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sabato 28 marzo 2020

Italia deve Requisire la Sanità Privata per il Coronavirus



Italia deve Requisire la Sanità Privata per il Coronavirus


La crisi sanitaria con cui ci stiamo lentamente abituando a convivere, avanza inesorabilmente e da più parti arrivano le disperate richieste di aiuto di medici e infermieri, stremati da turnazioni ripetute e costretti a operare in strutture sanitarie ormai quasi al collasso.


Le corsie sovraffollate e la carenza dei posti in terapia intensiva, rischiano di affondare il sistema ospedaliero. Per ora la provincia di Bergamo è quella che sta pagando il prezzo più salato in termini di vita umane, ma la situazione è grave in tutto il nord del paese. Dal sud i governatori regionali,paventano che se si replicassero situazioni analoghe di incremento nei contagi, i presidi ospedalieri delle proprie regioni non sarebbero in grado di reggerne l'urto.


Decenni di tagli al sistema sanitario in nome dell' austerity e del liberismo, ci hanno condotti ad una situazione come quella odierna, ad un sistema che stenta a reggere l'onda alta di un virus che come suggeriscono gli esperti ha la peculiarità di espandersi velocemente e di portare un'alta percentuale (si parla dell' 8%-10%) della gente necessitante del ricovero ospedaliero, in terapia intensiva.


Nei mesi precedenti in Italia come in tutta Europa del resto, non si sono presi provvedimenti, limitandosi guardare a distanza con irriverenza e sospetto la Cina, il primo stato che ha affrontato l'emergenza mettendo in campo risorse umane ed economiche ingenti, finendo però per vincere poi la propria sfida contro il virus.

Italia deve Requisire la Sanità Privata per il Coronavirus


Nel nostro paese, non solo non sono state prese misure di prevenzione e di contenimento, anzi spesso nelle t.v. e nei giornali abbiamo assistito a scherno e derisione contro i cinesi, proseguiti fino a quando il virus non si è affacciato nella parte più produttiva e ricca del nostro paese, la Lombardia e il Veneto, per poi diffondersi a macchia d'olio in tutta la penisola.


Tagli alla sanità pubblica da una parte, risorse pubbliche indirizzate alla sanità privata dall'altro, ci hanno portato allo stato deficitario attuale: manca personale sanitario,
mancano posti letto, respiratori e forniture mediche.

Italia deve Requisire la Sanità Privata per il Coronavirus


Quelli passati sono anche stati gli anni dell'accesso a numero chiuso alla facoltà di medicina, in nome di una concezione elitaria di questa professione che stenta a morire e proprio oggi che scopriamo invece che i medici sarebbero serviti, si ci trova costretti a richiamare in servizio personale già in pensione, che per la fascia d'età d'appartenenza è tra quelli più esposti
a complicazioni in caso di contagio.


Si è negli anni invocato l'autonomia regionale sanitaria, quel modello cioè che è risultato in queste circostanze insufficienti e che ha minato la cabina di regia nazionale che invece dall'inizio avrebbe dovuto guidare e coordinare la crisi.


Oggi che l'Italia sta riscoprendo l'importanza di un sistema sanitario pubblico, dovremmo ricordarci di chi in passato non ha esitato a picconarlo in nome dell'ideologia liberista.


Si è scoperto poi che alcuni dei cosiddetti paesi canaglia sono quelle che più stanno aiutando il nostro Paese nel momento del bisogno. dalla Cina che fornisce equipe mediche specialistiche e forniture di materiali ( a pagamento e non), alla piccola Cuba che su richiesta della Lombardia ha dato la propria disponibilità ad inviare il proprio personale medico in Italia, analogamente a come ha già fatto in passato impegnando a proprie spese migliaia di cooperanti in missioni
sanitarie praticamente in tutto il mondo.


Il virus ha poi messo in luce l'egoismo di un Europa del tutto assente, come ha dichiarato pubblicamente il Presidente Serbo, Aleksandar Vucic, così come quello degli Usa che capitanati da Trump stanno scoprendo a proprie spese gli effetti nefasti di una sanità totalmente in mano ai privati che lascia scoperti e vulnerabili milioni di persone non coperte da assicurazione sanitaria, un egoismo reso ancor più evidente dal tentativo dello stesso Trump di garantirsi a suon di milioni di dollari, un potenziale vaccino da un'azienda tedesca per un possibile
uso esclusivo americano tagliando fuori gli altri paesi.


Proprio in questo quadro emergenziale che ridisegna tradizionali alleanze e introduce nuove priorità sociali, quasi ispirata dal caso spagnolo anche l' Italia costretta
dalle circostanze si è fatto un po' più audace.


Quasi timidamente, il governo ha infatti inserito nel *decreto legge del 17 marzo 2020 , n. 18 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Straordinaria una disposizione che consente “la requisizione in uso o in proprietà, da ogni soggetto pubblico o privato, di presidi sanitari e medico-chirurgici, nonché di beni mobili di qualsiasi genere, occorrenti per fronteggiare la predetta emergenza sanitaria, anche per assicurare la fornitura delle strutture e degli equipaggiamenti alle aziende sanitarie o ospedaliere ubicate sul territorio nazionale, nonché per implementare il numero di posti letto specializzati nei reparti di ricovero dei pazienti affetti da detta patologia.”


La richiesta dovrà partire dal Capo del Dipartimento
della protezione civile Commissario straordinario.


E' ora però che dalle parole si passi ai fatti, sperando che le disposizioni attuate non restino solo sulla carta, in quanto in gioco c'è il benessere di tutta la collettività.


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In 10 anni sono stati tagliati 37 miliardi dalla sanità pubblica. E così il sistema, spiega l’Agi, in trincea contro il coronavirus, arriva all’appuntamento debilitato: malgrado le risorse recuperate negli ultimi anni, il trend è rimasto discendente...
https://cipiri5.blogspot.com/2020/03/in-10-anni-tagliati-37-miliardi-alla.html


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mercoledì 25 marzo 2020

Coronavirus, Mascherine per l'Italia Sequestrate dalla Repubblica Ceca


Coronavirus, Mascherine per l'Italia Sequestrate dalla Repubblica Ceca


 L'ambasciata italiana: "Praga si è impegnata a inviarci un numero uguale"


In attesa che si concluda l'indagine su quanto è accaduto, il governo, secondo quanto riporta una nota della nostra sede diplomatica, ci manderà lo stesso quantitativo che è stato sequestrato. Il caso sollevato dal GR1 grazie al lavoro del ricercatore ceco Lukas Lev Cervink

di ANDREA TARQUINI

GRAVE caso di mancanza di solidarietà da parte della Repubblica ceca ai danni dell'Italia. Lo aveva denunciato ieri il GR1 grazie alla denuncia di un onesto e coraggioso ricercatore ceco, Lukas Lev Cervinka, membro del partito Pirata (all'opposizione ma al potere al municipio della capitale Praga). Le autorità locali hanno sequestrato arbitrariamente un enorme carico di 110mila mascherine - alcuni avevano parlato addirittura di 680mila - e migliaia di respiratori, che la Repubblica popolare aveva inviato al nostro Paese per aiutarci. Solo oggi pomeriggio, dopo passi appropriati della Farnesina, l'ambasciata d´Italia a Praga ha detto che le autorità ceche si sono impegnate a restituire il materiale medico inviato da Pechino e destinato a Roma per aiuto e solidarietà.

Dice la nota della nostra sede diplomatica a Praga: "Questa mattina il ministro degli Affari Esteri della Repubblica ceca, Tomas Petricek, ha comunicato all'ambasciatore Nisio che, in attesa che si concluda l'inchiesta della polizia ceca sul furto del materiale sanitario avvenuto a Lovosice, la Repubblica ceca invierà al più presto all'Italia 110mila mascherine dalle proprie scorte, in numero pari a quelle che avrebbero dovuto raggiungere il nostro Paese e che invece sono state trafugate e sequestrate dalle autorità ceche".

"Il carico partirà entro 48 ore", prosegue la nota dell'ambasciata, e spiega ancora: "A fronte dell'urgenza di forniture mediche il governo ceco, in stretta collaborazione con l'ambasciata d´Italia a Praga, ha deciso di inviare subito il carico destinato al nostro Paese senza attendere la conclusione dell'inchiesta tuttora in corso, e focalizzata a scoprire come l'ingente refurtiva sia stata trafugata e dove. La complessità del caso, che si dirama su altri Paesi, richiederebbe altri giorni, ma la situazione in Italia non consente attese". Il comunicato annuncia poi "sull'argomento il ministro Tomas Petricek sta scrivendo una lettera personale al titolare degli Esteri in Italia Di Maio".
 
I fatti, come mi ha raccontato al telefono Lukas Lev Cervinka confermando totalmente la notizia data dal Gr1, sarebbero andati così. Martedì le autorità ceche avevano vantanto un grande successo nella lotta a chi specula sui costi di mascherine e altro materiale medico indispensabile per fermare la pandemia. "La versione ufficiale con i primi comunicati diceva all'inizio che si trattava di mascherine e respiratori confiscati, parlando di materiale rubato a imprese ceche da criminali senza scrupoli che volevano venderle a costo maggiorato sul mercato internazionale, sfidando i severi limiti all'export medico imposti in Cechia come altrove dall´emergenza". Ma poi sono apparsi foto e filmati mostrati da Cervinka e dalle ong democratiche ed europeiste, che hanno fatto capire la brutta verità. Almeno gran parte del materiale sequestrato e fotografato a bordo di camion della polizia erano scatoloni con le bandiere cinese e italiana, e scritte in italiano inglese e mandarino in cui le autorità di Pechino scrivevano "Forza Italia, siamo al tuo fianco",
lanciavano saluti, incoraggiamenti e desiderio di aiuto all'Italia.

"Il ministero dell'Interno ceco è stato contattato", continua Lukas Lev Cervinka, "e all'inizio ha insistito nella versione ufficiale, ripetendo la menzogna del sequestro di materiale destinato a vendite illegale. Tutti i media diffusero allora la storia, ma poi la verità è stata scoperta, e si vedevano chiaramente le etichettature sugli scatoloni inviati da Pechino: aiuto umanitario cinese per l'Italia. Eppure il governo ceco ci ha messo tre giorni prima di dire, all'inizio non ufficialmente ma solo con tweet del ministero dell´interno, che ammetteva che almeno parte, cito i tweet, del carico, in realtà veniva dalla Repubblica popolare ed era destinato al vostro Paese come aiuto umanitario. Aggiungendo in termini generici che l'Italia non avrebbe perso nulla". Poi davanti alle denunce e alla pronte reazioni della diplomazia italiana si è arrivati al chiarimento, spiegato appunto oggi domenica pomeriggio dalla nota della nostra ambasciata a Praga.

Inizialmente, si era venuto a sapere ieri sabato pomeriggio che l'azienda responsabile del trasporto degli aiuti cinesi in Italia aveva deciso d'accordo con Pechino e Roma di assicurare l'arrivo in Italia di un secondo equivalente carico di aiuti cinesi. "Questa domenica si è giunti a un chiarimento ma quanto accaduto nei giorni scorsi non è affatto un gesto di politica europea, è una storia molto vergognosa", mi dice Lukas Lev Cervinka. E lascia capire che come dice il movimento giovanile e della società civile ceco, la "Nuova primavera" guidata da Verdi, Pirati, gruppi giovanili, ong, associazioni culturali, un movimento europeista, ambientalista e per la difesa della democrazia contro Babis, dall'autocrate e dai suoi ci si può sempre aspettare il peggio.




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AI 2 SCIACALLI

Se proprio non volete dare una mano, 
abbiate almeno la decenza di finirla con le vostre cialtronate 
e fake news che ogni giorno fate girare 
https://cipiri12.blogspot.com/2020/03/sciacalli-in-azione-contro-il-popolo.html





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Ai Medici Cubani che arrivano oggi in Italia diciamo Grazie

Ai Medici Cubani che arrivano oggi in Italia diciamo Grazie


Atterrano oggi a Milano 65 cubani: medici, infermieri, tecnici specializzati inviati dal proprio Paese ad aiutare l’Italia contro il Coronavirus. La Giunta Regionale lombarda gli chiederà di andare a Crema, ad aiutare una delle aree lombarde più colpite, quasi allo stremo. Quella Giunta così di destra, così orgogliosamente “sovranista”, così legata al precedente Governatore Formigoni che dalla sanità pubblica lombarda ha sottratto indebitamente oltre 70 milioni di euro, ha chiesto aiuto alla Repubblica Socialista di Cuba: e Cuba ha risposto immediatamente.

Atterrano oggi a Milano 65 cubani: medici, infermieri, tecnici specializzati inviati dal proprio Paese ad aiutare l’Italia contro il Coronavirus.

Atterrano oggi a Milano 65 cubani: medici, infermieri, tecnici specializzati inviati dal proprio Paese ad aiutare l’Italia contro il Coronavirus.

Atterrano oggi a Milano 65 cubani: medici, infermieri, tecnici specializzati inviati dal proprio Paese ad aiutare l’Italia contro il Coronavirus.



Non è la prima volta che lo fa: nel 2014 mandò oltre 250 medici nell’Africa Occidentale a combattere un virus ancora più spaventoso di questo, l’Ebola. Fu il New York Times, allora, ad ammettere che Cuba aveva avuto un ruolo da “leader” nella vittoria contro quel Male. E i medici cubani erano ad Haiti, qualche anno prima, quando un terremoto devastò l’isola provocando una terribile epidemia di colera. Erano pronti a partire anche per New Orleans, dopo il terrificante uragano Katrina- ma Bush rifiutò il loro aiuto, condannando la propria popolazione alle sofferenze che conosciamo.

Medici e infermieri di Cuba sono, ad oggi, in quasi 70 paesi del mondo: portando esperienza, aiuto, soluzioni. “Non offriamo ciò che ci avanza: condividiamo quello che abbiamo” è il loro slogan. E quello che hanno è un sistema sanitario completamente pubblico, fortemente finanziato dallo Stato e implementato da un sistema scolastico e universitario (pubblico, certo) tra i più strutturati al mondo: una Sanità che l’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce come la più efficiente e avanzata di tutto il continente Latinoamericano.

Il sistema sanitario cubano non nasce certo a caso: ma nasce dalle idee di un giovane medico argentino capitato a Cuba per la Rivoluzione. Si chiamava Ernesto Guevara de la Serna e scrisse che il dovere del “medico rivoluzionario” e della “medicina sociale” era concepire un sistema che non tenesse mai in conto il profitto, ma una concezione che legasse il benessere del singolo corpo a quello di tutta la collettività: attraverso la scuola, l’alimentazione e il lavoro: “Educare e sfamare i bambini… ripartire le terre tra i contadini è la più grande opera di medicina sociale mai fatta.” Dunque oggi stanno arrivando medici e infermieri da Cuba per aiutarci a sconfiggere il Coronavirus. Non hanno chiesto niente in cambio, non ci hanno chiesto nemmeno di provare a convincere il nostro principale “alleato”, gli Stati Uniti di Donald Trump, a mitigare il feroce embargo che cerca da decenni di affamare la loro isola. Portano la loro esperienza, portano le loro medicine, portano la propria vita: e la mettono a nostra disposizione, contro il virus, per combattere insieme.
Hasta la victoria!

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Grazie al suo Sistema Sanitario, modello contro i tagli.
Arrivati in Lombardia dal centro-America 52 unità di personale medico specializzato nella cura delle malattie infettive. Sui social il Partito della Rifondazione Comunista esulta, la questione non è solo sanitaria italiana ma internazionale e politica...
https://cipiri5.blogspot.com/2020/03/grazie-cuba-ed-ai-medici.html


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martedì 19 giugno 2018

Poste Italiane: 6000 Assunzioni in tutta Italia

Poste italiane ha siglato un accordo con Amazon per la distribuzione dei pacchi


Poste italiane, dopo aver siglato un accordo di partnership con Amazon per la distribuzione dei pacchi nel fine settimana, da il via alla nuova campagna di assunzioni triennale. Gli inserimenti, infatti, dovrebbero iniziare già da questo 2018, per concludersi nel 2020. In totale dovrebbero entrare a far parte del Gruppo Poste italiane circa 6000 nuove risorse. Comunque, quest’anno si parte con circa 1500 inserimenti in tutta Italia.

Le motivazioni della campagna di assunzioni
Poste italiane ha dato il via alla nuova campagna di reclutamento, fondamentalmente, per due ordini di ragioni. Innanzitutto, le nuove assunzioni sono previste dall’accordo sottoscritto con i sindacati di categoria. In secondo luogo, nel prossimo triennio diverse persone andranno in pensione. Di conseguenza, è necessario provvedere al ricambio generazionale. Solo quest’anno saranno collocati a riposo circa 360 persone. Di fatto, gli inserimenti in azienda saranno molti di più rispetto alla totalità dei nuovi inserimenti.

Il piano completo dei nuovi rapporti di lavoro
Le 1500 nuove assunzioni programmate per la fine di quest’anno da Poste italiane si vanno a sommare, infatti, alla trasformazione di diversi contratti part – time o a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Per la precisione, circa 1080 persone che avevano instaurato un rapporto a tempo determinato lo vedranno stabilizzarsi. Nello stesso tempo, anche circa 1130 soggetti  con un contratto “part time” lo vedranno mutarsi in “full time”. E’ previsto, inoltre, l’inserimento di circa 500 assunzioni di giovani laureati da destinare alla sala consulenza degli uffici postali. Come accennato, si tratta di un risultato dell’accordo siglato con le parti sociali il 30 novembre 2017. Le nuove risorse, inoltre, verranno introdotte in azienda con un criterio che rispetti, nello stesso tempo, le esigenze di crescita e di sviluppo dell’attività di Poste italiane,
ma anche i progetti di vita dei futuri nuovi dipendenti.

Lo strumento principale di recruiting, da parte di Poste italiane, rimane il sito internet aziendale. in particolare la pagina “Lavora con noi” dove è possibile caricare il proprio CV per tutte le posizioni aperte. Attualmente, ad esempio, si ricercano portalettere In Lombardia e Trentino Alto – Adige.

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mercoledì 23 maggio 2018

Openjobmetis: 1.400 Lavori in Italia per l'estate


Openjobmetis apre molte nuove opportunità di lavoro in vari settori per la stagione estiva:
sono più di 1.400 le figure professionali ricercate su tutto il territorio nazionale.
Lombardia ed Emilia Romagna sono le regioni con il maggior numero di posizioni aperte,
 seguite dal Piemonte e dalla Sicilia, confermandosi zone particolarmente attive.

Ed ecco alcune posizioni aperte, tra le oltre 1.400 ricerche attive nei vari settori. Nel settore horeca e turismo, sono ricercate oltre 300 figure: non solo camerieri, baristi, cuochi e aiuti cuochi, ma anche receptionist e animatori turistici sono tra i profili ricercati nelle aree del Nord e del Sud e Isole, dove molte strutture ricettive e turistiche hanno necessità di ampliare il personale per il periodo estivo.

In ambito vendite - tra grande distribuzione organizzata e retail - parliamo di oltre 200 ricerche attive per supermercati food (scaffalisti e specialisti di reparto) e catene di abbigliamento, accessori e calzature (Addetti vendita) per la prossima stagione dei saldi estivi e la sostituzione di personale diretto in ferie.

In primo piano anche posizioni nel settore logistica e agroalimentare: a Parma, ad esempio, sono ricercati ben 180 figure tra magazzinieri e addetti carico/scarico, di cui 120 prevedono un corso di formazione in preparazione dell’attività lavorativa. Sul settore agroalimentare, invece, tra gli altri, ricerchiamo addetti alla cernita della frutta, senza particolare esperienza pregressa ma con massima flessibilità per coprire il picco di lavoro previsto.

Infine, segnaliamo numerose posizioni per il settore sanità, con ricerca di Oss e Asa per Rsa e case di cura, per la sostituzione ferie del personale diretto e badanti conviventi per la nostra divisione family care: sono oltre 200 i candidati ricercati in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana per questa posizione. "Ci troviamo sicuramente di fronte a uno dei periodi più adatti per inserirsi nel mondo del lavoro", ha dichiarato Laura Piccolo, responsabile grandi clienti di Openjobmetis.


"Come agenzia per il lavoro -ha continuato- gestiamo posizioni aperte di numerose aziende su tutto il territorio nazionale, tra cui importanti società di grandi dimensioni, che sono alla ricerca di figure da inserire durante il periodo estivo. Non parliamo solo di ruoli con esperienza, ma in molti casi anche di figure da formare attraverso corsi dedicati". In tutti i settori, tra le caratteristiche più richieste vi sono: flessibilità e disponibilità a lavorare su turni, oltre ad una anche minima pregressa esperienza, standing e conoscenza di almeno una lingua straniera, soprattutto per i settori Gdo e Horeca.


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martedì 1 maggio 2018

L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro



Lavoro: Torniamo alla Costituzione!

“L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul Lavoro“   Si tratta del primo comma dell’articolo 1 della Costituzione Repubblicana.  Ahimè, sono tanti coloro che sembrano essere nati per storpiarla: Renzi è solo l’ultimo in ordine di tempo, ma nel 2007 c’era chi  voleva cambiare l’intero Articolo 1 cosi: “La Repubblica democratica italiana è uno Stato di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona”   Sappiamo quale serrata discussione avvenne in Assemblea Costituente su questo tema.   Si trattava di definire, in un comma solo, tutto il progetto della Costituzione, dichiarandone gli aspetti rivoluzionari.   Le forze politiche si affrontavano in Assemblea esattamente come gli Oceani negli stretti, ma personaggi come Togliatti La Pira, Moro, Fanfani, Basso (solo per citare  quelli che immediatamente mi vengono alla mente) ,  seppero dare nuova vita  a quel pezzo di carta che sarebbe diventata la Costituzione.  A settanta anni dalla entrata in vigore della nostra Costituzione, ancora più forte è l’invito ad attuare il Disegno che Padri e Madri Costituenti hanno prodotto per noi che siamo le generazioni di confine, quelle che hanno avuto testimonianza diretta dei loro interventi, della loro vita, del loro pensiero.  Ogni anno, quando sento arrivare il Primo Maggio, penso a quanta strada ancora deve essere fatta perché quel primo Comma diventi realtà.  


“Non di solo pane vive l’uomo.”   Certo, ma di qualcosa l’uomo deve pur campare. 
E, con lui, anche coloro che formano il suo nucleo familiare.  Si chiamano  “mezzi di sostentamento”, “necessario per vivere”, etc...   La nostra Costituzione ha nel suo Articolo 1 un principio rivoluzionario.  I principi del 1789, declinati di norma come pertinenti alla sola democrazia formale e disposti al massimo ad ammettere interventi caritatevoli  di soccorso pubblico ai bisognosi, vengono interpretati invece nella direzione della costruzione di una società di cittadini uguali nelle opportunità sociali di godere dei diritti di libertà. In questo l’Articolo  1 si salda perfettamente con l’Articolo 3 . 
 Il “lavoro nobilita l’uomo”.   Importantissima fu la fase della discussione in cui si arrivò a quel “fondata sul lavoro”  partendo dai “lavoratori”.   L’impegno di ciascuno quindi, per costruire un pezzo di quella democrazia e di quella  libertà pagate a così caro prezzo.   Impegno di tutti, quindi e che, si badi bene, non intende aprire alcun varco al riapparire di classi, di disuguaglianze, di parti uguali tra disuguali.   
A che punto siamo  ?  La parola “Lavoro” è tra quelle più presenti in Costituzione.  E’ evidente quindi l’imperativo morale categorico che Padri e Madri Costituenti hanno assegnato alle future legislature della neonata “Italia Repubblica Democratica fondata sul Lavoro”.  Tutto scritto nero su bianco ed in un italiano perfetto e semplice. Basta leggere gli Articoli 2, 3 e 53 per i Diritti ed i Doveri di natura sociale, politica ed economica  e poi il TITOLO III della Costituzione, specialmente gli articoli 41, 42, 43,  44, 45, 46, 47.  Si tratta di un progetto che, spiegato ai ragazzi sin dalle scuole dell’obbligo, avrebbe generato una classe dirigente sana e, ovviamente. avrebbe sviluppato le capacità del Legislatore nel mettere a punto i provvedimenti per attuare la Costituzione.  
La storia ci insegna che....  Renzi ed i suoi accoliti  rappresentano solo gli epigoni di una classe politica che ha osteggiato il disegno costituzionale ed in particolare  quello che l’Articolo 3 pone come “compito” della Repubblica.  Per capire bene il fenomeno, quindi, è importante “riavvolgere il nastro” e cominciare da molti anni fa. Portare l’ Italia in questo stato è stato frutto di tante cose, ma NON DEL CASO !.  
Arrivare ad attaccare frontalmente i diritti fondamentali come il LAVORO (per non parlare degli altri come la SALUTE, la SCUOLA, la GIUSTIZIA. l’AMBIENTE,  la FAMIGLIA) è stato possibile solo facendo passare tanta acqua sotto i ponti della democrazia,
 cercando di minarne le basi.

E’ importante, in questo Primo Maggio, riscoprire la propria dignità di persona, che proprio attraverso il lavoro viene esaltata, nel segno della Costituzione Repubblicana. 


Buona Festa del Lavoro . 
Se Siete in cerca di occupazione ISRIVETEVI , GRAZIE
Disoccupati, si prefigge di portare avanti le istanze dei senza Lavoro IN RETE. 
Sarebbe importante Costituire Finalmente un MOVIMENTO NAZIONALE 
per Richiedere il Reddito di Esistenza a favore di tutti i Cittadini Italiani. 


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sabato 28 aprile 2018

Il 58% dei laureati in Italia Lavora entro 3 anni


La percentuale dei laureati italiani che risultano occupati entro tre anni dal conseguimento del titolo migliora, ma il nostro Paese resta indietro rispetto al resto d'Europa. Secondo Eurostat, infatti, nel 2017 lavorava il 58% dei laureati under 35 a fronte dell'82,7% nell'Ue a 28. Il dato è comunque in lieve miglioramento sul 2016 (57,7%) e in ripresa rispetto al picco negativo del 49,6% del 2014, ma siamo comunque penultimi in Europa.



In Italia gli anni della crisi economica hanno penalizzato soprattutto l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro mentre la generazione più anziana è stata trattenuta alla scrivania e in fabbrica a causa della stretta sulle regole per l'accesso alla pensione.

Tra il 2008 e il 2017 la percentuale dei laureati che hanno terminato il loro percorso di istruzione e risultano occupati entro tre anni dal titolo è passata dal 67% al 58% con un picco negativo nel 2014 del 49,6%.

Per le donne la percentuale di persone che risulta occupata a tre anni dalla laurea è al 57,2% in crescita rispetto al 55,9% del 2016, ma ancora lontana dall'81% medio in Europa.


Per i maschi la percentuale degli occupati a tre anni dalla laurea si ferma al 59,3% in calo dal 60,5% del 2016 e quasi 25 punti in meno rispetto all'84,9% della media Ue. Se poi si guarda a coloro che bloccano la loro istruzione alla terza media la percentuale di quelli che risultano occupati entro tre anni dal titolo si ferma al 15,4% mentre il resto rafforza l'esercito dei Neet.

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TRUCCHI PER TROVARE LAVORO
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venerdì 9 marzo 2018

Cosa Rischia l’Italia tra i Dazi Usa ed Europa


In 9 anni il Belpaese ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso gli Stati Uniti, 
ma le misure protezionistiche di Trump rischiano di frenare la crescita


Se le cose dovessero precipitare, potrebbero finirci di mezzo anche i Levi’s. Per tutelare l’industria degli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha deciso di rispolverare i dazi commerciali. “Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale“, ha detto dopo aver confermato le misure per appesantire il prezzo di acciaio e alluminio importati negli States. I dazi saranno rispettivamente del 25% e del 10% e serviranno a rendere più competitiva la produzione interna.

A eccezione di Canada e Messico, sono colpiti tutti i paesi esportatori e l’Europa è nel limbo, pronta a reagire. Bruxelles potrebbe mettere in campo “tutte le misure necessarie” per tutelare la sua industria se non dovessero arrivare aperture dall’America. E non sono escluse vendette: punire con imposte-extra alcune vere icone americane vendute nella Ue, come i popolari jeans e le Harley Davidson. Quello che viene visto come un ritorno agli anni Trenta, cambierebbe la grammatica degli scambi internazionali, ma i contraccolpi peggiori sarebbero per quelle economie che puntano forte sull’Atlantico per alimentare il loro export.

Prima fra tutte, l’Italia. Nel 2017 le esportazioni italiane hanno infranto l’ennesimo record. L’Istat calcola che siano stati venduti in tutto il mondo beni per 448 miliardi di euro, con un incasso del 7,4% superiore a quello raccolto dei dodici mesi precedenti. L’Italia ha commerciato ovunque, ma i mercati extra-Unione sono andati meglio rispetto alla media.

Anche grazie all’abilità degli imprenditori negli Stati Uniti. Nel primo anno a guida Trump, sono stati chiusi affari negli States per 40,5 miliardi di euro. Un primato che ha permesso all’Italia piazzarsi all’ottavo posto nella classifica dei paesi importatori negli Stati Uniti, scavalcando la Francia.

Quella del 2017 è una performance che non ha eguali nella storia delle relazioni commerciali tra Italia e Usa. L’interscambio complessivo ha superato i 55 miliardi di euro, ma è Roma che deve difendere con i denti questo risultato. Perché se gli imprenditori italiani riescono a vendere bene nelle città statunitensi, altrettanto bravi in Italia non sono i colleghi yankee. Come rileva l’Osservatorio economico del Mise, le importazioni in Italia dagli Stati Uniti si fermano a 15 miliardi di euro e quello che impressiona, al di là del dato assoluto, è la differenza del tasso di crescita. Dal 2009 ad oggi l’export italiano negli Stati Uniti è aumentato del 137%, contro un aumento del 58% delle importazioni dagli States in Italia, passate da 9,4 a 15 miliardi.

La bilancia commerciale, ovvero il saldo aritmetico import-export, è insomma in positivo per l’Italia. Ma se nel 2009 la differenza recitava +7,6 miliardi e nel 2014 +17,2 miliardi, nel 2017 è stata sfondata per la prima volta la quota dei 25 miliardi di incasso netto. Tutto grazie alle relazioni di fatto open con gli Stati Uniti d’America.

Ovvio che siano anche questi numeri a infastidire Donald Trump. Dall’inizio del 2018 la Casa Bianca ha deciso di provare a frenare gli scambi commerciali con l’estero. Prima ha colpito Cina e Corea del Sud – rispettivamente, primo e sesto importatore negli Usa nel 2017 – e poi ha allargato la platea ai venditori di acciaio e alluminio. Ora il pericolo è l’escalation. Le tariffe, ha promesso Trump, saranno “giuste e flessibili” e alcuni partner sono riusciti a schivare i colpi del protezionismo statunitense. Al sicuro non è (ancora) l’Europa: “Se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione reagirà in maniera proporzionata e equilibrata“, ha detto nei giorni scorsi Cecilia Malmstrom, commissario al Commercio.


Secondo alcune stime, i contro-dazi europei dovrebbero pareggiare il valore delle accise su acciaio e alluminio negli States: 2,8 miliardi di euro. Ma se Trump dovesse spingersi poi oltre, il conto diventerebbe più salato perché nel mirino finirebbe l’automotive europeo. E se fino ad ora l’Italia era stata poco più di uno spettatore interessato, così rischia di diventare un protagonista del battagliare: gli autoveicoli sono il maggior bene esportato dall’Italia verso gli Stati Uniti. Tra gennaio e ottobre del 2017, il loro valore commerciale è stato di 3,7 miliardi di euro, l’11,3% di tutto il made in Italy sbarcato negli States in quel periodo. Per rendere l’idea, il comparto vale più di medicinali e preparati farmaceutici (secondo posto, 2,2 miliardi di giro d’affari) e macchine di impiego generale (terzo gradino del podio, per 1,9 miliardi di venduto).


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mercoledì 24 maggio 2017

Italia : Paese di Pensionati



Italia Paese con sette giovani su dieci ancora a casa con i genitori e con la classi sociali che 
'esplodono'. E' l'impietoso ritratto del Belpaese fatto dall'Istat nel Rapporto annuale.

L'Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell'Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. 
I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle 'famiglie di impiegati', 
appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle 'famiglie degli operai in pensione', fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone). Per l'Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle 'famiglie a basso reddito con stranieri' (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le 'famiglie a basso reddito di soli italiani' (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose 'famiglie tradizionali della provincia' e il gruppo che riunisce 'anziane sole e giovani disoccupati'. A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di 'giovani blu collar' (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell'area dei benestanti, l'Istat inserisce oltre alle 'famiglie di impiegati', quelle etichettate 'pensioni d'argento' (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla 'classe dirigente' 
(1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone).

Addio agli operai - La classe operaia e il ceto medio "sono sempre state le più radicate nella struttura 
produttiva del nostro Paese" ma "oggi la prima - osserva l'Istat - ha abbandonato il ruolo di spinta 
all'equità sociale mentre la seconda non è più alla guida del cambiamento e dell'evoluzione sociale". Si assiste quindi a una "perdita dell'identità di classe, legata alla precarizzazione ed alla frammentazione dei percorsi lavorativi". Per l'Istituto ci sono interi segmenti di popolazione che "non rientrano più nelle classiche partizioni: giovani con alto titolo di studio sono occupati in modo precario, stranieri di seconda generazione che non hanno il background culturale dei genitori, stranieri di prima generazione cui non viene riconosciuto il titolo di studio conseguito, una fetta sempre più grande di esclusi dal mondo del lavoro dovuta - sottolinea l'Istituto - anche al progressivo invecchiamento della popolazione". Ecco che nella nuova geografia dell'Istat "la classe operaia", che "ha perso il suo connotato univoco", si ritrova "per quasi la metà dei casi nel gruppo dei 'giovani blue-collar'", composto da molte coppie senza figli, e "per la restante quota nei due gruppi di famiglie a basso reddito, di soli italiani o con stranieri". Anche la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali, in particolare "tra le famiglie di impiegati, di operai 
in pensione e le famiglie tradizionali della provincia". Secondo l'Istituto "la classe media impiegatizia è invece ben rappresentabile nella società italiana, 
ricadendo per l'83,5% nelle 'famiglie di impiegati'".

L'Istat fa notare come nel gruppo leader dal punto di vista numerico, quello degli impiegati, il 
capofamiglia, la persona di riferimento, sia donna in quattro casi su dieci. La nuova mappa nasce 
dall'esigenza di tenere conto anche della popolazione non occupata, a differenza delle classiche 
tassonomie che prendono in considerazione solo i lavoratori, e soprattutto dalla necessità di ricalibrare le stratificazioni socio-economiche, viste le frammentazioni in atto. Oggi infatti, fa notare l'Istituto, la "classe operaia ha perso il suo connotato univoco" e
 "la piccola borghesia si distribuisce su più gruppi sociali.

Più disuguaglianze, classi sociali 'esplodono' - "La diseguaglianza sociale non è più solo la distanza tra le diverse classi, ma la composizione stessa delle classi". E' questa l'analisi contenuta nel Rapporto dell'Istat. Per l'Istat "la crescente complessità del mondo del lavoro attuale ha fatto aumentare le 
diversità non solo tra le professioni ma anche all'interno degli stessi ruoli professionali, acuendo le 
diseguaglianze tra classi sociali e all'interno di esse".

Giovani tanguy - Quasi sette giovani under35 su dieci vivono ancora nella famiglia di origine. L'Istituto spiega che nel 2016 i 15-34enni che stanno a casa dei genitori sono precisamente il 68,1% dei coetanei, corrispondenti a 8,6 milioni di individui.

Crescono le famiglie senza lavoro - In Italia nel 2016 si contano circa 3 milioni 590 mila famiglie senza redditi da lavoro, ovvero dove non ci sono occupati o pensionati da lavoro. Si tratta del 13,9% del totale, con la percentuale più alta che si registra nel Mezzogiorno (22,2%) Si tratta di tutti nuclei 'jobless' dove si va avanti grazie a rendite diverse, affitti o aiuti sociali. Nel 2008 queste famiglie erano 3 milioni 172 mila, il 13,2% del totale.

Non è un Paese per giovani - L'Italia è un Paese sempre più vecchio: al 1 gennaio 2017 la quota di 
individui di 65 anni e più ha raggiunto il 22%, collocando il nostro Paese al livello più alto nell'Unione Europea e "tra quelli a più elevato invecchiamento al mondo". Con questo dato l'Italia supera anche la Germania che per anni si è collocata ai vertici della classifica europea per quota di over-65 sulla popolazione complessiva. Sono in 13,5 milioni gli italiani che hanno più di 65 anni; gli ultraottantenni sono 4,1 milioni.

Quanto pesa il carrello della spesa - La spesa per consumi delle famiglie ricche, della 'classe dirigente', è più che doppia rispetto a quella dei nuclei all'ultimo gradino della piramide disegnata dall'Istat, ovvero 'le famiglie a basso reddito con stranieri'. 
L'Istituto per le prime rileva esborsi mensili pari a 3.810 euro, 
contro i 1.697 delle fascia più svantaggiata economicamente. Una capacità di spesa ridotta significa 
anche meno opportunità. "Malgrado una maggiore partecipazione al sistema di istruzione delle nuove generazioni dei gruppi svantaggiati rispetto a quelle più anziane, le differenze sono ancora significative", fa notare l'Istat. Ecco che "i giovani con professioni qualificate sono il 7,4% nelle famiglie a basso reddito con stranieri e il 63,1% nella classe dirigente". Le fratture che caratterizzano il Paese vengono confermate: "persiste il dualismo territoriale: nel Mezzogiorno sono più presenti gruppi sociali con profili meno agiati". D'altra parte, spiega il Rapporto, "la capacità redistributiva dell'intervento pubblico è in Italia tra le più basse in Europa".

Gli stranieri - Sono 5 milioni gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2017, e prevalentemente vivono al Centro-nord. La collettività rumena è di gran lunga la più numerosa (quasi il 23% degli stranieri in Italia); seguono i cittadini albanesi (9,3%) e quelli marocchini (8,7%). Nel 2016 l'incremento degli stranieri residenti è stato però molto modesto, 2.500 in più rispetto all'anno precedente: ciò - spiega l'istituto di statistica - si deve soprattutto all'aumento delle acquisizioni di cittadinanza (178mila nel 2015). Di queste, quasi il 20% ha riguardato albanesi e oltre il 18% marocchini. I permessi per asilo e motivi umanitari attualmente rappresentano quasi il 10% dei permessi con scadenza (esclusi quindi quelli di lungo periodo), il doppio rispetto al 2013.

Lavori di casa - Le casalinghe "con il loro lavoro producono beni e servizi per 49 ore a settimana". 
Guardando agli occupati, ovvero a quanti svolgono sia il lavoro retribuito che familiare, le donne 
superano le 57 ore mentre gli uomini le 51. 
Tra casa e lavoro è quindi evidente il carico in più per le donne.


 L'Istat traccia una nuova mappa socio-economica dell'Italia, dividendo il Paese in nove gruppi in base al reddito, al titolo di studio, alla cittadinanza e non guardando così più solo alla professione, come nelle tradizionali classificazioni. I due sottoinsiemi più numerosi sono quelli delle 'famiglie di impiegati', appartenete alla fascia benestante (4,6 milioni di nuclei per un totale di 12,2 milioni di persone) e delle 'famiglie degli operai in pensione', fascia a reddito medio (5,8 milioni per un totale di oltre 10,5 milioni di persone). Per l'Istat il gruppo più svantaggiato economicamente è quello delle 'famiglie a basso reddito con stranieri' (1,8 milioni pari a 4,7 milioni di persone), seguono le 'famiglie a basso reddito di soli italiani' (1,9 milioni che comprendono 8,3 milioni di soggetti), le meno numerose 'famiglie tradizionali della provincia' e il gruppo che riunisce 'anziane sole e giovani disoccupati'. A reddito medio sono invece considerate oltre alle famiglie di operai in pensione, quelle di 'giovani blu collar' (2,9 milioni, pari a 6,2 milioni di persone). Nell'area dei benestanti, l'Istat inserisce oltre alle 'famiglie di impiegati', quelle etichettate 'pensioni d'argento' (2,4 milioni, per 5,2 milioni di persone). Il primo posto sul podio dei più ricchi spetta alla 'classe dirigente' (1,8 milioni di famiglie, pari a 4,6 milioni di persone). L'Istat fa notare come nel gruppo leader dal punto di vista numerico, quello degli impiegati, il capofamiglia, 
la persona di riferimento, sia donna in quattro casi su dieci. 

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domenica 4 settembre 2016

Schiavitù : Italia al terzo posto in Europa



Schiavitù, l’Italia al terzo posto in Europa per numero di schiavi

Peggiori Polonia e Turchia. A dirlo il rapporto della Walk Free Foundation che analizza la schiavitù moderna e il traffico di esseri umani in 167 paesi. Le insufficienze del governo italiano. Al primo posto c'è la Corea del Nord. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia

Se tutti gli schiavi del mondo si riunnissero in un solo paese, costituirebbero il 27° stato più popoloso del mondo. Ad oggi sono 48,5 milioni le persone che vivono in stato di schiavitù o vittime del traffico di esseri umani. In questo quadro si inserisce anche l’Italia che con i suoi 129.600 schiavi è al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia.  Questi sono solo alcuni dei dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) che per il quarto anno consecutivo ha analizzato l’incidenza di schiavitù e tratta in 167 paesi del mondo.




Nessuno si salva. Il XXI secolo ha visto affermarsi quella che viene chiamata schiavitù moderna. Ovvero nuove forme di abusi e ricatti che negano alle vittime la loro libertà. A chiarire il concetto è Andrew Forrest, fondatore della WFF intervistato in occasione della pubblicazione dell’Indice Globale: “La schiavitù moderna concerne situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere”.  Forme di schiavitù sono anche lo sfruttamento della prostituzione e i matrimoni forzati o servili. Una serie di facce che nascondono un unico dramma: quello della schiavitù che, sottolineano i ricercatori, è presente in tutti i 167 paesi presi in considerazione.
I numeri. L’Indice comprende una serie di classifiche. Al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla popolazione c’è la Corea del Nord (4,37%) che invece è ultima per l’efficacia e l’impegno del governo nell’arginare la piaga. In termini assoluti, l’India è lo stato con il maggior numero di shiavi, sono 18,35 milioni, seguita da Cina (3,39 milioni), Pakistan (2,13 milioni), Bangladesh (1,53 milioni) e Uzbekistan (1,23 milioni).  “La schiavitù moderna – continua Forrest - ha diverse forme e una può essere più comune di un’altra a seconda della regione che si prende in considerazione. Ad esempio, l’Europa rimane fonte e  destinazione di lavoro forzato e sfruttamento sessuale. L’Asia ha un’elevata prevalenza di lavoro vincolato o forzato nell’edilizia e in fabbrica”.

Fortezza Europa. Nonostante il Vecchio Continente registri la minor incidenza a livello mondiale di schiavitù e traffico, ci sono paesi, tra questi anche l’Italia che ancora hanno molta strada da fare per sconfiggere il demone della schiavitù. Il 65% delle vittime di tratta proviene da stati dell’Europa orientale (Romania, Slovacchia, Lituania e Bulgaria). Mentre per quanto riguarda paesi al di fuori del continente, sono Nigeria, Cina e Brasile gli stati d’origine della maggior parte delle vittime.

Il “bel” paese col bollo "insufficiente".  L’Italia si aggiudica il terzo posto nella classifica europea per numero assoluto di schiavi dopo Turchia e Polonia. Inoltre, rispetto ad altri stati, l’impegno del governo italiano è giudicato ancora insufficiente nella lotta contro lo sfruttamento tanto da collocarlo al 42° posto con un rating B (dove il massimo è AAA) nella classifica globale di azione delle istituzioni. “ Il governo – sottolinea Fiona David, executive director of Global Research di Walk Free Foundation - ha una buona legislazione e per limitare il traffico di esseri umani collabora con stati sensibili come la Nigeria. Ma ci sono tre aspetti sul quale può e dovrebbe fare ancora di più. Il primo riguarda i servizi di supporto per adulti e minori vittime di forme di schiavitù, inoltre dovrebbe aumentare il budget stanziato per combattere questa piaga. Infine sarebbe utile e virtuoso coinvolgere la società civile e unire le forze verso l’obiettivo”.

Gli schiavi del mare. Migranti e rifugiati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento. Spesso per sfuggire a guerre e fame diventano vittime di trafficanti. Eppure una soluzione ci sarebbe. Basterebbe infatti assicurare dei corridoi umanitari o creare vie di fuga legali per raggiungere la salvezza. “Il recente afflusso di rifugiati – continua Andrew Forrest – ha messo a dura prova le misure di sicurezza, creando vie  usate da reti criminali. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia. Anche se non tutti questi bambini sono stati vittima del traffico, l'Europol ha segnalato come siano presi di mira per esser poi vittime di sfruttamento sessuale, schiavitù e madonopera forzata in agricoltura o nelle fabbriche”.


I governi. Se alcuni governi come Paesi Bassi e Gran Bretagna hanno messo a punto una vera e propria strategia volta a debellare la piaga della schiavitù, altri hanno ancora molta strada da fare. Il governo britannico ha  nel 2015 il Modern Slavery Act e ha nominato Kevin Hyland come Commissario indipendente anti-schiavitù. Il presidente Barack Obama ha colmato una lacuna nella legge degli Stati Uniti vietando l’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato o minorile. “Noi - conclude David - esortiamo i dieci paesi più grandi del mondo, compresa l’Italia, a introdurre una legge come il Modern salvery act istituito dalla Gran Bretagna nel 2015 che combatte la schiavitù conivolgendo il settore privato”. “Credo – conclude Forrest - nel ruolo critico dei leader nel governo, dell’impresa e della società civile. Attraverso un uso responsabile del potere, della forza di convinzione, della determinazione e delle volontà collettiva, tutti noi possiamo contribuire a porre fine alla schiavitù nel mondo.”


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domenica 10 luglio 2016

Bangladesh : Tessile Italiano




Ong: “Salari bassi e ambienti rischiosi: lavoratori sfruttati”

Il Paese è il secondo più grande produttore di abiti pronti del mondo e il volume delle esportazioni verso la Penisola è triplicato in dieci anni. Ma le associazioni segnalano stipendi miseri, straordinari obbligatori, strutture pericolanti: crolli e incendi hanno fatto centinaia di morti, come nel caso del Rana Plaza

Un Paese strategico per il tessile italiano, che vale quasi 1,2 miliardi all’anno per le nostre aziende. Ma al tempo stesso, un porto franco per i diritti umani, come segnalano le associazioni attive sul territorio, che raccontano le precarie condizioni in cui lavorano gli operai delle fabbriche, spesso fornitrici di marchi italiani. L’attentato di Dacca, dove sono state uccise 20 persone tra cui nove italiani e diversi imprenditori del tessile, ha riacceso le luci sul Bangladesh. Un Paese stretto tra il boom del settore dell’abbigliamento e le tragedie del lavoro: è ancora viva la ferita del Rana Plaza, lo stabilimento tessile dove nel 2013 persero la vita 1.134 dipendenti, rimasti schiacciati dal crollo della struttura. “I marchi occidentali, committenti delle fabbriche tessili bengalesi, sono corresponsabili delle condizioni di sfruttamento in cui versano i dipendenti – spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti – Gli operai lavorano 12-14 ore al giorno, fanno straordinari obbligatori e salari bassissimi: uno stipendio dignitoso equivale a 337 euro, mentre il salario minimo si ferma a 54 euro. E gli ambienti sono pericolosi: chi va a lavorare in una fabbrica tessile, rischia di non tornare a casa”.

Il Paese è il secondo più grande produttore di abiti pronti del mondo dopo la Cina: nel 2015 ha esportato vestiti per un valore di oltre 25 miliardi di dollari, secondo Bangladesh manufactures and exporters association, e il settore ha dato lavoro a circa 5 milioni di persone. Dal Bangladesh, segnala Coldiretti, l’Italia ha importato nel 2015 prodotti tessili per 1,18 miliardi di euro: “Le importazioni di abiti sono aumentate del 248% (tre volte e mezzo) in valore negli ultimi dieci anni con un ulteriore incremento del 5% nel primo trimestre del 2016, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno”. Nel periodo gennaio-febbraio 2016, aggiunge l’agenzia Ice, il valore delle importazioni dal Bangladesh all’Italia ammontava a 274 milioni: quasi il 99% è rappresentato da prodotti tessili, articoli di abbigliamento e articoli di pelle. Un dato in crescita del 13% rispetto allo stesso bimestre del 2015.

Resta da capire quale sia il prezzo del successo dell’abbigliamento bengalese. Il 24 aprile 2013, la fabbrica tessile Rana Plaza è crollata su stessa, uccidendo 1.134 operai che lavoravano per diversi marchi occidentali. Nel gennaio 2014, l’Organizzazione internazionale del lavoro, agenzia delle Nazioni Unite, ha istituito il Rana Plaza donors trust fund, un fondo per risarcire le vittime della strage. I versamenti potevano essere effettuati da chiunque ed erano su base volontaria, ma il mondo dell’associazionismo ha chiesto a gran voce che partecipassero i grandi brand della moda committenti del Rana Plaza. Tra questi c’era l’italiana Benetton, che ha contribuito solo ad aprile 2015. Il brand di Treviso ha sborsato 1,1 milioni, che non corrispondono neanche a mille dollari per ogni operaio morto. Non a caso, la Campagna Abiti Puliti ha sempre chiesto che l’azienda pagasse almeno 5 milioni di dollari. Intanto, al Rana Plaza donors trust fund hanno contribuito anche H&M, Primark, Mango, Auchan.

Prima del Rana Plaza, il Bangladesh era stato teatro di altre tragedie del lavoro. Nel 2012, la fabbrica Tazreen Fashion ha preso fuoco: nell’incendio sono morte 113 persone. Tra i committenti, c’erano Walmart ed El Corte Ingles e, secondo la Campagna Abiti Puliti, anche l’italiana Piazza Italia, che da parte sua ha negato di avere mai lavorato con Tazreen. Sette anni prima, invece, era crollato lo stabilimento Spectrum, provocando il decesso di 74 operai: la fabbrica lavorava per conto di vari marchi occidentali, tra i quali Zara e Carrefour.


Ma Benetton non è l’unico marchio tessile occidentale a finire nel mirino delle associazioni per le condizioni di lavoro in Bangladesh. Nell’aprile 2016, infatti, è uscito un rapporto che accusa H&M di non rispettare gli impegni presi per rendere sicure le fabbriche dei suoi fornitori. Dopo il crollo del rana Plaza, pur non essendo tra i committenti, anche la società svedese aveva firmato l’Accordo per la prevenzione degli incendi e la sicurezza degli edifici in Bangladesh. Tuttavia, Campagna Abiti Puliti, International Labor Rights Forum e United Students Against Sweatshops hanno condotto un’analisi sulle misure correttive messe in campo dall’azienda in 32 fabbriche fornitrici di H&M: il risultato mostra come “ad oggi la maggior parte di queste siano ancora sprovviste di uscite di sicurezza adeguate”. In particolare, le associazioni ricordano un incendio divampato lo scorso febbraio nella fabbrica Matrix Sweaters Ltd, fornitrice di H&M: “Centinaia di lavoratori hanno rischiato di rimanere bloccati dentro la fabbrica in fiamme”. Da parte sua, la società spiega di seguire da vicino il piano di interventi di messa in sicurezza e di “riscontrare buoni progressi”.

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lunedì 4 luglio 2016

QUANTO COSTERÀ' RIMBORSARE la PENSIONE ANTICIPATA



PENSIONI ANTICIPATE
ECCO
Quanto COSTERÀ' RIMBORSARE il PRESTITO a RATE


Una rata di 53 euro al mese in caso di anticipo di solo un anno rispetto all'età di vecchiaia con una 

pensione netta di 800 euro. È uno degli esempi elaborati sulla flessibilità in uscita allo studio del 

Governo illustrata ieri dopo il confronto tra Esecutivo e sindacati. Ecco gli esempi elaborati dal 

sindacato sulla base di un tasso di interesse fisso al 3% 
e una restituzione in 20 anni con 13 mensilità l'anno:

PRESTITO SU PENSIONE LORDA 900 EURO INTERESSE 3%
Anticipo un anno
mensile annua
Pensione spettante netta 800 euro 10.400
Importo da restituire 10.400 euro
Rata in 20 anni 53,24 euro 692,12
Perc su trattamento lordo 5,9% 5,9%
---------------------------------------------------------
Anticipo due anni
Pensione spettante netta 800 euro 10.400
Importo da restituire 20.800 euro
Rata in 20 anni 106,48 1.384,24
Perc su trattamento lordo 11,8% 11,8%
------------------------------------------------------------
Anticipo tre anni
Pensione spettante netta 800 euro 10.400
Importo da restituire 31.200 euro
Rata in 20 anni 159,71 2.076,23
Perc su trattamento lordo 17,7%
============================================================
PRESTITO SU PENSIONE LORDA 1.200 EURO INTERESSE 3%
Anticipo un anno
mensile annua
Pensione spettante netta 1.000 euro 13.000
Importo da restituire 13.000 euro
Rata in 20 anni 66,55 865,15
Perc su trattamento lordo 5,5% 5,5%
-------------------------------------------------------------
Anticipo due anni
Pensione spettante netta 1.000 euro 13.000
Importo da restituire 26.000 euro
Rata in 20 anni 133,09 1.730,17
Perc su trattamento lordo 11,1% 11,1%
-------------------------------------------------------------
Anticipo tre anni
Pensione spettante netta 1.000 euro 13.000
Importo da restituire 39.000 euro
Rata in 20 anni 199,64 2.595,32
Perc su trattamento lordo 16,6%% 16,6%%
=============================================================
PRESTITO SU PENSIONE LORDA 3.600 EURO INTERESSE 3%
Anticipo un anno
mensile annua
Pensione spettante netta 2.500 euro 32.500 euro
Importo da restituire 32.500
Rata in 20 anni 166,37 2.162,81
Perc su trattamento lordo 4,6% 4,6%
--------------------------------------------------------------
Anticipo due anni
Pensione spettante netta 2.500 euro 32.500 euro
Importo da restituire 65.000
Rata in 20 anni 332,74 4.325,62
Perc su trattamento lordo 9,2% 9,2%
--------------------------------------------------------------
Anticipo tre anni
Pensione spettante netta 2.500 euro 32.500 euro
Importo da restituire 97.500
Rata in 20 anni 499,10 6.488,30
Perc su trattamento lordo 13,9 13,9%.

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mercoledì 8 giugno 2016

Senza immigrati l’Italia avrebbe 450 mila aziende in meno


Senza immigrati l’Italia avrebbe 450 mila aziende in meno
I dati del Censis: 20% di immigrati in meno nell’ultimo anno

L’Italia senza immigrati avrebbe 450 mila aziende in meno. Lo rileva il Censis. Nel dettaglio, avremmo il 20% di bambini nati in meno nell’ultimo anno, una scuola pubblica con 35 mila classi e 68 mila insegnati in meno, saremmo senza 693 mila lavoratori domestici. 

Il Censis registra che il nostro sarebbe un Paese con 2,6 milioni di giovani under 34 in meno e sull’orlo del crac demografico. Gli immigrati sono mediamente più giovani degli italiani e mostrano una maggiore propensione a fare figli. Le nascite da almeno un genitore straniero in Italia fanno registrare un costante aumento: +4% dal 2008 al 2015, a fronte di una riduzione del 15,4% delle nascite da entrambi i genitori italiani. 

Dei 488.000 bambini nati in Italia nel 2015, anno in cui si è avuto il minor numero di nati dall’Unità d’Italia, solo 387.000 sono nati da entrambi i genitori italiani, mentre 73.000 (il 15%) hanno entrambi i genitori stranieri e 28.000 (quasi il 6%) hanno un genitore straniero. 

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domenica 3 aprile 2016

Francia: un milione in piazza contro il jobs act


Francia: un milione in piazza contro il jobs act
Scioperi in tutto il Paese. Bloccati porti e scuole, disagi negli aeroporti,
 chiusa la Tour Eiffel. 650 chilometri di code.

Centinaia di migliaia di persone, più di un milione secondo gli organizzatori, hanno invaso oggi le piazze francesi contro la riforma del codice del lavoro, conosciuta anche come legge El-Khomri. Il progetto di legge, partorito dalla giovane ministra del lavoro dalla quale prende il nome, ha mobilitato ancora una volta (la quarta in un mese) lavoratori, studenti universitari e liceali in più di 260 città d'oltralpe. Con orari e modalità diverse, il paese è stato scosso dalle iniziative di protesta che si sono saldate con lo sciopero dei lavoratori dei trasporti. L'appello a manifestare era partito dai sindacati CGT e Force Ouvrière, che già promettono nuove iniziative per il 9 aprile prossimo. Secondo gli organizzatori, la mobilitazione generale di oggi avrebbe superato di gran lunga, per numero di partecipanti, quella del 9 marzo scorso, quando, a sfilare per le strade era stato un numero che variava da 240.000 (secondo le autorità) a 500.000 secondo le organizzazioni sindacali. 

Mentre il progetto di riforma, pur rimaneggiato, è in commissione all'Assemblea Nazionale, i sindacati chiedono, sic et simpliciter, il ritiro dell'intero progetto di legge, colpevole di produrre una drastica diminuzione dei diritti dei lavoratori. Nonostante le modifiche, infatti, la legge El-Khomri continua a sembrare troppo sbilanciata in favore della parte datoriale, in particolare per quel che riguarda i licenziamenti e le ore di lavoro straordinario che, di fatto, come più volte sottolineato, svuoterebbero il potere contrattuale dei salariati.

A Parigi, dove il corteo era previsto per il primo pomeriggio, si sono verificati momenti di tensione. Anche nelle mobilitazioni che si sono tenute in mattinata, non sono mancati gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, soprattutto nel nord-ovest del paese, a Rennes e a Nantes, in particolare. Ai lanci di pietre, gli agenti hanno risposto con i lacrimogeni. La tensione era, a tratti, altissima, anche a causa del video, diffuso nei giorni scorsi, nel quale si denunciava la violenta repressione degli agenti di polizia su un adolescente, che partecipava a una protesta nella capitale. Ci sarebbero attivisti fermati in molte città. A Brest, l'ultimo lembo di terra francese sull'Atlantico, il municipio è stato invaso dai manifestanti. E intanto, a giudicare dall'insistenza con la quale alcune centinaia di giovani stanno cercando, per esempio a Rennes, di arrivare in un luogo simbolo della città come Place du Parlement, sembra prendere corpo l'ipotesi secondo la quale la manifestazione di oggi non terminerebbe con lo scioglimento del corteo. Nonostante i ripetuti respingimenti operati dalle forze dell'ordine, i manifestanti avrebbero intenzione di occupare la piazza, in linea con un appello che, rivela il quotidiano "Ouest-France", circolerebbe in rete con lo slogan Nuitdebout (notte in piedi). L'obiettivo sarebbe, appunto, replicare le esperienze di Occupy o degli Indignados. La situazione continua a essere tesa. Il governo francese deve decidere se ritirare il progetto di legge, aprire a ulteriori e drastiche modifiche o continuare per la sua strada, in maniera del tutto impopolare. Già ieri, a causa dell'opposizione trasversale della destra e della sinistra, il presidente Hollande aveva dovuto incassare una bruciante sconfitta sulla revisione costituzionale. Il suo gradimento è ai minimi storici, intorno al 18%, record negativo per un capo dello stato francese, mentre mancano solo 14 mesi alle elezioni .

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