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domenica 4 settembre 2016

Sciopero generale in India



Decine di milioni di lavoratori indiani sono scesi in sciopero per chiedere salari più alti e protestare contro le riforme economiche del governo, ovvero contro il "percorso di liberalizzazione e privatizzazione".

India, 2 settembre 2016, i sindacati calcolano che 180 milioni di lavoratori indiani abbiano protestato contro la politica “anti-operaia, anti-popolare” del governo di centro destra NDA (Alleanza Nazionale Democratica) capeggiato dal partito BJP del primo ministro di Narendra Modi “che sta portando la vita di tutti i lavoratori e l’economia nazionale verso il disastro”.

Lo sciopero ha toccato i seguenti settori: trasporti, finanza, energia, carbone, tessile, porto e banchina, acciaio, petrolio, produzione per la difesa, pubblico e statale. I sindacati criticano la proposta di aprire le ferrovie e il settore della difesa agli investimenti esteri, considerate scelte che “indeboliscono le aziende di stato".

Il governo dal canto suo dice che le riforme sono necessarie per sostenere l'economia, ma le organizzazioni sindacali sostengono che il primo ministro Narendra Modi non ha affrontato le richieste dei lavoratori, che riguardano la rigorosa applicazione di tutte le leggi fondamentali del lavoro senza alcuna eccezione o deroga, misure severe per punire coloro che violano queste regole, l'assistenza pensionistica universale per tutti e il salario minimo di 18.000 rupie al mese.

L'ultimo sciopero generale, il 2 settembre 2015, ha visto la partecipazione di quasi 150 milioni di lavoratori.




Ecco i 12 punti delle rivendicazioni avanzate dai lavoratori:

urgenti misure di contenimento dell’aumento dei prezzi tramite l’universalizzazione del sistema di distribuzione pubblica;
misure concrete per l’occupazione;
rigida applicazione di tutte le leggi sul lavoro, e sanzioni severe per le loro violazioni;
previdenza sociale universale per tutti i lavoratori;
salario minimo giornaliero di 690 rupie (9,25 €), e mensile di almeno 18 000 rupie (240 €);
pensioni di almeno 300 rupie al mese (40€) per tutti i lavoratori;
stop al disinvestimento nelle imprese pubbliche del governo centrale e degli stati;
stop al lavoro interinale nei contratti a tempo indeterminato; salari uguali per uguali prestazioni;
eliminazione dei massimali per il pagamento e l’accesso ai sussidi, ai fondi di previdenza;
obbligo di riconoscimento dei nuovi sindacati entro 45 giorni, e immediata ratifica delle convenzioni ILO, sulla contrattazione collettiva e sulla libertà di associazione (C87 e C98);
stop alle riforme della legge sul lavoro;
stop agli investimenti esteri nelle ferrovie, assicurazioni e Difesa.

UN NUMERO DI PERSONE PARI A TRE VOLTE LA POPOLAZIONE ITALIANA HA SCIOPERATO IN INDIA
Circa 180 milioni di persone hanno scioperato per chiedere l'aumento dei salari minimi e protestare contro la politica economica del governo

La popolazione italiana è pari a circa 60 milioni di persone. In India, il 2 settembre, ben 180 milioni di lavoratori - pari quindi a tre volte la popolazione dell'Italia - hanno deciso di scendere in strada per manifestare il loro dissenso verso la politica del primo ministro indiano Narendra Modi e per chiedere salari più alti.
Ad aderire alla protesta sono stati dieci diversi sindacati del paese - principalmente espressione dei partiti d'opposizione e dei partiti comunisti. Sono principalmente impiegati appartenenti al settore dei trasporti, delle banche e delle compagnie telefoniche pubbliche, delle miniere di carbone e delle compagnie assicurative.
Secondo i sindacati, la decisione di Modi di aprire agli investimenti stranieri il settore delle ferrovie e quello della difesa danneggerebbe le aziende indiane.
In tutto il paese gli scioperanti sono scesi in piazza con bandiere rosse e scandendo slogan contro il governo. In molti casi, i manifestanti hanno anche bloccato strade e ferrovie, non permettendo il transito ai treni e alle automobili.
Nella capitale indiana Nuova Delhi, le infermiere degli ospedali governativi hanno scioperato, rischiando un procedimento disciplinare per interruzione di servizio pubblico.
Da quando Narendra Modi è diventato primo ministro nel 2014, la sua politica economica si è mossa per abbassare il costo del lavoro in modo da attrarre maggiori investimenti dall'estero.
Per questa ragione, i sindacati hanno indetto questo sciopero, ponendo al governo 12 quesiti tra i quali figurano l'innalzamento dei salari minimi e delle pensioni minime proprio in contrasto con la linea politica portata avanti da Modi in materia di economia.
Lo scorso anno, i sindacati avevano realizzato un altro grande sciopero che aveva influito negativamente sull'economia del paese, facendo perdere attraverso i servizi interrotti una cifra pari a quattro miliardi di dollari.

Il governo, questa volta, ha riferito che prenderà visione delle richieste dei manifestanti. "Nell'ultimo anno e mezzo il comitato inter-ministeriale ha più volte incontrato il coordinamento dei sindacati, e ha tenuto conto delle loro richieste nelle decisioni che sono state prese" ha riferito il ministro delle Finanze indiano Arun Jaitley.

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martedì 27 novembre 2012

Il disastro di Bhopal

Resti dello stabilimento di Bhopal


Il disastro di Bhopal è avvenuto nel 1984 nella città indiana di Bhopal a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL), consociata della multinazionale americana Union Carbide specializzata nella produzione di pesticidi.

La nube formatasi in seguito al rilascio di isocianato di metile, iniziato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, uccise in poco tempo 2.259 persone e avvelenò decine di migliaia di altre. Il governo del Madhya Pradesh ha confermato un totale di 3.787 morti direttamente correlate all'evento, ma stime di agenzie governative arrivano a 15.000 vittime. Un affidavit governativo del 2006 asserisce che l'incidente ha causato danni rilevabili a 558.125 persone, delle quali circa 3.900 risultano permanentemente invalidate a livello grave. Viene comunque attribuita al governo la volontà di estendere a quante più persone possibili, anche minimamente coinvolte, gli aiuti previsti dagli accordi del 1989, al prezzo di trascurare in qualche misura le invalidità di grado maggiore. Ancora nel 2006, nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas il tasso di morbilità è 2,4 volte più elevato che nelle altre adiacenti.

Si ritiene che i prodotti chimici ancora presenti nel complesso abbandonato, in mancanza di misure di bonifica e contenimento, stiano continuando a inquinare l'area circostante.

Ci sono diversi processi penali e civili ancora in corso, sia presso tribunali americani che indiani. Essi coinvolgono l'UCIL, lavoratori ed ex-lavoratori, la multinazionale Union Carbide stessa e Warren Anderson, il suo CEO al tempo del disastro, sul quale dal luglio 2009 pende un mandato di arresto emesso dalla giustizia indiana.

Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL (di cui uno già deceduto), tra i quali Keshub Mahindra, all'epoca presidente. La condanna, pari al massimo previsto di due anni di carcere e 100.000 rupie (circa 2000 dollari) di multa, è stata giudicata irrisoria dagli attivisti e dalla società civile. I condannati, scarcerati dietro una cauzione inferiore ai 500 dollari, hanno presentato appello.

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