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lunedì 4 febbraio 2019

Online il Sito del Reddito di cittadinanza

Puoi presentare la domanda a partire dal 6 marzo: online su questo sito

Reddito di cittadinanza, online il sito: 
ecco come funzionerà

Puoi presentare la domanda a partire dal 6 marzo: online su questo sito, presso tutti gli uffici postali e presso i CAF. Hai tempo fino al 31 marzo per richiedere il contributo che sarà erogato ad aprile. 
A pochi minuti dalla conferenza stampa di presentazione, raggiungendo l’indirizzo www.redditodicittadinanza.gov.it 
è stato possibile consultare “in anticipo”, alcune delle informazioni riportate dal portale sul reddito di cittadinanza, e scoprire la veste grafica del portale.

In particolare, dalla home è possibile, oltre il passaggio sul 6 marzo, visionare alcune voci: “Cos’è il reddito di cittadinanza”, “A chi è destinato”, “Come si calcola”, “Come richiederlo e come usarlo”, “Perdita del diritto”, “Patto per il lavoro e patto per l’inclusione sociale”, “Vantaggi per chi assume”.


RIFORME  04 febbraio 2019
Reddito di cittadinanza: Di Maio e Conte presentano carta e sito. Istat: assegni per 2,7 milioni di cittadini
Per il primo mese il sito servirà solo a fornire informazioni. Dal 6 marzo, infatti, scatterà il “secondo” tempo, più operativo: diventerà il canale attraverso il quale sarà possibile richiedere in via telematica il reddito di cittadinanza. Sarà una sorta di “sportello virtuale” al quale si affiancheranno quelli, reali, di Poste e Caf. Prima, però, sarà necessario richiedere l’Isee, l’Indicatore della situazione economica equivalente. Il reddito di cittadinanza è la “misura di bandiera del M5s”, inserita nel decretone con quota 100 per andare in pensione.

Come richiederlo e come usarlo 
«La domanda per il Reddito di cittadinanza - si legge nel portale, nella voce apposita - può essere presentata telematicamente attraverso questo sito, presso i Centri di Assistenza Fiscale (CAF) o, dopo il quinto giorno di ciascun mese, presso gli uffici postali (gestore del servizio integrato di cui all'articolo 81, comma 35, lettera b), del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133)». Nessun riferimento sulla data del 6 marzo (che è invece riportata in altre sezioni del portale, a cominciare dalla home).

La carta di pagamento
«Le informazioni contenute nella domanda del Reddito di cittadinanza - si legge ancora nel materiale informativo posto online - sono comunicate all'INPS entro dieci giorni lavorativi dalla richiesta. L'INPS, entro i successivi 5 giorni, verifica il possesso dei requisiti sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelle delle amministrazioni collegate e, in caso di esito positivo, riconosce il beneficio che sarà erogato attraverso un'apposita Carta di pagamento elettronica (Carta Reddito di cittadinanza) che, attualmente, viene emessa da Poste Italiane». Quando si ritira la carta? Una volta presentata la domanda, ed effettuata la verifica da parte dell’Inps, «ti sarà comunicato - si legge ancora - quando e in quale ufficio postale potrai ritirare la Carta del Reddito di cittadinanza».

Cosa si può acquistare
« Oltre all'acquisto di beni e servizi di base, essa consente di effettuare prelievi di contante entro un limite mensile non superiore a 100 euro per i nuclei familiari composti da un singolo individuo (incrementata in base al numero di componenti il nucleo) ed effettuare un bonifico mensile in favore del locatore indicato nel contratto di locazione o dell'intermediario che ha concesso il mutuo. È vietato l'utilizzo del beneficio per giochi che prevedono vincite in denaro o altre utilità. Ai beneficiari della Carta sono estese le agevolazioni relative alle tariffe elettriche e quelle riguardanti la compensazione per la fornitura di gas naturale riconosciute alle famiglie economicamente svantaggiate».

Cosa accade alla somma non spesa
«Il beneficio - si legge ancora sul sito - deve essere fruito entro il mese successivo a quello di erogazione. L'importo non speso o non prelevato viene sottratto nella mensilità successiva, nei limiti del 20% del beneficio erogato. Fanno eccezione gli importi ricevuti a titolo di arretrati. È prevista inoltre la decurtazione dalla Carta degli importi complessivamente non spesi o non prelevati nei sei mesi precedenti, ad eccezione di una mensilità. Le modalità di monitoraggio e verifica della fruizione del beneficio e delle eventuali decurtazioni saranno definite con un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze».

La convocazione presso il Centro per l’impiego 
La voce “Sottoscrivi i Patti” mette in evidenza che «in funzione dei tuoi requisiti sarai convocato dai Centri per l'impiego per sottoscrivere un Patto per il Lavoro o dai Comuni per sottoscrivere un Patto per l'Inclusione sociale».

Di Maio: nel sito indicazioni sui documenti per fare a marzo la domanda
«Il sito - ha spiegato nelle ultime ore il vicepremier pentastellato Luigi Di Maio - sarà abilitato per tutto il Paese e spiegherà agli italiani quali documenti per fare a marzo la domanda sul reddito».

Da il Sole 24 ore



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domenica 4 novembre 2018

Governo: non cambia la sostanza della Fornero


Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.


di Giorgio Cremaschi (Potere Al Popolo)

Come tanti sanno un provvedimento dettagliato del governo sulle pensioni non c’è, sul documento di bilancio la voce pensioni è vuota, c’è solo lo stanziamento di circa 6,7 miliardi di euro. Pare che entro il 31 ottobre il governo dovrebbe uscire con il dettaglio del suo intervento sul sistema pensionistico. Allora avremo sicuramente delle sorprese, come abbiamo visto sul decreto fiscale, che tuttora Di Maio disconosce per il persistere di forme di scudo penale agli evasori; e come abbiamo visto sul decreto Genova che sana le case abusive di Ischia e lo sversamento di fanghi petroliferi nei campi.

Tuttavia annuncio dopo annuncio, indiscrezione dopo indiscrezione, il quadro fondamentale delle misure si delinea e chiarisce che il governo, al di là delle opposte propagande di chi esalta l’abolizione della legge Fornero e di chi si straccia le vesti per questo, non supera affatto la controriforma delle pensioni del governo Monti, ma solo la ammorbidisce e rallenta per alcuni ben precisi gruppi di lavoratrici e lavoratori.

La legge Fornero ha due capisaldi, la pensione di vecchiaia a 67 anni di età per donne e uomini, quella di anzianità per chi, pur essendo più giovane, abbia accumulato 43 anni di contributi. Per capirci, un operaio che abbia cominciato a lavorare a 16 anni e abbia avuto sempre un rapporto di lavoro, oggi con le legge Fornero può andare in pensione cosiddetta di anzianità a 59 anni di età e per lui non cambierà nulla. Una lavoratrice che tra pause familiari e disoccupazione abbia maturato complessivamente 30 anni di contributi sarà costretta ad andare in pensione a 67 anni di età. Anche per lei non cambierà niente. Così come non cambia niente per chi, soprattutto donne e ora anche migranti, non abbia raccolto almeno 20 anni di contributi.

Tutte e tutti costoro lasceranno integralmente il versato nelle casse dell’INPS e potranno solo chiedere la pensione sociale, 448 euro al mese, a 67 anni se poveri ai sensi dell’Isee. Va detto che la Fornero ha ereditato questa porcata dal governo di Giuliano Amato che la varò nel 1992 di fronte ad una tempesta monetaria che preparava l’euro. La Fornero ha semplicemente inserito quella norma nel balzo da essa imposto all’eta pensionabile. Lo stesso ha fatto con un’altra norma che spesso invece le viene attribuita: il meccanismo di innalzamento automatico dell’età della pensione in proporzione all’incremento della cosiddetta aspettativa di vita: più speri di vivere, più devi lavorare.

Fu Sacconi, ministro del lavoro del governo Berlusconi nel 2009, a stabilire questa norma stupida e feroce che cancella la fatica del lavoro e trasforma i successi della medicina e della società, di cui usufruiscono prima di tutto i più ricchi, in condanna per i poveri. Naturalmente la Lega di Bossi, Maroni e Salvini votò a favore.

Anche questo meccanismo non viene abolito, ma solo bloccato per alcuni anni; poi riprenderà a fare danni, innalzando sia l’età della pensione di vecchiaia sia i contributi necessari per quella di anzianità. Intanto però saranno passate le prossime elezioni.

Il governo dichiara inoltre di voler mantenere la cosiddetta “opzione donna”. Anche questa è una misura già decisa dai governi precedenti, per stemperare gli eccessi di ferocia della legge Fornero. Le lavoratrici con 58 anni di età se dipendenti, 59 se autonome, se avranno maturato 35 anni di contributi potranno andare in pensione a circa 60 anni. Naturalmente con un pesante taglio alla rendita. Anche questo provvedimento micragnoso e sessista viene confermato, presentandolo come un grande cambiamento, ma allora cosa cambia davvero?

Come si sa il governo chiama abolizione della legge Fornero l’istituzione della cosiddetta “quota 100”. Chi ha 62 anni di età e 38 anni di contributi potrà andare in pensione, ma con alcune avvertenze.

La prima è che non c’è in realtà alcuna quota 100: chi ha 60 anni di età e 40 di contributi non andrà in pensione prima, così pure chi ha 63 anni e 37 di contributi. I due requisiti sono entrambi necessari, se uno dei due manca non si va in pensione. Inoltre tornano le famigerate “finestre”; cioè non si va in pensione quando si maturano i requisiti, ma un po’ dopo. Da un minimo di 4-5 mesi per un lavoratore del privato, ad oltre un anno per un insegnante.

Ora sulla base di tutti questi e di altri piccoli trucchi che si stanno elaborando, il governo prevede di far andare in pensione, prima di quando avrebbero dovuto andarci con la Fornero, circa 350.000 persone, che già sono molte meno di coloro interessate ad una vera quota 100. Anche qui c’è la complicità delle opposte propagande: il governo dice che “cambia tutto”, Boeri e PD che lamentano lo scasso dei conti pubblici. La realtà è molto diversa.

Per andare in pensione nel 2019 a 62 anni di età con 38 anni di contributi bisogna essere nati attorno alla metà degli anni 50, essere andati a lavorare attorno ai 24-25 anni e aver mantenuto un impiego stabile fino al 2018. Chi sono costoro? In grandissima parte impiegati delle grandi aziende private e del settore pubblico. Che effettivamente potranno andare prima via dal lavoro… o dovranno?

Sì perché stranamente questo provvedimento coincide largamente con i bisogni delle grandi aziende e della pubblica amministrazione di procedere allo svecchiamento del personale. Via impiegati anziani e costosi, dentro giovani pagati molto meno e, ricordiamolo sempre, nel privato senza articolo 18. Del resto quando fu varata la legge Fornero fu proprio Boeri a lamentare che essa avrebbe “ingessato” il mercato del lavoro. Per questo la Confindustria è concorde, al di là di qualche ipocrisia di facciata.

Quello che il governo sta varando non è l’abolizione della legge Fornero, che resta in tutti i suoi meccanismi più feroci e ingiusti, ma un prepensionamento per alcune categorie di impiegati del sistema pubblico e privato. Naturalmente molti di loro saranno contenti di uscire da posti di lavoro sempre peggiori, ma, ripeto, questo non elimina la controriforma del sistema pensionistico.

Per fare davvero una riforma giusta si dovrebbe abbassare per tutte e tutti, e non solo per alcuni, l’età della pensione. Si dovrebbe garantire una pensione dignitosa ai giovani e ai precari. Si dovrebbe rilanciare il sistema pubblico con adeguata contribuzione, invece che colpirlo con i condoni o con le agevolazioni per le pensioni private, anche sindacali.

Non è vero che il sistema pensionistico pubblico sia al collasso, come affermano mentendo tutti i liberisti, di governo e di opposizione. Al contrario il sistema pubblico è in attivo, tolte le spese di assistenza che dovrebbero riguardare la fiscalità generale, recuperati i mancati contributi dello stato per i suoi dipendenti, recuperata la gigantesca evasione contributiva agevolata nel nome delle “imprese”; e soprattutto messi nel conto i 50-60 miliardi annui di tasse che versano i pensionati.

Se tutti questi conti venissero onestamente fatti, verrebbe smentita la propaganda liberista su un sistema pensionistico pubblico insostenibile. E verrebbe fuori invece la brutale realtà di governi che hanno sempre usato le pensioni come bancomat pronta cassa.

Tutto l’impianto della legge Fornero rimane, come quello di tutte la controriforme precedenti, a partire da quel sistema contributivo introdotto dalla legge Dini, che, nell’epoca della precarizzazione del lavoro, ha distrutto la solidarietà tra generazioni nel sistema pubblico.

Il governo gialloverde in realtà copia ciò che fece l’ultimo governo Prodi nel 2007. Allora era in vigore il cosiddetto “scalone Maroni”. Un innalzamento dell’età della pensione attuato dal governo di destra precedente, a cui il ministro leghista del lavoro di allora aveva dato il sui nome. Prodi aveva preso in campagna elettorale il solenne impegno di abolire lo scalone Maroni; e alla fine lo mantenne, mandando in pensione prima alcune classi di età, allora si parlava di quota 95. Ma senza toccare nulla della struttura del sistema pensionistico, anzi facendo pagare alla maggioranza dei lavoratori il miglioramento per alcuni.

Salvini e Di Maio oggi fanno come Prodi allora: mandano in pensione prima una piccola minoranza di lavoratori e accettano e mantengono che la grande maggioranza di essi vada in quiescenza sempre più tardi.

La lotta per un sistema pensionistico pubblico giusto e umano è ancora tutta da fare.



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venerdì 3 agosto 2018

DL Dignità: Bocciato Ripristino art. 18

No di governo e maggioranza alla reintroduzione dell'articolo 18 nel caso di licenziamento illegittimo. Il M5S e la Lega hanno votato contro un emendamento, presentato dal deputato di Leu Guglielmo Epifani, che puntava a recepire, nel decreto Dignità all'esame della Camera, le norme cancellate dal Jobs Act


No di governo e maggioranza alla reintroduzione dell'articolo 18 nel caso di licenziamento illegittimo. Il M5S e la Lega hanno votato contro un emendamento, presentato dal deputato di Leu Guglielmo Epifani, che puntava a recepire, nel decreto Dignità all'esame della Camera, le norme cancellate dal Jobs Act approvato dal governo Renzi nella passata legislatura. L'emendamento - sul quale si erano dichiarati contro sia il governo che i relatori di maggioranza - è stato respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.

Nel presentare la ratio del provvedimento, l'ex segretario della Cgil aveva detto: "Parliamo di un tema delicato e conosciuto che va sotto la denominazione di Articolo 18. In realtà vogliamo presentare una norma per la tutela reale dei lavoratori nei casi di licenziamenti illegittimi, che il Jobs Act ha di fatto cancellato. Non vogliamo fare un atto di mera testimonianza né di propaganda ma risarcire moralmente e concretamente i lavoratori".

Poi, dopo la bocciatura, Epifani ha parlato di "un'occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici". "Per noi - ha aggiunto - la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l'art. 18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. E' bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E' necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto dl dignità non lo fa".

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giovedì 29 settembre 2016

Pacchetto Previdenziale per i Precoci Quota 41

Doccia fredda per i precoci o parziale vittoria? Ecco i pro ed i contro dell'accordo
Quota 41 solo per pochi, penalizzazioni cancellate, usuranti e ricongiunzioni, ecco tutti i punti del 
pacchetto previdenziale per i precoci.

L’incontro del 28/9 tra Governo e sindacati sembra si sia concluso con un accordo. Soddisfazione da 
entrambe le parti è sembrata trapelare nelle varie dichiarazioni di ieri sera. Il tavolo di discussione come era ampiamente prevedibile si è incentrato soprattutto sull’APE e la flessibilità in uscita. Più defilati, ma lo stesso importanti e molto attesi gli interventi promessi
 su #precoci, usuranti, minime e ricongiunzioni. 
Soprattutto sui precoci, sembrano parzialmente disattese le aspettative di chi pensava di riuscire a spuntare uno sconto sui 42 anni e 10 mesi di contributi necessari per lasciare il lavoro.

Quota 41 per pochi
La questione dei lavoratori precoci è stata da mesi al centro dei dibattiti e delle discussioni tra Governo e sindacati. Sembrava che fosse proprio questo uno dei punti in cui non si trovava una linea comune sui quali i sindacati minacciavano di bloccare l’accordo. Ieri però sembra che si sia trovato un accordo anche sui precoci e sul punto ad essi dedicato dal verbale di 5 cartelle che il Governo ha presentato ai sindacati. Nel tempo si è passati da #quota 41 per tutti, al bonus contributivo per tutti i contributi versati prima dei 18 anni, fino a quota 41 per pochi. Infatti, il Governo risponderà alle esigenze dei precoci concedendo la quota 41 a chi ha 12 mesi di contributi versati, anche se non continuativamente, prima dei 19 anni, ma con determinati e pesanti paletti. Oltre che rispettare il requisito contributivo, cioè 41 anni di contributi di cui un anno versato prima del diciannovesimo anno di età, potrà lasciare il lavoro nel 2017 solo chi è in gravi difficoltà. 

L’opzione sarà consentita quindi per coloro che sono senza reddito, 
perché disoccupati, senza ammortizzatori sociali, disabili o impegnati in attività particolarmente pesanti. Dal punto di vista sociale una cosa sicuramente giustissima, 
ma dal punto di vista tecnico un po’ meno.

Non tutti i precoci sono uguali
Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare da giovani e che dal 2012 sono stati penalizzati 
dall’abrogazione della pensione di anzianità con la sua uscita a 60 anni di età e 40 di contributi, questi sono per linea di massima i precoci. Essendo troppi, il Governo ha pensato bene nell’ottica di un 
intervento al risparmio, di tagliare la platea. Anche se non esplicitamente, viene creata una nuova 
definizione di lavoratore precoce, che è quello che ha 12 mesi di contributi prima dei 19 anni. Tra le altre cose, così facendo si concede un anno e 10 mesi di sconto agli uomini, ma solo 10 mesi alle donne che potevano uscire oggi, con 41 anni e 10 mesi di contributi. Non è ancora chiara poi la postilla sui lavoratori precoci che svolgono lavori pesanti perché per i cosiddetti lavori usuranti, il Governo ha concesso, sempre nel verbale e sempre per il 2017 un anticipo rispetto alla normativa agevolata di oggi, di 12 o 18 mesi, prevedendo anche dal 2019
 la cancellazione dell’aspettativa di vita.

Ci sono anche cose positive?
Molti avranno l’amaro in bocca, soprattutto quelli che alla luce di quanto sancito ieri sera saranno 
costretti ad arrivare quasi a 43 anni di lavoro per la pensione. Ci sono però interventi buoni per molti. 
Sempre per i precoci infatti, viene cancellata la penalizzazione di assegno che oggi è in azione per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni. Un vero precoce, che magari ha iniziato a lavorare a 15 anni e che 
continua ancora oggi, a 58 anni, con 43 di contributi potrà lasciare il lavoro senza i 4 anni di taglio di 
assegno da cui sarebbe stato penalizzato fino ai 62 anni con le regole attuali. Un vantaggio ulteriore è 
anche la possibilità di ricongiungere gratuitamente i contributi versati in diverse casse previdenziali che fino ad oggi erano a pagamento. Naturalmente bisognerà capire come ogni cassa calcolerà il suo pro rata di pensione, ma evitare il salasso delle ricongiunzioni onerose è già tanto. #pensione anticipataPensioni precoci, novità Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, cosa manca?  

Pensioni precoci al 29/9/ 2016, intervista esclusiva ad Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, la quota 41 va concessa a tutti.

Le ultimissime novità al 29 settembre sulle pensioni precoci nel giorno post incontro tra Governo e 
sindacati emergono direttamente da Roberto Occhiodoro, 
amministratore del gruppo
Emergono sensazioni contrastanti, soddisfazione per alcuni risultati raggiunti, tra questi: la #quota 41 è finalmente entrata nell'agenda politica, si è ristabilita la giusta definizione di precoce che ricomprende chi abbia lavorato almeno 12 mesi anche non continuativi prima dei 19 anni, ma resta l'amarezza sul fatto che il Governo, per ora, abbia limitato la misura ai soli precoci 'disagiati'. Vediamo nel dettaglio le parole di Occhiodoro che sintetizzano il pensiero del gruppo e soprattutto quali saranno le prossime mosse dei lavoratori. 

Novità pensioni precoci oggi, intervista ad Occhiodoro: piccoli passi avanti, ma ancora insoddisfatti
-Ieri si è stilato il verbale condiviso tra governo e sindacati, siete soddisfatti dei risultati raggiunti?

E' ovvio che non siamo del tutto soddisfatti e lo abbiamo ribadito anche ai confederali: la nostra stella polare è 41 per tutti, come andiamo dicendo da tempo e come ribadiremo nella nostra manifestazione 
che terremo prossimamente a Roma. Però dobbiamo comunque rimarcare alcune cose che erano state 
da noi richieste e che sono entrate in questo verbale e precisamente: a) definizione di precoce: dalla 
forbice 14/18 si è passati a 14/19, b) eliminazione definitiva delle penalità per tutti coloro che escono dal mondo del lavoro con le regole della legge Fornero prima dei 62 anni c) l'abolizione anche questa 
definitiva delle ricongiunzioni onerose d) quota 41 non è più un tabù ed è entrata nell'agenda politica.

Precoci, novità al 29 settembre: Quota 41 deve essere per tutti, parla Occhiodoro
- La quota 41 per ora non sarà per tutti, ma concessa unicamente a quanti avranno lavorato almeno 12 mesi , anche non continuativi, prima dei 19 anni d'età 
e si trovino attualmente in condizioni 'disagiate'. 

Ossia ai lavoratori disoccupati, agli invalidi, a quanti svolgono mestieri gravosi. Ritenete che la vostra battaglia abbia portato, almeno in parte, a dei buoni risultati?

Certo la misura per il momento riguarda una fascia ristretta di lavoratori, ma noi non molliamo e per 
quanto sarà nelle nostre possibilità, cercheremo di portare questa quota a tutti. Tengo a precisare che 
questi punti sopra elencati facevano parte dei nostri 11 presentati sia al governo che ai Sindacati, 
dunque qualcosa, che per alcuni sarà poco, è stato raggiunto.

Ultime news pensioni precoci: quali le prossime mosse?
-Quando sarà il prossimo tavolo di confronto tra lavoratori e Nannicini e quali saranno le vostre 
prossime mosse/ richieste?

Non abbiamo ancora fissato il nuovo incontro con il Governo, lo faremo nei prossimi giorni. Ma una cosa è certa ribadiremo, in ogni dove, la nostra richiesta madre: quota 41 deve essere per tutti. Stiamo organizzando una manifestazione massiccia a Roma sotto Montecitorio allargata anche ad altre realtà 
che come noi soffrono per la legge Fornero e per alcune nuove regole che il Governo Renzi vuole 
imporre in ambito previdenziale e al massimo domani sapremo il giorno preciso. Ma non ci fermeremo a questa stiamo, infatti, studiando forme di lotta anche sui vari territori dove sono presenti i nostri Comitati. 

Insomma noi non ci fermiamo assolutamente finché in questo Paese non verranno di nuovo riaffermati i diritti sacrosanti dei lavoratori. 
#Pensioni


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mercoledì 29 gennaio 2014

Obama : Lo stipendio minimo dei contractor del governo sale da 7,25 a 10,10 dollari l'ora


Obama, 2014 anno della svolta per l'America. 
Aumenta il salario minimo dei dipendenti federali
 Lo stipendio minimo dei contractor del governo sale da 7,25 a 10,10 dollari l'ora


Il 2014 sarà l'anno della svolta per l'America, un anno di azione. È la solenne promessa di un Barack Obama più che mai determinato ad affermare la sua agenda politica e sociale, per troppo tempo rimasta ostaggio delle lotte tra partiti.

Uno stallo che il presidente americano - al suo quinto discorso sullo Stato dell'Unione - vuole sbloccare, senza arrendersi alla logica del muro contro muro imperante a Washington: «L'America non resterà immobile, e tantomeno il suo presidente», assicura. Ecco allora che Obama lancia la sfida: «Se il Congresso si rifiuterà di prendere le misure necessarie per sostenere la classe media, le famiglie americane, agirò per decreto». E lo farà ovunque sia necessario: dal salario minimo alla lotta alla disoccupazione, dall'immigrazione alla stretta sulle armi.


Obama annuncia una dozzina di decreti già pronti, pensati per far progredire le condizioni di vita di milioni di americani e per combattere le crescenti diseguaglianze. Diseguaglianze che ancora oggi penalizzano un bambino americano solo per la sua razza, o per il luogo in cui nasce. Senza contare le discriminazioni sulle donne: «Rappresentano la metà della forza lavoro - lamenta Obama - ma guadagnano meno, 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo: questo è sbagliato e imbarazzante nel 2014».

Come imbarazzante per il presidente è non garantire a tutti lo stesso standard di servizi sociali, a partire dagli asili nido. Obiettivo che può essere raggiunto solo con una profonda revisione del sistema fiscale. Sono tutti campi su cui il presidente auspica il dialogo, la cooperazione tra le forze politiche, il compromesso bipartisan. Ben sapendo però che il 2014 è anche un anno di elezioni, quelle di metà mandato, che si svolgeranno in novembre e che rinnoveranno l'intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato.

Opportunità per tutti è stato il tema portante del discorso del presidente degli Stati Uniti. Obama ha volato basso in quest'anno elettorale in cui difficilmente potrà strappare concessioni alla Camera a maggioranza repubblicana. La strategia di Obama è dunque quella di aggirare il Congresso attraverso l'emanazione di ordini esecutivi, come quello annunciato per alzare il salario minimo dei lavoratori federali da 7,25 dollari a 10,10 dollari l'ora.

«Ovunque e in qualunque momento possa fare passi avanti per aumentare le opportunità per le famiglie americane lo farò», ha detto. L'obiettivo rimane dunque quello di ridurre la disparità sociale e ricostruire la classe media. A questo scopo il presidente ha anche annunciato la creazione di un nuovo fondo pensione, aperto a tutti e al riparo dalle oscillazioni del mercato, dal nome MyRA, e un summit per discutere i modi migliori per aiutare le famiglie della classe operaia.

Sul fronte dell'occupazione, altro tema che rimane all'ordine del giorno del presidente, un programma di training servirà a formare una nuova classe di lavoratori e metterli in contatto con le aziende pronte ad assumere. Per accelerare la ripresa economica inoltre il presidente americano intende puntare sulle infrastrutture, in particolare rendendo più facili le pratiche per ottenere le licenze e accorciando i tempi burocratici.

Difficile però immaginare una tregua con la destra. Anche sulla riforma sanitaria, che Obama torna a difendere con forza e con orgoglio, nonostante gli abbia fatto perdere gran parte della sua popolarità: «Zero. Nessun americano resterà più senza una copertura», rivendica.

Obama non dimentica anche le enormi sfide in politica estera, a partire dall'Iran: «Se Kennedy e Reagan hanno trattato con l'Unione Sovietica, non vedo perché non lo possiamo fare con avversari meno forti. Abbiamo il dovere di provare», afferma, ribadendo come in questa fase opporrà il suo veto a nuove sanzioni contro Teheran. Poi rinnova la promessa su Guantanamo: «La chiuderemo quest'anno».

Obama promette un anno all'attacco, 
anche su clima ed energia.
 E sul fronte degli accordi commerciali,
 quello con l'Europa e quello con l'Asia e l'area del Pacifico.

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mercoledì 5 giugno 2013

TERNI : SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI MANGANELLATI



SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI MANGANELLATI DELL'ACCIAIERIA. LA LINEA REPRESSIVA DEL GOVERNO SI È FATTA SENTIRE ANCHE SUL SINDACO DI TERNI.

Quella che fino a pochi mesi fa si sarebbe risolta come un’occupazione simbolica dei binari della stazione, con una gestione controllata e pacifica da parte delle forze dell’ordine, oggi è diventata l’occasione per una chiara dimostrazione di forza nei confronti dei lavoratori. Lavoratori che in maniera del tutto legittima stavano difendendo il loro posto di lavoro e la dignità delle proprie famiglie.

Sembra ormai quasi dato per scontato che alcune lobby, alcuni gangli di potere economico vivano in una sfera di intoccabilità che calpesta la democrazia e verso cui nemmeno le istituzioni, compreso il sindaco (manganellato anch’esso), possono nulla. Le istanze e la volontà dei cittadini non esistono di fronte alle grandi dinamiche globali, scelte calate dall’alto nelle proprie vite e nei propri territori. Non bastano più gli scioperi, bisogna occupare e si viene manganellati. La domanda che nasce spontanea è: quanti morti ci vogliono per farsi sentire dall’europa? L’acciaieria è troppo fastidiosa per l’egemonia economica tedesca. All’interno di un quadro europeo privo di una reale democrazia dei popoli quanto più saturo di spinte lobbystiche e controllo delle multinazionali.
La notizia dentro la notizia però è il fallimento totale della politica. Un fallimento che si è perpetuato dalla malagestione delle aziende pubbliche e che si è conclamato con la svendita ai privati, questo è accaduto per l'AST e accadrà con altre aziende come Umbria Mobilità e con il polo chimico.
Il Movimento 5 Stelle Terni solidarizza anche col sindaco di Terni che, nel corso della manifestazione, si è trovato coinvolto negli scontri.
Il Movimento 5 Stelle auspica che venga al più presto accolta la proposta di inserimento di un codice identificativo degli agenti volto a tutelare gli interessi delle stesse forze dell'ordine e del loro operato.
In conclusione inviamo un messaggio al Governo per affermare che la comunità ternana non si farà calpestare da nessuno. Terni difenderà con ogni mezzo la propria città e i propri cittadini dalla brutalità e dalla violenza del cieco interesse economico e degli apparati politico finanziari che li difendono.

Movimento 5 Stelle Terni

http://www.terni5stelle.it/comunicati-stampa/99-comunicato-stampa-del-5-giugno-2013
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lunedì 2 luglio 2012

FANTASY: regolarizzazione per tutti gli immigrati

regolarizzazione per tutti gli immigrati


La Cgil chiede al Governo una regolarizzazione per tutti gli immigrati che lavorano in nero. Conclusa ieri la terza Conferenza nazionale sull’immigrazione promossa dal maggiore sindacato italiano. Tra le richieste anche quella di rivedere la tassa sul permesso di soggiorno. La crisi allarga l’area dell’economia sommersa e del lavoro nero

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mercoledì 25 aprile 2012

Il Governo ha fallito, il LAVORO è la cura


Il Governo ha fallito, il centrosinistra è la cura



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 L’Italia dei Valori condivide il monito del presidente della Repubblica che dice di voler restituire centralità al lavoro. Peccato che non ci sia nessuna possibilità di riuscirci andando avanti con misure come la modifica dell’art. 18 invece di combattere i veri problemi che sono la burocrazia imperante, la corruzione dilagante e una politica asfittica, troppe volte utilizzata solo trovare una sistemazione ai politicanti o ai loro clientes.
Su questa via non si arriva da nessuna parte. Non si restituisce centralità al lavoro, non si ridà speranza ai cittadini, non si rilancia l’economia: si porta solo l’Italia verso l’abisso. C’è voluta la Corte dei Conti per certificare quello che ogni persona di buon senso e priva di paraocchi ideologici capiva da sola: che se strizzi un paese come un limone e massacri di tasse la povera gente, poi nessuno ce la fa più a comprare niente, i consumi si deprimono, l’economia arretra, al posto dello sviluppo arriva la recessione e il rimedio si dimostra peggiore del male.
E’ in questa situazione che ci troviamo oggi. Berlusconi, pensando solo ai propri interessi, ha lasciato passare anni senza affrontare la crisi e facendo marcire la situazione. Il governo dei professori ci ha provato ma con gli strumenti sbagliati e ha fallito. Nessuno lo dice, perché il sistema dell’informazione è peggio che ai tempi dell’Istituto Luce, ma i risultati concreti stanno lì a dimostrarlo.
C’è bisogno di mettere subito in cantiere una nuova cura, opposta a quella controproducente del governo Monti. Noi, ad esempio, riteniamo che sul piano delle entrate si debba ridurre, come ha detto la Corte dei Conti, il carico fiscale, e aumentare la lotta all’evasione. E se c’è da fare qualche altro sacrificio e chiedere altri soldi, bisogna prenderli da chi li ha in abbondanza, a cominciare dagli speculatori finanziari, e imponendo la tobin tax a chi ha patrimoni importanti e non a esodati, pensionati, cassaintegrati o, addirittura, a chi ha preso una borsa di studio.
Per questo c’è bisogno di un’alleanza politica capace di applicare quella cura nuova ed efficace per ridare davvero fiato all’economia italiana. Dopo l’affermazione del centrosinistra nel primo turno delle elezioni francesi, alla vigilia di elezioni amministrative nelle quali l’alleanza di Vasto si presenta in 1480 comuni su 1500, mi chiedo e soprattutto chiedo agli amici del Pd e di Sel: cosa stiamo aspettando ancora?

http://www.antoniodipietro.it/2012/04/una-cura-diversa-per-litalia-malata#more-4951

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mercoledì 27 aprile 2011

GOVERNO INCIVILE CHE TAGLIA DIRITTI E LAVORO


PRC , IN PIAZZA AL FIANCO DEGLI OPERATORI SOCIALI CONTRO UN GOVERNO INCIVILE CHE TAGLIA DIRITTI E LAVORO

Rifondazione Comunista aderisce e partecipa alla manifestazione nazionale degli operatori sociali “Il Wefare non è un lusso” che si terrà  27 aprile a Napoli, Roma e Genova. Saremo in piazza al fianco di operatrici e operatori per protestare contro questo Governo che sta letteralmente smantellando lo stato sociale per sostituirlo con un welfare residuale e caritatevole. I tagli dell’80% ai fondi sul sociale, passati da 2,5 miliardi a 500 milioni, e il federalismo fiscale che produrrà ulteriori diseguaglianze tra nord e sud del Paese sono un segno di inciviltà senza precedenti, soprattutto in una fase in cui aumentano giorno dopo giorno i bisogni della cittadinanza. Nell’indifferenza totale della maggioranza stanno chiudendo i servizi essenziali territoriali e perdendo il lavoro migliaia di operatori sociali. E la manovra correttiva di decine di miliardi di euro che si appresta a realizzare Tremonti sarà il definito colpo di grazia. È necessario fermare subito questa macelleria sociale attraverso il ripristino integrale dei Fondi sul sociale, la definizione dei livelli essenziali di assistenza sociale, l’istituzione del reddito sociale per tutti i disoccupati. 
Le risorse per fare questo ci sono, basterebbe introdurre la patrimoniale, combattere efficacemente l’evasione fiscale, ridurre le spese militari.

Antonio Ferraro, responsabile nazionale Politiche sociali Prc-Fds

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