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venerdì 9 marzo 2018

Cosa Rischia l’Italia tra i Dazi Usa ed Europa


In 9 anni il Belpaese ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso gli Stati Uniti, 
ma le misure protezionistiche di Trump rischiano di frenare la crescita


Se le cose dovessero precipitare, potrebbero finirci di mezzo anche i Levi’s. Per tutelare l’industria degli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha deciso di rispolverare i dazi commerciali. “Proteggo i lavoratori americani, proteggo la sicurezza nazionale“, ha detto dopo aver confermato le misure per appesantire il prezzo di acciaio e alluminio importati negli States. I dazi saranno rispettivamente del 25% e del 10% e serviranno a rendere più competitiva la produzione interna.

A eccezione di Canada e Messico, sono colpiti tutti i paesi esportatori e l’Europa è nel limbo, pronta a reagire. Bruxelles potrebbe mettere in campo “tutte le misure necessarie” per tutelare la sua industria se non dovessero arrivare aperture dall’America. E non sono escluse vendette: punire con imposte-extra alcune vere icone americane vendute nella Ue, come i popolari jeans e le Harley Davidson. Quello che viene visto come un ritorno agli anni Trenta, cambierebbe la grammatica degli scambi internazionali, ma i contraccolpi peggiori sarebbero per quelle economie che puntano forte sull’Atlantico per alimentare il loro export.

Prima fra tutte, l’Italia. Nel 2017 le esportazioni italiane hanno infranto l’ennesimo record. L’Istat calcola che siano stati venduti in tutto il mondo beni per 448 miliardi di euro, con un incasso del 7,4% superiore a quello raccolto dei dodici mesi precedenti. L’Italia ha commerciato ovunque, ma i mercati extra-Unione sono andati meglio rispetto alla media.

Anche grazie all’abilità degli imprenditori negli Stati Uniti. Nel primo anno a guida Trump, sono stati chiusi affari negli States per 40,5 miliardi di euro. Un primato che ha permesso all’Italia piazzarsi all’ottavo posto nella classifica dei paesi importatori negli Stati Uniti, scavalcando la Francia.

Quella del 2017 è una performance che non ha eguali nella storia delle relazioni commerciali tra Italia e Usa. L’interscambio complessivo ha superato i 55 miliardi di euro, ma è Roma che deve difendere con i denti questo risultato. Perché se gli imprenditori italiani riescono a vendere bene nelle città statunitensi, altrettanto bravi in Italia non sono i colleghi yankee. Come rileva l’Osservatorio economico del Mise, le importazioni in Italia dagli Stati Uniti si fermano a 15 miliardi di euro e quello che impressiona, al di là del dato assoluto, è la differenza del tasso di crescita. Dal 2009 ad oggi l’export italiano negli Stati Uniti è aumentato del 137%, contro un aumento del 58% delle importazioni dagli States in Italia, passate da 9,4 a 15 miliardi.

La bilancia commerciale, ovvero il saldo aritmetico import-export, è insomma in positivo per l’Italia. Ma se nel 2009 la differenza recitava +7,6 miliardi e nel 2014 +17,2 miliardi, nel 2017 è stata sfondata per la prima volta la quota dei 25 miliardi di incasso netto. Tutto grazie alle relazioni di fatto open con gli Stati Uniti d’America.

Ovvio che siano anche questi numeri a infastidire Donald Trump. Dall’inizio del 2018 la Casa Bianca ha deciso di provare a frenare gli scambi commerciali con l’estero. Prima ha colpito Cina e Corea del Sud – rispettivamente, primo e sesto importatore negli Usa nel 2017 – e poi ha allargato la platea ai venditori di acciaio e alluminio. Ora il pericolo è l’escalation. Le tariffe, ha promesso Trump, saranno “giuste e flessibili” e alcuni partner sono riusciti a schivare i colpi del protezionismo statunitense. Al sicuro non è (ancora) l’Europa: “Se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione reagirà in maniera proporzionata e equilibrata“, ha detto nei giorni scorsi Cecilia Malmstrom, commissario al Commercio.


Secondo alcune stime, i contro-dazi europei dovrebbero pareggiare il valore delle accise su acciaio e alluminio negli States: 2,8 miliardi di euro. Ma se Trump dovesse spingersi poi oltre, il conto diventerebbe più salato perché nel mirino finirebbe l’automotive europeo. E se fino ad ora l’Italia era stata poco più di uno spettatore interessato, così rischia di diventare un protagonista del battagliare: gli autoveicoli sono il maggior bene esportato dall’Italia verso gli Stati Uniti. Tra gennaio e ottobre del 2017, il loro valore commerciale è stato di 3,7 miliardi di euro, l’11,3% di tutto il made in Italy sbarcato negli States in quel periodo. Per rendere l’idea, il comparto vale più di medicinali e preparati farmaceutici (secondo posto, 2,2 miliardi di giro d’affari) e macchine di impiego generale (terzo gradino del podio, per 1,9 miliardi di venduto).


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mercoledì 27 aprile 2016

Stati Uniti : Crisi umanitaria negli Usa



Stati Uniti : Crisi umanitaria negli Usa: 16 milioni di famiglie senza nessuno che lavora
Se nessuno sta lavorando in una famiglia degli Stati Uniti su cinque come  può il tasso di 
disoccupazione essere vicino al 5%, come l'amministrazione Americana continua a insistere?

La verità, naturalmente, è che l'economia americana è in condizioni di gran lunga peggiori di quello che viene detto. La settimana scorsa, un'inchiesta condotta dalla Federal Reserve, e ripresa da The 
Atlantic, ha portato alla luce che negli Stati Uniti d'America il 47% della popolazione non è in grado di affrontare spese mediche impreviste. Anche solo il far ricorso al pronto soccorso diventa un problema per quasi la metà della popolazione. Questi cittadini non vi potranno accedere senza prima aver ricevuto un prestito oppure venduto qualcosa. Una situazione davvero paradossale per quella che ancora viene definita 'la terra delle opportunità', il luogo dove chiunque può realizzare 'il sogno 
americano',il 20 per cento di tutte le famiglie in America sono completamente disoccupate.

Dal Bureau of Labor Statistics ...

Nel 2015, la quota di famiglie con un membro impiegato era dell'80,3 per cento, in aumento di 0,2 punti percentuali a partire dal 2014. La probabilità di avere un familiare impiegato è aumentato nel 2015 per le famiglie nere (dal 76,4 per cento al 77,7 per cento) e per le famiglie ispaniche ( dal 85,9 per cento al 86,4 per cento). La probabilità per le famiglie bianche e asiatiche han mostrato poco o nessun cambiamento (80,1 per cento e 88,6 per cento, rispettivamente).

Ai fini di questo studio, le famiglie "sono classificate sia come famiglie sposate, coppie o famiglie gestite da donne o uomini senza coniugi presenti" ed includono
 le famiglie senza figli e bambini di età inferiore ai 18 anni.

Scavando nei numeri, troviamo che c'era un totale di 81,410,000 famiglie in America durante il 2015.

Di questo totale, 16,060,000 famiglie non hanno un singolo membro impiegato.

Questo significa che nel 19,7 per cento di tutte le famiglie negli Stati Uniti, nessuno ha un lavoro.

E naturalmente ci sono molte più le famiglie che sono "parzialmente impiegate". In altre parole, forse la moglie ha un lavoro, ma il marito no.

Quindi, sulla base di questi numeri, sembra che il vera tasso di disoccupazione in questo paese sia di 
gran lunga superiore al 5%, e secondo i calcoli di John Wiilliams di shadowstats.com il tasso reale della disoccupazione negli Stati Uniti sarebbe in realtà vicino al 22,9 per cento 
se si utilizzano numeri onesti.

Ma cerchiamo di non concentrarsi solo su dove siamo.

Diamo uno sguardo a dove stiamo andando.

Secondo Challenger, Gray & Natale, gli annunci di tagli posti di lavoro da parte delle grandi aziende 
negli Stati Uniti sono aumentati del 32 per cento durante il primo trimestre del 2016 rispetto al primo 
trimestre del 2015, e sembra che le perdite di posti di lavoro
 continueranno a salire nel secondo trimestre.  

In tutto il mondo, i fondamentali economici continuano a deteriorarsi . Negli Stati Uniti, le vendite al 
dettaglio sono state estremamente deludenti, le attività di vendita totali sono in costante calo, i ricavi 
aziendali e gli utili aziendali continuano a precipitare , e i fallimenti hanno raqggiunto il livello più alto dopo l'ultima crisi finanziaria .

Tutti questi numeri indicano che una grande crisi economica è già qui, e ogni settimana che passa le 
cose sembrano ancora più inquietanti per la seconda metà del 2016.



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