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martedì 7 agosto 2012

L’esperienza dell’autogestione in Argentina



L’esperienza dell’autogestione in Argentina


«In Argentina, ogni volta che un'azienda chiude, i lavoratori sono pronti ad occuparla»
Intervista di Mario Hernandez a Eduardo "Vasco" Murúa, della fabbrica autogestita IMPA

[Estratto]
Siamo con Eduardo Murúa, portavoce dell'azienda IMPA recuperata nel 1998. Una delle prime esperienze di autogestione che sta per aprire anche un centro culturale.

Abbiamo fatto di quest'azienda un'impresa produttiva ed un centro culturale.


Oggi avete 2.500 studenti, ma le attività dell'Università dei Lavoratori sono iniziate l'anno scorso.

L'anno scorso abbiamo fatto vari seminari e in aprile cominciano le lezioni di Storia, Matematica e Lingue. Il 16 gennaio abbiamo definito un nuovo corso di studio, atipico, legato alle nuove forme di economia popolare e sociale, calibrato sulle necessità di preparazione dei compagni nella gestione di queste nuove imprese sociali. Partiamo in aprile/maggio. I professori sono già disponibili. L'Università si trova in Rawson 106. Abbiamo avuto un anno intenso. Ricordo di essere stato a una giornata di Medicina Comunitaria organizzata nel nostro paese per la prima volta, con la partecipazione di compagni latinoamericani attraverso il Centro Culturale "La Puerta" che coordina Héctor Fenoglio. L'anno si è chiuso con un cineforum. Ha funzionato la cattedra "Che" Guevara di Néstor Kohan. Hanno partecipato Osvaldo Bayer e Atilio Borón. (...)


Sono passati 10 anni dal 19-20 dicembre 2001. Il movimento di aziende recuperate è partito alla grande da questa data, seppure siano esistiti dei precedenti.


Si ora ha assunto una notevole visibilità. Nel 2001 molte aziende sono fallite ed è stato proprio allora che 80 furono occupate e autogestite.


Ora quante aziende recuperate si contano?


330 aziende. Tra il 1998 e il 2003 ce n'erano già 170, in seguito il fenomeno ha rallentato.


Insomma, il fenomeno non è mai scomparso del tutto.


Sì, non è scomparso nonostante la crescita economica del paese che ha permesso di riattivare 150 aziende; ma anche se il PIL è cresciuto hanno continuato a chiudere fabbriche e alcune sono state occupate e riattivate dai lavoratori.


Di quanti lavoratori stiamo parlando?


Di 15-16.000 lavoratori. La cosa più interessante è che se c'è stata la fase in cui hanno avuto bisogno di aiuto, ora non ne hanno più. Questo nuovo metodo di lotta è orami inserito nel movimento operaio argentino e ogni volta che una fabbrica chiude i lavoratori sono già pronti a occuparla e autogestirla. Forse è stata la cosa migliore che abbiamo mai fatto.


Capisco, intende creare questa coscienza. Il 2001 ha permesso di rendere visibile il movimento di recupero delle aziende. (…) E si è trattato anche di una via tracciata a livello latinoamericano. Mi ricordo di qualche partecipazione nella trasmissione "Aló presidente" insieme al comandante Chávez. Il movimento delle fabbriche recuperate in Argentina ha collaborato con altri paesi della regione.


A partire dal 2002 abbiamo lavorato insieme al Venezuela nel recupero di alcune aziende. E' stato quando ci fu la serrata padronale per far cadere Chavez. Prima abbiamo recuperato una grande azienda che sta ancora funzionando come azienda autogestita. In seguito, il rapporto col presidente Chávez ci ha permesso di mettere in collegamento aziende recuperate in Uruguay, Brasile, Venezuela e Argentina in un incontro organizzato nel 2005. Ancora oggi stiamo condividendo informazioni. Siamo riusciti a far arrivare un grande aiuto dal Venezuela al Brasile e allo stato uruguayano. In Argentina, invece, non è stato possibile.


Ho avuto modo di conoscere il materiale pubblicato a Cuba dalla figlia di Marta Harnecker sui cambiamenti annunciati nell'economia cubana in cui la questione della cooperativa ha un rilievo primario. Diciamolo, la maggior parte delle aziende recuperate hanno adottato la forma cooperativa.


Lavoriamo tutti in autogestione e adottiamo la forma della cooperativa perché la legge sulle cooperative in Argentina permette la democrazia interna, lascia che siano i lavoratori a decidere. Abbiamo opinioni diverse sul reddito: noi siamo per la distribuzione egualitaria e la legge non lo dice, ma riteniamo che questa sia la forma migliore che si adatta al recupero delle aziende. Noi non partecipiamo al movimento cooperativo perché siamo sempre stati nel movimento operaio e nell'ambito delle cooperative c'è di tutto, alcune sono completamente adattate al sistema. In ogni modo, è un sistema superiore a quello capitalista. I cambiamenti a Cuba mi preoccupano, ma sono parte del nostro dibattito. Siamo sempre stati molto critici con l'autogestione perché non crediamo che sia la salvezza. Riteniamo che i mezzi di produzione più importanti debbano rimanere nelle mani dello Stato e pianificati dal nostro popolo. Non crediamo nelle cooperative come uscita per un nuovo modello socioeconomico. Dobbiamo essere coscienti della necessità del controllo popolare sui mezzi di produzione. Nel caso di queste 330 piccole imprese, l'autogestione può servire come seme per vedere il nuovo, per far crescere la coscienza popolare che non sono necessari i padroni, che gli investimenti stranieri non sono indispensabili per generare impiego e che il lavoro è più importante del capitale, che in definitiva è soltanto lavoro accumulato. Credo che quando i popoli lo avranno capito, allora avremo una via d'uscita.


da www.resistenze.org
Fonte http://www.rebelion.org/noticia.php?id=143313
Traduzione dallo spagnolo a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare



Argentina dieci anni dopo il default: la rinascita



Argentina, 10 anni dopo il default. Così rinasce un Paese


 leggi anke ,,, http://cipiri5.blogspot.it/2012/08/argentina-dieci-anni-dopo-il-default-la.html
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Argentina dieci anni dopo il default: la rinascita



Argentina, 10 anni dopo il default. Così rinasce un Paese



 Nel 2001 lo Stato sudamericano affrontava il tracollo economico. Oggi il Pil cresce del 7-8% l'anno e i disoccupati sono dimezzati. E nel guardare alla crisi dell'Europa, Buenos Aires rivive il suo passato. Ma ha qualcosa da insegnare...


Report 22/04/2012 - L'Argentina dieci anni dopo il default

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Report 22 aprile 2012 - Dieci anni fa, il default: chiusura delle fabbriche, disoccupazione. Come si sono risollevati?. Da Smarcamenti in campo di Michele Buono.



Faceva un caldo infernale in quei giorni di dicembre di dieci anni fa e Buenos Aires stava per esplodere da un momento all’altro. Ed esplose. Ma un decennio dopo il Paese vive una nuova stagione e racconta una storia che anche in Italia va ascoltata con attenzione.

L’Argentina del 2001 aveva un debito estero che cresceva spaventosamente e riceveva da tempo le missioni del Fondo Monetario Internazionale che imponevano tagli pesantissimi al debolissimo governo di Fernando de la Rua, lasciato solo un anno prima dal suo vicepresidente Chacho Alvarez e in balia dei mercati che non si fidavano più dei cosiddetti “tango bonds”. La scure dell’austerità chiesta dagli organismi di credito si era abbattuta prima sui lavoratori pubblici, poi sui pensionati; infine, il colpo di grazia, il blocco di tutti i conti correnti decisi dal ministro dell'Economia Domingo Cavallo.

Il corralito, termine che viene usato in spagnolo per identificare i recinti per gli animali al pascolo o, con molta più immaginazione, i box per far giocare per i bambini, diventava invece la gabbia con la quale i risparmi accumulati da milioni di argentini venivano bloccati in banche sull’orlo del fallimento. La crisi era totale; politica, sociale, economica, istituzionale. Per mesi l’Argentina navigò a vista, il paese in default, la cessazione del pagamento del debito estero, con la gente in strada a gridare "que se vayan todos", "fuori tutti".

Arrivò allora il pompiere Duhalde, peronista capace di placare la piazza dopo aver contribuito a infiammarla. Poi, nel 2003, Nestor Kirchner, un altro peronista ma molto più pragmatico ed eterodosso. Assieme al suo ministro d’economia Lavagna, Kirchner decide di ristrutturare il debito a modo suo, il governo avrebbe pagato solo una parte, il resto non era proprio possibile saldarlo. Buenos Aires decise di fare da sola, non avrebbe più accettato i "consigli" di Banca Mondiale e Fmi, non avrebbe più legato il suo destino a quello degli organismi di credito.

Oggi l’Argentina è cambiata, la situazione economica è consolidata, il Pil cresce del 7-8% all’anno, cifre da tigre asiatica. I poveri e i disoccupati sono meno della metà rispetto allo spaventoso 50% di allora, i consumi sono aumentati notevolmente, anche se l’inflazione viaggia al 20% all’anno. Tutto il sistema si regge sulle grandi esportazioni agricole verso i mercati asiatici, Cina in testa, ma nel frattempo sta rinascendo una rete di industrie nazionali, mentre lo Stato ha nazionalizzato i fondi pensionistici, la compagnia di bandiera Aerolineas Argentinas e numerose altre imprese strategiche.

Ironia della storia, oggi è il Sudamerica a guardare a crisi lontane, come quella che sta colpendo diversi paesi europei, tra cui l’Italia. "C’è una vita dopo la ristrutturazione del debito estero – ha affermato in una sua recente visita a Buenos Aires il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz – la lezione argentina lo dimostra. Le misure recessive distruggono i paesi in crisi, sono il punto di grazia, perché producono più disoccupati, più poveri e più recessione proprio quando invece si dovrebbe stimolare la produzione, il consumo e la mobilità sociale".

La presidenta Cristina Fernandez, vedova di Nestor Kichner ha appena vinto le elezioni ed inaugurato il suo secondo mandato alla Casa Rosada. Nei suoi discorsi cita spesso e volentieri il caso europeo. "Stanno commettendo gli stessi errori che fecero con noi, la storia non insegna nulla", riferendosi ai grandi organismi internazionali dell’economia. Nel frattempo, anche i cicli migratori cambiano rotta. Prima erano i giovani argentini ad andarsene in Europa a cercare lavoro, oggi è in atto una migrazione al contrario e centinaia di ricercatori tornano in patria grazie al programma Raices, radici, che punta a recuperare quanto perduto con la fuga di cervelli degli anni drammatici.

A Buenos Aires, in quest'estate australe 2012 che sta per iniziare, fa sempre caldo, ma questa volta gli animi sono molto più sereni e pure il decimo anniversario dei tragici fatti del 2001, che lasciarono trentanove morti in piazza, son ricordati come un tempo lontano, che nessuno vuole vedere di nuovo.


L'Argentina, intanto, si appresta a vivere un altro momento di transizione. Il prossimo 4 gennaio, infatti, la presidente Cristina Fernandez de Kirchner, 58 anni, sarà sottoposta ad un intervento chirurgico a causa di un cancro della tiroide: lo ha reso noto il portavoce della Casa Rosada, Alfredo Scoccimarro, escludendo "una metastasi".
Dopo l'intervento, la Fernandez prenderà "un permesso medico per 20 giorni", ha aggiunto il portavoce, precisando che in tale periodo la Fernandez sarà sostituita dal vicepresidente Amado Boudou.


di Emiliano Guanella

L’esperienza dell’autogestione in Argentina



L’esperienza dell’autogestione in Argentina

leggi anke : http://cipiri5.blogspot.it/2012/08/lesperienza-dellautogestione-in.html

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