No di governo e maggioranza alla reintroduzione dell'articolo 18 nel caso di licenziamento illegittimo. Il M5S e la Lega hanno votato contro un emendamento, presentato dal deputato di Leu Guglielmo Epifani, che puntava a recepire, nel decreto Dignità all'esame della Camera, le norme cancellate dal Jobs Act approvato dal governo Renzi nella passata legislatura. L'emendamento - sul quale si erano dichiarati contro sia il governo che i relatori di maggioranza - è stato respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.
Nel presentare la ratio del provvedimento, l'ex segretario della Cgil aveva detto: "Parliamo di un tema delicato e conosciuto che va sotto la denominazione di Articolo 18. In realtà vogliamo presentare una norma per la tutela reale dei lavoratori nei casi di licenziamenti illegittimi, che il Jobs Act ha di fatto cancellato. Non vogliamo fare un atto di mera testimonianza né di propaganda ma risarcire moralmente e concretamente i lavoratori".
Poi, dopo la bocciatura, Epifani ha parlato di "un'occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici". "Per noi - ha aggiunto - la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l'art. 18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. E' bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E' necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto dl dignità non lo fa".
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"Il dibattito sull'andamento dell’occupazione ha bisogno di basarsi sui fatti e su una analisi non superficiale dei dati. È indiscutibile che, sulla base di quello che ci comunica l'ISTAT, il numero degli attuali occupati, che ha raggiunto la cifra di 23.185.000 unità, supera i livelli occupazionali pre-crisi. Il dato è positivo ma, come suggerisce giustamente Gentiloni, va trattato con prudenza. Infatti, quello che bisogna evidenziare è che, a fronte dell'aumento dell'occupazione, non si registra un corrispondente aumento delle ore lavorate. Questo significa che ci troviamo di fronte a una crescita quantitativa, ma non qualitativa". Lo dichiara Cesare Damiano, Presidente della Commissione Lavoro alla Camera. "In parole povere - prosegue - cresce il lavoro a termine, precario e frammentato insieme al part-time, che viene imposto al lavoratore come necessità organizzativa dell'impresa e non come autonoma scelta di conciliazione vita-lavoro. Sono argomenti sui quali riflettere per correggere i difetti del Jobs Act. Su due punti, in particolare, vogliamo insistere: gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato devono essere resi strutturali per dare certezze, nel tempo, alle imprese e ai lavoratori; i licenziamenti individuali e illegittimi, come è già stato fatto per quelli collettivi, devono costare di più, aumentando il numero di mensilità di risarcimento per il lavoratore". "Ci batteremo affinché nel programma del PD queste correzioni diventino una misura riformista e concreta che abbia come obiettivo, non demagogico, quello di migliorare l'occupazione di qualità", conclude.
La Cgil ha Proposto 3 Referendum abrogativi sulla riforma del lavoro, il cosiddetto jobs act, promossa dal governo di Matteo Renzi e varata con diversi provvedimenti tra il 2014 e il 2015. L’11 gennaio 2017 la corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità dei referendum che, se avessero il via libera della consulta, potrebbero svolgersi nella primavera del 2017. I referendum hanno già superato il vaglio della cassazione il 9 dicembre. A differenza del referendum costituzionale che si è svolto il 4 dicembre 2016, queste consultazioni sono abrogative e prevedono un quorum, cioè dovrà andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto perché i risultati siano validi. Ecco cosa prevedono i referendum contro il jobs act e perché se ne discute in questi giorni. I referendum sul jobs act È definito jobs act un insieme di norme sulla riforma del lavoro approvate tra il 2014 e il 2015. Tra queste ci sono il cosiddetto decreto Poletti (dal nome di Giuliano Poletti, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali) – cioè il decreto legge 34 del 20 marzo 2014 – e la legge 183 del 10 dicembre 2014, che conteneva numerose deleghe da attuare con decreti legislativi, emanati dal governo nel corso del 2015. I cardini della riforma del lavoro sono: il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’indennità di disoccupazione e l’estensione dell’uso dei voucher per la retribuzione del lavoro accessorio. Nel luglio del 2016 la Cgil, il principale sindacato italiano, ha depositato 3,3 milioni di firme per proporre tre referendum abrogativi che riguardano in particolare la modifica dell’articolo 18 e l’uso dei cosiddetti voucher (buoni lavoro). Un terzo referendum chiede di ripristinare la responsabilità in solido dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori. I tre quesiti referendari sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare: l’introduzione della carta dei diritti universali del lavoro, che è praticamente la proposta di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, messa a punto dal sindacato. 1 L’abolizione dei voucher Il primo referendum presentato dalla Cgil riguarda l’abolizione dei cosiddetti voucher, ossia la retribuzione del lavoro accessorio attraverso dei buoni. Nel quesito referendario sarà chiesto agli elettori: “Volete l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183?”. Il pagamento attraverso i voucher in alcuni tipi di lavori era stato introdotto già nel 2003 per far emergere dall’irregolarità alcune forme di lavoro occasionale come le ripetizioni o le pulizie, ma negli anni ne è stato legittimato l’uso per quasi tutti i tipi di lavoro. Il jobs act ha esteso da cinquemila a settemila euro la cifra netta che è possibile guadagnare in un anno con i voucher. Questo fattore, insieme ad altre misure del jobs act che hanno ridotto altre forme di lavoro precario, ha determinato un aumento dell’uso dei voucher da parte dei datori di lavoro. Questo incremento ha sollevato parecchie critiche perché è stato giudicato un tentativo di rendere il mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato a scapito dei lavoratori. Secondo alcuni analisti e secondo il sindacato, infatti, molti datori di lavoro usano i voucher per retribuire una parte delle ore di lavoro svolte, pagando in nero il resto delle ore. In questo modo i datori di lavoro si sottrarrebbero ai controlli e alle sanzioni. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps, l’uso di voucher è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016, mentre nei primi dieci mesi del 2015 era aumentato del 67 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014. 2 Il ripristino dell’articolo 18 Il secondo referendum proposto dalla Cgil riguarda il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè l’articolo che sancisce il diritto al reintegro da parte del lavoratore licenziato senza una giusta causa. L’articolo 18 fa parte dello statuto dei lavoratori, cioè della legge numero 300 del 20 maggio 1970, che contiene le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”. L’articolo 18, in particolare, regola i licenziamenti che avvengono senza giusta causa e ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma della ministra del lavoro Elsa Fornero, che complicava l’applicabilità della tutela del reintegro nella maggior parte dei casi di licenziamento che arrivano in tribunale. Il jobs act ha superato definitivamente l’articolo 18 e ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico in caso di licenziamento senza giusta causa. La riforma si applica ai contratti di lavoro stipulati dopo il 7 marzo 2015 e non riguarda gli statali, come chiarito da una sentenza della corte di cassazione. Il referendum della Cgil propone di abolire il decreto legislativo del 4 marzo 2015 e di fatto ripristinare l’articolo 18. 3 La responsabilità delle imprese appaltatrici Il terzo referendum chiede l’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo
10 settembre 2003, cioè il ripristino della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. Se il referendum fosse approvato sarebbe chiamato a rispondere anche il committente per eventuali violazioni compiute dall’impresa appaltatrice nei confronti del lavoratore. Di conseguenza, l’azienda che appalta sarà tenuta a esercitare un controllo più rigoroso su quella a cui affida un appalto. . I TUOI SOGNI DIVENTANO REALI OGNI DESIDERIO REALIZZATO IL TUO FUTURO ADESSO
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Jobs Act: assunzioni fasulle per intascare soldi pubblici
La denuncia dell’ufficio Entrate dell’Inps, che stima un totale di 600 milioni di euro di sgravi contributivi indebitamente percepiti nel triennio 2015-2017, segna l’ennesima debolezza della riforma del lavoro detta Jobs Act, che proprio sugli sgravi contributivi basa gran parte della sua auspicata efficienza.
O quanto meno sui numeri che periodicamente si rimpallano governo e opposizioni a proposito dei nuovi posti di lavoro.
Se al diminuire degli sgravi fiscali sono diminuite anche le assunzioni, ora si scopre che una
sbandierata assunzione ogni quindici è addirittura falsa. Circa 100mila lavoratori su un milione e mezzo assunti nel 2015 con l’esonero totale di contributi previdenziali non avevano diritto allo sgravio: le aziende coinvolte sono circa 60mila.
Il danno per le casse dello Stato non è di poco conto, perché per stessa ammissione dei funzionari
dell’Inps così si sono persi 600 milioni di euro, cioè soldi dei pensionati e dei contribuenti. Tra le
centinaia di migliaia di persone che hanno beneficiato della cosiddetta decontribuzione, ossia dello
scontro triennale da 8.500 euro l’ anno sui versamenti all’ Inps, ce ne sono circa 100 mila che non ne
avevano diritto. Le aziende hanno dichiarato di averli assunti, ma in realtà o non lo hanno fatto oppure erano già dipendenti dell’impresa che, fingendo di metterli in regola, ha ottenuto un ingiusto vantaggio.
Ma non è tutto, perchè nel mirino dell’Inps sono entrate anche le false aziende con relativi falsi
lavoratori. Posizioni create al solo scopo di usufruire delle indennità di disoccupazione, una truffa
escogitata per poter raggirare l’ istituto previdenziale, con un danno stimato in 160 milioni. Anche questa volta a danno dei pensionati e dei contribuenti.
"Il boom di contratti a dicembre è spiegato perché scadeva il bonus tramite cui le aziende per tre anni
non pagano i contributi dei neo assunti".
A lanciare l’allarme sul mancato successo del Jobs act è stato il giuslavorista Michele Tiraboschi.
Per l’esperto di lavoro, occorre fare “attenzione”, perché l’attuale mercato del lavoro sarebbe “dopato dalla decontribuzione” e “fra tre anni avremo un incremento dei licenziamenti.
Anche la Corte dei Conti ha lanciato l'allarme”.
Anche a proposito del programma ‘Garanzia giovani’, Tiraboschi è stato severo.
"È un fallimento. Non lo dico io, ma i numeri".
Così "I numeri ci dicono che solo a un giovane su quattro è stata erogata una misura concreta. E
appena nel 3,7% si è trattato di un contratto di lavoro".
"Garanzia giovani – ha continuato il giuslavorista - è l'antipasto delle politiche attive del Jobs act. Era il primo banco di prova per vedere la tenuta della riforma ed è un flop. Ci sono molti iscritti, perché i
ragazzi ci credono, illusi dalla parola 'garanzia'. Ma la verità è che uno su quattro non ha nemmeno
ricevuto risposta: se questo è l'anticipo delle politiche sul lavoro, il Jobs act fallirà".
"Se il programma Garanzia giovani verrà rifinanziato, bisognerà imparare dagli errori commessi.
Servirebbe un intervento autorevole delle istituzioni europee. Bruxelles dovrebbe darci un cartellino
giallo e vigilare che gli sprechi non si ripetano", ha concluso Tiraboschi.
Scioperi in tutto il Paese. Bloccati porti e scuole, disagi negli aeroporti, chiusa la Tour Eiffel. 650 chilometri di code.
Centinaia di migliaia di persone, più di un milione secondo gli organizzatori, hanno invaso oggi le piazze francesi contro la riforma del codice del lavoro, conosciuta anche come legge El-Khomri. Il progetto di legge, partorito dalla giovane ministra del lavoro dalla quale prende il nome, ha mobilitato ancora una volta (la quarta in un mese) lavoratori, studenti universitari e liceali in più di 260 città d'oltralpe. Con orari e modalità diverse, il paese è stato scosso dalle iniziative di protesta che si sono saldate con lo sciopero dei lavoratori dei trasporti. L'appello a manifestare era partito dai sindacati CGT e Force Ouvrière, che già promettono nuove iniziative per il 9 aprile prossimo. Secondo gli organizzatori, la mobilitazione generale di oggi avrebbe superato di gran lunga, per numero di partecipanti, quella del 9 marzo scorso, quando, a sfilare per le strade era stato un numero che variava da 240.000 (secondo le autorità) a 500.000 secondo le organizzazioni sindacali.
Mentre il progetto di riforma, pur rimaneggiato, è in commissione all'Assemblea Nazionale, i sindacati chiedono, sic et simpliciter, il ritiro dell'intero progetto di legge, colpevole di produrre una drastica diminuzione dei diritti dei lavoratori. Nonostante le modifiche, infatti, la legge El-Khomri continua a sembrare troppo sbilanciata in favore della parte datoriale, in particolare per quel che riguarda i licenziamenti e le ore di lavoro straordinario che, di fatto, come più volte sottolineato, svuoterebbero il potere contrattuale dei salariati.
A Parigi, dove il corteo era previsto per il primo pomeriggio, si sono verificati momenti di tensione. Anche nelle mobilitazioni che si sono tenute in mattinata, non sono mancati gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine, soprattutto nel nord-ovest del paese, a Rennes e a Nantes, in particolare. Ai lanci di pietre, gli agenti hanno risposto con i lacrimogeni. La tensione era, a tratti, altissima, anche a causa del video, diffuso nei giorni scorsi, nel quale si denunciava la violenta repressione degli agenti di polizia su un adolescente, che partecipava a una protesta nella capitale. Ci sarebbero attivisti fermati in molte città. A Brest, l'ultimo lembo di terra francese sull'Atlantico, il municipio è stato invaso dai manifestanti. E intanto, a giudicare dall'insistenza con la quale alcune centinaia di giovani stanno cercando, per esempio a Rennes, di arrivare in un luogo simbolo della città come Place du Parlement, sembra prendere corpo l'ipotesi secondo la quale la manifestazione di oggi non terminerebbe con lo scioglimento del corteo. Nonostante i ripetuti respingimenti operati dalle forze dell'ordine, i manifestanti avrebbero intenzione di occupare la piazza, in linea con un appello che, rivela il quotidiano "Ouest-France", circolerebbe in rete con lo slogan Nuitdebout (notte in piedi). L'obiettivo sarebbe, appunto, replicare le esperienze di Occupy o degli Indignados. La situazione continua a essere tesa. Il governo francese deve decidere se ritirare il progetto di legge, aprire a ulteriori e drastiche modifiche o continuare per la sua strada, in maniera del tutto impopolare. Già ieri, a causa dell'opposizione trasversale della destra e della sinistra, il presidente Hollande aveva dovuto incassare una bruciante sconfitta sulla revisione costituzionale. Il suo gradimento è ai minimi storici, intorno al 18%, record negativo per un capo dello stato francese, mentre mancano solo 14 mesi alle elezioni .
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato dell’Unione Sindacale di Base. – E’ in atto una campagna
mediatica sia a livello televisivo che di stampa, tesa a promuovere il Jobs Act quale strumento di
stabilizzazione del lavoro; anche sui locali giornali web, infatti , sono apparsi comunicati come ad
esempio quello di Federlazio di qualche giorno fa, che affermerebbero che questo provvedimento
varato dal governo Renzi avrebbe incrementato le assunzioni a tempo indeterminato.
Spiace andare contro tendenza ma la nostra opinione è tutt’altra: attraverso questa riforma del lavoro, il contratto a tempo indeterminato ha cessato di esistere.
Premesso che, anche sotto il profilo dei numeri, il campanello d’allarme arriva dall’Istat per quanto
riguarda i rapporti di lavoro a tempo indeterminato che, nonostante gli incentivi, cominciano a dare
segnali di rallentamento (nel trimestre agosto-ottobre 2015 , infatti, i lavoratori con contratto
permanente risultano 32 mila in meno, mentre i lavoratori a termine 87 mila in più), noi vogliamo
riflettere sullo svuotamento del significato di “contratto a tempo indeterminato”.
Con la definitiva abolizione dell’art. 18, contenuta n el Jobs Act, infatti, il datore di lavoro può licenziare senza giustificato motivo, in quanto non è più previsto il reintegro nel posto di lavoro nel caso in cui il giudice stabilisca che il licenziamento è illegittimo. Se, poi , a questo aggiungiamo gli sgravi contributivi che il governo ha concesso alle imprese tramite la Legge di Stabilità,
il quadro è completo: le imprese assumono beneficiando degli sgravi contributivi, sapendo che possono licenziare in qualsiasi momento.
Primi esempi di “licenziati a tutele crescenti” ci risultano essere stati tre operai della cartiera Pigna
Envelopes di Tolmezzo, assunti a marzo con il contratto a tempo indeterminato introdotto dal Jobs Act , dopo soli otto mesi l’azienda li ha lasciati a casa. Eppure la Società ci risulta abbia potuto beneficiare dei generosi incentivi che
esonerano il datore di lavoro dal pagamento dei contributi per tre anni”.
Possiamo capire così come il governo ne faccia un suo cavallo di battaglia e, soprattutto, perché i
suoi fidi alfieri, che di certo non sono i lavoratori ma le parti datoriali e le imprese, difendano
appassionatamente questa riforma.
L’abolizione dell’art. 18 e l’introduzione del contratto a tutele crescenti, che vuol dire zero tutele per un lungo periodo lavorativo e la decontribuzione per le aziende per i primi tre anni, stanno creando un turnover di precari nelle imprese senza alcuna possibilità reale di stabilizzazione,
una sorta di caporalato legalizzato.
Sta avvenendo, e i fatti ce lo confermano, che molti contratti a tempo determinato vengono sostituiti con quelli a tempo indeterminato soltanto perché le aziende beneficiano di questi sgravi contributivi ma i lavoratori sono condannati ad un precariato a vita ed i licenziamenti non riguarderanno più vere crisi aziendali o negligenze del dipendente, bensì periodici ricambi di forza lavoro che darà diritto a nuovi sgravi alle imprese.
Nella bieca giustificazione che abbia rappresentato un ostacolo alle assunzioni, è stata compiuta
attraverso il Jobs Act , la reale devastazione del diritto fondamentale del lavoro e, ancor peggio, è stato messo in atto un infame tentativo di mettere padri contro i figli , generazione contro generazione, facendo passare per privilegi quei sacrosanti diritti (come il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo) che delineano il confine tra dignità e schiavitu' .
Un milione di persone sono scese in piazza In Francia per protestare contro la riforma del lavoro che in Italia e’ stata approvata senza che si muovesse foglia. I francesi e’ noto che sono un osso duro la loro storia gli fa onore,per l’Elite imporre riforme liberiste sara’ dura.Ci sono stati scontri con la polizia che ha usato spray urticanti e cariche per disperdere i manifestanti.
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Il mantra ripetuto dal Governo riguardo all'aumento delle nuove assunzioni dall'introduzione del Jobs Act, si può dire concluso. Era evidente a tutti che l'aumento dei contratti a tempo "indeterminato" non era nient'altro che una bolla generata dagli sgravi sulla contribuzione che hanno affiancato il contratto a tutele crescenti. I dati dell'Inps dimostrano che il fattore determinante non sia stato tanto il Jobs Act (che pure ha influito in parte) quanto il risparmio di 8 mila euro all'anno per tre anni a beneficio delle imprese, che avessero assunto entro dicembre del 2015 oppure trasformato il contratto a tempo determinato con "l'indeterminato".
Infatti se confrontiamo il mese di gennaio del 2016 con lo stesso mese dell'anno scorso, notiamo come dai 176.239 contratti attivati del 2015 si passi ai 106.697 del 2016. Al calar degli sgravi le assunzioni hanno subito una frenata non di poco conto, evidentemente sono determinanti le nuove disposizioni entrate in vigore nel nuovo anno. Se prima la decontribuzione era triennale e al 100% (costo fino ad oggi per lo stato 12 miliardi di euro) oggi si è scesi a due anni,
con una decontribuzione pari al 40%.
Dati alla mano il calo delle assunzioni è lampante, così come lo sono anche le trasformazioni da tempo determinato a tempo "indeterminato", passate da 43.445 del genn. 2015 ai 41.221 del genn. 2016, anch'esse sbandierate come nuove assunzioni da Renzi. Altro dato sventolato da un Premier
perennemente in campagna elettorale sono i 764 mila contratti stabili del 2015 grazie al Jobs Act, dove in realtà il dato riguarda la somma fra il numero delle trasformazioni (578mila) e il saldo fra assunzioni e cessazioni (186mila). Resterebbe il saldo di 186mila contratti stabili in più, miseri numeri dettati dalla decontribuzione più che dal contratto a tutele crescenti, alla faccia dell'euforia renziana e del Ministro Poletti, compresi quei giornali che hanno sostenuto l'attacco all'art. 18.
Anche il tasso dell'occupazione precaria ha raggiunto il massimo storico lo scorso anno,+14%. Questo aumento registrato dall'Istat si spiega con l'esplosione delle assunzioni a tempo determinato, che a sua volta potrebbe essere stato favorito dal decreto Poletti del marzo 2014. Decreto che liberalizzava le assunzioni a termine, permettendo molteplici rinnovi, una misura opposta a quella del Jobs Act, perché incentiva le assunzioni a tempo determinato. Alla formazione di posti di lavoro a tempo "indeterminati" si è affiancata una formazione di posti di lavoro precari, di cui si ha meno voglia di parlare, che nel 2015 ha avuto un saldo di 420 mila contratti. Pare che il test decisivo, o meglio la pietra tombale", saranno i dati sul primo trimestre 2016 che usciranno a maggio, allora si vedrà quanto sia stata grande la bolla occupazionale generata dalla decontribuzione.
Un dato che invece segna sempre un aumento progressivo è quello sull'utilizzo dei voucher, a gennaio ne sono stati venduti oltre 9 milioni, contro i 6,7 del 2015 (+36,4%) e i 4 milioni del 2014.
Nuova forma di sfruttamento legalizzata. Altro che "Italia che svolta", qui il paese sta sempre rimanendo al palo. La questione lavoro, precarietà e disoccupazione rimane centrale all'interno dei percorsi di lotta, anche in vista del primo maggio.
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Siamo partiti il 13 maggio, quando a un seminario sulle riforme elettorali e costituzionali abbiamo lanciato i referendum sull’Italicum, iniziando a parlarne con diversi soggetti politici e associazioni per condividere il percorso sin dall’inizio.
Immediatamente abbiamo ritenuto di unire ai referendum in materia elettorale, con i quali puntiamo soprattutto ad aprire la strada a una legge di stampo maggioritario che riteniamo la più coerente con una scelta di governo da parte dei cittadini, altri quesiti sui provvedimenti più miopi che abbiamo visto approvare – sempre con strappi e forzature – negli ultimi mesi da una maggioranza raccogliticcia, ormai del tutto separata dal rapporto con gli elettori.
Abbiamo quindi ripreso la questione delle grandi opere (che hanno portato tanti sprechi e corruzione) e delle trivellazioni rinvigorite dallo “sblocca-Italia” e su questo abbiamo elaborato – con la collaborazione di Green Italia e di alcuni esperti – tre quesiti (su uno dei quali c’è anche piena convergenza con l’iniziativa delle Regioni), a conferma che per noi l’ambiente non è l’ultimo capitoletto da aggiungere – come da tradizione italiana – in fondo al programma, ma è la chiave per una riconversione ecologica dell’economia e quindi per lo sviluppo.
Ci siamo concentrati anche sul jobs act, che contiene regole addirittura in contrasto con il programma con cui lo stesso PD si è presentato alle elezioni, ottenendo anche il premio di maggioranza, e quindi sulla cui base i suoi parlamentari sono stati eletti. Non c’era certo bisogno – tanto più dopo gli interventi della Fornero – di indebolire ancora la tutela dei lavoratori dai licenziamenti illegittimi (sottolineiamo che il provvedimento vuole proteggere non chi licenzia, ma chi lo fa illegittimamente, il che pare davvero troppo). Né era pensabile che si arrivasse a poter stabilire il demansionamento dei lavoratori per mere esigenze di riorganizzazione aziendale.
Ultima, ma non per ultima, la riforma della scuola. Non più la scuola di una comunità di studenti e di insegnanti, realmente “aperta a tutti” – come dice la Costituzione – e quindi strumento per superare le disuguaglianze, ma una “scuola del preside-manager”, con un occhio (o anche tutti e due) di riguardo per le scuole dei quartieri alti. Il rovesciamento, in pratica, del disegno costituzionale.
Ecco, questo il quadro – che disegna nel merito un programma alternativo e partecipato, secondo l’impostazione di Possibile e i principi del Patto repubblicano – che potete chiarirvi ulteriormente guardando i quesiti qui. Sono quesiti che abbiamo elaborato con le nostre forze e il contributo di alcuni esperti, sempre con un lavoro artigiano e volontario, ma anche attento e generoso. Li mettiamo a disposizione di tutti, per una valutazione di merito, pronti ad accogliere i suggerimenti e le osservazioni che verranno.
Non abbiamo potuto iniziare prima perché attendevamo la riforma della scuola, come ci era stato da più parti chiesto e suggerito. Ma ora abbiamo pochi giorni. Questa settimana, infatti, dobbiamo presentarli in Corte di Cassazione per avviare il percorso. Il lungo e faticoso percorso che, chiudendo la raccolta delle 500.000 firme il 30 settembre, ci potrà portare a votare nella primavera 2016.
Mancando questo obiettivo e questa tempistica i referendum rischiano seriamente di perdersi. Il voto nel 2017, che alcuni ci hanno prospettato anche con insistenza, che si renderebbe necessario se entro il 30 settembre le firme necessarie non fossero raccolte, sarebbe a forte rischio in caso di fine anticipata della legislatura e in ogni caso farebbe sì che questi brutti provvedimenti dispiegassero e consolidassero i propri effetti sulla pelle dei cittadini. Quei cittadini che noi vogliamo si pronuncino direttamente su questioni mai sottoposte loro, in nessun programma elettorale (neppure di quelle primarie da cui – caso unico al mondo – è direttamente nato un governo, senza passare attraverso elezioni vere e proprie).
Attendiamo tutti i riscontri possibili. Siamo pronti a partire.
Landini lancia la coalizione sociale: il successo richiede un nuovo protagonismo dal basso
il segretario della Fiom ha fatto sapere che “la proposta di una coalizione sociale non è di un singolo, ma è stata votata dall’assemblea Fiom di Cervia, alla presenza di un rappresentante della segreteria nazionale della Cgil”
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Finalmente
Da quando Renzi ha modificato radicalmente natura, identità e contenuti al Pd (che già, anche prima del suo avvento certo non brillava per assumere sempre posizioni progressiste: anzi!) riducendolo ad un Ogm e facendolo diventare tutt’altro e ben altro che un partito di sinistra, nella società italiana, e soprattutto nel mondo del lavoro, si è aperto un vuoto che nessuno finora ha saputo colmare.
Milioni e milioni di persone non hanno voce e non trovano rappresentanza.
Il loro sentire politico e sociale coincide grosso modo con le posizioni parlamentari di Sel ma questa corrispondenza per la gran parte di loro, stando ai sondaggi, non si è tradotta in una vera e propria intenzione di voto.
Dinanzi a questo vuoto, allo smarrimento per l’assurda deriva che Renzi ha imposto al Pd e per il balbettìo inconcludente della cosiddetta minoranza interna incapace di portare avanti una linea coerente con i valori e lo statuto stesso del partito, Landini ha suscitato speranze, aspettative, progetti.
Ora la sua iniziativa incoraggia queste speranze anche perché sembra convincente la rotta suggerita: non un partito, ma una coalizione sociale.
Ma il successo dell’impresa richiede che i milioni di cittadini che guardano con interesse e sintonia alle battaglie portate avanti da Landini per il lavoro, i diritti, la giustizia sociale, ben al di là del recinto proprio del terreno propriamente sindacale, non aspettino che qualcuno li chiami dentro un nuovo partito. Questo non può e non deve avvenire.
Si tratta di affermare un protagonismo dal basso che metta in campo, attraverso le battaglia concrete per la qualità della vita delle persone, una nuova soggettività politica. A questo punto, nel vuoto di sinistra che il Pd renziano ha determinato, questa forza avrebbe grandissime potenzialità.
Ma occorre che siano i cittadini a muoversi, a crederci, a costruire dal basso questa nuova realtà.
E ciò, dopo decenni di partiti personali e di sigle confezionate da un capo per misurare la sua forza attraverso i numeri del gregge al seguito, sarebbe la vera grande rivoluzione di cui l’Italia ha bisogno.
Domani una riunione nella sede della Fiom con una cinquantina di associazioni impegnate nel sociale e nel territorio, il 28 marzo una manifestazione darà corpo e visibilità al progetto.
La rotta da seguire è quella di Syriza (nata proprio come coalizione sociale di gruppi e realtà di mutuo soccorso) e dei movimenti spagnoli Podemos e Ganemos (Possiamo e Vinciamo) il primo dei quali, secondo i sondaggi, vincerà le prossime elezioni di novembre (come Syriza ha fatto in Grecia) conquistando il governo, attualmente in mano al centrodestra.
Podemos è nata appena un anno fa. Se in così poco tempo è cresciuta così tanto, si deve al fatto che le sue istanze, presenti nella società, erano totalmente assenti nella classe politica e nelle strutture organizzate.
La stessa cosa dovrebbe fare la coalizione di Landini con un programma politico che è già nelle cose: un nuovo Statuto dei lavoratori dopo il renziano Jobs Act, politiche di redistribuzione della ricchezza dalla speculazione e dalla rendita finanziaria alla produzione e al lavoro, dai ceti più ricchi a quelli medio-bassi, politiche per il lavoro, lo sviluppo, gli investimenti, l’innovazione, la ricerca, la messa in sicurezza del territorio, l’economia verde.
Maurizio Landini : "Non voglio creare un partito e non esco dal sindacato ma il sindacato deve fare politica"
Il segretario della Fiom parla di «Coalizione Sociale» e della necessità del sindacato di cambiare per riaggregare il mondo del lavoro. E non manca un riferimento a Renzi: «Sta dividendo il lavoro, hanno toccato l'art 18, abbiamo fatto delle manifestazioni anche riuscite ma lui se ne è strabattuto»
Fare politica, sì, ma uscendo dagli schemi tradizionali. All'indomani del lancio della sua "Coalizione sociale" Maurizio Landini a "In 1/2 h" torna a ripetere che la sua intenzione non è quella di creare una nuova formazione: "Io non voglio fare un partito né uscire dal sindacato ma il sindacato deve essere un soggetto politico, deve discutere alla pari", ha spiegato. "Chi è in mala fede tenta di descrivere questa iniziativa dentro la logica politica di adesso", ha sottolineato il leader Fiom che ha voluto rimarcare: "Io non sto dentro il perimetro che vuole qualcun altro perchè io e lavoratori il paese lo vogliamo cambiare più di Renzi".
Landini ha detto che "la nostra iniziativa sta dentro la strategia della Cgil" e Susanna Camusso ne è informata: "Con Camusso sono tre mesi che stiamo parlando alla luce del sole. Siamo insieme nella battaglia contro il Jobs act e per un nuovo statuto di tutti i lavoratori". Per Landini serve "una riforma del sindacato" e quindi "anche della Cgil. Il sindacato deve cambiare, siamo di fronte a una situazione differente" dopo la cancellazione dei diritti dei lavoratori e "dobbiamo fare i conti con il problema della crisi della politica".
Le parole di Maurizio Landini sono però di fatto smentite dalla Cgil. Il portavoce del sindacato precisa che "né il segretario generale della Cgil né la Segreteria della Cgil, sono stati informati della riunione di ieri della Fiom in cui si è discusso della formazione di una "coalizione sociale" e, tantomeno, ha espresso "appoggio" a quel progetto".
Il segretario Fiom non ha risparmiato attacchi al presidente del Consiglio e al suo governo: "Io non giro blindato, parlo con le Persone. La gente si sente sola, non rappresentata e non è in grado di organizzarsi per dire la sua. Non è vero che il governo ha il consenso, sono balle". Tanto è vero che "le decisioni che sta prendendo se le fa votare in in parlamento con la fiducia. Il governo non è andato dai giovani, dai precari e dai dipendenti per sapere se erano d'accordo sul togliere lo statuto dei lavoratori. Non ci va".
Il problema principale, per Landini, è arrestare l'erosione di diritti a cui avrebbe contribuito anche il Partito democratico: "Per la prima volta dal dopoguerra a oggi, per legge, stanno cancellando i diritti e modificando i rapporti di forza. Confindustria e una parte consistente degli imprenditori, con Renzi - ha attaccato il segretario Fiom -, stanno operando per cancellare ogni vincolo sociale e stanno cancellando i diritti".
Nasce la “coalizione sociale” di Maurizio Landini
Una “coalizione sociale” per rispondere a quella «domanda di giustizia sociale ora inascolta e senza rappresentanza». È questa l’azione intrapresa oggi dal leader della Fiom Maurizio Landini che apre ufficialmente il “cantiere” di una coalizione alternativa alle realtà politiche esistenti in Italia.
LA LETTERA-INVITO DI LANDINI -
L’azione di Maurizio Landini arriva al termine di mesi di incontri e dibattiti, accompagnati da critiche e polemiche, nel corso di un’assemblea convocata a Roma, nell’ex palazzo dell’Flm, che vuole essere insieme un momento di riflessione e un atto fondativo, «per dibattere in modo libero e aperto», come si legge nella lettera che lo stesso leader della Fiom ha distribuito all’incontro di Roma e a quello di Trieste. Un’assemblea, quella di oggi, che prepara anche la manifestazione del 28 marzo a Roma contro il Jobs Act e la partecipazione del sindacato a quella organizzata da Libera a Bologna, il 21 marzo, contro le mafie.
LANDINI: «LA POLITICA NON È PROPRIETÀ PRIVATA» -
Una coalizione sociale che nasce, spiega ancora Landini, da una certezza, «che la politica non è proprietà privata» e da due assunti, «la fine del lavoro» e quello secondo cui «la società non esiste, esistono solo gli individui e il potere che li governa» con cui è stato creato «lo spettro di un futuro già presente con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa» e che sta scatenando «una guerra tra poveri». Per questo, scrive ancora Landini, «serve superare le divisioni, il frazionamento, le solitudini collettive e individuali e coalizzarsi insieme». È questo, «lo spirito innovativo” su cui si fonderà la nuova coalizione sociale, «indipendente e autonoma», puntualizza ancora, per la quale, sabato, potrà già essere possibile «individuare punti di programma condivisi» per una «visione nuova del lavoro, della cittadinanza, del welfare e della società».
«LE POLITICHE DELLA TROIKA METTONO IN DISCUSSIONE LE DEMOCRAZIE» -
«La politica non è proprietà privata – si legge nella lettera inviata da Landini – Questo convincimento deriva dalla nostra Costituzione che promuove esplicitamente la partecipazione alla vita pubblica e sostanzia la democrazia con la centralità della cittadinanza». Non manca nemmeno uno sguardo all’Europa: «Le politiche della Commissione Ue e della troika – aggiunge – Anche in Italia mettono in discussione la democrazie».
Presenti all’evento promosso da Landini diverse associazioni, tra cui Arci, Giustizia e Libertà, Libera e Articolo 21, oltre che a rappresentati delle categorie professionali come avvocati, farmacisti e dottorandi. Presente anche, riporta l’Ansa,
anche l’ex senatrice del Movimento 5 Stelle Maria Mussini.
In diecimila al corteo Fiom di Palermo. Landini: "Contro il Jobs act pronti al ricorso in Europa"
Anche dalla Fiom arriva la conferma che il Jobs act potrebbe essere fermato attraverso un ricorso alla Corte di giustizia europea in base alla Carta di Nizza. "Metteremo in campo qualsiasi iniziativa giuridica nei confronti dell'Europa, perché quelle regole - ha detto il leader della Fiom Maurizio Landini a Palermo nel corso del comizio di chiusura della manifestazione legata allo sciopero generale di settore - sono contro la Carta dei diritti europei, la Carta di Nizza. Stiamo valutando come procedere. Vogliamo che le leggi e le costituzioni vadano rispettate. Non ci fermiamo davanti a un provvedimento sbagliato voluto dal governo e votato dal Parlamento". Quella di Palermo è stata la quarta manifestazione nazionale - dopo Milano, Napoli e Cagliari- nell'ambito dello sciopero generale del settore contro le politiche economiche e la riforma del mercato del lavoro del governo Renzi e "contro la riduzione dei diritti, dei salari e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro".
In Sicilia dal 2008 a oggi i settori privati hanno perso 200 mila posti di lavoro e il 40 per cento delle attivita' manufatturiere sono sparite. "Oggi -ha detto Roberto Mastrosimone, segretario regionale della Fiom - la Sicilia e' in ginocchio e le politiche dei governi nazionale e regionale sono contro i giovani, i lavoratori e i disoccupati, che oggi sono scesi in piazza per chiedere un vero cambio di rotta". Il corteo con Landini in testa, si e' mosso da piazza Croci lungo via Liberta' verso piazza Verdi. Secondo gli organizzatori, vi hanno partecipato circa diecimila persone. Anche moltissimi studenti medi e universitari sono in piazza a fianco degli operai della Fincantieri, dell'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, della Keller, di Ansaldo Breda, di Accenture e della St-Microelettronics di Catania. Almeno una quindicina i pullman che hanno portato a Palermo manifestanti da varie citta' della regione. "Nella legge di stabilita' -ha continuato Mastrosimone- non c'e' un solo euro per lo sviluppo e i provvedimenti che riguardano il mercato del lavoro rendono i lavoratori piu' precari e non danno prospettive ai giovani. La misura e' colma e la politica di annunci di Crocetta non ha prodotto nessun risultato fino ad ora. Vogliamo un cambio di rotta e al governatore diciamo basta con i rimpasti e rimpastini, servono politiche di sviluppo per il rilancio della
Sicilia".
LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO RENZI È UN INCUBO PER LAVORATORI, DISOCCUPATI E PENSIONATI E UN SOGNO REALIZZATO PER IL PADRONATO.
Jobs act = Bad jobs - Piano per il lavoro ovvero lavori inesistenti o scadenti.
Il governo vende un piano per il lavoro che non avrà effetti sul piano occupazionale ma produrrà solo più precarietà e cancellerà le residue tutele. In contemporanea, la legge di stabilita 2015 taglia di 15 miliardi di spesa pubblica riducendo ancor più occupazione, servizi e redditi dei ceti popolari.
Milano, L.go Cairoli ore 9,30.
Roma, Piazza Della Repubblica ore 9,30
Torino, Piazza Arbarello ore 10,00
Firenze, Piazza Puccini ore 9,30
Palermo, Piazza Politeama ore 9,30
Il governo realizza invece il sogno dei padroni: lavoratori sempre più asserviti e meno tasse; questa volta si vedono cancellati i contributi per tre anni ai nuovi assunti e ridotta di 6,5 miliardi l’irap.
La disoccupazione è e resterà alta e altissima quella giovanile, perché è in crisi il modello di sviluppo basato sugli interessi del capitale, e perché gli investimenti pubblici da tempo sono in caduta libera.
#SCIOPERIAMOEXPO – ANCHE A MILANO INCROCIAMO LE BRACCIA, INCROCIAMO LE LOTTE.
Laboratorio Milanese
Venerdì 14 novembre sciopero sociale precario nazionale per fermare Jobs Act, austerità, piano casa, legge di Stabilità, decreto Sblocca Italia, contro “la ‘Buona Scuola’ di Renzi e l’entrata dei privati nei luoghi della formazione”.
A Milano l’opposizione sociale organizza la protesta lanciando l’appello #ScioperiamoExpo: il mega-evento finanziato con miliardi sottratti alla risorse collettive, sostenuto da manodopera gratuita, sottopagata e sfruttata...
L'emergenza lavoro in Italia continua ad essere un problema all'ordine del giorno. Secondo l'Istat, il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2014 raggiunge il 13,6%, in più dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Si tratta, in base a confronti annui, di un massimo storico, ovvero del valore più alto dall'inizio delle serie trimestrali, partite nel 1977.
Grave anche il livello dei senza lavoro tra i giovani (tra i 15 e i 24 anni), che sale al 46,0%. Passando ai dati destagionalizzati e più aggiornati, forniti sempre dall'Istat (non comparabili con i dati trimestrali grezzi), il tasso di disoccupazione dei giovani under25 ad aprile è al 43,3%. Anche in questo caso si tratta di un massimo storico.
Nel primo trimestre del 2014 il numero delle persone disoccupate sfiora i 3,5 milioni, salendo precisamente a 3 milioni 487mila (in aumento di 212mila su base annua).
Il tasso di disoccupazione ad aprile risulta pari al 12,6%, stabile rispetto a marzo, ma in aumento di 0,6 punti su base annua.
Il dato tocca il suo picco nel Mezzogiorno, dove vola al 21,7% nel primo trimestre del 2014 (dati non destagionalizzati). E tra i giovani (15-24 anni) raggiunge addirittura il 60,9%. Sono 347mila i ragazzi in cerca di lavoro nel Sud, pari al 14,5% della popolazione in questa fascia d'età.
Sono invece 2,5 milioni gli under 30 che non studiano e non lavorano (+4,8%). I ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet, sono saliti a 2 milioni 442mila nel primo trimestre del 2014. Rispetto all'anno precedente sono cresciuti di 113mila unità (+4,8%). Tra i Neet si ritrovano i giovani disoccupati under 30, nonché gli inattivi, con molti scoraggiati, ovvero ragazzi che si sono rassegnati a stare fuori dal mercato del lavoro. Non mancano tra loro anche le mamme.
La sintesi del nuovo modello di società che ci aspetta si regge su tre pilastri: debito, cemento e precarietà in quantità sempre crescenti, e di questo Expo e le grandi opere diventano volano e simbolo, attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche per profitti privati.
Quartieri militarizzati per proteggere i cantieri; risorse, territorio, diritti sacrificati alle logiche del megaevento; lavoro gratuito spacciato per opportunità; una città sempre più vetrina, tra sgomberi, speculazioni e spartizioni; mafie che proliferano; dispositivi di governo del territorio e procedure speciali che diventano norma e modello su scala più ampia; corporations del biotech, OGM e marchi globali del cibo spazzatura, grande distribuzione e Eataly, questa la tragicomica marmellata con cui nutrire il Pianeta; numeri sparati a caso su benefici, turisti, biglietti venduti a fronte della concreta realtà di tagli, tasse e beni comuni scippati o privatizzati.
Perchè scioperiamo Expo?
1. Perché dei 70’000 posti di lavoro promessi, ne sono stati attivati quasi 1’000, compresi gli stage formativi. Non è stato in alcun modo preso in considerazione il contratto a tempo indeterminato e svuotato quello a termine dei suoi diritti (impossibilità di scioperare per tutta la durata dell’esposizione che coincide con i mesi di presidenza italiana dell’Unione Europea). Sfruttando il contesto della crisi viene proposto il precariato come unica via per l’ eccezionalità dell’ evento anche oltre la durata dello stesso.
2. Perché avrebbero dovuto essere impiegati 18’500 volontari solo per la gestione del sito di Expo, poi ridotti a 7’000, anche se non si sa chi svolgerà il lavoro delle 10’000 persone che sono state giudicate non necessarie. Sicuramente non sono stati diminuiti i numeri dei volontari per aumentare quello dei lavoratori a contratto. La campagna di reclutamento di giovani è basata sul concetto dell’ ampliamento del curriculum e delle capacità lavorative e ha come fine il rendere possibile la “conoscenza e fruizione del patrimonio sociale, culturale e civile della città ospitante” da parte dell’ affluenza di stranieri.
3. Perché Expo nella sua globalità costerà 1,3 miliardi di soldi pubblici, che arriveranno a 10 miliardi se consideriamo autostrade (pedemontana) e opere collegate (vie d’acqua), oltre alla manutenzione della stessa città.
4. Per la corruzione presente negli alti ranghi dirigenziali di Expo spa che ha dato il via ad una ventina di arresti per tangenti e alla segnalazione di più di 40 imprese implicate con mafia.
5. Per la gestione emergenziale dell’ evento a discapito dei diritti, tra cui la possibilità di muoversi al di fuori dei protocolli sindacali e la possibilità per i paesi stranieri di non rispettare la legislazione italiana all’ interno dei padiglioni.
6. Per l’uso del Commissario unico, con poteri speciali (che possono eludere la normale legislazione giocando sullo stato di emergenza) alla sovraintendenza del mega-evento. Una delle politiche al centro del decreto “sblocca Italia” di Renzi.
8. Perché la retorica del’Esposizione esalta il modello del successo e dell’iniziativa individuale rappresentato da start-up, microimprese e sacrifici. Salario, diritti e dimensione collettiva non sono più elementi costitutivi del lavoro.
9. Perché anche questo megaevento diventa canale comunicativo per riaffermare la dicotomia di genere, funzionale ad un sistema di crisi. Si normalizzano corpi, identità, favolosità, al solo scopo di creare fette di mercato “pink”, invece che decostruire ruoli ed identità statiche.
10. Perché dietro lo slogan vuoto “nutrire il pianeta” si confermano quelle politiche agroalimentari che negano accesso al cibo e all’acqua, impongono modelli alimentari utili solo alle multinazionali, tra i primi sponsor dei sei mesi dell’evento Expo 2015.
Il prossimo 14 novembre incrociamo le braccia, incrociamo le lotte: sciopero sociale, scioperiamo Expo.