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venerdì 3 agosto 2018

DL Dignità: Bocciato Ripristino art. 18

No di governo e maggioranza alla reintroduzione dell'articolo 18 nel caso di licenziamento illegittimo. Il M5S e la Lega hanno votato contro un emendamento, presentato dal deputato di Leu Guglielmo Epifani, che puntava a recepire, nel decreto Dignità all'esame della Camera, le norme cancellate dal Jobs Act


No di governo e maggioranza alla reintroduzione dell'articolo 18 nel caso di licenziamento illegittimo. Il M5S e la Lega hanno votato contro un emendamento, presentato dal deputato di Leu Guglielmo Epifani, che puntava a recepire, nel decreto Dignità all'esame della Camera, le norme cancellate dal Jobs Act approvato dal governo Renzi nella passata legislatura. L'emendamento - sul quale si erano dichiarati contro sia il governo che i relatori di maggioranza - è stato respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.

Nel presentare la ratio del provvedimento, l'ex segretario della Cgil aveva detto: "Parliamo di un tema delicato e conosciuto che va sotto la denominazione di Articolo 18. In realtà vogliamo presentare una norma per la tutela reale dei lavoratori nei casi di licenziamenti illegittimi, che il Jobs Act ha di fatto cancellato. Non vogliamo fare un atto di mera testimonianza né di propaganda ma risarcire moralmente e concretamente i lavoratori".

Poi, dopo la bocciatura, Epifani ha parlato di "un'occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici". "Per noi - ha aggiunto - la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l'art. 18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. E' bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E' necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto dl dignità non lo fa".

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venerdì 13 aprile 2018

Riforma Pensioni: M5S vuole il Coefficiente di Usura



Il Movimento 5 Stelle ribadisce: “La Legge Fornero non verrà abolita ma profondamente revisionata”. L’idea è di introdurre un coefficiente di usura con il quale verrà stabilito quali lavoratori andranno in pensione prima degli altri.

Si continua a parlare di una nuova riforma delle pensioni che favorisca
 la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro.

Tuttavia, se da una parte la Lega è intenzionata a cancellare totalmente la riforma Fornero, il Movimento 5 Stelle sembra essere più cauto in merito a questa possibilità.

In questi giorni, infatti, sono arrivate le parole di Pasquale Tridico - economista che Luigi Di Maio ha indicato come possibile Ministro del Welfare in un ipotetico Governo dei 5 Stelle - il quale ha svelato che l’idea non è di abolire totalmente la Legge Fornero bensì di introdurre dei correttivi che consentirebbero l’uscita flessibile dal mercato del lavoro.

Non si tratta di un passo indietro; anche in campagna elettorale il Movimento 5 Stelle non ha mai parlato espressamente di abolizione della Legge Fornero - come invece fatto dalla Lega - ma solamente di una sua profonda revisione.

Quindi mentre Salvini pensa di sostituire la riforma del 2011 reintroducendo un sistema a quote (con una Quota 41 e una Quota 100 per tutti) il Movimento 5 Stelle sta riflettendo su altre possibilità, mantenendo una posizione più cauta.

Una di queste possibilità si chiama coefficiente di usura uno strumento che permetterebbe ad alcuni lavoratori di andare prima in pensione. In che modo? Scopriamolo.

Come funzionerebbe il coefficiente di usura?
Pasquale Tridico nel corso di un’intervista per Radio Capital ha parlato del progetto del Movimento 5 Stelle di rendere più flessibile l’uscita dal mercato del lavoro tramite l’introduzione di un coefficiente di usura.

In poche parole ad ogni categoria di lavoratori verrebbe assegnato un coefficiente in base alla gravosità delle mansioni svolte, permettendo a chi svolge dei lavori più usuranti di andare prima in pensione rispetto a chi invece esegue un mestiere più agevole.

Il primo step quindi dovrebbe essere quello di istituire una commissione che valuti la gravosità di ogni lavoro, così da assegnare un coefficiente di usura per ciascuno.

I requisiti per la pensione - che ricordiamo subiranno una variazione del 2019 - quindi non saranno uguali per tutti poiché dipenderanno dal tipo di lavoro svolto.

A differenza di quanto accade oggi non tutti i lavori usuranti verrebbero considerati allo stesso modo; alcuni infatti saranno valutati più gravosi di altri e di conseguenza chi svolge queste mansioni avrà un percorso agevolato per la pensione.

Una proposta che però non sembra soddisfare i lavoratori. Ad esempio c’è chi ha commentato le parole di Tridico dicendo che non si possono differenziare i lavoratori poiché i contributi “versati alla previdenza sono tutti uguali”, aggiungendo che dopo 40 anni di lavoro 
“tutti sono usurati”.

La Quota 100 del Movimento 5 Stelle
Bisogna precisare però che questo non è l’unico provvedimento che il Movimento 5 Stelle intende approvare così da superare quanto disposto dalla Legge Fornero. Ad esempio - come confermato da Tridico - verrà consentito di andare in pensione a tutti i lavoratori che hanno maturato almeno 40 anni di contributi, ma solamente per coloro 
che hanno compiuto 60 anni d’età.

Una sorta di Quota 100 che permetterà a coloro che hanno iniziato a lavorare in giovane età di andare in pensione anticipatamente rispetto a quanto previsto dagli attuali requisiti. Ricordiamo infatti che oggi per andare in pensione bisogna aver compiuto 66 anni e 7 mesi (e aver maturato 20 anni di contributi) oppure avere un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi (per gli uomini) e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Requisiti che aumenteranno ancora nel 2019 visto l’adeguamento previsto dalla Legge Fornero con l’incremento delle aspettative di vita rilevate dall’Istat.


A tal proposito Tridico ha dichiarato che il meccanismo dell’aumento dell’età pensionabile in base alle aspettative di vita potrebbe essere momentaneamente sospeso, reintroducendolo in un secondo momento e legandolo ai suddetti coefficienti di usura.



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domenica 11 marzo 2018

Castelli Romani delibera il Reddito di Cittadinanza Locale



A Marino, nei Castelli Romani, si è insediata due anni fa una giunta pentastellata dopo che il precedente esecutivo di centrodestra era stato travolto da indagini e arresti. Un Comune che era diventato simbolo della corruzione quello conquistato dal sindaco Carlo Colizza e che ora sembra voler fare da apripista sul discusso reddito di cittadinanza.

Marino la prima delibera 5S sul 
"reddito di cittadinanza locale"

L’obiettivo dei grillini marinesi? Presto detto: “Coprire aree disattese anche dalle recenti introduzioni di sostegno al reddito”. Un progetto messo a punto condividendo la proposta di legge in materia presentata il 29 ottobre 2013 al Senato dal M5S e diventata poi la principale promessa elettorale fino al 4 marzo scorso. La giunta Colizza è così sicura di “recuperare persone che in un periodo della loro vita hanno perso il lavoro trovandosi in una fascia d’età di difficile ricollocazione, ma che intendono mettere a disposizione della collettività le proprie energie e competenze, per intraprendere un percorso di riqualificazione professionale”.

Il regolamento approvato prevede che a chiedere il “reddito di cittadinanza locale” possa essere un solo componente delle famiglie in difficoltà che non rientrano nel reddito di inclusione, che il beneficiario partecipi a progetti formativi indicati dal servizio sociale, che partecipi a progetti gestiti dal Comune e ritenuti utili per la collettività 
e che comunichi tempestivamente qualsiasi variazione reddituale.


Mentre al Sud continuano a piovere nei centri per l’impiego richieste per il reddito di cittadinanza, essendo in molti convinti che il successo elettorale del Movimento5Stelle abbia automaticamente reso operativa la promessa di Luigi Di Maio e degli altri pentastellati, il Comune di Marino sembra fare sul serio sugli aiuti ai disoccupati.

Nella seduta di consiglio comunale del 28 febbraio scorso è stato infatti approvato con delibera il regolamento sul “reddito di cittadinanza locale”. Il primo passo per un bando finalizzato ad aiutare famiglie in difficoltà, con un assegno tra i 400 e i 600 euro. Ma anche con mille restrizioni che sembrano ridurre fortemente il campo dei possibili beneficiari della “cura grillina” alla povertà.

La parte più difficile è però quella dei requisiti per partecipare al bando. Saranno ammessi infatti solo i cittadini italiani, comunitari o extracomunitari in regola con l’iscrizione anagrafica residenti a Marino da almeno cinque anni, di età compresa da i 43 e i 58 anni, completamente privi di lavoro per almeno tre anni consecutivi, senza ammortizzatori sociali o altre forme di sostegno al reddito, inseriti in un nucleo familiare con un’attestazione Isee non superiore ai novemila euro, che non hanno acquistato un’auto nuova nell’ultimo anno, che non hanno acquistato negli ultimi tre anni un’auto nuova superiore ai 1.300 cc o una moto nuova superiore ai 250 cc, che non hanno una casa oltre a quella di residenza e comunque che hanno solo un’abitazione povera.

Quanti si dovessero trovare in una situazione così pesante, se dovessero riuscire a ottenere il reddito di cittadinanza, otterrebbero un assegno da 400 euro se vivono da soli, da 450 se la famiglia è composta da due persone, da 500 euro se è composta da tre e da 600 euro per nucleo familiari con più di tre componenti. Per quanto tempo? L’aiuto è previsto per sei mesi e rinnovabile al massimo per altri sei.


La giunta Colizza è convinta di aiutare in tal modo circa 600 disoccupati marinesi e assicura di aver previsto uno stanziamento in bilancio di 300mila euro. Nessun cenno comunque a eventuali coperture nella delibera approvata, dove è invece precisato che “non comporta impegno di spesa né riduzione di entrata e non produce effetti diretti o indiretti sulla situazione patrimoniale dell’Ente, trattandosi di una regolamentazione”.


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