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giovedì 26 dicembre 2019

Gli Auguri di Landini Conquistano i Social






 “Nessuno si salva da solo, 
nessuno salva da solo qualcun altro”

 Il messaggio di auguri di Maurizio Landini “a chi per vivere ha bisogno di lavorare” conquista i social e viene apprezzato dalle lavoratrici e dai lavoratori che, a migliaia, l’hanno condiviso e rilanciato dalla pagina di Radio Articolo 1, la web radio del sindacato, cui si deve la realizzazione del video. E diventa racconto corale e collettivo. Un primo, importante e tangibile risultato del nuovo corso della comunicazione Cgil, fortemente voluto da Landini e diretto dall’ex direttore del Manifesto, Gabriele Polo, che recupera una tradizione bella e antica per il sindacato, gli auguri  di buone feste ai lavoratori, inaugurata dal padre della Cgil, Giuseppe Vittorio, e oggi ripresa da Landini: “Voglio fare gli auguri di buone feste e di buon anno a tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare”, dice il segretario della Cgil. “Sono stati anni difficili per chi lavora: c’è troppa precarietà e il lavoro tante volte manca, c’è stato un peggioramento dei diritti e delle condizioni del lavoro. Pensiamo quindi che sia importante affermare un principio fondamentale: che qualsiasi persona che lavora, con qualsiasi rapporto di lavoro, debba avere gli stessi diritti e le stesse tutele. Vogliamo affermare che le persone, attraverso il lavoro, siano libere, possano realizzarsi, possano utilizzare la loro intelligenza. Ecco, questo è l’obiettivo che vogliamo realizzare nel 2020”. Landini ha ricordato che la Cgil è una bella comunità di donne e di uomini liberi, ha esortato ad iscriversi al sindacato, a partecipare, a renderlo più forte, a mettersi tutti in gioco,
 perché solo così è possibile il cambiamento.


E in tanti, dai luoghi di lavoro di tutta Italia, hanno risposto agli auguri del segretario, come racconta Giorgio Sbordoni. Dai delegati di Alitalia, dell’Ilva, della Whirlpool, dalla Fiat di Mirafiori, dal call center Almaviva di Palermo, dallo stabilimento “La Perla” di Bologna, dalla Wanbao di Belluno, dalla Fondazione Santa Lucia, dall’ex Alcoa, dalle acciaerie di Piombino e dai lavoratori di Industria Italiana Autobus: “Landini è stato il nostro faro nella tempesta”, – si legge nel messaggio di Silvia Curcio, delegata Fiom, che da nove anni porta avanti, insieme ai suoi colleghi, la battaglia di Industria Italiana Autobus a Flumeri, in provincia di Avellino –. Se dopo tanto tempo siamo ancora qui a parlare di produrre autobus italiani, lo dobbiamo alla sua e alla nostra tenacia e caparbietà! Gli anni che verranno siano quelli di una svolta, al centro dell’agenda politica ci sia il lavoro, per ridare dignità a tutti”. E dalla Embraco di Torino, gli fa eco un altro delegato, Daniele Barbuto: “Grazie Maurizio, per gli auguri, e per tutto ciò che fai a difesa dei nostri diritti. Della nostra vertenza sai tutto, eri seduto con noi quando abbiamo firmato l’accordo al Mise, e sai quanto ci abbiano illusi lor Signori, rivelandosi poi dei malfattori. Per Natale io e i miei Compagni chiederemo di riavere indietro la nostra Dignità, perché il lavoro è Dignità!”.

E al messaggio di auguri di Landini hanno risposto, ricambiando, anche tantissimi giovani, studenti, precari, alcuni scrivono dall’estero, altri militano nei movimenti, come Friday  For Future o le Sardine, che in questi mesi hanno animato le mobilitazioni per l’ambiente e la democrazia. Alessandra Giannessi, da Bruxelles, si augura che “emigrare possa diventare una scelta e non una necessità, che l’Italia torni ad essere un Paese dal quale, se partiamo,
non lo facciamo perché costretti”.

Gli Auguri di Landini Conquistano i Social


Alessandra Giannessi da Bruxelles
Emanuele Quarta del movimento delle Sardine: “Il nostro augurio e la nostra speranza – scrive – sono di poter vivere in un paese meno diviso, un paese in cui le diversità siano considerate valore e capitale umano. Lavoriamo per un paese più inclusivo e con più tutele e diritti, lavoriamo affinché gli ultimi abbiano una voce.” E Andrea Russo, 22 anni, che vive a Torre Maura, periferia di Roma, che ricorda che “l’emergenza più grave del nostro paese è la disoccupazione giovanile”. E Luca Franceschetti, giovane attivista di Friday For Future “Ci aspettiamo dalla Cgil per il 2020, che sottoscriva e faccia propria la mozione adottata al congresso del Trade Union Congress inglese sulla crisi climatica e la giusta transizione, che si ponga nell’obiettivo di tutela dei lavoratori una completa decarbonizzazione dell’economia.”

Gli Auguri di Landini Conquistano i Social


Luca Franceschetti, Friday For Future
Al messaggio di Landini hanno risposto anche i rappresentanti dei rider: “Sogno che nel 2020 si riesca a vincere la battaglia dei rider – scrive il ventunenne Talem Parigi – non possiamo lasciar ancora così tanti lavoratori senza alcun diritto e tutela. Sento nei miei colleghi rider una grande rabbia, una grande tristezza, una grande insoddisfazione, sento che pensano di essere abbandonati in questo campo di battaglia che ormai è diventato il mercato del lavoro.”

Gli Auguri di Landini Conquistano i Social


Auguri, auspici, propositi che, nel 2020 potranno tradursi in realtà solo attraverso le lotte e la partecipazione di tutti. E’ questo il senso più autentico del messaggio di auguri del segretario della Cgil. Un’iniziativa che parla alle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, che crea comunità, che innesca dibattito, che genera scambio tra esperienze e battaglie diverse ma accomunate dalla volontà di rendere il Paese più giusto.




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martedì 25 giugno 2019

Landini: “No alla flat tax, chi ha di più deve pagare di più”

Landini: “No alla flat tax, chi ha di più deve pagare di più”





«Per noi la riforma fiscale va fatta, ma affrontando tre punti. Colpire l’evasione fiscale, basta condoni. Le tasse devono essere progressive: chi più ha, più deve pagare. E poi c’è bisogno di semplificare il sistema fiscale, incentivando le imprese che investono e tengono qui le produzioni».Così Maurizio Landini, segretario CGIL, a margine dell’incontro “Dati alla mano, serve più democrazia. Un piano regolatore per reti trasparenti e algoritmi negoziabili” a Milano.


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venerdì 14 giugno 2019

Landini: il Fascismo non è idea ma un Crimine

Landini: il Fascismo non è idea ma un crimine.


Landini: il Fascismo non è idea ma un crimine.
Chiudere le sedi di Casapound
Il leader della Cigl ha parlato a Bologna dove si è svolta la manifestazione dei sindacati

Sono stati oltre 30mila i partecipanti alla manifestazione nazionale
 dei sindacati per il primo maggio a Bologna.
Lo hanno annunciato gli organizzatori dal palco in piazza Maggiore dove si è svolto il comizio
dei leader di Cgil, Cisl e Uil. Protagonista assoluto il leader della Cgil Maurizio Landini che ha preso di mira il rigurgito di fascismo che si registra nel nostro Paese.

Il messaggio a Salvini
Landini ha mandato un messaggio al leader della Lega Matteo Salvini:
 "Se vuole rispettare la
Costituzione su cui ha giurato non deve chiudere i porti,
 ma deve chiudere le sedi di Casapound".

Il Fascismo è un crimine 
Il segretario ha poi ripercorso alcune tappe della storia
 e fatto riferimento alle leggi razziali, alla guerra,
alla chiusura della Camera del lavoro, agli arresti di coloro
che la pensavano diversamente: "Il fascismo
- ha detto - non è un'idea, il fascismo è un crimine
e lo dobbiamo ricordare sempre". Parole accolte con
un boato di applausi dalla folla in piazza Maggiore.






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giovedì 21 marzo 2019

Landini: per chi Lavora più Salario e Meno Tasse

Landini, «Per chi lavora più salario e meno tasse. E anche l’articolo 18»


Landini, «Per chi lavora più salario e meno tasse. E anche l’articolo 18»

Il governo ci ha voluto incontrare e questo è importante, perché siamo davanti a un cambio di linea dopo la nostra manifestazione del 9 febbraio». Anche con Renzi all’inizio ci fu dialogo ma poi finì in scontro.

Andrà allo stesso modo? «Io le cose le prendo seriamente e non ho pregiudiziali. Se è solo cortesia o
sostanza lo verificheremo confrontandoci nel merito».
Dietro la scrivania Maurizio Landini ha il ritratto di Giuseppe Di Vittorio fatto da Carlo Levi. Un quadro rimasto per anni negli scantinati della sede di Corso d’Italia dopo che l’allora segretario della Cgil lo rifiutò, offeso perché era stato raffigurato senza cravatta. Landini la cravatta non la porta quasi mai e sorride ricordando l’aneddoto.

Guardiamo al merito, allora. Il nuovo cavallo di battaglia del M5S è il salario minimo. Cosa ne pensa?
«A tutte le persone che lavorano debbono essere garantiti diritti. Non c’è solo il salario, ci sono anche altri istituti come ad esempio le ferie o la malattia. La strada migliore è dare validità erga omnes ai
contratti nazionali, che permetterebbero di considerare i trattamenti economici e normativi complessivi e di essere più aderenti alle diversità di settore»

Confindustria dice che 9 euro l’ora sarebbero troppi.
«Il problema nel nostro Paese è che i salari sono troppo bassi.
Il loro valore reale deve aumentare»

E come si fa?
«Bisogna che i contratti nazionali tornino a far crescere i salari. Ma serve anche un intervento fiscale: è necessario ridurre il peso delle tasse sul lavoro dipendente e sui pensionati, aumentando le detrazioni e rivedendo il sistema delle aliquote».

La flat tax andrebbe bene?
«No, bisogna rispettare il principio della progressività previsto dalla Costituzione. Sia per i redditi, sia per la ricchezza nel suo complesso».

Allora sta parlando della patrimoniale?
«Non mi impicco alla singola parola. Se proprio dobbiamo dargli un nome chiamiamolo contributo di equità. Ma l’importante è andare a prendere i soldi dove ci sono per rilanciare gli investimenti, quelli
pubblici sono crollati del 30% negli ultimi dieci anni, e per creare lavoro».

A proposito di lavoro, il reddito di cittadinanza è un disincentivo a cercarne uno?
«Combattere la povertà è una scelta positiva, è sul come che abbiamo le nostre perplessità. Ad
esempio vengono penalizzati i migranti, le famiglie numerose. E, soprattutto, non basta dare un lavoro a una persona per farla uscire dalla povertà. Si può essere poveri anche lavorando, è questa la
drammatica novità dei nostri tempi. Serve una rete di servizi sociali complessa, e invece qui si mettono in campo i navigator, persone che dovrebbero trovare un lavoro agli altri ma nel frattempo sono precari».

Ma cosa si aspetta sul lavoro da questo governo?
«Vorrei ricordare che il Movimento 5 Stelle aveva nel programma elettorale il ritorno dell’articolo 18.

Questo confronto potrebbe affrontare il tema di come si costruisce uno nuovo statuto dei diritti, che dia tutele anche a quelli che non ce l’hanno, come i rider e i tanti altri sfruttati».

Quindi chiede al governo di ripristinare l’articolo 18?
«La Cgil ha depositato in Parlamento una proposta di legge con un nuovo statuto dei lavoratori che
prevede anche il ripristino e l’estensione delle tutele. E che soprattutto stabilisce come i diritti siano in capo alla persona, non al rapporto di lavoro. Il che vuol dire aprire la strada a tutele reali anche alle partite Iva. Avevano promesso che le leggi di iniziative popolare avrebbero avuto un percorso
preferenziale. Ecco, ne hanno una già pronta con un milione e mezzo di firme».

Un tempo la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci. I tempi sono cambiati, ma come vede Nicola
Zingaretti nuovo segretario Pd?
«Sono rispettoso della loro e della nostra autonomia. Rilevo che le primarie sono stato un fatto
democratico importante. Ha vinto chi si è presentato come il candidato della discontinuità. Se il mondo del lavoro torna ad avere una sua rappresentanza è un elemento di rafforzamento della democrazia. Ma anche lì conta cosa si farà nel merito».



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sabato 16 febbraio 2019

Landini vince causa contro la Saras e dona 25 mila euro

Landini vince causa contro la Saras e dona 25 mila euro

Maurizio Landini alla cerimonia di donazione assieme al segretario regionale Fiom Sardegna, Mariano Carboni, e la sindaca di Villa San Pietro, Marina Madeddu

Morti sul lavoro, Landini vince causa contro la Saras e dona 25 mila euro al paese delle vittime
La Fiom si era costituita parte civile contro la raffineria dei Moratti nel 2009 in seguito al decesso di 3 operai dentro lo stabilimento di Sarroch


Il mondo del lavoro cambia continuamente. Per effetto dell’innovazione tecnologica che fa nascere nuovi mestieri e nuovi modelli organizzativi ma anche per effetto di sentenze che creano precedenti importanti in argomenti delicati come quello della sicurezza. Una di queste è sicuramente quella che ha dato ragione alla Fiom-Cgil che nel 2009 si era costituita parte civile nel processo per la morte sul lavoro di 3 operai nella raffineria Saras di Sarroch, in provincia di Cagliari, di proprietà della famiglia Moratti.

L’organizzazione sindacale ha ottenuto dalla Saras un risarcimento morale di 25.000 euro che è stato donato al comune di Villa San Pietro, luogo dove le tre vittime vivevano. Grazie a questa somma sarà costruita una sala musica per i giovani. Il leader della Fiom, Maurizio Landini, presente alla cerimonia di donazione, ha annunciato che d’ora in avanti il suo sindacato “si costituirà sempre parte civile ogni volta che ci saranno degli incidenti” anche perché “il problema della sicurezza sul lavoro sta peggiorando anziché migliorare”.

Esagerazioni di Landini a fine propagandistico? Purtroppo no. I dati statistici esistenti confermano che la denuncia del leader della Fiom è vera. Dal rapporto elaborato dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering basato sui dati Inail emerge che nel 2015 le morti bianche in Italia sono state pari a 1172. Ben 163 in più rispetto al 2014.

La regione più colpita è stata la Lombardia con 124 vittime, davanti alla Campania con 87 e alla Toscana con 79. In termini relativi, ovvero considerando l’incidenza sul totale degli occupati, emerge però una fotografia diversa. Le regioni con il maggior numero di vittime sono quelle del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) davanti alle Isole (Sicilia e Sardegna). Quelle più virtuose (o probabilmente sarebbe meglio dire meno peggio) sono quelle del Nord Ovest (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria).

Tra i vari settori quelli più colpiti sono le costruzioni, la manifattura e i trasporti e da qui la conseguenza naturale che il problema è fondamentalmente maschile dato che la piaga colpisce nel 94,5% gli uomini e solo nel 5,5% le donne. Differenza di genere che tuttavia trova poco spazio sulle pagine dei giornali e nei salotti televisivi.

E a morire sono i lavoratori più anziani, quelli più fiaccati dalla fatica. I dati lasciano pochi dubbi a riguardo. Sui casi in cui l’età è nota l’incidenza dei lavoratori dai 55 anni in su è pari al 74,7%. Dato che dovrebbe far riflettere di fronte al costante allungamento dell’età pensionistica.

Per Maurizio Landini si continua a morire sul lavoro perché “le aziende considerano la sicurezza un costo”. Il problema è dunque culturale e una conferma arriva da un confronto tra i dati italiani e quelli degli altri paesi europei. Una inchiesta del quotidiano la Repubblica del 2013 ha messo in luce che l’Italia ha il primato europeo dei morti sul lavoro. In valori assoluti battiamo perfino la Germania ma non è certo una vittoria di cui andare fieri.


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venerdì 7 dicembre 2018

Landini dice Salvini e Di Maio Abbaiano ma non cambiano niente

Landini dice Salvini e Di Maio Abbaiano ma non cambiano niente


 Maurizio Landini, possibile futuro segretario generale della CGIL, il quale si è soffermato su diversi temi economici, lavorativi e sindacali attuali, non lesinando critiche al Governo in carica. Vediamo le parti salienti di quello che ha detto.

Landini: 'Governo? Per ora molte chiacchiere e pochi fatti'
Maurizio Landini ha esordito dicendo: "Il sindacato sta dalla parte del cambiamento e del miglioramento delle condizioni di chi lavora.

Noi siamo autonomi da Governi e li giudichiamo per quello che fanno. Ad oggi siamo di fronte a molte chiacchiere e molti annunci, pare di essere in campagna elettorale, ma di fatti ce ne sono molto pochi.

Anche la famosa "Quota 100" e il famoso reddito di cittadinanza non si capisce ancora come e quando li fanno, né chi li prende. Il Governo sta semplicemente applicando un accordo che hanno fatto fra privati, ma non c'è nessun confronto né discussione. Il problema di questo paese è creare lavoro [VIDEO] e far ripartire gli investimenti pubblici e privati".

'Su pensioni meccanismo molto rigido e donne penalizzate, se Quota 100 fosse retroattiva sarebbe presa in giro'
Parlando in particolare della possibile "Quota 100" sulle Pensioni, Landini ha detto: "Intanto non si capisce come viene fatta, ne circolano di ogni genere. Inoltre pare che ci troveremo di fronte a un meccanismo molto rigido: devi avere 62 anni di età e 38 di contributi, se non hai i due elementi la cosa non funziona. Questo penalizza sicuramente le donne, perché difficilmente hanno tutti quegli anni di contributi.

La nostra proposta è 62 anni di età, ma con una flessibilità che permetta alla singola persona di decidere in base ai contributi di poter uscire. Inoltre, siccome in campagna elettorale dicevano di voler cancellare la Riforma Fornero, c'è anche il problema dei giovani: occorre creare un sistema che dia un futuro di pensione anche a loro. Inoltre, come noi diciamo da sempre, i lavori non sono tutti uguali: dipende da quello che fai (...) Noi già ai Governi precedenti chiedevamo di cambiare la Fornero. Quello che vuol fare questo Governo non si capisce: se dovesse saltare fuori che la Quota 100 è retroattiva, perché 62 anni li dovevi avere due anni fa, ma chi stiamo prendendo in giro?".

Landini su Europa: 'Di Maio e Salvini hanno abbaiato ma ora dicono a Conte di fare l'accordo, facciano vera trattativa'
Landini si è anche soffermato sui temi europei: "Il sindacato non ha avuto bisogno del Governo Salvini-Di Maio per dire che andava cambiata l'Europa: noi eravamo contro il pareggio di bilancio e contro il fiscal compact e abbiamo chiesto di rivedere i Trattati.

Io critico il fatto che questi fanno campagna elettorale. Se vogliono cambiare veramente le cose dovrebbero fare una trattativa vera, a partire da quelli che in Europa comandano [VIDEO]. Qui invece si fanno solamente degli annunci, per poi tornare indietro: Salvini e Di Maio hanno abbaiato per dire ora a Conte di fare l'accordo che puoi e vediamo come saltarci fuori. La vera trattativa sarebbe su un punto: quella degli investimenti, per il loro rilancio e per scomputarli dal debito".

Landini: 'Se non arriva risposta dal Governo noi facciamo mobilitazione, non ci fermeremo davanti a nulla'
Riguardo alla provocazione che Confindustria potrebbe mobilitarsi e il sindacato no, Landini ha detto: "Gli imprenditori vediamo cosa fanno [VIDEO], dovrebbero riprendere a fare gli investimenti. Noi come sindacato abbiamo sempre fatto Politica, non siamo apolitici. Noi siamo un soggetto che giudica i Governi per quello che fanno. E così abbiamo fatto coi precedenti. La disintermediazione purtroppo è partita prima. CGIL, CISL e UIL insieme hanno scritto al Governo per proporre cosa fare, anche su evasione e investimenti. La risposta ancora non c'è. Stiamo facendo assemblee per preparare la mobilitazione e noi saremo pronti a mettere in campo quello che abbiamo sempre fatto con ogni Governo. Se le cose non vengono fatte non ci fermeremo davanti a nulla e decideremo tutto quello che c'è da decidere".

'Non è cambiato niente: iscritti CGIL che hanno votato Lega mi chiedono di difenderli dalle cose che il Governo non farà'
Landini ha poi concluso: "Il Governo vuol raccontare che non discute coi sindacati, vorrei far notare che quelli prima di loro che volevano la disintermediazione ora non ci sono più, mentre noi ci siamo ancora. Quindi suggerirei anche a questi di volare basso. I sindacati in Italia hanno 11 milioni di iscritti che ogni mese pagano volontariamente la tessera. I 5 Stelle hanno preso proprio 11 milioni di voti e pensano di non dover più rispondere a nessuno, e a noi con gli stessi numeri non ci vogliono incontrare. Così si riduce la democrazia ma noi non abbiamo nessuna intenzione di stare zitti e fermi. (...) Diversi lavoratori iscritti alla CGIL mi fermano e mi dicono: 'Abbiamo votato la Lega perché volevamo il cambiamento, ma tu non abbassare la guardia e difendici anche dalle cose che quel Governo non farà'. (...) Quello che mesi fa hanno annunciato ancora non si vede: le condizioni di vita delle persone non sono cambiate chi era precario è ancora precario, chi voleva andare in pensione non ci è ancora andato perché i soldi non ci sono. Questo Governo, al di là delle parole, non sta cambiando le ragioni per cui si è determinata questa crisi (...) Noi abbiamo varie proposte già depositate in Parlamento che aspettano delle risposte: siamo un sindacato di progetto e non solo di opposizione".


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lunedì 29 ottobre 2018

Renzi, alt a Landini leader Cgil

Renzi ma non hai ancora finito di rompere i coglioni ? Hai rovinato e distrutto tutto quello che hai potuto. Dove passi tu non ricresce più l' erba e adesso cosa vuoi da Landini ? Contro di lui non ce la farai. MATTEO STAI SERENO !!!



Renzi e i renziani del Pd ripetono che i giochi in Cgil non sono fatti e che la candidatura a leader di Maurizio Landini avanzata dalla segretaria uscente Camusso è tutt’altro che scontata. La Cgil, come tutta la sinistra, non gode di buona salute, ma con i suoi apparati, i suoi 5 milioni di iscritti, la sua ramificazione nei luoghi di lavoro e sul territorio nazionale conta nelle diatribe interne del Pd e dei cespugli vicini, pesa nel bilanciamento dei poteri locali e nazionali e incide nell’orientamento – anche elettorale – degli italiani. Dal dopoguerra, per decenni, la Cgil fungeva sostanzialmente da “cinghia di trasmissione” del Pci e anche da serbatoio di voti.



Poi, dopo la fine della prima Repubblica, il rapporto fra il sindacato e il partito si è via via stemperato fino a ribaltarsi, con la contrapposizione al Pd renziano e al governo Renzi, le bordate sulla legge Fornero, il jobs act, la “guerra” contro il referendum costituzionale, il disimpegno nelle elezioni del 4 marzo con aperture ai partiti considerati fino a poco tempo “nemici”, quali M5S e Lega. Renzi si era illuso di aver rottamato anche la Cgil e i suoi capi ex comunisti. La Cgil, invece, ha resistito, pur in difesa, preparando su più fronti il contrattacco, decisa adesso a riscattarsi proprio con Landini nuovo leader. Renzi sembra aver capito la lezione e cerca, forse in ritardo, di porvi rimedio entrando a gamba tesa, anzi tesissima, nelle questioni interne alla Confederazione che fu guidata da capi di grande statura e carisma quali i comunisti riformisti Di Vittorio, Lama, Trentin. L’obiettivo è chiaro: in un Pd comunque “a trazione” renziana non è pensabile lasciare il più forte sindacato italiano a “briglia sciolta”, tanto meno in un ruolo di contrapposizione al partito e alla sua leadership nonché sempre più vicina a non poche posizioni del governo giallo-verde, del M5S e della Lega di Salvini. Renzi vuole una Cgil cavallo di Troia contro l’attuale governo, un sindacato con alla testa un suo “emissario” e non un leader carismatico che decide e fa con la propria testa. Così, con i suoi, tende la trappola, anzi le trappole, per rendere la campagna congressuale della Cgil un campo minato, giocando ogni carta pur di fermare Landini, puntando sull’antagonista Vincenzo Colla, considerato un riformista moderato, non “nemico”. Entrambi, Landini e Colla sono emiliani e reggiani. Anche altri esponenti ex Pci del Pd e dintorni (Bersani, D’Alema&C) temono Landini leader, sempre guardinghi di chi viene da quella Fiom che già con la Flm si rese protagonista di fughe in avanti avversate da Lama e dallo stesso Berlinguer.

 Ecco perché il Pd e gli altri cespugli della sinistra tentano, ognuno per propri fini, di condizionare contenuti e leadership della compagna congressuale della Cgil in corso prima dell’assise nazionale conclusiva del 23-25 gennaio 2019. In questo quadro si inserisce il recente “fattaccio” di Reggio Emilia. Il voto segreto che l’altro ieri al congresso della Cgil della città emiliana ha silurato il segretario generale della Camera del lavoro Guido Mora è infatti un segnale politico che va oltre il sindacato e oltre il territorio provinciale coinvolgendo anchePd e sinistra a livello nazionale. Un militante ha affermato che la vicenda è di una tale gravità seconda solo ai tragici fatti del 7 luglio 1960. Non è solo una questione di peso organizzativo, anche se si tratta di una confederazione di oltre 110.000 iscritti. E non è questione (solo) personale legata a un segretario di lungo corso, per altro unico candidato designato. Il colpo di mano che nel segreto dell’urna ha “freddato” Mora è legato alla lotta congressuale per il ricambio del prossimo leader nazionale del maggiore sindacato italiano. Come già sopra scritto, Susanna Camusso ha indicato come prossimo leader Maurizio Landini, ex capo duro della Fiom, etichettato quale radical populista con pulsioni che una volta sarebbero state considerate estremiste e gruppettare. C’è già chi, per fargli un favore o un dispetto non si sa, chiama Landini il Salvini sindacale. Mora, il cui affossamento nel segreto dell’urna ricorda il metodo dei “101” che bruciarono la candidatura di Prodi affondando la segreteria di Bersani, ha affermato in assemblea composta per lo più da iscritti al Pd: “Ringrazio i farabutti che sono in assemblea generale. Buona fortuna, perché ne avete bisogno”.

Gira e rigira si torna ai compagni-fratelli-coltelli dove si mischiano questioni personali e di potere con questioni politiche. Mora e quelli come Mora – su su fino a Landini – sono scomodi perché contrari alla logica del sindacato subalterno al partito, favorevoli invece a una Cgil “soggetto politico” (autonomo da imprese, partiti, governi) al limite del sindacato-partito sul crinale del sempre aborrito pansindacalismo. Non solo. Anche il Pd è nel fuoco delle turbolenze interne avviandosi verso primarie e congresso. Una lotta senza esclusione di colpi, con le varie fazioni (renziani e anti renziani) in cerca di alleati e al contempo impegnati a individuare e stanare nemici ovunque collocati. La Cgil, per il suo peso organizzativo e politico, diventa così importante terreno di scontro partitico anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Mora viene sacrificato per “garantire” il Pd reggiano ed emiliano in vista delle elezioni comunali, un messaggio per “rassicurare” il Pd nazionale in vista delle Europee di maggio. Un campanello d’allarme anche per Landini e per chi lo sostiene? Il colpaccio di Reggio Emilia ha fatto cadere le maschere dei congiurati rischiando di diventare un boomerang per i cospiratori. Un boomerang che può andare ben oltre i confini della città emiliana.

Renzi ma non hai ancora finito di rompere i coglioni ? 
Hai rovinato e distrutto tutto quello che hai potuto.
 Dove passi tu non ricresce più l' erba e adesso cosa vuoi da Landini ? 
Contro di lui non ce la farai. MATTEO STAI SERENO !!!


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lunedì 4 maggio 2015

BLOG DI CIPIRI: 5 maggio: Sciopero contro la “Buona Scuola” Aderis...

Sciopero 5 maggio:
lo scontro si fa duro, verso la mobilitazione generale.
Aderisce anche FIOM di Landini

Ancora polemiche sullo slittamento delle prove invalsi. Sindacati denunciano comportamento antisindacale del Governo. Sullo sciopero generale irrompe anche Landini con l'adesione allo sciopero che va assumendo connotazione di mobilitazione generale. Dopo il rinvio delle prove Invalsi previste inizialmente il 5 maggio in concomitanza dello sciopero,,,


BLOG DI CIPIRI: 5 maggio: Sciopero contro la “Buona Scuola” Aderis...: 5 maggio: Sciopero contro la “Buona Scuola” Sarà uno sciopero politico. In senso positivo, perché lo sciopero è, dal XIX secolo in ...

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sabato 18 aprile 2015

Landini e il Sindacato Sociale e Politico




Con la nascita della “cosa” landiniana, sembra tornata di attualità la “sinistra sindacale”, come leva per una sinistra diversa, basata sul primato del sociale sul politico. Forse non sarà inutile ricordare la prima esperienza in questo senso, la sinistra sindacale degli anni sessanta-settanta, per ricavare qualche utile indicazione su esperienze già fatte.

Nella prima metà degli anni sessanta, la situazione politica in Italia e Francia sembrò schiodarsi dall’immobilismo del quindicennio precedente. In Italia il Centro sinistra, in Francia la prima candidatura di Françoise Mitterrand sostenuto da comunisti e socialisti insieme, profilarono una alternativa all’egemonia di centro destra vigente sino a quel momento.
Tuttavia, in Francia Mitterrand non vinse (anche se il 45% del secondo turno fu un notevole successo) ed in Italia il Centro-sinistra andò rapidamente perdendo la sua primitiva carica riformista. D’altra parte, i condizionamenti internazionali del mondo diviso in due blocchi non si erano certo affievoliti, per cui l’ipotesi di una vittoria elettorale della sinistra appariva decisamente improbabile, per lo meno nel tempo politicamente prevedibile e, con essa, 
anche un programma di trasformazione sociale.
Questa situazione di blocco istituzionale spinse settori della sinistra a cercare un’altra strada che non passasse per le istituzioni, ma attraverso le lotte sociali ed, in particolare, quelle sindacali. A farsene fautori, in Francia, furono intellettuali di formazione socialista ed un piccolo partito di estrema sinistra come il Psu di Michel Rocard, ma soprattutto l’ex confederazione sindacale cristiana (la Ctfc) che aveva mutato il nome in Cfdt.
Anche in Italia il troncone originario di derivazione socialista fu l’iniziatore, con il gruppo di sindacalisti del Psiup (Elio Giovannini, Gastone Sclavi, Antonio Lettieri, Giacinto Militello ecc.) che si erano riuniti sotto l’ala di Lelio Basso e di Vittorio Foa (e la rivista di Basso, “Problemi del Socialismo” ne fu, per un decennio, l’espressione). Alla corrente sindacale psiuppina (non tutta aderente all’indirizzo della sinistra bassiana), si affiancò anche la parte ingraiana della corrente comunista (Bruno Trentin, Renato Lattes, Sergio Garavini), talvolta supportata anche 
dal gruppo dei “secchiani” milanesi.
Ma non fu la sola Cgil ad ospitare una sinistra interna, anche nella Cisl, sotto la suggestione della Cfdt, si formò una sinistra sindacale che ebbe nella Cisl di Pierre Carniti la sua roccaforte.
Le due sinistre furono le principali sostenitrici di una rapida unificazione delle tre centrali che, invece, si fermò allo stadio di Federazione Unitaria.

Il progetto in cui confluivano le due sinistre sindacali (pur nella diversa cultura politica di ciascuna delle due e cui si aggiunse alla fine la Uilm di Benvenuto e Mattina) andava molto oltre i limiti di una maggiore carica rivendicativa ed aspirava a fare del sindacato il vero soggetto di trasformazione sociale del paese. Il sindacato basato sui consigli diventava, nelle teorizzazioni della sinistra sindacale, una sorta di contropotere istituzionale, la leva principale di una politica riformista. Erano gli anni in cui intellettuali della sinistra socialista come Andrè Gorz, Lelio Basso, Serge Mallet, Oskar Negt ed altri, teorizzavano la fuoruscita dal capitalismo attraverso una sorta di riformismo rivoluzionario, che combinava l’azione parlamentare ed istituzionale con la pressione dei movimenti sociali, in primo luogo nei posti di lavoro. Una sorta di “presa di potere” dal basso che non aveva bisogno di una rivoluzione violenta, recuperando parzialmente temi cari all’anarcosindacalismo.
Nella versione della sinistra sindacale italiana, questo assumeva la forma di un blocco sociale riunito intorno al sindacato soggetto direttamente politico e non solo rivendicativo, che aveva la sua punta di lancia nelle categorie dell’industria
 (come si vede, Landini non ha inventato nulla e la Camusso semplicemente ignora questa storia). 

I partiti si divisero fra quanti (destra Dc, Psdi, Psi, Pli, e, manco a dirlo, fascisti) deprecarono questa “deriva politica” del sindacato e quanti (sinistra Dc, Psi e Pci) guardavano alla triplice Cgil-Cisl-Uil come alla loro principale base di massa e ne difendevano ruolo e richieste. Questo ufficialmente, perché in realtà non mancavano affatto diffidenze e  critiche al “pansindacalismo” della triplice (in particolare della destra amendoliana del Pci, ma anche della corrente demartiniana e nenniana del Psi, ed anche in settori della sinistra Dc come la “Base”). Ad essere più aperti, in realtà, erano la sinistra ingraiana del Pci e quella lombardiana del Psi.
Non c’è dubbio che quella fu la stagione più brillante del sindacato italiano, quella delle maggiori conquiste contrattuali e legislative.
Tuttavia, al declino di quell’ esperienza contribuirono tre fattori decisivi: il processo di burocratizzazione del sindacato (cui non fu estranea la stessa sinistra sindacale), la saldatura del ceto politico nella solidarietà nazionale (che rappresentò il ritorno pieno al predominio della politica istituzionale ed alla subordinazione ad esso del sindacato) ed il riflusso delle lotte, favorito dalla sciagurata avventura terroristica (che privò il sindacato del suo principale potere contrattuale).
Dopo, il sopravvenire delle delocalizzazioni e gli incalzanti processi di globalizzazione fecero il resto, relegando il sindacato nella posizione subalterna che conosciamo. E lo scioglimento della Federazione e delle strutture unitarie. Come la Flm, nel 1984, furono la sanzione della fine del progetto di un sindacato soggetto politico.
Ma in tutto questo, un peso lo ebbero anche le insufficienze politiche e culturali della sinistra sindacale che dimostrò la sua inadeguatezza proprio nel momento in cui i suoi maggiori esponenti (Macario, Benvenuto, Carniti e Trentin) giunsero al vertice delle rispettive confederazioni, ma senza produrre alcun cambiamento di linea, ma appiattendosi sulla consueta routine.
In particolare, la sinistra Cisl si dissolse e, andata al “potere” nella Confederazione con Macario e Carniti, divenne la prima sostenitrice delle politiche di contenimento salariale (decreto dello 0,1% e taglio dei punti della scala mobile con il decreto Craxi)  e chi non si adeguava (come la Fim Cisl milanese di Tiboni) verrà espulso proprio dagli ex alfieri della sinistra Cisl.
Il declino nella Cgil fu più lento e, dopo una infelicissima proposta di democrazia industriale (un pasticcio iperburocratico battezzato “piano d’impresa”), la sinistra interna ripiegò sulle sue categorie (in particolare la Fiom) cercando di caratterizzarsi per qualche accenno rivendicativo in più.
In realtà, la sinistra sindacale fu sconfitta dalla sua lentezza nel capire i mutamenti in atto e, di conseguenza, nella scelta di una tattica idonea a farvi fronte e questo dipese in larga parte dalle insufficienze costituzionali alla cultura sindacale, per sua natura parziale e inidonea ad un ruolo di direzione politica.

Che il sindacato possa caratterizzarsi come soggetto politico può tranquillamente accadere, che possa svolgere un ruolo di unificazione sociale è decisamente auspicabile, ma assumere un ruolo di direzione politica è molto di più che questo. E, infatti, la sinistra sindacale, giunta al vertice delle confederazioni, si dimostrò non in grado di guidarle su una linea diversa e fallì nel suo compito.
La cultura del conflitto è un elemento necessario ma non sufficiente, per un vero ruolo di direzione politica, occorre una cultura delle istituzioni, una visione strategica, una capacità di elaborare una politica internazionale che sono estranee alla pratica sindacale. Alla sinistra sindacale mancò la necessaria sponda politica (che peraltro non cercò) che può essere assicurata solo da un partito politico in grado di rapportarsi ai movimenti.
 La sinistra sindacale è una articolazione necessaria ma non sufficiente nella costruzione di una nuova sinistra all’altezza dei tempi. Ed il primato del sociale sulla politica è solo una leggenda.
Forse è il caso di rifletterci oggi, di fronte a questa riproposizione povera della sinistra sindacale.

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mercoledì 28 gennaio 2015

Cofferati: e' per l’Italia quello che Tsipras è per la Grecia



Landini difende Cofferati: Può essere per l’Italia quello che Alexis Tsipras è per la Grecia

 – Era nell’aria che qualcosa sarebbe accaduto dopo le Primarie del centrosinistra in Liguria per eleggere il candidato per le prossime elezioni regionali. Dopo gli attacchi di Sergio Cofferati, che ha denunciato brogli elettorali, che di fatto non hanno comunque cambiato l’esito della votazione con la vittoria della renziana Raffaella Paita, quel “qualcosa” che si aggirava funesto nell’aria alla fine è arrivato. Cofferati saluta il Partito democratico, poiché il suo appello non è stato accolto dalla maggioranza degli esponenti dem.

 A rilanciare la figura di quest’ultimo è il segretario della Fiom Maurizio Landini in un’intervista sul Corriere della Sera. “Io non penso a un nuovo partito. Io penso invece a nuove forme di aggregazione, penso a tante persone che possono finalmente tornare a partecipare, organizzandosi nella forme che più ritengono opportune”, afferma Landini che in merito all’ex dem, afferma: “Sergio Cofferati può essere per l’Italia quello che Alexis Tsipras è per la Grecia”, e sul modello Tsipras: “Non so se è un modello esportabile. Però so che è estremamente interessante come certi meccanismi di elaborazione del cambiamento possano mettersi in moto proprio come si sono messi in moto in Grecia: in questo senso, naturalmente, un personaggio del carisma di Cofferati, con le sue grandi qualità etiche e morali, può certamente contribuire ad accelerare un percorso simile anche qui. 
Dove pure è necessario andare oltre l’idea di sinistra classica”, 
spiega nell’intervista il segretario della Fiom.

Poi anch’esso attacca il partito di Matteo Renzi: “Anche nelle primarie del Pd prevalgono lobby e logiche di potere, perché pur di vincere è lecito portare a votare i fascisti. La verità è che dovrebbero avere la forza di interrogarsi sul gorgo nel quale hanno fatto sparire ogni traccia di etica e morale. Il Paese legato a quel misterioso patto del Nazareno, in cui sembra sia stato deciso addirittura il nome del prossimo Presidente della Repubblica. 
Gente così pensa davvero di poter dare lezioni di etica e morale a Cofferati?”.

DI :  Vanda Sarto

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sabato 29 novembre 2014

Contro il Jobs Act Ricorso in Europa



In diecimila al corteo Fiom di Palermo. Landini: "Contro il Jobs act pronti al ricorso in Europa"

Anche dalla Fiom arriva la conferma che il Jobs act potrebbe essere fermato attraverso un ricorso alla Corte di giustizia europea in base alla Carta di Nizza. "Metteremo in campo qualsiasi iniziativa giuridica nei confronti dell'Europa, perché quelle regole - ha detto il leader della Fiom Maurizio Landini a Palermo nel corso del comizio di chiusura della manifestazione legata allo sciopero generale di settore - sono contro la Carta dei diritti europei, la Carta di Nizza. Stiamo valutando come procedere. Vogliamo che le leggi e le costituzioni vadano rispettate. Non ci fermiamo davanti a un provvedimento sbagliato voluto dal governo e votato dal Parlamento". Quella di Palermo è stata la quarta manifestazione nazionale - dopo Milano, Napoli e Cagliari- nell'ambito dello sciopero generale del settore contro le politiche economiche e la riforma del mercato del lavoro del governo Renzi e "contro la riduzione dei diritti, dei salari e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro".

In Sicilia dal 2008 a oggi i settori privati hanno perso 200 mila posti di lavoro e il 40 per cento delle attivita' manufatturiere sono sparite. "Oggi -ha detto Roberto Mastrosimone, segretario regionale della Fiom - la Sicilia e' in ginocchio e le politiche dei governi nazionale e regionale sono contro i giovani, i lavoratori e i disoccupati, che oggi sono scesi in piazza per chiedere un vero cambio di rotta". Il corteo con Landini in testa, si e' mosso da piazza Croci lungo via Liberta' verso piazza Verdi. Secondo gli organizzatori, vi hanno partecipato circa diecimila persone. Anche moltissimi studenti medi e universitari sono in piazza a fianco degli operai della Fincantieri, dell'ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, della Keller, di Ansaldo Breda, di Accenture e della St-Microelettronics di Catania. Almeno una quindicina i pullman che hanno portato a Palermo manifestanti da varie citta' della regione. "Nella legge di stabilita' -ha continuato Mastrosimone- non c'e' un solo euro per lo sviluppo e i provvedimenti che riguardano il mercato del lavoro rendono i lavoratori piu' precari e non danno prospettive ai giovani. La misura e' colma e la politica di annunci di Crocetta non ha prodotto nessun risultato fino ad ora. Vogliamo un cambio di rotta e al governatore diciamo basta con i rimpasti e rimpastini, servono politiche di sviluppo per il rilancio della Sicilia".

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domenica 16 febbraio 2014

Landini: cambiare la Cgil dall’interno


Landini: cambiare la Cgil dall’interno Assemblea a Bologna contro l'accordo di rappresentanza. 
Il leader della Fiom non è convinto da Renzi: "È possibile cambiare con questo Parlamento?". Ospite anche Stefano Rodotà: "L’Italicum è una legge elettorale illegittima"


Nessuna scissione, “ma non ci fermeremo finché non riusciremo a cambiare la Cgil dall’interno, rendendola più forte, più democratica e più partecipativa”. E’ una dichiarazione di guerra contro Susanna Camusso, segretario nazionale della Cgil, quella che il leader della Fiom Maurizio Landini pronuncia sul palco dell’assemblea autoconvocata al Pala Nord di Bologna dai delegati Cgil di tutta l’Italia, insorti a migliaia contro il proprio direttivo nazionale che nei giorni scorsi ha sottoscritto, assieme a Cisl, Uil e Confindustria, il Testo unico sulla Rappresentanza sindacale. Un testo, “anzi – precisa Landini – un accordo che, di fatto, apre una crisi democratica all’interno della Cgil: che introduce sanzioni anche pecuniarie per i rappresentanti dei lavoratori, l’arbitrato interconfederale e che mortifica il ruolo dei sindacati.

E tutto questo senza consultare quegli stessi lavoratori a cui sarà imposto, ma che invece è stato presentato al direttivo sotto forma di mozione di fiducia, da accettare a scatola chiusa. In pratica, il testo dell’intesa è, secondo le tute blu, ma anche secondo le categorie che hanno aderito alla giornata di discussione voluta in seno alla Cgil – dai trasporti alla comunicazione, dai bancari alla funzione pubblica, dalla Fiat a Electrolux, a Deutch Bank – il modello Pomigliano trasferito ai contratti nazionali, “dimenticando che la Corte Costituzionale quel modello l’ha bocciato”. Nel documento, infatti, sono state inserite delle “clausole e/o procedure finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti” con “conseguenze sanzionatorie per comportamenti attivi o omissivi”. Ma anche regole per definire “il peso” dei sindacati, che si calcolerà sull’incrocio tra le deleghe e i voti raccolti alle elezioni delle Rsu, e in presenza di più piattaforme, sarà favorita quella con almeno il 50%+1 della rappresentatività nel settore.

“Insomma – ironizza Landini, per il quale Susanna Camusso ha chiesto via lettera al Collegio statutario una sanzione disciplinare – nella legge elettorale di Renzi e Berlusconi, di cui non sono entusiasta, chi arriva primo e supera il 37% si prende il 55%, nel Testo unico chi vince con il 49,9% non conta nulla”. E con lui concorda l’ex candidato alla presidenza della Repubblica Stefano Rodotà, ospite d’onore al Pala Nord di Bologna assieme all’ex preside della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Bologna, Umberto Romagnoli: “In pratica parliamo di una serrata – spiega Rodotà – l’Italicum è una legge elettorale illegittima scritta per chi è già dentro sistema politico, che blocca chi dall’esterno vuole entrare e si trova una soglia di sbarramento dell’8%, col rischio che 3,5 milioni di italiani rimangano senza rappresentanza. Lo stesso vale per l’accordo: è questo il tema che abbiamo di fronte oggi, un problema di libertà e rappresentanza“.

In un momento di transizione come quello che l’Italia sta vivendo, dove una “maggioranza, che mi è misteriosa perché è la stessa che ha portato al violento accantonamento di Enrico Letta, si sta costruendo, non bisogna dimenticare che non si può costruire nulla se si sequestra la democrazia”. Discussa, insomma, “la legittimità di una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale”, sottolinea Rodotà, “dobbiamo misurare ciò che cerca di imporre nel mondo del lavoro il Testo unico, che va confrontato con un’altra sentenza della Consulta, quella che ha dichiarato illegittimo l’articolo 19 stabilendo che sono stati violati gli articoli 2 e 3 della Costituzione”. La sentenza che ha, di fatto, reintrodotto la Fiom all’interno della Fiat.

Servirebbe, sottolinea Landini, “una riforma del lavoro, un piano per l’industria, e dico ‘servirebbe’ perché anche prendendo per buona la volontà di cambiare tutto di Matteo Renzi, il Parlamento è sempre quello, con Scelta civica, con Alfano. Ho criticato Monti e Letta perché sul lavoro non è stato fatto nulla, ma mi chiedo, come possiamo fare queste cose con questo Parlamento? I governi non eletti dalle persone non mi convincono, a proposito di crisi della democrazia”. Il problema della rappresentanza, secondo i delegati autoconvocati, non è quindi solo sindacale o solo politico: “E’ una crisi a tutto tondo – sottolinea Landini – e di fronte a una situazione simile ciò che un sindacato deve fare è ricorrere alla democrazia, e non limitarla. È così che la Cgil ha resistito 100 anni”.

“Noi andremo avanti in questa battaglia – assicura Nico Vox, delegato Cgil per la Funzione pubblica, applaudito da un Pala Nord di Bologna pieno centinaia di sindacalisti – perché siamo un sindacato ma siamo anche cittadini”. Vox c’era a Milano durante gli scontri avvenuti il 14 febbraio tra il servizio d’ordine della Cgil, in sala parlava Camusso, e un gruppo guidato da Giorgio Cremaschi, storico esponente del sindacato dei metalmeccanici ora tesserato Cgil-Spi (pensionati), giunto nella sala dove era in corso un’assemblea per protestare contro l’accordo sulla rappresentanza che ha decretato la spaccatura Cgil-Fiom. “L’unico intervento contro il Testo unico era il mio e l’hanno cancellato – precisa Vox – segno che ormai l’apparato conta più della base. Ma il sindacato siamo noi, che senso ha una sigla se ci si dimentica della piazza, dell’unità senza steccati, di quei lavoratori che noi dobbiamo tutelare?”.

di Annalisa Dall'Oca

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giovedì 6 febbraio 2014

COSA SUCCEDE IN CGIL?



CRISI IN CGIL - Cremaschi : abbiamo denunciato la Camusso
COSA SUCCEDE IN CGIL?
intevista a Giorgio Cremaschi sugli scontri interni al sindacato dopo la firma sulla rappresentanza a margine del convegno organizzato dal Forum Diritti Lavoro
"INCOSTITUZIONALE L'ACCORDO CGIL CISL UIL CONFINDUSTRIA IMPEDIAMONE L'APPLICAZIONE, PORTIAMOLO IN TRIBUNALE"
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Il “testo unico sulla rappresentanza” dello scorso 10 gennaio conferma tutto il peggio degli accordi interconfederali del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013: la possibilità per gli accordi aziendali di derogare i minimi previsti dal contratto nazionale e di introdurre sanzioni contro chi vuole scioperare, oltre alla rinuncia alla generalizzazione delle elezioni sui posti di lavoro per la nomina degli Rsu; l’ estensione della possibilità di introdurre norme di divieto a “iniziative di contrasto” sindacali anche nei contratti nazionali.

Ma ciò che è ancora peggio è che l’accordo del 10 gennaio impone ad ogni organizzazione che voglia avere la benché minima possibilità di fare sindacato sui posti di lavoro (concorrere alle elezioni delle Rsu ed avere le trattenute sindacali dei lavoratori), di accettare le medesime regole e sottomettersi alle stesse sanzioni, che per di più manomettono esplicitamente la recente sentenza della Corte Costituzionale, reintroducendo il necessario requisito della firma del contratto per accedere ai diritti previsti dall’art. 19 dello statuto, dichiarato anticostituzionale dalla Corte solo sei mesi fa.

Confindustria e Cgil fanno così partire - scommettendo sulla complicità di Inps e Cnel - il grande cantiere della definitiva normalizzazione sociale: dentro il sindacato diviene definitivamente uno strumento tra i tanti con cui trasmettere il comando di impresa per i sempre meno lavoratori che un regolare posto di lavoro ancora lo hanno; fuori la disperazione sociale viene rimessa, se va bene, agli enti caritatevoli e se va male alle forze di pubblica sicurezza.

Il Forum Diritti/Lavoro chiama allora all’aperto boicottaggio di questo cantiere e annuncia che sono già allo studio due iniziative parallele di contrasto giudiziario dell’accordo sia da parte del sindacalismo conflittuale ancora rimasto in Cgil, e che si riconosce nella mozione congressuale “Il sindacato è un’altra cosa”, sia dall’USB.

Per tali ragioni organizza mercoledì 5 febbraio a Roma un’assemblea nazionale, che si svolgerà presso il Centro Congressi Cavour, in via Cavour 50A, a cui sono invitati tutti i lavoratori, le forze politiche e sociali, i giuristi e costituzionalisti, con cui lanciare su tutto il territorio il massimo numero di “azioni di contrasto”.

FORUM DIRITTI/LAVORO

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