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mercoledì 15 aprile 2020

Leghista il Disastro di Alzano Lombardo


Leghista il Disastro di Alzano Lombardo



Ci sono tre persone (più una) che potrebbero spiegare com’è partito il contagio nel “cluster” infettivo più devastante d’Italia, quello scoperto ufficialmente il 23 febbraio all’ospedale di Alzano Lombardo. Da lì, il virus si è diffuso verso la zona di Bergamo, poi di Brescia e infine, probabilmente, verso Milano. I tre sono il direttore generale della Asst Bergamo Est Francesco Locati, il direttore sanitario Roberto Cosentina e il direttore medico Giuseppe Marzulli. Il Fatto quotidiano ha chiesto ai tre di ricostruire le prime ore del contagio più terribile del Paese, ma non ha avuto risposta.

L’Azienda socio sanitaria territoriale (Asst) Bergamo Est comprende gli ospedali di Seriate, dove ha la sua sede, e di Alzano, Gazzaniga, Piario, Lovere, Trescore Balneario, Sarnico. È feudo leghista, presidiato da Francesco Locati, che ha voluto al suo fianco come direttore sanitario Roberto Cosentina. Il “Presidio 2” della Asst, che comprende l’ospedale
 di Alzano, ha Marzulli come direttore medico.

È all’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano – Val Seriana, 6 chilometri da Bergamo – che tutto comincia. Sappiamo ormai che i primi due pazienti Covid-19, almeno ufficialmente, sono Franco Orlandi, ex camionista di Nembro, e Tino Ravelli, pensionato di Villa di Serio. Sono ricoverati nel reparto medicina generale, terzo piano. Come Samuele Acerbis, rappresentante di commercio. Ravelli e Orlandi saranno i primi due morti della zona di Bergamo: per polmonite e crisi respiratoria, dopo giorni di febbre alta e oppressione al petto.

Nello stesso reparto è ricoverata Angiolina Zambonelli, arrivata in ospedale per scompenso cardiaco il 12 febbraio. Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22, Angiolina muore: non per problemi cardiaci, ma per polmonite e crisi respiratoria, dopo giorni di febbre alta. Quella notte, per la prima volta, le infermiere e il personale sanitario del terzo piano indossano le mascherine Ffp2. Dal Lodigiano sono arrivate le brutte notizie sull’ingresso in Nord Italia del coronavirus, Codogno è appena stata dichiarata zona rossa.

Il 21 febbraio Ravelli viene sottoposto al tampone. Sabato 22 arriva l’esito: positivo al Covid-19. Non viene avvisato nessuno. Non i parenti, non il personale dell’ospedale, non il ministero della Salute, a cui dev’essere data comunicazione dei casi pandemici. Domenica 23, nel pomeriggio, viene chiuso il Pronto soccorso. Ma solo per poche ore. Poi riapre. Senza alcuna sanificazione. Senza la creazione di percorsi e ambienti differenziati per i sospetti da Covid-19. Lunedì mattina, l’ospedale riprende la vita feriale di sempre, con il centro prelievi affollato di gente, in maggior parte anziani, e gli interventi chirurgici programmati che si susseguono come se niente fosse successo.

Nei giorni seguenti, l’ecatombe. Muoiono molti dei pazienti, muoiono tanti famigliari dei ricoverati venuti in visita nei giorni precedenti. Si ammalano il primario e giù giù medici, infermieri, portantini, pazienti dimessi e rimandati a casa, parenti e visitatori. Alzano raggiunge i 170 contagi, il vicino paese di Nembro supera i 200. Nella provincia di Bergamo i morti sono oltre 2.300. Poi il contagio si estende a Brescia e infine, con esiti disastrosi, a Milano.

Locati, Cosentina e Marzulli dovrebbero spiegare che cosa è successo all’ospedale di Alzano tra venerdì 21 e lunedì 24 febbraio. Chi ha deciso di far indossare le mascherine, la notte del 21? Chi ha disposto la chiusura del Pronto soccorso, il 23? Ma poi: chi l’ha fatto riaprire? Chi ha ordinato di proseguire la normale attività il 24? Perché non è stato informato il ministero? Sono stati invece informati i vertici della Regione e l’assessore Giulio Gallera? È lui il “più uno” di questa storia: quando e come ha saputo ciò che stava succedendo ad Alzano? Ha avuto contatti con i dirigenti della Asst? Quando è stato informato della situazione il suo braccio destro operativo, il direttore generale della sanità lombarda Luigi Cajazzo?

Il primo responsabile di questo caos è il direttore generale Francesco Locati. È arrivato al vertice della sua Asst nel gennaio 2016, quando la Regione Lombardia rinnova il rito formigoniano della grande spartizione politica della sanità, con i suoi 19 miliardi di budget la parte più succulenta del bilancio regionale. È poi riconfermato nel 2018.

La lottizzazione dei manager sanitari per appartenenza politica viene “confessata” nel 2016, per un errore dell’Arca Lombardia, la centrale acquisti della Regione. Una cartina con i nomi dei prescelti e il simbolo del partito d’appartenenza compare per qualche ora sul sito di Arca e viene mandata via email all’indirizzario della Regione. Poi la pagina è oscurata e viene inviata una rettifica in cui si spiega che la cartina è “un’artificiosa ricostruzione giornalistica”.

Purtroppo aderente alla realtà: con il presidente leghista Roberto Maroni, nel 2016, i 35 direttori generali sono così spartiti: 13 alla Lega, 11 a Forza Italia, 10 all’Ncd, 1 a Fratelli d’Italia. Nel 2018, il presidente Attilio Fontana sceglie 24 dirigenti sanitari della Lega, 14 di Forza Italia, 2 di Fratelli d’Italia. Locati c’è sempre. Ha un rapporto diretto con Matteo Salvini e un rapporto forte con Roberto Anelli, oggi capogruppo della Lega in Consiglio regionale, ma anche – scherzi del destino – ex sindaco e attuale consigliere comunale di Alzano, dove tutto iniziò.



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mercoledì 8 aprile 2020

Disastro Provocato da Errori della Regione Lombardia

Disastro Provocato da Errori della Regione


La Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia ha indirizzato una lettera al governatore della Regione e all'assessore al Welfare per evidenziare sette errori commessi dall'amministrazione locale nella gestione dell'emergenza Coronavirus. Tra questi, l'incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio, evidenziata anche dall'inchiesta di TPI sulla mancata chiusura dei comuni di Alzano Lombardo e Nembro


Gli ordini dei Medici della Lombardia
 scrivono una lettera a Fontana: 
“Disastro Provocato da 7 Errori della Regione”


I medici della Lombardia accusano Fontana
La Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia ha inviato una lettera al governatore Attilio Fontana, all’assessore al Welfare Giulio Gallera e ai direttore delle aziende sanitarie per mettere in evidenza i presunti errori commessi dalla Regione nella gestione dell’emergenza Coronavirus, che avrebbero contribuito a rendere la Lombardia, e in particolare la zona della bergamasca, il principale focolaio di contagio dell’epidemia in Italia. Come certificato dai dati Istat riportati da TPI in un’analisi, a Nembro, in provincia di Bergamo, nei primi 21 giorni di marzo si è registrato il 1000 per cento in più di morti rispetto al 2019. Nella vicina Alzano Lombardo si è arrivati a +1022 per cento. Il picco massimo si è raggiunto nel piccolo comune di San Pellegrino Terme, con un incremento del 2000 per cento. È una mortalità dell’1 per cento dell’intera popolazione di quei comuni, più alta di quella riscontrata a Wuhan, in Cina,
e più alta che in qualsiasi altra parte del mondo.

La Federazione dei Medici “riunita in data 05/04/2020”, si legge nella lettera, “ha preso in esame la situazione relativa all’epidemia da COVID19 in corso” e ha ritenuto necessario elencare i “7 errori” commessi dall’amministrazione regionale perché ritiene che “può risultare utile alle autorità competenti per un aggiustamento dell’impostazione strategica, essenziale per affrontare le prossime e impegnative fasi”. Gli errori imputati all’amministrazione riguardano la gestione del territorio, l’inadeguata protezione degli operatori sanitari, l’approssimazione nella mappatura del contagio dovuta in parte alla scelta di limitare il numero di tamponi e anche l’indecisione nella chiusura delle zone focolaio, come noi di TPI abbiamo svelato nell’inchiesta sulla mancata istituzione di una Zona Rossa, e conseguente chiusura, dei comuni di Alzano Lombardo e Nembro. La decisione di non dichiarare una Zona Rossa, che era stata fortemente raccomandata da una nota dell’Istituto superiore di sanità (ISS) già lo scorso due marzo (nota che noi di TPI abbiamo reso pubblica in esclusiva), ha causato un incremento considerevole di decessi in quel territorio, incrementati secondo l’Istat fino al 2.000 per cento proprio in concomitanza della mancata chiusura.

Gli errori messi in evidenza nella lettera inviata dalla Federazione degli Ordini dei Medici della Lombardia al governatore Fontana sono i seguenti:

“1) La mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia dovuta alla decisione di eseguire i tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale. I dati sono sempre stati presentati come “numero degli infetti” e come “numero dei deceduti” e la mortalità calcolata è quella relativa ai pazienti ricoverati, mentre il mondo si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati, che sottostima enormemente il numero dei malati
e discretamente il numero dei deceduti.

2) L’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio. 3) La gestione confusa della realtà delle Rsa e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane (nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese). 4) La mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio e al restante personale sanitario. Questo ha determinato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia.

5) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica
(isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti)

6) La mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio.

7) Il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze,
avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero”.

Il punto due relativo all'”incertezza nella chiusura di alcune zone a rischio”, è stato oggetto di un rimpallo di responsabilità tra la Regione e il governo, con la prima che – in particolare attraverso  le parole dell’Assessore al Welfare Giulio Gallera – accusava il secondo di aver ignorato la nota dell’Iss emersa attraverso l’inchiesta di TPI e non aver dunque provveduto alla chiusura tempestiva dei comuni di Alzano Lombardo e Nembro raccomandata dai medici dell’Istituto. Ma in una nota formale di risposta a TPI, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha chiarito che la Regione Lombardia aveva la facoltà di creare la zona rossa in autonomia.

“Non vi è argomento da parte della Regione Lombardia per muovere contestazioni al Governo nazionale o ad altre Autorità locali. Se la Regione Lombardia ritiene che la creazione di nuove zone rosse andava disposta prima, con riguardo all’intero territorio regionale o a singoli comuni, avrebbe potuto tranquillamente creare zone rosse’, in piena autonomia?, ha scritto Conte .

Di Marta Vigneri

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Quando, per ragioni  politiche o giudiziarie o tutt’e due,  Attilio Fontana e Giulio Gallera, dovranno  cambiare mestiere, avranno un futuro assicurato nel mondo  dell’avanspettacolo e del cabaret...
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martedì 27 novembre 2012

Il disastro di Bhopal

Resti dello stabilimento di Bhopal


Il disastro di Bhopal è avvenuto nel 1984 nella città indiana di Bhopal a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL), consociata della multinazionale americana Union Carbide specializzata nella produzione di pesticidi.

La nube formatasi in seguito al rilascio di isocianato di metile, iniziato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, uccise in poco tempo 2.259 persone e avvelenò decine di migliaia di altre. Il governo del Madhya Pradesh ha confermato un totale di 3.787 morti direttamente correlate all'evento, ma stime di agenzie governative arrivano a 15.000 vittime. Un affidavit governativo del 2006 asserisce che l'incidente ha causato danni rilevabili a 558.125 persone, delle quali circa 3.900 risultano permanentemente invalidate a livello grave. Viene comunque attribuita al governo la volontà di estendere a quante più persone possibili, anche minimamente coinvolte, gli aiuti previsti dagli accordi del 1989, al prezzo di trascurare in qualche misura le invalidità di grado maggiore. Ancora nel 2006, nelle zone interessate dalla fuoriuscita del gas il tasso di morbilità è 2,4 volte più elevato che nelle altre adiacenti.

Si ritiene che i prodotti chimici ancora presenti nel complesso abbandonato, in mancanza di misure di bonifica e contenimento, stiano continuando a inquinare l'area circostante.

Ci sono diversi processi penali e civili ancora in corso, sia presso tribunali americani che indiani. Essi coinvolgono l'UCIL, lavoratori ed ex-lavoratori, la multinazionale Union Carbide stessa e Warren Anderson, il suo CEO al tempo del disastro, sul quale dal luglio 2009 pende un mandato di arresto emesso dalla giustizia indiana.

Nel giugno 2010 un tribunale di Bhopal ha emesso una sentenza di colpevolezza per omicidio colposo per grave negligenza nei confronti di otto ex-dirigenti indiani della UCIL (di cui uno già deceduto), tra i quali Keshub Mahindra, all'epoca presidente. La condanna, pari al massimo previsto di due anni di carcere e 100.000 rupie (circa 2000 dollari) di multa, è stata giudicata irrisoria dagli attivisti e dalla società civile. I condannati, scarcerati dietro una cauzione inferiore ai 500 dollari, hanno presentato appello.

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