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lunedì 5 febbraio 2018

ELEZIONI e SINDACATI dopo il 4 marzo



   "L'anomalia" da superare dopo il 4 marzo.
 Il tema del salario minimo è entrato nella campagna elettorale. 
Ma prima di fissarlo per legge occorre un intervento sulla rappresentanza.
Il tema salariale ha assunto un certo peso nelle proposte programmatiche avanzate dalle forze politiche in avvio di campagna elettorale. È soprattutto l'idea di un salario sociale a tenere banco con proposte leggermente diverse, ma presenti in tutti i programmi dei partiti populisti. L'idea di pagare un salario a tutti coloro che risultano disoccupati o comunque con famiglia a carico, seppur attiri l'attenzione di molti, non raccoglie consensi fra chi si occupa seriamente di lavoro e nuovo welfare. Le due obiezioni contro tale proposta sono d'altro canto decisive. Da un lato nessuna delle proposte avanzate ha presentato un piano di copertura economica. Pertanto il costo, che oscilla fra gli 8 ed i 12 miliardi di euro l'anno, sarebbe tutto a carico di una nuova crescita della spesa pubblica risultando quindi non compatibile con gli obiettivi di rientro dal debito pubblico che il nostro Paese ha. Non solo perché richiesto dall'Europa, ma soprattutto per liberare risorse con cui finanziare investimenti per la crescita economica.

In secondo luogo, vi è una risposta negativa dalla maggioranza delle forze sociali e politiche impegnate a ridisegnare il modello di welfare. Tutte le misure prese negli ultimi anni hanno come fondamento meccanismi finalizzati ad aumentare le capacità e l'autonomia degli individui. I meccanismi previsti dalle nuove forme di sostegno al reddito (sia per rispondere all'inclusione sociale da povertà o disoccupazione) prevedono percorsi finalizzati alla riconquista di autonomia attraverso una nuova collocazione lavorativa. L'idea di tornare a forme di distribuzione di sussidi senza vincolare i beneficiari a un percorso di reinserimento suona quindi contraddittorio con il nuovo modello di welfare introdotto 
dalle riforme degli ultimi anni.

Oltre a questo dibattito è stata però avanzata la proposta di fissare per legge il livello minimo dei salari. Questa proposta esula dalle questioni legate al rispetto dei vincoli posti dal deficit pubblico nazionale. Vuole invece essere una risposta al diffondersi di lavori sottopagati introducendo un livello minimo salariale che permetta nuove forme di controllo contro gli abusi salariali e nuovi livelli di tutela per i lavoratori nei diversi settori produttivi. Pur essendo una misura presente nei paesi economici più sviluppati la proposta ha aperto un dibattito che vede anche i sindacati dei lavoratori opporsi a un intervento legislativo 
che non tenga conto anche di molti altri aspetti.

Cerchiamo di fare chiarezza sugli aspetti generali. In primo luogo è da valutare proprio il ruolo delle organizzazioni sindacali e del valore dei livelli salariali fissati dalla contrattazione nazionale. Anche se in tanti considerano intoccabile la nostra Costituzione, perché ritenuta "la più bella del mondo", gli stessi si guardano bene dal richiedere l'applicazione di alcuni articoli per regolamentare la rappresentatività delle organizzazioni sia padronali che dei lavoratori. In assenza di tale regolamentazione, nel corso degli ultimi anni, vi è stata un'esplosione di contratti nazionali sottoscritti da associazioni di rappresentanza per nulla o poco rappresentative. Il risultato è che oggi, se si volesse usare come indicatore di riferimento, il dato salariale contenuto in un contratto nazionale di categoria, 
ci troveremmo di fronte a valori molto diversi fra di loro.

In questa nuova situazione vi sono esigenze poste da nuovi rapporti di lavoro (si pensi ai lavori solo parzialmente dipendenti di chi collabora a piattaforme informatiche), ma anche veri e propri abusi salariali come evidenziato da molti interventi anche della magistratura nel settore agricolo o della logistica. La mancata applicazione del dettato costituzionale non ha dato vita a questa situazione per decenni solo perché il numero delle rappresentanze sindacali di peso nazionale era rimasto limitato e invariato. Peraltro il forte legame esistente fra rappresentanza sindacale e sistema dei partiti assicurava che l'immobilismo non provocasse nuove forme di rappresentanza sociale. La fine del sistema dei partiti e una legislazione che ha permesso la crescita di nuove rappresentanze ha permesso che si arrivasse alla situazione odierna e il tempo a disposizione per giungere a una decisione diventa sempre più scarso.

Il timore sindacale è che un'indicazione di minimo salariale fissato per legge renderebbe ancora più debole il valore della contrattazione nazionale. Si porrebbe inoltre il rischio che il valore fissato risulti inferiore a quanto previsto dai contratti in alcuni settori. Ciò aprirebbe spazi ad abusi o contasti fra realtà locali e norme nazionali rendendo ancora più fitta la giungla dei valori salariali di riferimento. La situazione attuale è ormai giudicata da tutti come insostenibile. Sono pressoché quotidiane le notizie relative a situazioni lavorative che sfuggono alla capacità di intervento tramite i canali tradizionali del confronto sindacale fra le parti. Da parte sindacale si ritiene prioritario partire dal fissare criteri di rappresentatività. Un primo accordo fra governo e le principali rappresentanze dei lavoratori va infatti in questo senso. Lo stesso dovrebbe avvenire per le rappresentanze delle imprese.


Come detto prima, però, il tempo sta scadendo. Già nel corso della passata legislatura il ministro dell'Agricoltura ha legiferato contro gli abusi del lavoro nero e contro gli abusi salariali nel settore fissando minimi di riferimento. Con la nuova legislatura che si aprirà dopo il 4 marzo sarà importante avviare da subito un confronto che sciolga i nodi storici che ancora frenano le rappresentanze sindacali dell'accettare l'applicazione di quanto previsto dalla Costituzione. Una rappresentanza "certificata" restituirà pieno valore ai contratti nazionali e questi potranno definire anche le tutele minime valide in tutti i settori. A quel punto si scoprirà che, così come già in essere nei principali paesi industrializzati, fissare per legge un valore minimo ai salari non sarà una misura inutile, ma uno strumento in più di riferimento per nuovi lavori e per le strutture preposte a combattere gli abusi.

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giovedì 29 settembre 2016

Pacchetto Previdenziale per i Precoci Quota 41

Doccia fredda per i precoci o parziale vittoria? Ecco i pro ed i contro dell'accordo
Quota 41 solo per pochi, penalizzazioni cancellate, usuranti e ricongiunzioni, ecco tutti i punti del 
pacchetto previdenziale per i precoci.

L’incontro del 28/9 tra Governo e sindacati sembra si sia concluso con un accordo. Soddisfazione da 
entrambe le parti è sembrata trapelare nelle varie dichiarazioni di ieri sera. Il tavolo di discussione come era ampiamente prevedibile si è incentrato soprattutto sull’APE e la flessibilità in uscita. Più defilati, ma lo stesso importanti e molto attesi gli interventi promessi
 su #precoci, usuranti, minime e ricongiunzioni. 
Soprattutto sui precoci, sembrano parzialmente disattese le aspettative di chi pensava di riuscire a spuntare uno sconto sui 42 anni e 10 mesi di contributi necessari per lasciare il lavoro.

Quota 41 per pochi
La questione dei lavoratori precoci è stata da mesi al centro dei dibattiti e delle discussioni tra Governo e sindacati. Sembrava che fosse proprio questo uno dei punti in cui non si trovava una linea comune sui quali i sindacati minacciavano di bloccare l’accordo. Ieri però sembra che si sia trovato un accordo anche sui precoci e sul punto ad essi dedicato dal verbale di 5 cartelle che il Governo ha presentato ai sindacati. Nel tempo si è passati da #quota 41 per tutti, al bonus contributivo per tutti i contributi versati prima dei 18 anni, fino a quota 41 per pochi. Infatti, il Governo risponderà alle esigenze dei precoci concedendo la quota 41 a chi ha 12 mesi di contributi versati, anche se non continuativamente, prima dei 19 anni, ma con determinati e pesanti paletti. Oltre che rispettare il requisito contributivo, cioè 41 anni di contributi di cui un anno versato prima del diciannovesimo anno di età, potrà lasciare il lavoro nel 2017 solo chi è in gravi difficoltà. 

L’opzione sarà consentita quindi per coloro che sono senza reddito, 
perché disoccupati, senza ammortizzatori sociali, disabili o impegnati in attività particolarmente pesanti. Dal punto di vista sociale una cosa sicuramente giustissima, 
ma dal punto di vista tecnico un po’ meno.

Non tutti i precoci sono uguali
Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare da giovani e che dal 2012 sono stati penalizzati 
dall’abrogazione della pensione di anzianità con la sua uscita a 60 anni di età e 40 di contributi, questi sono per linea di massima i precoci. Essendo troppi, il Governo ha pensato bene nell’ottica di un 
intervento al risparmio, di tagliare la platea. Anche se non esplicitamente, viene creata una nuova 
definizione di lavoratore precoce, che è quello che ha 12 mesi di contributi prima dei 19 anni. Tra le altre cose, così facendo si concede un anno e 10 mesi di sconto agli uomini, ma solo 10 mesi alle donne che potevano uscire oggi, con 41 anni e 10 mesi di contributi. Non è ancora chiara poi la postilla sui lavoratori precoci che svolgono lavori pesanti perché per i cosiddetti lavori usuranti, il Governo ha concesso, sempre nel verbale e sempre per il 2017 un anticipo rispetto alla normativa agevolata di oggi, di 12 o 18 mesi, prevedendo anche dal 2019
 la cancellazione dell’aspettativa di vita.

Ci sono anche cose positive?
Molti avranno l’amaro in bocca, soprattutto quelli che alla luce di quanto sancito ieri sera saranno 
costretti ad arrivare quasi a 43 anni di lavoro per la pensione. Ci sono però interventi buoni per molti. 
Sempre per i precoci infatti, viene cancellata la penalizzazione di assegno che oggi è in azione per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni. Un vero precoce, che magari ha iniziato a lavorare a 15 anni e che 
continua ancora oggi, a 58 anni, con 43 di contributi potrà lasciare il lavoro senza i 4 anni di taglio di 
assegno da cui sarebbe stato penalizzato fino ai 62 anni con le regole attuali. Un vantaggio ulteriore è 
anche la possibilità di ricongiungere gratuitamente i contributi versati in diverse casse previdenziali che fino ad oggi erano a pagamento. Naturalmente bisognerà capire come ogni cassa calcolerà il suo pro rata di pensione, ma evitare il salasso delle ricongiunzioni onerose è già tanto. #pensione anticipataPensioni precoci, novità Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, cosa manca?  

Pensioni precoci al 29/9/ 2016, intervista esclusiva ad Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, la quota 41 va concessa a tutti.

Le ultimissime novità al 29 settembre sulle pensioni precoci nel giorno post incontro tra Governo e 
sindacati emergono direttamente da Roberto Occhiodoro, 
amministratore del gruppo
Emergono sensazioni contrastanti, soddisfazione per alcuni risultati raggiunti, tra questi: la #quota 41 è finalmente entrata nell'agenda politica, si è ristabilita la giusta definizione di precoce che ricomprende chi abbia lavorato almeno 12 mesi anche non continuativi prima dei 19 anni, ma resta l'amarezza sul fatto che il Governo, per ora, abbia limitato la misura ai soli precoci 'disagiati'. Vediamo nel dettaglio le parole di Occhiodoro che sintetizzano il pensiero del gruppo e soprattutto quali saranno le prossime mosse dei lavoratori. 

Novità pensioni precoci oggi, intervista ad Occhiodoro: piccoli passi avanti, ma ancora insoddisfatti
-Ieri si è stilato il verbale condiviso tra governo e sindacati, siete soddisfatti dei risultati raggiunti?

E' ovvio che non siamo del tutto soddisfatti e lo abbiamo ribadito anche ai confederali: la nostra stella polare è 41 per tutti, come andiamo dicendo da tempo e come ribadiremo nella nostra manifestazione 
che terremo prossimamente a Roma. Però dobbiamo comunque rimarcare alcune cose che erano state 
da noi richieste e che sono entrate in questo verbale e precisamente: a) definizione di precoce: dalla 
forbice 14/18 si è passati a 14/19, b) eliminazione definitiva delle penalità per tutti coloro che escono dal mondo del lavoro con le regole della legge Fornero prima dei 62 anni c) l'abolizione anche questa 
definitiva delle ricongiunzioni onerose d) quota 41 non è più un tabù ed è entrata nell'agenda politica.

Precoci, novità al 29 settembre: Quota 41 deve essere per tutti, parla Occhiodoro
- La quota 41 per ora non sarà per tutti, ma concessa unicamente a quanti avranno lavorato almeno 12 mesi , anche non continuativi, prima dei 19 anni d'età 
e si trovino attualmente in condizioni 'disagiate'. 

Ossia ai lavoratori disoccupati, agli invalidi, a quanti svolgono mestieri gravosi. Ritenete che la vostra battaglia abbia portato, almeno in parte, a dei buoni risultati?

Certo la misura per il momento riguarda una fascia ristretta di lavoratori, ma noi non molliamo e per 
quanto sarà nelle nostre possibilità, cercheremo di portare questa quota a tutti. Tengo a precisare che 
questi punti sopra elencati facevano parte dei nostri 11 presentati sia al governo che ai Sindacati, 
dunque qualcosa, che per alcuni sarà poco, è stato raggiunto.

Ultime news pensioni precoci: quali le prossime mosse?
-Quando sarà il prossimo tavolo di confronto tra lavoratori e Nannicini e quali saranno le vostre 
prossime mosse/ richieste?

Non abbiamo ancora fissato il nuovo incontro con il Governo, lo faremo nei prossimi giorni. Ma una cosa è certa ribadiremo, in ogni dove, la nostra richiesta madre: quota 41 deve essere per tutti. Stiamo organizzando una manifestazione massiccia a Roma sotto Montecitorio allargata anche ad altre realtà 
che come noi soffrono per la legge Fornero e per alcune nuove regole che il Governo Renzi vuole 
imporre in ambito previdenziale e al massimo domani sapremo il giorno preciso. Ma non ci fermeremo a questa stiamo, infatti, studiando forme di lotta anche sui vari territori dove sono presenti i nostri Comitati. 

Insomma noi non ci fermiamo assolutamente finché in questo Paese non verranno di nuovo riaffermati i diritti sacrosanti dei lavoratori. 
#Pensioni


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lunedì 20 gennaio 2014

CGIL e FIOM : Landini-Camusso, ormai è guerra


Landini-Camusso, ormai è guerra


Lo strappo sulla rappresentanza. La rottura al direttivo. Il leader Fiom: «Cgil senza democrazia, quell’accordo non è vincolante». L'intesa viene approvata, ma adesso la segretaria è molto contestata. I metalmeccanici non applicheranno il nuovo testo nelle imprese. Nicolosi: «Le sanzioni sono un freno ai delegati e al diritto di sciopero»
Un testo che limi­terà for­te­mente l’agibilità sin­da­cale, soprat­tutto quella dei dele­gati: quello appro­vato ieri sera dal diret­tivo Cgil – con 95 sì, 13 no e 2 aste­nuti – è una spe­cie di «mostro modi­fi­cato» rispetto all’accordo chiuso con le imprese il 31 mag­gio scorso, e la Fiom ha già annun­ciato che non lo applicherà.L’orrido «ogm sin­da­cale» è stato par­to­rito il 10 gen­naio, die­tro l’insistenza della Con­fin­du­stria, soste­nuta da Cisl e Uil, che ha pre­teso di intro­durre alcune novità chiave: e Susanna Camusso, rima­sta iso­lata, ha scelto di accet­tare e fir­mare.

 Nel nuovo testo sono stati inse­riti per ben 5 volte i ter­mini «san­zione» e «san­zio­nare» (ine­si­stenti nella ver­sione pre­ce­dente), men­tre si è pre­vi­sto che in attesa (e in assenza) dei con­tratti nazio­nali che que­ste san­zioni dovranno sta­bi­lire, sarà un col­le­gio arbi­trale (for­mato da rap­pre­sen­tanti delle con­fe­de­ra­zioni e delle imprese) a sta­bi­lire appunto le “puni­zioni” per chi non rispetta gli accordi. Un atten­tato, quindi, all’autonomia delle categorie.
Le pro­te­ste più forti sono venute dal segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, da Gianni Rinal­dini e dal segre­ta­rio con­fe­de­rale, coor­di­na­tore di Lavoro Società, Nicola Nico­losi. «Si è creata una frat­tura forte nella Cgil, e adesso sicu­ra­mente tutto il con­gresso verrà assor­bito da que­sto con­tra­sto sulla rap­pre­sen­tanza», spiega Nico­losi. Ieri sera dun­que si è rotta defi­ni­ti­va­mente la tre­gua, siglata fir­mando lo stesso docu­mento di mag­gio­ranza, tra Mau­ri­zio Lan­dini e Susanna Camusso, e i pros­simi mesi non saranno facili.Per­ché Lan­dini a que­sto punto ha deciso di andare per la pro­pria strada, annun­ciando che «per la Fiom, non essen­doci il voto dei lavo­ra­tori, quell’intesa non è da rite­nersi vin­co­lante»: quindi non verrà appli­cata nelle imprese dove la Fiom è pre­sente.

 Dall’altro lato, Camusso, che ha fatto dell’unità sin­da­cale il suo man­tra, si tro­verà schiac­ciata tra Confindustria-Cisl-Uil da un lato, e le pro­prie tute blu dall’altro: e tro­vare la sin­tesi, assi­cu­rare la pax che ha garan­tito finora, tanto più con la crisi che non accenna a finire e un con­te­sto poli­tico ancora con­fuso e mag­ma­tico, non sarà facile.

 Lan­dini ieri ha attac­cato Camusso fron­tal­mente, senza peli sulla lin­gua, accu­san­dola di non gestire la Cgil in modo demo­cra­tico, e di «aver messo il diret­tivo della Cgil di fronte a un testo già fir­mato». «Il modo in cui è stata gestita la vicenda è grave – ha detto il lea­der dei mec­ca­nici – per­ché non si mette il diret­tivo della Cgil di fronte a un accordo già fir­mato».

 E «fin­ché sono il segre­ta­rio della Fiom non accetto che qual­cuno al mio posto, sulla mia testa, fac­cia degli accordi senza met­tere nelle con­di­zioni gli iscritti e i dele­gati di poter intervenire».Tutto que­sto, ha aggiunto, «vuol dire che c’è anche un pro­blema di demo­cra­zia nella Cgil, si rende evi­dente che c’è una crisi demo­cra­tica del nostro sin­da­cato». «Io – ha spie­gato – sono pie­na­mente den­tro le regole e lo sta­tuto Cgil, ne chiedo l’applicazione.

Non è demo­cra­tico fir­mare un accordo e poi dire a tutti “ditemi di sì” per­ché altri­menti c’è la fidu­cia sul segre­ta­rio. Non si gesti­sce così un’organizzazione».

L’attacco a Camusso, da parte di un segre­ta­rio che ha sem­pre gestito i rap­porti Fiom-Cgil con cau­tela e diplo­ma­zia, è senza pre­ce­denti. Lan­dini, negando davanti ai gior­na­li­sti di voler uscire dalla Cgil – «Non ho nes­suna inten­zione di andare via, per­ché la Fiom è la Cgil» – ha chie­sto di sot­to­porre il testo a refe­ren­dum. «Ma – ha con­cluso – la pro­po­sta di Camusso è che decide il diret­tivo e non c’è alcuna con­sul­ta­zione.

Anzi ci sono le assem­blee infor­ma­tive di Cgil, Cisl e Uil da orga­niz­zare. I lavo­ra­tori però per me devono poter deci­dere su quello che li riguarda, non solo ascoltare».Sulla stessa linea, Nicola Nico­losi, la cui area Lavoro Società (18 per­sone) ha deciso di non par­te­ci­pare al voto: «Lo abbiamo fatto per­ché non rico­no­sciamo nean­che la legit­ti­mità di un voto simile, dove si chiede pra­ti­ca­mente di dire sì a deci­sioni già prese: impe­den­doci così di discu­tere del merito, e ridu­cendo tutto a un voto di fidu­cia sul segre­ta­rio gene­rale», spiega.

 Oltre ai 18 di Lavoro e società, man­cano all’appello altri 52 voti (il totale dei mem­bri del diret­tivo è di 180 per­sone, i 13 no sono quelli della Fiom). «Almeno una cin­quan­tina di per­sone della mag­gio­ranza per un motivo o per l’altro non hanno votato – dice Nico­losi – E se fossi il segre­ta­rio gene­rale, mi chie­de­rei dove sono finiti».Il ter­reno sotto Susanna Camusso, insomma, è diven­tato rovente.

E sep­pure la gran parte dei segre­tari di cate­go­ria l’appoggi, non è escluso che il con­gresso adesso si pola­rizzi, gra­zie al forte impatto media­tico di Mau­ri­zio Landini.E sul merito? Del col­le­gio arbi­trale, si è già detto: Lan­dini sicu­ra­mente non ha gra­dito che a giu­di­care del com­por­ta­mento delle sue strut­ture e dei suoi dele­gati, pos­sano essere i con­fe­de­rali, seduti allo stesso tavolo con mana­ger e imprenditori.

Quanto alle san­zioni (pre­vi­ste per chi non rispetta gli accordi fir­mati: sia il lavo­ra­tore, che la sua sigla sin­da­cale, che l’impresa), Nico­losi dice che «così si ini­bi­sce l’attività dei dele­gati, il diritto di scio­pero. Si met­tono paletti e buro­cra­zia su quello che dovrebbe essere spon­ta­neità e movi­mento. Ci stiamo ammaz­zando da soli: senza dele­gati il sin­da­cato è desti­nato a sparire».

Cgil, il documento alternativo alla Fiom: "Rompete con la maggioranza"

I sostenitori del documento alternativo "Il sindacato è un'altra cosa" (di cui è leader Giorgio Cremaschi) che non hanno partecipato al voto nel direttivo Cgil dell'altro giorno, quello convocato per approvare l'accordo sulla rappresentanza, considerano quel testo una violazione dello statuto della Cgil e quindi sono pronti a ricorrere alle vie formali: "Né la segreteria né il direttivo - si legge in una nota - hanno il potere di non rispettare o di cambiare nei fatti lo statuto dell'organizzazione". "La sostanza è che con la sentenza di luglio - si legge in un comunicato - la Corte Costituzionale ha affermato che non si possono condizionare la rappresentanza e i diritti sindacali all'obbligo della firma degli accordi.

 E ancora di più che i lavoratori hanno diritto a scegliere liberamente chi li deve rappresentare.

 L'accordo sulla rappresentanza nega queste principi, come definirlo se non incostituzionale?" Gli altri passaggi che il documento alternativo considera non leciti riguardano le procedure di decisione e arbitrato sull'attività sindacale, le sanzioni anche pecuniarie per le strutture e i lavoratori che fanno i delegati, le regole e lo spirito dell'intesa sulla rappresentanza violano lo spirito e le norme della costituzione democratica della CGIL. "Si costituisce un sistema sindacale aziendalista e al tempo stesso centralizzato in forma autoritaria, le autonomie delle categorie e i diritti democratici degli iscritti sono tutti sottoposti al controllo di conformità all'accordo.

La CGIL, se applica l'accordo, deve non rispettare il proprio statuto", si legge ancora. "Il sindacato è un'altra cosa" non può non sottolineare come lo scontro sulla rappresentanza ha provocato l'esplosione della maggioranza che da poco si era presentata assieme nel congresso. "Nel direttivo nazionale Susanna Camusso e Maurizio Landini si sono affrontati con una durezza rara. E con accuse che se portate avanti coerentemente non possono che mettere reciprocamente in discussione il ruolo e la persona". Landini è arrivato ad affermare che non rispetterà le decisioni del direttivo "e siamo d'accordo", "abbiamo subito sostenuto che a questa intesa si disobbedisce, che nostro primo compito è farla saltare rendendola inapplicabile".

Il documento coglie "due grandi contraddizioni nella posizione del segretario della FIOM".

La prima, sulla quale ha giocato Susanna Camusso, è che l'intesa del 10 gennaio applica quella del 31 maggio scorso.
 La seconda contraddizione è che non si può dire che non si accettano le decisioni del direttivo e poi continuare a far parte della maggioranza. "La FIOM nazionale ha sospeso i congressi e svolgerà assemblee di delegati. Poi pare che Landini e la sua area abbiano intenzione di presentare emendamenti contro l'accordo, emendamenti al documento firmato da Susanna Camusso.

 Ma scherziamo? Si afferma, giustamente, che è in discussione la democrazia in CGIL e poi tutto questo si traduce in una nuova postilla al documento Camusso?". "Non chiediamo a Landini di venire nel documento alternativo, anche se non siamo degli appestati. Rompa lui con il documento che in premessa esalta l'accordo del 31 maggio e passi lui, nei suoi modi, all'opposizione in CGIL. Faccia questa scelta e noi troveremo il modo di fare una battaglia comune, passando sopra a tutte le cattiverie che abbiamo subito. Ma rompa sul serio e prima di tutto ritiri la firma dal documento Camusso".

 Il documento "Il sindacato è un'altra cosa" sostiene che presentare ora agli iscritti il documento di maggioranza come se niente fosse, mentre i leader di quella maggioranza si dividono e scontrano sulla natura stessa della CGIL, "non sarebbe solo un intollerabile inganno, ma una scelta poco seria".



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domenica 24 novembre 2013

M. LANDINI, NON VOGLIAMO PORTARE SINDACATI IN TRIBUNALE


FIAT: LANDINI, NON VOGLIAMO PORTARE SINDACATI IN TRIBUNALE

“Non vorremmo, per far rispettare la sentenza della Corte Costituzionale, dover portare le altre organizzazioni sindacali in tribunale. Sarebbe sbagliato”: così il leader della Fiom, Maurizio Landini, ha commentato il fatto che lunedì la Fiat incontrerà la Fiom, ma separatamente dagli altri sindacati che “non permettono” l’incontro insieme. “Non vorremmo che ad assumersi la responsabilità di un comportamento antisindacale sia un altro sindacato”, ha aggiunto Landini a margine della presentazione del suo nuovo libro ‘Forza lavoro’.

Landini ha ricordato che “la sentenza della Consulta dice che non si può escludere un’organizzazione sindacale che è rappresentativa, e che la logica ad excludendum non è legittima chiunque la faccia”, e ha sottolineato di non voler rinunciare “al diritto di avere un unico tavolo” Il segretario generale della Fiom, confermando che lunedì sarà a Torino “per fare con la Fiat una discussione sulle scelte strategiche, sugli investimenti, sulle condizioni di lavoro”, ha affermato di ritenere “un fatto importante che si riprendano le relazioni sindacali, dopo la sentenza della Corte costituzionale”, ma ha anche evidenziato che “per la Fiom rimane la necessità che si arrivi ad un tavolo unico con tutti i sindacati. Facciamo una riflessione. Garantire l’agibilità sindacale è un fatto di democrazia per tutti”.

Replicando a Fim e Uilm, ha infine aggiunto: “Noi non abbiamo mai insultato nessuno, mai firmato accordi che escludono altri sindacati. Sono mesi che proponiamo loro di incontrarci, anche per discutere delle regole”.

leggi anche http://cipiri19.blogspot.it/2013/11/forza-lavoro-maurizio-landini-libro.html

Forza Lavoro : Maurizio Landini, libro


“Il lavoro è decisivo per cambiare il Paese e combattere le diseguaglianze ma negli ultimi anni è stato cancellato e precarizzato.
 La sola forza della partecipazione potrà portare al miglioramento”. 
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giovedì 19 maggio 2011

SINDACATI, MARCEGAGLIA DI FORLÌ IN SCIOPERO

- Nuova fumata nera sull'accordo aziendale alla Marcegaglia di Forlì sul contratto aziendale. Dopo la rottura delle trattative dei giorni scorsi anche l'incontro di oggi non è servito a sciogliere i nodi della vertenza e i sindacati dei metalmeccanici, unitariamente, hanno proclamato uno sciopero che proseguirà anche domani. Fim Fiom e Uilm, assieme alle Rsu dello stabilimento, infatti, «hanno ritenuto inaccettabile che a più di un anno dall'avvio dei negoziati la direzione Marcegaglia continui a riproporre le stesse posizioni sui rinnovi contrattuali e che, nonostante le significative aperture ed i passi in avanti fatti dal sindacato ad oggi, i lavoratori siano ancora senza contratto», come si legge in una nota che denuncia «i continui atteggiamenti dell'azienda volti ad aumentare la tensione e le intimidazioni sui singoli lavoratori»


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