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mercoledì 24 maggio 2017

Italia : Paese di Pensionati



Italia Paese con sette giovani su dieci ancora a casa con i genitori e con la classi sociali che 
'esplodono'. E' l'impietoso ritratto del Belpaese fatto dall'Istat nel Rapporto annuale.

L'Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell'Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. 
I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle 'famiglie di impiegati', 
appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle 'famiglie degli operai in pensione', fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone). Per l'Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle 'famiglie a basso reddito con stranieri' (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le 'famiglie a basso reddito di soli italiani' (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose 'famiglie tradizionali della provincia' e il gruppo che riunisce 'anziane sole e giovani disoccupati'. A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di 'giovani blu collar' (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell'area dei benestanti, l'Istat inserisce oltre alle 'famiglie di impiegati', quelle etichettate 'pensioni d'argento' (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla 'classe dirigente' 
(1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

Addio agli operai - La classe operaia e il ceto medio "sono sempre state le più radicate nella struttura 
produttiva del nostro Paese" ma "oggi la prima - osserva l'Istat - ha abbandonato il ruolo di spinta 
all'equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell'evoluzione sociale". Si assiste quindi a una "perdita dell'identità di classe, legata alla precarizzazione ed alla frammentazione dei percorsi lavorativi". Per l'Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che "non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta - sottolinea l'Istituto - anche al progressivo invecchiamento della popolazione". Ecco che nella nuova geografia dell'Istat "la classe operaia", che "ha perso il suo connotato univoco", si ritrova "per quasi la metà dei casi nel gruppo dei 'giovani blue-collar'", composto da molte coppie senza figli, e "per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri". Anche la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali, in particolare "tra le famiglie di impiegati, di operai 
in pensione e le famiglie tradizionali della provincia". Secondo l'Istituto "la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, 
ricadendo per l'83,5% nelle 'famiglie di impiegati'".

L'Istat fa notare come nel gruppo leader dal punto di vista numerico, quello degli impiegati, il 
capofamiglia, la persona di riferimento, sia donna in quattro casi su dieci. La nuova mappa nasce 
dall'esigenza di tenere conto anche della popolazione non occupata, a differenza delle classiche 
tassonomie che prendono in considerazione solo i lavoratori, e soprattutto dalla necessità di ricalibrare le stratificazioni socio-economiche, viste le frammentazioni in atto. Oggi infatti, fa notare l'Istituto, la "classe operaia ha perso il suo connotato univoco" e
 "la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali.

Più disuguaglianze, classi sociali 'esplodono' - "La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi". E' questa l'analisi contenuta nel Rapporto dell'Istat. Per l'Istat "la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le 
diversità non solo tra le professioni ma anche all'interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le 
diseguaglianze tra classi sociali e all'interno di esse".

Giovani tanguy - Quasi sette giovani under35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. L'Istituto spiega che nel 2016 i 15-34enni che stanno a casa dei genitori sono precisamente il 68,1% dei coetanei, corrispondenti a 8,6 milioni di individui.

Crescono le famiglie senza lavoro - In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Si tratta di tutti nuclei 'jobless' dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.

Non è un Paese per giovani - L'Italia è un Paese sempre più vecchio: al 1 gennaio 2017 la quota di 
individui di 65 anni e più ha raggiunto il 22%, collocando il nostro Paese al livello più alto nell'Unione Europea e "tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo". Con questo dato l'Italia supera anche la Germania che per anni si è collocata ai vertici della classifica europea per quota di over-65 sulla popolazione complessiva. Sono in 13,5 milioni gli italiani che hanno più di 65 anni; gli ultraottantenni sono 4,1 milioni.

Quanto pesa il carrello della spesa - La spesa per consumi delle famiglie ricche, della 'classe dirigente', è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all'ultimo gradino della piramide disegnata dall'Istat, ovvero 'le famiglie a basso reddito con stranieri'. 
L'Istituto per le prime rileva esborsi mensili pari a 3.810 euro, 
contro i 1.697 delle fascia più svantaggiata economicamente. Una capacità di spesa ridotta significa 
anche meno opportunità. "Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane, le differenze sono ancora significative", fa notare l'Istat. Ecco che "i giovani con professioni qualificate sono il 7,4% nelle famiglie a basso reddito con stranieri e il 63,1% nella classe dirigente". Le fratture che caratterizzano il Paese vengono confermate: "persiste il dualismo territoriale: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati". D'altra parte, spiega il Rapporto, "la capacità redistributiva dell'intervento pubblico è in Italia tra le più basse in Europa".

Gli stranieri - Sono 5 milioni gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017, e prevalentemente vivono al Centro-nord. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%). Nel 2016 l'incremento degli stranieri residenti è stato però molto modesto, 2.500 in più rispetto all'anno precedente: ciò - spiega l'istituto di statistica - si deve soprattutto all'aumento delle acquisizioni di cittadinanza (178mila nel 2015). Di queste, quasi il 20% ha riguardato albanesi e oltre il 18% marocchini. I permessi per asilo e motivi umanitari attualmente rappresentano quasi il 10% dei permessi con scadenza (esclusi quindi quelli di lungo periodo), il doppio rispetto al 2013.

Lavori di casa - Le casalinghe "con il loro lavoro producono beni e servizi per 49 ore a settimana". 
Guardando agli occupati, ovvero a quanti svolgono sia il lavoro retribuito che familiare, le donne 
superano le 57 ore mentre gli uomini le 51. 
Tra casa e lavoro è quindi evidente il carico in più per le donne.


 L'Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell'Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle 'famiglie di impiegati', appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle 'famiglie degli operai in pensione', fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone). Per l'Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle 'famiglie a basso reddito con stranieri' (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le 'famiglie a basso reddito di soli italiani' (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose 'famiglie tradizionali della provincia' e il gruppo che riunisce 'anziane sole e giovani disoccupati'. A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di 'giovani blu collar' (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell'area dei benestanti, l'Istat inserisce oltre alle 'famiglie di impiegati', quelle etichettate 'pensioni d'argento' (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla 'classe dirigente' (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone). L'Istat fa notare come nel gruppo leader dal punto di vista numerico, quello degli impiegati, il capofamiglia, 
la persona di riferimento, sia donna in quattro casi su dieci. 

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venerdì 1 agosto 2014

L’Italia non è un paese per FREELANCE


Sicuramente questo sarà l’ennesimo articolo sulla materia, premetto che il titolo non è un plagio ad altri post intitolati nel solito modo e non è un trucchetto SEO per scalare le classifiche, ne ho già visti di articoli su vari blog intitolati così, ce ne sono molti, la verità però é che questo non è un titolo ma un pensiero, il primo pensiero che mi è venuto a mente questa settimana appena terminato di vedere il video di A. F. dedicato a come calcolare costi e guadagni per un freelance italiano armato di partita IVA.

Già scosso il giorno prima per un’osservazione fatta dalla mia amica I.B. i su Facebook, dove raccontava con suo sommo stupore come il suo secondo anno da freelance è stato in un attimo dissanguato appena le hanno presentato la sua prima dichiarazione dei redditi, ho affrontato quindi la visione del video di Alessandra intitolato “I conti della serva” con il fiato sospeso, speravo rivelasse alemeno una verità a me ancora sconosciuta, ahimè no, ecco che appare sempre lei: “The Awful Truth”.

I conti della (libera) serva .
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freelancing-despair

Negli ultimi due anni mi è capitato spesso in situazioni ufficiali e non di raccontare a giovani startupper o a neo-partite Iva del mio settore professionale, il digital, che per guadagnare 1 devono fatturare almeno 3, meglio 4. Questa è una realtà che spesso a questi ragazzi non viene raccontata da chi invece dovrebbe, da chi li incita ad avviare una propria carriera autonoma solo perché “il lavoro non c’è più quindi te lo devi inventare”, una realtà che è anche spesso occultata e dimenticata a se stessi nel momento fatidico della compilazione di quel maledetto preventivo che viene calcolato sempre senza dare il reale valore del servizio offerto ma pensando solo a farlo accettare dal cliente.
 Con queste condizioni di partenza e per stare sul mercato che li si pone davanti, il freelance si vende un bel sito web a €1000, ci spende due settimane di tempo sopra, attende almeno due mesi per avere il saldo e alla fine, se tutto va bene, li rimarranno in tasca €300.
Quanti siti web puo riuscire questo ragazzo a fare in un mese per poter aver una parvenza di stipendio dignitoso?

Se poi si è ripiegato alla soluzione del regime dei minimi si può stare un po’ più larghi ma non scordiamoci che il perimetro di azione in questo caso è vincolato ai €30mila lordi di fatturato all’anno, che a questi va poi tolto un bel 27% di INPS per una pensione che non vedrà mai nessuno, un 5% di imposte, tutte le varie ed eventuali e quel che resta poi è “stipendio”. Da sapere: terminato il regime dei minimi e entrando nel regime ordinario, per guadagnare i soliti soldi dell’anno prima si dovrà fatturare almeno il triplo, se non di più.

Ingiustizie

se ti senti male non sei tutelato se un cliente non ti paga non sei tutelato se hai una famiglia non sei tutelato, non hai assistenza di nessuna natura, non hai assegni familiari o benefit vari, questo vale sia che tu abbia uno o 8 figlioli le ferie non sono un diritto, le ferie non esistono proprio chiunque può entrare sul mercato dove si opera, praticare prezzi al ribasso, viziare e danneggiare lo stesso mercato e poi uscirne pulito lasciandoti vittima e colpevole nel solito momento

Raccomandazioni

non fare investimenti a lungo termine di qualsiasi natura riuscire se è possibile ad ottenere computer, software e accessori elettronici con la formula del leasing operativo ma non oltre i 24 mesi di impegno non indebitarsi per pagare le tasse, fatto anche una sola volta si entra in un loop da cui non ci esce mai se non ti puoi mantenere un ufficio gratis ripiega su uno spazio di co-working, in alternativa lavora a casa, devi solo ingegnarti per trovare un luogo d’incontro per i tuoi clienti Consigli

resistere, resistere e resistere se non si resiste resta solo l’espatrio Se qualcuno si aspettava da questo mio post l’incitazione allo sciopero fiscale o addirittura alla rivoluzione ha sbagliato proprio. Le mie sono semplici conclusioni messe nero su bianco, con la speranza che qualche “incosciente” ne prenda atto e s’illumini prima di fare qualche scelta sbagliata, questa sì che sarà la mia più grande soddisfazione.

Chiedo alle mosche bianche di non iniziare a scrivere che loro non hanno problemi, che ce la fanno alla grande, che stanno di lusso perchè i loro clienti sono “amazing”: carissimi voi siete mosche bianche, siete fortunati, non fate media, non siete l’Italia che voleva semplicemente vivere del lavoro che fa con passione senza grandi pretese o ambizioni imprenditoriali.

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martedì 7 agosto 2012

Argentina dieci anni dopo il default: la rinascita



Argentina, 10 anni dopo il default. Così rinasce un Paese



 Nel 2001 lo Stato sudamericano affrontava il tracollo economico. Oggi il Pil cresce del 7-8% l'anno e i disoccupati sono dimezzati. E nel guardare alla crisi dell'Europa, Buenos Aires rivive il suo passato. Ma ha qualcosa da insegnare...


Report 22/04/2012 - L'Argentina dieci anni dopo il default

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Report 22 aprile 2012 - Dieci anni fa, il default: chiusura delle fabbriche, disoccupazione. Come si sono risollevati?. Da Smarcamenti in campo di Michele Buono.



Faceva un caldo infernale in quei giorni di dicembre di dieci anni fa e Buenos Aires stava per esplodere da un momento all’altro. Ed esplose. Ma un decennio dopo il Paese vive una nuova stagione e racconta una storia che anche in Italia va ascoltata con attenzione.

L’Argentina del 2001 aveva un debito estero che cresceva spaventosamente e riceveva da tempo le missioni del Fondo Monetario Internazionale che imponevano tagli pesantissimi al debolissimo governo di Fernando de la Rua, lasciato solo un anno prima dal suo vicepresidente Chacho Alvarez e in balia dei mercati che non si fidavano più dei cosiddetti “tango bonds”. La scure dell’austerità chiesta dagli organismi di credito si era abbattuta prima sui lavoratori pubblici, poi sui pensionati; infine, il colpo di grazia, il blocco di tutti i conti correnti decisi dal ministro dell'Economia Domingo Cavallo.

Il corralito, termine che viene usato in spagnolo per identificare i recinti per gli animali al pascolo o, con molta più immaginazione, i box per far giocare per i bambini, diventava invece la gabbia con la quale i risparmi accumulati da milioni di argentini venivano bloccati in banche sull’orlo del fallimento. La crisi era totale; politica, sociale, economica, istituzionale. Per mesi l’Argentina navigò a vista, il paese in default, la cessazione del pagamento del debito estero, con la gente in strada a gridare "que se vayan todos", "fuori tutti".

Arrivò allora il pompiere Duhalde, peronista capace di placare la piazza dopo aver contribuito a infiammarla. Poi, nel 2003, Nestor Kirchner, un altro peronista ma molto più pragmatico ed eterodosso. Assieme al suo ministro d’economia Lavagna, Kirchner decide di ristrutturare il debito a modo suo, il governo avrebbe pagato solo una parte, il resto non era proprio possibile saldarlo. Buenos Aires decise di fare da sola, non avrebbe più accettato i "consigli" di Banca Mondiale e Fmi, non avrebbe più legato il suo destino a quello degli organismi di credito.

Oggi l’Argentina è cambiata, la situazione economica è consolidata, il Pil cresce del 7-8% all’anno, cifre da tigre asiatica. I poveri e i disoccupati sono meno della metà rispetto allo spaventoso 50% di allora, i consumi sono aumentati notevolmente, anche se l’inflazione viaggia al 20% all’anno. Tutto il sistema si regge sulle grandi esportazioni agricole verso i mercati asiatici, Cina in testa, ma nel frattempo sta rinascendo una rete di industrie nazionali, mentre lo Stato ha nazionalizzato i fondi pensionistici, la compagnia di bandiera Aerolineas Argentinas e numerose altre imprese strategiche.

Ironia della storia, oggi è il Sudamerica a guardare a crisi lontane, come quella che sta colpendo diversi paesi europei, tra cui l’Italia. "C’è una vita dopo la ristrutturazione del debito estero – ha affermato in una sua recente visita a Buenos Aires il premio Nobel dell’economia Joseph Stiglitz – la lezione argentina lo dimostra. Le misure recessive distruggono i paesi in crisi, sono il punto di grazia, perché producono più disoccupati, più poveri e più recessione proprio quando invece si dovrebbe stimolare la produzione, il consumo e la mobilità sociale".

La presidenta Cristina Fernandez, vedova di Nestor Kichner ha appena vinto le elezioni ed inaugurato il suo secondo mandato alla Casa Rosada. Nei suoi discorsi cita spesso e volentieri il caso europeo. "Stanno commettendo gli stessi errori che fecero con noi, la storia non insegna nulla", riferendosi ai grandi organismi internazionali dell’economia. Nel frattempo, anche i cicli migratori cambiano rotta. Prima erano i giovani argentini ad andarsene in Europa a cercare lavoro, oggi è in atto una migrazione al contrario e centinaia di ricercatori tornano in patria grazie al programma Raices, radici, che punta a recuperare quanto perduto con la fuga di cervelli degli anni drammatici.

A Buenos Aires, in quest'estate australe 2012 che sta per iniziare, fa sempre caldo, ma questa volta gli animi sono molto più sereni e pure il decimo anniversario dei tragici fatti del 2001, che lasciarono trentanove morti in piazza, son ricordati come un tempo lontano, che nessuno vuole vedere di nuovo.


L'Argentina, intanto, si appresta a vivere un altro momento di transizione. Il prossimo 4 gennaio, infatti, la presidente Cristina Fernandez de Kirchner, 58 anni, sarà sottoposta ad un intervento chirurgico a causa di un cancro della tiroide: lo ha reso noto il portavoce della Casa Rosada, Alfredo Scoccimarro, escludendo "una metastasi".
Dopo l'intervento, la Fernandez prenderà "un permesso medico per 20 giorni", ha aggiunto il portavoce, precisando che in tale periodo la Fernandez sarà sostituita dal vicepresidente Amado Boudou.


di Emiliano Guanella

L’esperienza dell’autogestione in Argentina



L’esperienza dell’autogestione in Argentina

leggi anke : http://cipiri5.blogspot.it/2012/08/lesperienza-dellautogestione-in.html

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lunedì 5 aprile 2010

Nel paese dei vabbuò ....

Quando un bambino ha tra le mani un utensile pericoloso, un genitore attento fa in modo che non si faccia del male. Quando un lavoratore ha tra la meni un utensile pericoloso, il padrone disattento se ne frega. Tanto, uno schiavo infortunato che fa causa, nel paese dove la legge è disuguale per tutti, è un cittadino legalmente perdente. Non si vince se si ha ragione come non si pede se si ha torto. Le prescrizioni eccellenti dovrebbero averci insegnato qualcosa. Si vince se hai un ufficio legale che lavora costantemente al tuo servizio. Si perde se non puoi permetterti neppure un avvocato d'ufficio.

Nel paese dei vabbuò, la sicurezza sul lavoro è un di più. E' pericoloso sostare vicino a un camion durante le operazioni di carico e scarico? E vabbuò, non siamo mica in Svizzera. Tanto poi in oltre tre anni non si arriva neppure all'udienza preliminare. Gli attrezzi, durante le attività in elevazione, devono essere assicurati alla cintola? Ci deve essere una rete protettiva? E vabbuò, tanto sotto non ci sta mica il capo-cantiere.

E il tesoretto da 15 miliardi dell'INAIL, l'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro? Che senso ha accumulare ricchezza sulle assicurazioni che devono risarcire i lavoratori che si fanno male o le famiglie di chi ha perso la vita? Che senso ha negare un premio assicurativo, magari subordinarlo ad una esasperante trafila legale lunga anni cui la maggior parte delle vittime non è in grado di far fronte, centellinare risarcimenti da fame quando la baracca che vive e funziona grazie alle tasche dei lavoratori, ideata al solo scopo di proteggerli, è in attivo di oltre 2 miliardi l'anno? A cosa servono tutti quei soldi che non vengono resi ai legittimi proprietari? Se esiste un'eccedenza di tali dimensioni, allora il sistema dei premi va ricalibrato, alzando gli importi dei risarcimenti e allargando le maniche sui criteri di valutazione degli aventi diritto. 15 miliardi di avanzo, ammucchiati nelle casse dell'INAIL, vogliono soltanto dire che ci sono lavoratori che avrebbero avuto diritto ad avere soldi indietro, i loro soldi, e che non li hanno avuti. Esattamente come potrebbe succedere al figlio di Antonella Federzoni.

E per favore, smettetela di chiamarle morti bianche. Il colore giusto è il nero. Il nero della putrefazione e della marcescenza. Della morte, appunto...
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OROSCOPO
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