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domenica 8 aprile 2018

Inps Annuncia 900 Assunzioni



Boeri riorganizza l’Inps e annuncia 900 assunzioni 

Il Presidente dell’Inps Boeri ha comunicato via twitter che saranno assunti 900 laureati in ingegneria gestionale, giurisprudenza, informatica ed economia. Contestualmente Boeri ha firmato tre documenti di riorganizzazione interna dell’Inps, con riduzione numerica e razionalizzazione delle mansioni dei dirigenti dell’Istituto. Ecco tutte le informazioni.



Boeri cerca di far voltare pagina all’Inps lanciando una riorganizzazione dell’Istituto. Il presidente dell’Inps ha comunicato via twitter di aver firmato tre atti con i quali promette la riduzione dei dirigenti e la contestuale assunzione di oltre 900 laureati in ingegneria gestionale, in giurisprudenza, in informatica e in economia.



L’Inps in questo modo cerca di aumentare la presenza sul territorio, cerca di favorire la riqualificazione e il ringiovanimento del personale. E lo fa attraverso una razionalizzazione della dirigenza, con nuove modalità di conferimento degli incarichi. I tre nuovi documenti, chiamati “determinazioni del presidente” dovrebbero produrre i primi effetti già da settembre.

Si attendono nei prossimi giorni novità e maggiori informazioni sulle 900 assunzioni di laureati. Da quanto si apprende dai tweet di Boeri, per la selezione sarà introdotta una commissione di esperti esterni chiamati a selezionare i futuri dirigenti dell’Inps.




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sabato 28 gennaio 2017

ARABIA SAUDITA: Scioperi contro la semi-schiavitù


 lavoratori della United Seemac in sciopero 

In un paese in cui l’attività sindacale è vietata e le condizioni di lavoro si fondano sull’abuso, due gruppi di lavoratori protestano apertamente per avere il proprio salario

Un dollaro a testa per chiudere il caso: è quanto la compagnia saudita di costruzione United Seemac ha offerto a 215 lavoratori stranieri che da mesi non ricevono lo stipendio. La compagnia gli deve quasi un milione di dollari, 932mila dollari per l’esattezza, ma due giorni fa ha fatto la sua offerta nell’intenzione di fermare la protesta: 266 dollari in tutto, poco più di uno a testa.

I lavoratori, originari di Pakistan, India, Filippine e Indonesia, come moltissimi altri operai impiegati nella petromonarchia per stipendi miseri, se paragonati a quelli dei locali, e spesso in condizioni di semi-schiavitù (nel caso della United Seemac video girati di nascosto al suo interno mostrano 170 persone dividere quattro bagni senza aria condizionata nel caldo soffocante di agosto), hanno lanciato una protesta davanti la sede della United Seemac perché, chi da sei mesi, chi da 20, non incassano più lo stipendio. Da cinque giorni dormono davanti agli uffici di Riyadh e sono intenzionati ad andare avanti, nonostante le promesse della compagnia alle rispettive ambasciate e il misero dollaro proposto.

“Non torniamo a casa da 5 giorni – racconta a Middle East Eye uno dei lavoratori, Naeem, 25enne pakistano – Non ci siamo cambiati i vestiti e non mangiamo da due giorni. Ci hanno offerto soldi ma come potremmo sopravvivere con quell’ammontare? Vogliamo il nostro denaro”. Naeem non riceve lo stipendio da nove mesi, 692 dollari al mese che non può più mandare ai genitori in Punjabi, che sostiene con le rimesse dall’estero da quattro anni.

La protesta dei 215 lavoratori ha un significato enorme in un paese come l’Arabia Saudita dove per legge lo sciopero è proibito così come l’attività sindacale. L’unica cosa che i dipendenti della United Seemac hanno potuto fare è stata rivolgersi al tribunale del lavoro, un anno fa, ma nulla è stato fatto.

Una situazione simile a quella dell’ospedale privato Saad, nella città orientale saudita di Khobar: qui la protesta si è tradotta all’inizio di settembre in uno sciopero della fame. A manifestare non solo dipendenti stranieri, tra cui europei, ma anche cittadini sauditi: una protesta senza precedenti per ottenere il salario, non versato ai 1.200 dipendenti dell’ospedale da quattro mesi. Senza precedenti perché mai cittadini sauditi hanno subito le stesse condizioni degli stranieri e perché ha coinvolto medici, infermieri, amministrativi, chirurghi di diverse nazionalità.

L’ospedale in questione è di proprietà del Saad Group, società del miliardario saudita Maan al-Sanea, con investimenti in tutto il mondo. A premere, dicono fonti interne, è la crisi che sta colpendo l’Arabia Saudita a causa del crollo del prezzo del petrolio che ha ridotto di molto il denaro in circolazione e a causa delle enormi spese militari dello Stato in Yemen e in Siria. Ma per i dipendenti dell’ospedale il problema è un altro: la corruzione. A Middle East Eye spiegano che quel centro medico “è tra i più costosi al mondo, incassa un milione di riyal [266mila dollari] al giorno, dove finiscono tutti questi soldi?”.

Quello del lavoro non è che l’ennesimo settore di abusi di Stato in Arabia Saudita. Le più colpite sono le decine di migliaia di lavoratori immigrati dal sud est asiatico, costrette in semi-schiavitù dal sistema della kafala, lo sponsor che garantisce per l’immigrato e di cui diventa padrone confiscandogli il passaporto e costringendolo a vivere e lavorare in condizioni vergognose: dentro le case le donne collaboratrici domestiche subiscono violenze fisiche, psicologiche e anche sessuali; dentro le aziende gli uomini vivono in stanze affollate con pochissimi servizi e in pessime condizioni igieniche, con stipendi che sono una bassa percentuale di quelli ricevuti dai cittadini sauditi. 



mercoledì 1 maggio 2013

Palestina e il lavoro che non c'è




Peggiorano le condizioni di lavoro nei Territori e aumenta la disoccupazione: giovani e donne i più colpiti. A monte la dipendenza dell'economia palestinese da quella israeliana.

Ramallah - Questo Primo Maggio 2013 i lavoratori palestinesi hanno poco da rallegrarsi. La disoccupazione, la precarietà e l'impoverimento sono le piaghe che affliggono i lavoratori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. In generale, uno su cinque lavoratori palestinesi è disoccupato (22,9%), una percentuale che aumenta ad uno su tre nella Striscia di Gaza (32,2%), che è stata sottoposta ad un blocco nei sei anni scorsi. Un quarto della popolazione vive nella povertà - nel 2011, il 25,8% vive sotto la linea di povertà, il 17,8% in Cisgiordania e il 38,8% nella Striscia di Gaza - e il 12,9% sotto la linea di povertà estrema (il 7,8% nella Cisgiordania e il 21,1% nella Striscia di Gaza).

I fattori politici sono determinanti nel contesto palestinese. L'economia palestinese è un'economia sotto occupazione con una base produttiva sempre più debole che è strutturalmente incapace di generare le necessarie opportunità d'impiego. Sotto il regime istituito dagli accordi di Oslo, l'Autorità Palestinese non ha controllo sui confini o su risorse quali terra e acqua poiché il 60% della Cisgiordania rimane sotto il completo controllo israeliano. L'Autorità Palestinese ha un margine di manovra estremamente limitato in termini di definizione di programmi economici a causa dei vincoli imposti dal Protocollo Economico di Parigi firmato nel 1994 come parte degli Accordi di Oslo. Queste disposizioni provvisorie si sono trasformate in una caratteristica permanente due decadi più tardi, con conseguenze disastrose per l'economia palestinese. Mentre l'entrata dei prodotti palestinesi nel mercato israeliano è limitata con i vari mezzi e le esportazioni verso altri Paesi sono rese molto difficili, i prodotti israeliani possono accedere liberamente ai mercati palestinesi, a parte il divieto riguardante i prodotti delle colonie che è stato applicato in modo incompleto.

I giovani e le donne sono particolarmente colpiti dalla situazione: la disoccupazione schizza al 31,7% per le donne e a 39,5% per i giovani tra i 20 e i 24 anni. Un recente rapporto della Banca Mondiale ha espresso un'opinione pessimistica sulle prospettive future dell'economia palestinese, ma ha anche segnalato le implicazioni sociali della disoccupazione di lunga durata tra i giovani. Il rapporto ha dichiarato che "data la situazione fragile nei Territori Palestinesi, la disoccupazione prolungata, particolarmente tra i giovani, aumenta il potenziale per una crescita nell'instabilità sociale". Mentre è previsto un ulteriore deterioramento della situazione, il malcontento sociale potrebbe materializzarsi presto, specialmente in considerazione del divario crescente fra il reddito della popolazione ed il costo della vita. Proteste popolari e scioperi sono già scoppiati nel settembre 2012, costringendo il governo della Cisgiordania a cancellare agli aumenti annunciati di carburante e IVA e a intraprendere misure di controllo dei prezzi dei generi alimentari.

Ogni anno che passa, creare condizioni per un lavoro dignitoso sembra una sfida sempre più impossibile per i governanti palestinesi. La mancanza di prospettive economiche si unisce a difficili condizioni di lavoro sia nel settore pubblico che privato. Lavorare nel settore pubblico nel passato dava una parvenza di sicurezza dell'impiego, la certezza del pagamento di uno stipendio mensile e di benefici come l'assicurazione sanitaria e la pensione. Sotto la pressione dei donatori per ridimensionare il settore pubblico al fine di ridurre i debiti dell'Autorità Palestinese, i contratti precari e a tempo determinato si sono moltiplicati. Per il secondo anno di fila, l'Autorità Palestinese ha annunciato che non assumerà i nuovi impiegati. Allo stesso tempo, il deficit cronico del bilancio dell'Autorità Palestinese ha causato ripetuti ritardi nel pagamento degli stipendi, in particolare nei mesi passati a causa del mancato trasferimento delle entrate fiscali di competenza palestinese da parte di Israele e della riduzione delle sovvenzioni straniere al bilancio pubblico. Gli impiegati dei ministeri, gli insegnanti, i lavoratori della salute sono stati in sciopero per parecchie settimane fino a quando è ripreso il pagamento degli stipendi.

La situazione non è migliore nel settore privato, dove tre quarti dei lavoratori sono privati dei loro diritti di base, garantiti dalla legislazione sul lavoro, quali ferie e malattia pagate, o liquidazione. L'unico sviluppo positivo è stata l'approvazione di uno stipendio minimo nell'ottobre scorso, che è entrato in vigore nel gennaio 2013 in Cisgiordania, ma la sua attuazione incontra molti ostacoli. Il salario minimo palestinese è equivalente a 307 euro al mese, che è molto basso confrontato allo stipendio minimo israeliano che è stato aumentato a 912,5 euro al mese dal 1° ottobre 2012. Ciò riflette bene il divario tra lo standard di vita in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Anche se i livelli dei prezzi in Palestina sono elevati in quanto l'economia palestinese è legata forzatamente a quella israeliana, i livelli di reddito sono molto più bassi perché l'economia palestinese non è in grado di svilupparsi e competere. di Carine Metz - Democracy and Workers' Rights Center .

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mercoledì 28 novembre 2012

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martedì 21 settembre 2010

Economia, l'Italia torna all'Ottocento





Guglielmo Epifani lancia l'allarme. All'orizzonte un'Italia simile all'Inghilterra dell'800? "Bassi salari e alta ricchezza finanziaria". La situazione del lavoro è preoccupante, cresce la distanza tra la sua dignità e la ricchezza dei mercati


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"L'Italia di oggi assomiglia sempre di più all'Inghilterra di Ricardo dell'800. Lo diceva prima della crisi Vittorio Foa centrando esattamente il problema: bassi salari, bassi profitti e alta ricchezza finanziaria". A ricordarlo è il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, a margine di un convegno per celebrare il centenario della nascita di Vittorio Foa alla Camera.

Nel suo intervento, il numero uno di Corso d'Italia ha sottolineato "la distanza che cresce tra il valore del lavoro, la sua dignità e la ricchezza dei mercati" e ha avvertito che non è possibile "consentire che il superamento del '900 ci riporti alle condizioni dell'800. Non solo sarebbe un destino insopportabile per i più miopi evoluzionisti ma sarebbe una beffa straordinaria nei confronti di coloro che hanno dedicato la propria vita alla libertà e al lavoro che hanno costruito e difeso la nostra democrazia".

La crisi dunque rischia di lasciare alle proprie spalle una lunga scia di macerie. Da Termini Imerese a Fincantieri, ad Alitalia. Il nostro paese, infatti, secondo Epifani sta vivendo un vero e proprio "allarme occupazione". Il leader sindacale ne è preoccupato: "Altro che tutto finito. Qui il 2011 si prospetta molto pesante per la cassa integrazione. Abbiamo diversi casi di crisi aziendali, quelle vecchie, come Vinyls, Eutelia e Merloni, che si sommano ai nuovi, da Fincantieri fino ad Alitalia di cui però noi non sappiamo nulla". Epifani ne è certo: "Siamo in presenza di una condizione di allarme".

Questa situazione, perciò, "richiede 2 cose: il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga per il prossimo anno e che si risolva diversamente il problema dei lavoratori in mobilità che devono andare in pensione e non possono stare un anno senza reddito e senza lavoro". E poi, insiste Epifani, serve "una politica industriale, il vero problema di questo paese. Quando Tremonti dice 'ora la crescita', poteva pensarci prima", tuttavia adesso si facciano "investimenti e piccole opere".




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