATROCINIO DEL
COMUNE DI MELZO
ORGANIZZA UN INCONTRO SU
IL LAVORO:
CRISI E PRECARIETÀ IN MARTESANA
MARTEDÌ,
12 GIUGNO 2012 DALLE ORE 20.30 ALLE ORE 23.30

VIA DANTE, 2 - ENTRATA SALA VALLAPERTI
PALAZZO TRIVULZIO - MELZO
INTERVERANNO:
- I LAVORATORI DELLA JABIL
- ROBERTO MALANCA RAPPRESENTANTE SINDACALE JABIL
- STEFANIA CAVALLO SOCIOLOGA E AUTRICE DI “LAVORATORI ACROBATI”
- UN RAPPRESENTANTE DELL’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI MELZO
- MODERA LUIGI BRAMBILLASCHI.
SI FARA’ IL PUNTO SULLA SITUAZIONE DEL LAVORO
E DELLE CRISI ANCORA APERTE SUL TERRITORIO.
SIETE INVITATI A PARTECIPARE
INGRESSO LIBERO.
CONTATTI:
ROBERTO MALANCA CELL 3294749207
STEFANIA CAVALLO CELL 3921316509
LUIGI BRAMBILLASCHI CELL 3347771566
“CALARSI NEL TERRITORIO PER ASCOLTARE, ASCOLTARCI,
PER RIPRENDERE LA PAROLA.”

http://www.facebook.com/events/444035322273736/


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giovedì 3 giugno 2010

Il boom degli aborti per la crisi ....




“Non ho soldi, niente bambini”. Il boom degli aborti per la crisi



Angela è italiana. Ha perso il lavoro, il marito lavora in una cooperativa ma per il momento non lo chiamano più, non ci sono commesse. Hanno due figli e il terzo in arrivo. Un’altra bocca da sfamare. Ma come si fa a mettere al mondo un altro figlio quando non si hanno soldi per pagare il mutuo o si stenta a fare la spesa al fine settimana? Così Angela si è presentata in ospedale, per abortire. Elena invece è una ragazza extracomunitaria, sulla trentina, ha già un figlio, è incinta ma il compagno l’ha abbandonata. E lei si trova in una grossissima difficoltà, le sue condizioni economiche sono disastrose. Altra storia. Due minorenni, lei incinta e lui che vorrebbe fare il papà. Ma i genitori della ragazzina l’hanno già portata in ospedale: non ce la fanno a crescere un altro bimbo.
La lista è lunga ma le storie di vita drammatiche si ripetono. Un fenomeno che fa paura perché è in continuo aumento, complice anche la crisi. Protagoniste donne che vorrebbero tenersi il bambino, ma rinunciano per far quadrare i conti. A volte. A volte no. Quando riescono a trovare una mano tesa che fa intravedere uno spiraglio. Nei Cav, i centri di aiuto alla vita, per esempio, ci sono operatori che ascoltano i guai ma tentano anche di risolverli. E dove non arriva lo Stato ci sono loro. Una donna che rinuncia all’aborto, per esempio, viene aiutata in diversi modi. Economicamente, intanto. Almeno 160 euro al mese per 18 mesi, sei mesi prima e un anno dopo la nascita del bambino. Ma viene aiutata anche per la spesa,  i vestiti, i corsi per lo sport se ha altri bambini, l’assistenza legale per un matrimonio fallito. Una rete di protezione che ha fatto nascere la speranza a 330mila donne che sono state assistite in 30 anni di attività.
I bambini salvati da aborti della disperazione sono 105mila: 11mila solo in Mangiagalli, ospedale di eccellenza per l’ostetricia di Milano.
Paola Bonzi, fondatrice del Cav dell’ospedale milanese è soddisfatta del lavoro svolto. Ma ammette: «Ogni giorno qualcuno si presenta da noi con la morte nel cuore. Ha scelto l’aborto perché non si può permettere di sostenere un bambino ma aspetta qualcuno che le faccia cambiare idea. E sono aumentati gli aborti delle italiane che rinunciano a mettere al mondo un figlio perché non hanno soldi per mantenerlo. Inoltre in termini assoluti tempi di attesa per abortire sono saliti da sette a dodici e probabilmente molte donne si rivolgono altrove per non aspettare».
crisi
Anche Basilio Tiso, direttore della Mangiagalli ammette che i problemi finanziari sono ormai il motivo prevalente per cui una donna decide di interrompere la gravidanza. «Da noi non sono aumentati gli aborti in assoluto – tiene a precisare – ma sono triplicate le donne italiane che chiedono aiuto ai centri di sostegno».
Ubaldo Camilotti, che cura il rapporto annuale dei Cav spiega: «Le richieste di aiuto per problemi di soldi quest’anno sono vicine al 50%, negli anni ’90 non superavano il 20-30%. Ma noi siamo un’associazione di volontariato e avremmo bisogno di aiuto, dallo Stato e dalle Regioni. Non si tratta di erogare soldi a pioggia a chiunque si presenti, noi non siamo un distributore automatico, siamo prudenti e useremmo questi fondi con cautela. Ma ne avremmo bisogno».
Stessa richiesta viene anche da Erica Vitale, che da anni si occupa del «Progetto Gemma». Un tentativo concreto che dal 1994 tenta di aiutare, a livello nazionale, le donne in difficoltà. Con un contributo minimo mensile di 160 euro, si può «adottare» per 18 mesi una mamma e aiutare così il suo bambino a nascere. «Ma siamo sempre più a corto di persone che vogliono adottare, lavoriamo sodo per risolvere i problemi concreti di una famiglia». Come il progetto «Riscaldiamo i nostri bambini», presentato dalla Federvita Lombardia alla Regione Lombardia in base alla legge 23. Un’idea che parte da una necessità reale: pagare le bollette del riscaldamento. «E la Regione, continua Erica Vailati, ha già provveduto a stanziare 65mila euro. Una battaglia che riusciamo a vincere solo insieme».






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martedì 23 marzo 2010

Piemonte: una regione in crisi, non c’è solo la Fiat .....

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L'AGES DI SANTENA
Il destino dell’Ages di Santena, una fabbrica chimica che oggi occupa 340 operai (in un paese di diecimila abitanti) ma che fino all’inizio degli anni novanta ne contava quasi il quadruplo, si decide in questi giorni. L’attività del commissario nominato dal tribunale per provvedere all’amministrazione controllata sta per concludersi; dopo la chiusura della fase delle manifestazioni di interesse, è arrivato infatti il momento di scegliere l’imprenditore con l’offerta più convincente di acquisto, consegnandogli nelle mani uno stabilimento (ma nel discorso potrebbe rientrare anche un secondo ad Asti) che è stato un modello nella costruzione di finiture e parti di gomma per le auto, per i quattro quinti destinati alle macchine Fiat.

“Questa è una delle poche aziende – spiega Ilario Coniglio, componente della Rsu aziendale, che guida il presidio dei lavoratori che da un paio di mesi controlla che gli impianti restino al loro posto – dotate di una mescola per produrre direttamente la gomma per le lavorazioni. Era il nostro fiore all’occhiello, ci lavoravano dentro cento addetti adesso sono appena dieci”. Il crollo è cominciato, secondo Coniglio, nel 2005, quando è comparso all’orizzonte un imprenditore frusinate, proprietario – in Piemonte ma anche centinaia di chilometri più giù, nel Cassinate – di altri stabilimenti dell’indotto dell’auto. È arrivato nel momento giusto per rilevare dalla vecchia proprietà, la multinazionale Continental, quello che restava dell’impianto di Santena dopo lo smembramento e il trasferimento dei pezzi di produzione meno remunerativi in Ungheria.“Da allora sono cominciati i guai”, ricorda Coniglio. Fornitori non pagati, condizioni di lavoro drasticamente peggiorate, fino al blocco del sistema di riscaldamento e di aspirazione dei fumi.

Alla fine dal bilancio è emerso un buco di 82 milioni di euro che nel dicembre del 2008 ha portato la fabbrica all’amministrazione controllata. Da oltre un anno si va dunque avanti a scartamento ridotto. Gli occupati, con una cassa integrazione a rotazione e con gli anticipi erogati dal Comune, sono una sessantina, impegnati nei lavori di minore redditività, come quelli del reparto manicotti e tubi. “Se l’azienda non è fallita – racconta Coniglio – si deve alla Fiat che praticamente in tutti questi mesi ci ha pagato gli stipendi per non perdere le nostre lavorazioni, e adesso non vuole rimetterci le somme anticipate”. Quello che succederà, è l’opinione concorde della Rsu, dipenderà proprio da come si muoverà la Fiat.“Chiediamo – sintetizza Coniglio – che non solo il commissario liquidatore ma anche la Fiat faccia la sua parte, garantendo con tutto il peso della sua forza di grande cliente che il nuovo proprietario sia uno con le gambe solide e la testa seria”. Qualcosa in più si capirà a fine aprile, quando le offerte degli aspiranti compratori si conosceranno nel dettaglio.“Se non ci saranno segnali positivi – annuncia Coniglio – bloccheremo tutto. Siamo tutti in un’età in cui è troppo presto per andare in pensione e troppo tardi per imparare un altro lavoro. Venderemo cara la pelle”.

LA BRAMBATI DI NOVARA
L’anno nuovo per i 112 lavoratori della Brambati, impresa edilizia dal marchio famoso e con alle spalle mezzo secolo di attività, è arrivato con la notizia che la loro azienda non esisteva più.Vendute le preziosissime Soa (e cioè le licenze che permettono la partecipazione alle grandi opere), spariti due betoniere e il rullo per passare l’asfalto, volatilizzati i padroni i cui figli, però – beffa nella beffa – sono rispuntati come semplici dipendenti nel momento in cui, al rompete le righe, è scattata la cassa integrazione. Giovanni Valentino, sindacalista della Rsu, fa da portavoce dei lavoratori.

Ci racconta una storia che in altri tempi si sarebbe definita incredibile, ma che oggi si sente ripetere un po’ dappertutto. “Ma da noi non è tutta colpa della crisi – obietta, riportando le mezze parole che i curatori chiamati per procedere al concordato preventivo si sono lasciati scappare –, c’è qualcos’altro che non ha funzionato”. In realtà è da più di un anno che si va avanti a docce gelate. Prima un periodo di cassa integrazione per un terzo degli addetti, presentato come “normale”, poi la ripresa dell’attività per alcuni mesi, poi l’informazione, arrivata dalla lettura dei piani giornalieri, di un nuovo periodo di cassa integrazione “ a rotazione”, infine l’appuntamento a dopo le ferie natalizie per ricominciare e il 4 gennaio la sorpresa che la gloriosa Brambati non esisteva più.

“È stato un comportamento da irresponsabili. Quest’azienda – dice con rabbia e amarezza Valentino – è integra. Possiede macchinari imponenti, ne abbiamo uno per asfaltare le autostrade che è in grado di produrre 130 tonnellate di asfalto. Non si chiude un’impresa così”. Una prova di responsabilità la stanno assicurando, invece, i lavoratori (amministrativi, autisti, carpentieri edili, asfaltisti) che tengono in ordine gli impianti perché l’abbandono non distrugga il patrimonio dell’azienda e stanno in guardia che non ci siano furti. Ci ha provato uno della famiglia degli ex proprietari che, con la scusa di prendere oggetti personali, ha tentato di trafugare beni dell’impresa. È venuto quasi alle mani con il servizio d’ordine messo su dal sindacato, ma non ha potuto toccare nulla. Nessuno si sente di azzardare previsioni sull’esito di questa lotta. Quello che tutti capiscono è che, in un’area nella quale nel giro di un anno hanno chiuso venti imprese di costruzione su cento, i lavoratori non hanno scelta. Oltre alla Brambati c’è solo la disoccupazione.

LE COOPERATIVE SOCIALI
A Torino la scelta è stata fatta ormai da quasi venti anni e nessuno ha mai avuto ragione di pentirsene. Nelle scuole l’attività di pulizia è stata assegnata alle cooperative sociali, quelle della tipologia che prescrive l’inserimento lavorativo di una quota consistente di persone svantaggiate.“All’inizio – racconta Gabriella Semeraro, componente della segreteria della Funzione pubblica Cgil che segue il comparto socio-assistenziale – i genitori erano preoccupati, oggi stanno sottoscrivendo in massa un documento che chiede di non rinunciare al servizio di queste persone”.

Dieci anni fa, infatti, al passo con i cambiamenti normativi della scuola pubblica, le cooperative in servizio nei plessi scolastici sono passate sotto la giurisdizione del ministero anche se i loro contratti sono stati lasciati in capo ai singoli istituti. Una situazione di permanente precarietà che è andata avanti fino ad alcuni mesi fa, quando il ministero ha stabilito di ridurre di un quarto il budget destinato a queste attività costringendo le scuole a programmare nelle prossime settimane un drastico ridimensionamento dei servizi e le cooperative una riduzione dell’occupazione.

“Solo a Torino – dice la sindacalista – gli addetti sono ottocento, il taglio del 25 per cento vuol dire che duecento di loro saranno rimandati a casa. Con effetti gravi sulla pulizia e l’igiene delle scuole, ma anche sul destino di questi lavoratori”. Si tratta, infatti, di persone che non troveranno con facilità un’altra occupazione. E che da risorsa che sono diventeranno per tutti un problema.“Stiamo cercando di far capire – dice Semeraro – che la situazione di Torino e del Piemonte è diversa dal resto del paese. In tutto gli occupati nella regione sono duemila, risultato di una lunga pratica nell’utilizzazione delle cooperative sociali che pure va tenuta presente. Ma c’è bisogno di intervenire adesso, fra qualche settimana sarà troppo tardi”.

INTESA SAN PAOLO
In Piemonte i bancari sono ventimila, ben oltre la metà lavora a Torino, nei quattro grandi istituti che hanno radici nella zona. Non hanno i problemi di chi è occupato negli altri settori, la crisi internazionale è arrivata ma non è costata lacrime e sangue. L’orizzonte, però, comincia a oscurarsi e il rumore sordo di qualche tuono mette un po’ di apprensione. Ci riflette su, preoccupata, Costanza Vecera, segretaria regionale della Fisac, che porta ad esempio l’accordo separato, di appena qualche settimana fa, tra il gruppo Intesa San Paolo e gli altri sindacati sulle “assunzioni in deroga al contratto nazionale”.

Si è stabilito, in sostanza, che in aree svantaggiate, volta per volta individuate dall’azienda, sia possibile chiamare al lavoro giovani inquadrandoli come apprendisti a un livello ancora più basso di quello già oggi praticato.“La propaganda – sottolinea la sindacalista – vuole farla passare come un’apertura sociale da apprezzare, in realtà si stanno ponendo le basi per compromettere una particolarità positiva del nostro contratto, la cosiddetta area contrattuale che stabilisce che ogni prestazione nell’ambito bancario è regolata dai criteri e dalle condizioni in essa contenuti.

Oggi si provoca, invece, una fessura che permetterà di utilizzare contratti diversi per lavori diversi, con buona pace di solidarietà e parità tra chi lavora nello stesso posto. E tutto questo alla vigilia del rinnovo del contratto nazionale”. Questa novità non cade in un contesto tranquillizzante che, fa notare Vecera, riguarda un gruppo che ha un quarto degli addetti dell’intero mondo bancario italiano. Per questo la Fisac Cgil ricorda nei suoi documenti il “quotidiano trasferimento delle attività amministrative e contabili del back office in Romania”, la contrazione degli organici del gruppo (in un triennio più di 8 mila unità in meno), il ripetuto rinvio dell’assunzione promessa da tempo di alcune centinaia di apprendisti (e adesso si vogliono contare nel numero di quelle preventivate nell’accordo in deroga), il piano di riorganizzazione intrapreso dall’azienda, cominciato con la vendita di un pezzo, la Banca depositaria, che gestisce e amministra i grandi investimenti. Insomma, tanti segnali: come se il temporale fosse imminente.

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