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mercoledì 6 giugno 2018

Pensioni: Quota 100 è la beffa del Governo Giallo-Blu non rispetta contratto

delusione dei lavoratori

Le ultime notizie sulle pensioni anticipate  al 6 giugno 2018 ruotano intorno alla delusione dei lavoratori per quanto concerne la misura quota 100 proposta dal nuovo Governo Giallo-Blu. Sui social il paletto anagrafico dei 64 anni indicato come requisito minimo, dallo stesso Alberto Brambilla, per poter usufruire dell’eventuale misura, sta facendo indignare quanti hanno votato Lega e M5s confidando nella radicale modifica alla legge Fornero e in una chance di uscita anticipata. L’Anief ,associazione sindacale professionale, ha scritto nel suo ultimo comunicato che posta in questi termini la quota 100 sembra una beffa e non rispetta quanto menzionato nel contratto di Governo. Ecco in dettaglio il testo del comunicato, che alla luce dei numerosi commenti che in queste ore vengono rilasciati sul nostro sito, riassume perfettamente lo stato d’animo dei lavoratori.

Pensioni anticipate, ok quota 100 ma non dai 64 anni
L’ articolo pubblicato in queste ore sulla pagina ufficiale Anief  ‘Quota 100, spunta la clausola dei 64 anni di età. Anief non ci sta: si tenga fede alla promessa, senza cambiare le carte in tavola’ , che riporta il comunicato spiega dettagliatamente la posizione del sindacato. La quota 100, si legge, in questi termini “rischia di trasformarsi in una beffa“. “La fatidica soglia-  si legge nel comunicato-  frutto della somma degli anni anagrafici e di quelli contributivi, per mesi indicata dal M5S come imprescindibile per superare l’assurda Legge Fornero, confermata anche nel contratto di governo sottoscritto con la Lega, potrebbe valere solo a partire da una soglia minima. Questa, perlomeno, è la richiesta formulata in queste ore dalla Ragioneria generale dello Stato“.

Lo sostiene il sindacato Anief che precisa “a questo punto, è chiaro che se il neonato governo vorrà tenere fede a quanto detto nel corso della campagna elettorale sarà obbligato a reperire i finanziamenti utili. Altrimenti, ci troveremo davanti all’ennesima promessa incompiuta” . “I lavoratori non accetterebbero – puntualizza il sindacato – un passo indietro rispetto a quanto espresso per mesi e risultato tra i motivi principali che hanno portato al consenso per il nuovo assetto politico, da cui è scaturito il novello assetto parlamentare e governativo. Anzi, per i lavoratori della scuola serve sempre l’inclusione tra le categorie che svolgono una professione usurante”.

Marcello Pacifico, leader di Anief-Cisal, dice convinto: “introdurre la clausola dei 64 anni d’etàandrebbe a costituire un grave cambiamento del programma di governo: nessuno ha obbligato i partiti a promettere la nuova soglia. Visto che si sono presi l’impegno, evidentemente gradito dalla maggior parte degli italiani, ora è bene portarlo avanti. Costi quel che costi. Come si sono trovati i soldi per sanare altre emergenze nazionali, ora si trovino quelli utili per mandare in pensione chi ha lavorato una vita e ora vuole passare la mano”.

Pensioni anticipate 2018, lavoratori al Governo: su Quota 100, i patti non erano questi!
Lucio adirato scrive: “Questa è la conferma che non bisogna dar mai retta a ciò  che viene detto in campagna elettorale perché tra il dire e il fare c’é sempre di mezzo il mare: BUFFONI ! Lasciate la Fornero che é meglio“. Franco con tono ironico avverte il neo Governo: “Stiamo rientrando sulla Terra e, dopo essere stati sulla Luna con giretto su Marte; il libro dei sogni diventa realtà ed i numeri sono numeri. Che Babbo Natale non esistesse lo sapevamo già, ma qualcuno stragiurava di averlo visto passare con le renne sul cupolone. Per cortesia, già abbiamo mal digerito la Fornero, ora non facciamo scemenze. NON toccare i nostri soldi, NON fate gli illusionisti, NON raccontate balle. Tenete presente che la gente ha memoria lunga e ….dopo 5 anni si paga dazio. Renzi docet. Giù le mani dalle pensioni degli italiani”.

Giorgio deluso: “Paletti su paletti, addirittura decurtazione dell’assegno… aiuto! Teniamoci ben stretta la Fornero!” Isabella sembra sposare in pieno il comunicato dell’Anief e scrive: “Nel rimarcare che in campagna elettorale nessuno dei vincitori oggi seduti in Parlamento, avevano dettagliato il loro progetto di riforma della famigerata Fornero nei termini che leggiamo in queste ore, non posso che condividere i commenti di chi mi ha preceduto con una inevitabile distinzione: non scriverò mai ” meglio la Fornero “. Abbiamo scelto questo Governo anche per i temi proposti e condivisi. Ora è quanto mai necessario pretendere che si rispettino i patti e le promesse”.

leggi anche


Tale comportamento inasprisce ulteriormente l’attuale legge colpendo le fasce che hanno sofferto gli aspetti della cig e della mobilita’ con l’effetto di allungare ulteriormente e tempi di pensionamento oltre alla penalizzazione con i nuovi sistemi di calcolo. Brambilla a nome della lega non stanno mantenendo, mobilitiamoci contro nuovi populisti demagogici...

http://cipiri5.blogspot.com/2018/06/pensioni-tutti-dai-social-contro-di.html



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martedì 6 febbraio 2018

28 ore di Lavoro, Accordo Storico in Germania





Settimana con solo 28 ore di lavoro, accordo storico in Germania tra il sindacato dei metalmeccanici IgMetall e gli industriali

Chi sceglierà di lavorare 28 ore alla settimana per occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o perché svolge un lavoro usurante non subirà il taglio dello stipendio. È questa una delle novità introdotte dall'accordo storico sull'orario di lavoro siglato in Germania tra il sindacato dei metalmeccanico Ig Metall e gli industriali.

Le parti hanno siglato un'intesa pilota, che fa da apripista in Europa. L'accordo è stato firmato nel Baden-Wurttemberg (la regione che ospita gli impianti di Porsche e e Daimler) e riguarderà 900mila lavoratori, ma il sindacato punta ad estenderlo ai 3,9 milioni di operai del Paese. Gli addetti con contratti a tempo indeterminato potranno ridurre, su base volontaria, la loro settimana lavorativa da 40 a 28 ore per un periodo limitato di 6 a 24 mesi, tornando poi al lavoro alle stesse condizioni che avevano in precedenza.


Le imprese hanno ottenuto la possibilità di estendere la settimana lavorativa a 40 da 35 ore sempre per i dipendenti che vorranno farlo su base volontaria. I sindacati avevano minacciato uno sciopero a tempo indeterminato se le loro richieste non fossero state soddisfatte. 
Una protesta di questo tipo non si verificava nel settore dal 2003.



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venerdì 5 agosto 2016

CISL : Scoppia il caso dei Mega Stipendi



 Dirigente li denuncia ma verrà espulso

Nel dossier firmato da Fausto Scandola un atto d’accusa corredato di nomi e cifre: retribuzioni che sfiorano i 300mila euro l’anno

di MATTEO PUCCIARELLI

-  È un lungo sfogo di un dirigente sindacale inviato via mail a troppe persone e questo, probabilmente, gli costerà l'espulsione dalla Cisl: la raccomandata infatti gli è già arrivata a casa. Un atto d'accusa corredato di nomi e cifre che fanno una certa impressione, vista la crisi generale del sindacato e quella ancor più complessiva del mondo del lavoro: ci sono sindacalisti dell'organizzazione guidata da Annamaria Furlan che si portano a casa stipendi che neanche Barack Obama, superando di slancio pure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sfiorando i 300mila euro annui.

Il mini-dossier firmato dal veneto Fausto Scandola sta creando più di un imbarazzo al sindacato cattolico, anche perché a seguito di una vicenda simile, di fatto, dovette lasciare il suo posto l'ex numero uno Raffaele Bonanni; il quale, giusto poco prima della pensione, si era ritoccato all'insù il compenso, mossa utile per aumentare il successivo assegno a carico dei contribuenti. "I nostri rappresentanti e dirigenti ai massimi livelli nazionali della Cisl  -  scrive Scandola - si possono ancora considerare rappresentanti sindacali dei soci finanziatori, lavoratori dipendenti e pensionati? I loro comportamenti, lo svolgere dei loro ruoli, come gestiscono il potere, si possono ancora considerare da esempio e guida della nostra associazione che punta a curare gli interessi dei lavoratori? ".

Ecco qualche nome e cifra in lista: Antonino Sorgi, presidente nazionale dell'Inas Cisl, nel 2014 si è portato a casa 256mila euro lordi: 77.969,71 euro di pensione, 100.123,00 euro di compenso Inas e 77.957,00 euro come compenso Inas immobiliare. Valeriano Canepari, ex presidente Caf Cisl Nazionale, nel 2013 ha messo insieme 97.170,00 euro di pensione, più 192.071,00 euro a capo della Usr Cisl Emilia Romagna: totale annuo, 289.241,00 euro. Ermenegildo Bonfanti, segretario generale nazionale Fnp Cisl, 225mila euro in un anno, di cui 143mila di pensione. Pierangelo Raineri, gran capo della Fisascat Cisl, 237 mila euro grazie anche ai gettoni di presenza in Enasarco, più moglie e figlio assunti in enti collegati alla stessa Cisl.

Di mezzo, nella denuncia, ci va anche la stessa Furlan. Il 9 luglio scorso  -  è sempre la denuncia di Scandola, che racconta - il comitato esecutivo nazionale confederale della Cisl approva all'unanimità un nuovo regolamento presentato dalla segretaria generale. Dove si parla di trasparenza, fissando finalmente delle regole precise sugli stipendi. Confrontando tutti i livelli della Cisl cosa ne esce fuori? Che l'aumento tabellare tra il 2008 (anno di inizio di una crisi non ancora conclusa) e il 2015 è pari al 12,93 per cento. A conti fatti, va detto, sarebbe l'inflazione. Se Furlan nel 2008 portava a casa un totale lordo di 99mila euro, ora potrebbe arrivare a 114mila. Sarà questo lo stipendio massimo consentito. Al mese fanno 3.326 euro netti più un altro 30 per cento di indennità.

Il regolamento in questione prevede la decadenza dall'incarico per chi non si metterà in regola. Ma prima di diventare "legge" "deve essere recepito attraverso una deliberazione dei comitati esecutivi. Fino a tale adempimento non potrà essere invocato e applicato né dalle strutture né dai singoli dirigenti".

I diretti interessati, invece, confermano quelle cifre, ma provano a spiegarle. "Quei 289mila euro non sono lo stipendio lordo ma il costo aziendale finale  -  commenta Canepari  -  io alla fine portavo a casa 5800 euro al mese. Avendo due diversi incarichi di cui uno di vertice in una società che gestiva 60 milioni di euro. Quindi una grande responsabilità ". Mentre Sorgi ammette che quella "può sembrare una somma esosa" ma "la pensione me la sono guadagnata e non devo rendere conto a nessuno" e gli altri due incarichi "sono in enti con bilanci da decine di milioni. Su quei compensi ci pago anche un sacco di tasse".


Gigi Petteni, arrivato da poco in segreteria nazionale dopo aver guidato la Cisl lombarda, ammette che il problema c'è: "Per questo il nuovo gruppo dirigente farà un'ulteriore assemblea organizzativa dove si obbligheranno i nostri sindacalisti a mettere online i compensi e a versare alla categoria di appartenenza i gettoni di presenza negli enti bilaterali ". Resta il fatto che Scandola, iscritto alla Cisl dal 1968, si è visto notificare l'espulsione. Ha ancora altri 10 giorni di tempo per fare appello. In caso dovrà spiegare come ha avuto i Cud dei dirigenti tirati in ballo. Il suo dito indicava la luna, ma - evidentemente - non è stato capito del tutto.


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domenica 11 ottobre 2015

Iniziativa: Prima Leggi e poi Vendi



Vai in edicola, compri il tuo quotidiano preferito, lo leggi. Poi torni nella stessa edicola e lo riporti: ti verrà restituito il 50% di quanto hai speso per pagarlo. E’ una iniziativa di protesta degli edicolanti aderenti ai principali sindacati di categoria ( Sinagi Cgil, allo Snag e all’Usiagi Ugl), che per questo hanno deciso di lanciare l’operazione “Leggi e Vendi”.

L’operazione non vale solo per il quotidiano e i tempi di restituzione dipendono dal prodotto: il quotidiano va reso entro le 13 il  settimanale entro...
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mercoledì 7 ottobre 2015

Stati Uniti : Sindacato Tratta e i Lavoratori Decidono


Fca: negli Stati Uniti il sindacato tratta e i lavoratori decidono col voto

Negli Stati Uniti l'Uaw, il sindacato americano dell'auto, ha negoziato a Detroit il rinnovo del contratto di Fca per alcune settimane direttamente con l'amministratore delegato Sergio Marchionne. Un negoziato difficile perché l'obiettivo del sindacato era di superare il doppio regime salariale introdotto negli Stati Uniti nel mondo dell'auto in piena crisi e aumentare la paga base di tutti i lavoratori. Al termine della trattativa l'ipotesi di accordo secondo l'Uaw prevedeva:
un bonus di 3.000 dollari alla ratifica dell'accordo
un aumento del 3% in paga base a cui si sarebbe aggiunto un ulteriore aumento a settembre 2017, ma
ne sarebbero esclusi i nuovi assunti
per i neoassunti la “paga base” sarebbe salita dai circa 17 dollari attuali ai 25,35 durante la vigenza
dell'accordo
bonus legati alla qualità tra i 4.000 e i 13.000 dollari nel corso della vigenza dell'accordo
una condivisione dei profitti tra i 1.000 e i 4.000 dollari
investimenti sugli stabilimenti pari a 5,3 mld di dollari
doppio compenso per il lavoro domenicale

Questi i punti più importanti dell'intesa raggiunta che è stata sottoposta a consultazione degli iscritti in tutti gli stabilimenti (circa 40.000 lavoratori), che hanno respinto l'accordo con il 65% dei voti, soprattutto perché non è stata raggiunta la parità salariale tra vecchi e nuovi assunti, contraddicendo così il principio di “a uguale lavoro, uguale salario”. Il sindacato statunitense ha riaperto il negoziato per rispettare la volontà dei lavoratori e in queste ore ha annunciato che se non si dovesse giungere ad un accordo saranno intraprese iniziative di sciopero.
In Italia il 7 luglio 2015 la direzione aziendale di Fca e Cnhi con Fim, Uilm, Fismic, Acqi, Uglm
escludendo dal negoziato la Fiom ha proceduto ad una nuova intesa che non prevede aumenti in paga
base, introduce una nuova turnistica, riduce a tre fasce l'inquadramento e riduce ulteriormente
l'autonomia dei delegati con un nuova clausola che impedisce l'indizione dello sciopero se non a
maggioranza assoluta di tutta l'Rsa.
In Italia il “nuovo” Contratto Collettivo Specifico di Lavoro è stato firmato senza che i lavoratori siano stati messi nelle condizioni di poter decidere la piattaforma, di essere informati del negoziato e infine di poter votare in un referendum.
La Fiom ribadisce la necessità di negoziati unitari: sono le lavoratrici e i lavoratori che hanno il diritto di decidere chi li rappresenta e di approvare o bocciare le intese.

Perché i lavoratori americani hanno bocciato l'accordo sindacati-Fca

Ormai è ufficiale, con il 65% di No (soprattutto negli stabilimenti più grandi e fra gli operai più giovani e addetti alla linea di montaggio) i 40.000 iscritti al sindacato americano dell'auto, Uaw, chiamati al voto hanno respinto l'ipotesi di accordo raggiunta con l'azienda dalla delegazione negoziale del sindacato.

Con una breve dichiarazione il Presidente Dennis Williams ha comunicato l'esito del voto e ha
annunciato che tornerà al tavolo negoziale per cercare di migliorare l'intesa raggiunta. “La forza del
sindacato sono i suoi iscritti, e sono loro ad avere l'ultima parola sulla approvazione del contratto” ha
tenuto a precisare Williams.
Vediamo di evidenziare quali sono i punti controversi e i motivi che hanno portato una così ampia
maggioranza di lavoratori a votare contro l'accordo.
Il problema più grosso è che non viene affatto superato il doppio regime salariale (tier 1 per gli assunti prima del 2007 e tier 2 per gli assunti dopo quella data) e sebbene siano previsti aumenti anche significativi (dopo quasi dieci anni di blocco salariale) per i nuovi assunti, il nuovo contratto fissa il nuovo standard salariale per questi lavoratori (da raggiungere alla fine del contratto) a 25,50 dollari l'ora (dagli attuali 19) cioè molto meno dei 29 dollari, l'attuale paga dei lavoratori Tier 1, e che aumenterà del 3+3 % nella valenza contrattuale. Molto poco apprezzato anche il fatto che non sia più indicato alcun limite alla percentuale di lavoratori con la paga ridotta (Tier 2).
L'impegno era di fissare al 25% la percentuale massima di lavoratori che potevano essere tenuti al
livello retributivo 2, cosa che avrebbe obbligato Fca (dove attualmente c'è un 40% di lavoratori a paga ridotta) a passare subito una buona parte degli attuali lavoratori di livello 2 al livello 1.
Grande insoddisfazione quindi per il mancato superamento del doppio regime, e per il nuovo tetto
fissato per la paga oraria degli assunti dopo il 2007 (inferiore di circa il 10% rispetto a quello attuale dei lavoratori più anziani).
Ma anche tra i lavoratori anziani c'è insoddisfazione per gli aumenti previsti, molti dei quali come bonus una tantum o premi di risultato variabili, che viene lamentato non recupererebbero il potere d'acquisto perduto in questi anni.

La seconda questione che ha alimentato il dissenso è l'incertezza e la poca chiarezza sul piano di
investimenti annunciato, che sicuramente prevede uno spostamento della produzione di molti modelli auto verso il Messico, ma è invece confuso sulla redistribuzione delle produzioni negli Stati Uniti, cosa che alimenta il sospetto che il saldo occupazionale possa alla fine essere negativo e in ogni caso che comporti problemi in alcuni stabilimenti a cui verrano tolte le produzioni attuali e che non hanno certezza su come verranno sostituite.

La terza questione che preoccupa i lavoratori è la confusione riguardo al futuro sistema di assistenza
sanitaria. Il comunicato sindacale annuncia infatti che verrà costituito un fondo cooperativo per la
gestione delle tutele sanitarie che dovrebbe ridurre i costi di gestione mantenendo i livelli di qualità e la gamma delle prestazioni, ma non si dice niente su cosa sia e come funzionerà questo fondo cooperativo e soprattutto ci sono molti dubbi su quanto e come dovranno pagare i lavoratori a loro carico.

Quarto punto che alimenta il dissenso verso l'accordo è la poca fiducia dei lavoratori iscritti alla Uaw a fronte delle promesse fatte e non mantenute dal gruppo ditrigente sindacale (vedi la mancata fissazione del tetto del 25% ai lavoratori con paga Tier 2), sfiducia confermata dalla vaghezza delle informazioni sul nuovo contratto e soprattutto delle risposte alle preoccupazioni sollevate dai lavoratori nella consultazione.
Molte lamentele si sono poi indirizzate a parti e aspetti dell'intesa poco o niente evidenziate nella sintesi dell'accordo presentata dal sindacato. Da alcune differenze salariali ulteriori che si stabiliscono nell'ambito dei lavoratori Tier 2, all'inasprimento delle sanzioni per assenze e ritardi che arrivano fino al licenziamento dopo il 5' ritardo, all'aumento della intensità e dei vincoli della prestazione lavorativa alla metrica Wcm, cui vengono collegati molti dei bonus salariali previsti.

Molto contestato anche un regime di turnazioni considerato particolarmente gravoso per la gestione
della vita famigliare, a causa della frequente alternanza fra turni diurni e notturni e continui cambi di
orario.



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sabato 18 aprile 2015

Landini e il Sindacato Sociale e Politico




Con la nascita della “cosa” landiniana, sembra tornata di attualità la “sinistra sindacale”, come leva per una sinistra diversa, basata sul primato del sociale sul politico. Forse non sarà inutile ricordare la prima esperienza in questo senso, la sinistra sindacale degli anni sessanta-settanta, per ricavare qualche utile indicazione su esperienze già fatte.

Nella prima metà degli anni sessanta, la situazione politica in Italia e Francia sembrò schiodarsi dall’immobilismo del quindicennio precedente. In Italia il Centro sinistra, in Francia la prima candidatura di Françoise Mitterrand sostenuto da comunisti e socialisti insieme, profilarono una alternativa all’egemonia di centro destra vigente sino a quel momento.
Tuttavia, in Francia Mitterrand non vinse (anche se il 45% del secondo turno fu un notevole successo) ed in Italia il Centro-sinistra andò rapidamente perdendo la sua primitiva carica riformista. D’altra parte, i condizionamenti internazionali del mondo diviso in due blocchi non si erano certo affievoliti, per cui l’ipotesi di una vittoria elettorale della sinistra appariva decisamente improbabile, per lo meno nel tempo politicamente prevedibile e, con essa, 
anche un programma di trasformazione sociale.
Questa situazione di blocco istituzionale spinse settori della sinistra a cercare un’altra strada che non passasse per le istituzioni, ma attraverso le lotte sociali ed, in particolare, quelle sindacali. A farsene fautori, in Francia, furono intellettuali di formazione socialista ed un piccolo partito di estrema sinistra come il Psu di Michel Rocard, ma soprattutto l’ex confederazione sindacale cristiana (la Ctfc) che aveva mutato il nome in Cfdt.
Anche in Italia il troncone originario di derivazione socialista fu l’iniziatore, con il gruppo di sindacalisti del Psiup (Elio Giovannini, Gastone Sclavi, Antonio Lettieri, Giacinto Militello ecc.) che si erano riuniti sotto l’ala di Lelio Basso e di Vittorio Foa (e la rivista di Basso, “Problemi del Socialismo” ne fu, per un decennio, l’espressione). Alla corrente sindacale psiuppina (non tutta aderente all’indirizzo della sinistra bassiana), si affiancò anche la parte ingraiana della corrente comunista (Bruno Trentin, Renato Lattes, Sergio Garavini), talvolta supportata anche 
dal gruppo dei “secchiani” milanesi.
Ma non fu la sola Cgil ad ospitare una sinistra interna, anche nella Cisl, sotto la suggestione della Cfdt, si formò una sinistra sindacale che ebbe nella Cisl di Pierre Carniti la sua roccaforte.
Le due sinistre furono le principali sostenitrici di una rapida unificazione delle tre centrali che, invece, si fermò allo stadio di Federazione Unitaria.

Il progetto in cui confluivano le due sinistre sindacali (pur nella diversa cultura politica di ciascuna delle due e cui si aggiunse alla fine la Uilm di Benvenuto e Mattina) andava molto oltre i limiti di una maggiore carica rivendicativa ed aspirava a fare del sindacato il vero soggetto di trasformazione sociale del paese. Il sindacato basato sui consigli diventava, nelle teorizzazioni della sinistra sindacale, una sorta di contropotere istituzionale, la leva principale di una politica riformista. Erano gli anni in cui intellettuali della sinistra socialista come Andrè Gorz, Lelio Basso, Serge Mallet, Oskar Negt ed altri, teorizzavano la fuoruscita dal capitalismo attraverso una sorta di riformismo rivoluzionario, che combinava l’azione parlamentare ed istituzionale con la pressione dei movimenti sociali, in primo luogo nei posti di lavoro. Una sorta di “presa di potere” dal basso che non aveva bisogno di una rivoluzione violenta, recuperando parzialmente temi cari all’anarcosindacalismo.
Nella versione della sinistra sindacale italiana, questo assumeva la forma di un blocco sociale riunito intorno al sindacato soggetto direttamente politico e non solo rivendicativo, che aveva la sua punta di lancia nelle categorie dell’industria
 (come si vede, Landini non ha inventato nulla e la Camusso semplicemente ignora questa storia). 

I partiti si divisero fra quanti (destra Dc, Psdi, Psi, Pli, e, manco a dirlo, fascisti) deprecarono questa “deriva politica” del sindacato e quanti (sinistra Dc, Psi e Pci) guardavano alla triplice Cgil-Cisl-Uil come alla loro principale base di massa e ne difendevano ruolo e richieste. Questo ufficialmente, perché in realtà non mancavano affatto diffidenze e  critiche al “pansindacalismo” della triplice (in particolare della destra amendoliana del Pci, ma anche della corrente demartiniana e nenniana del Psi, ed anche in settori della sinistra Dc come la “Base”). Ad essere più aperti, in realtà, erano la sinistra ingraiana del Pci e quella lombardiana del Psi.
Non c’è dubbio che quella fu la stagione più brillante del sindacato italiano, quella delle maggiori conquiste contrattuali e legislative.
Tuttavia, al declino di quell’ esperienza contribuirono tre fattori decisivi: il processo di burocratizzazione del sindacato (cui non fu estranea la stessa sinistra sindacale), la saldatura del ceto politico nella solidarietà nazionale (che rappresentò il ritorno pieno al predominio della politica istituzionale ed alla subordinazione ad esso del sindacato) ed il riflusso delle lotte, favorito dalla sciagurata avventura terroristica (che privò il sindacato del suo principale potere contrattuale).
Dopo, il sopravvenire delle delocalizzazioni e gli incalzanti processi di globalizzazione fecero il resto, relegando il sindacato nella posizione subalterna che conosciamo. E lo scioglimento della Federazione e delle strutture unitarie. Come la Flm, nel 1984, furono la sanzione della fine del progetto di un sindacato soggetto politico.
Ma in tutto questo, un peso lo ebbero anche le insufficienze politiche e culturali della sinistra sindacale che dimostrò la sua inadeguatezza proprio nel momento in cui i suoi maggiori esponenti (Macario, Benvenuto, Carniti e Trentin) giunsero al vertice delle rispettive confederazioni, ma senza produrre alcun cambiamento di linea, ma appiattendosi sulla consueta routine.
In particolare, la sinistra Cisl si dissolse e, andata al “potere” nella Confederazione con Macario e Carniti, divenne la prima sostenitrice delle politiche di contenimento salariale (decreto dello 0,1% e taglio dei punti della scala mobile con il decreto Craxi)  e chi non si adeguava (come la Fim Cisl milanese di Tiboni) verrà espulso proprio dagli ex alfieri della sinistra Cisl.
Il declino nella Cgil fu più lento e, dopo una infelicissima proposta di democrazia industriale (un pasticcio iperburocratico battezzato “piano d’impresa”), la sinistra interna ripiegò sulle sue categorie (in particolare la Fiom) cercando di caratterizzarsi per qualche accenno rivendicativo in più.
In realtà, la sinistra sindacale fu sconfitta dalla sua lentezza nel capire i mutamenti in atto e, di conseguenza, nella scelta di una tattica idonea a farvi fronte e questo dipese in larga parte dalle insufficienze costituzionali alla cultura sindacale, per sua natura parziale e inidonea ad un ruolo di direzione politica.

Che il sindacato possa caratterizzarsi come soggetto politico può tranquillamente accadere, che possa svolgere un ruolo di unificazione sociale è decisamente auspicabile, ma assumere un ruolo di direzione politica è molto di più che questo. E, infatti, la sinistra sindacale, giunta al vertice delle confederazioni, si dimostrò non in grado di guidarle su una linea diversa e fallì nel suo compito.
La cultura del conflitto è un elemento necessario ma non sufficiente, per un vero ruolo di direzione politica, occorre una cultura delle istituzioni, una visione strategica, una capacità di elaborare una politica internazionale che sono estranee alla pratica sindacale. Alla sinistra sindacale mancò la necessaria sponda politica (che peraltro non cercò) che può essere assicurata solo da un partito politico in grado di rapportarsi ai movimenti.
 La sinistra sindacale è una articolazione necessaria ma non sufficiente nella costruzione di una nuova sinistra all’altezza dei tempi. Ed il primato del sociale sulla politica è solo una leggenda.
Forse è il caso di rifletterci oggi, di fronte a questa riproposizione povera della sinistra sindacale.

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Un altro colpo al sindacalismo di Maurizio Landini, forse quello di grazia. Sergio Marchionne ha annunciato la partecipazione dei dipendenti di Fca ai risultati dell'azienda...

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martedì 12 novembre 2013

LANDINI PICCONA IL SINDACATO


LANDINI  PICCONA IL SINDACATO 

 PREPARA LA GUERRA INTERNA PER IL CONGRESSO CGIL

europaquotidiano.it – Landini piccona il sindacato e prepara la guerra interna per il congresso Cgil. La contrapposizione tra garantiti e non garantiti, cavallo di battaglia di Pietro Ichino, viene ora assunta dal segretario generale della Fiom. Ma perché proprio ora?

«O questo sindacato cambia o è destinato a morire». È un’intervista controcorrente, quella che Maurizio Landini ha rilasciato ieri a Repubblica. La prima, nella quale un leader sindacale italiano dice che così com’è il sindacato non riesce più a rappresentare il mondo del lavoro. «La maggior parte dei lavoratori – ammette Landini – non è iscritto ad alcun sindacato. Ci sono milioni di precari, giovani ma non solo, che non vedono nelle organizzazioni sindacali un soggetto che li possa rappresentare».

La contrapposizione tra garantiti e non garantiti, cavallo di battaglia di Pietro Ichino, viene assunta implicitamente nel ragionamento del segretario generale della Fiom, anche se essa è declinata in maniera diversa: «Dobbiamo rappresentare i precari non solo a parole – dice Landini –. Non possiamo continuare a scaricare su di loro il peso di molti accordi che facciamo». Perciò secondo Landini «280 contratti nazionali sono troppi, basterebbe un contratto e un sindacato dell’industria che preveda le stesse tutele e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni tra tutti i lavoratori». Landini non torna su un tema del nuovo welfare, sul quale però più volte si è espresso, dicendosi favorevole al reddito minimo garantito. Mentre tira fuori dall’archivio il tema delle «pensioni di anzianità per il lavoro di fabbrica, per chi guida i treni, per gli infermieri. Non è un privilegio, ma un diritto».

Al di là del tono picconatore dell’intervista, interessante è la tempistica. Perché ora? Perché proprio in questo momento? Le motivazioni sono due. La prima è che il 12 ottobre Maurizio Landini era in piazza con Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky per difendere la costituzione, definita «la via maestra» per raddrizzare l’Italia. Mentre il 19 ottobre hanno sfilato a Roma i movimenti per la casa, studenti e anche moltissimi giovani che lavorano con contratti a tempo, partite Iva, insomma l’esercito del nuovo lavoro (sbrigativamente ridotti ad «antagonisti», che pure c’erano). Ma mentre la prima manifestazione si è risolta nel solito appuntamento di testimonianza, la seconda ha portato molte più persone del previsto in piazza, anche in polemica con i toni soft di Rodotà e company. E l’ultima cosa che Landini vuole è perdere un’influenza e un contatto con i temi all’ordine del giorno di quel movimento che, per certi versi, lo considera anche un punto di riferimento politico.

Il secondo motivo è più concreto, e riguarda il congresso della Cgil che si terrà entro giugno del 2014. L’auspicio di Landini è che in quell’occasione «si possa svolgere una discussione aperta, che valorizzi tutti i punti di vista». Per questo motivo usare toni così netti serve a segnare un posizionamento in vista della battaglia congressuale che però non deve rimanere trincerata agli addetti ai lavori. «Non c’è solo una crisi della rappresentanza politica ma anche di quella sindacale» ha detto Landini parlando ai delegati a Torino a settembre, spiegando che in vista del Congresso «non c’è bisogno di una discussione nelle segrete stanze ma di un confronto aperto in grado di intercettare le nuove esigenze dei lavoratori», proponendo che nel congresso vengano coinvolti anche i non iscritti, soprattutto i giovani. Ossia un pezzo di società sul quale Landini ha deciso di puntare, per la guerra di posizione interna alla Cgil. E anche, forse, per quella politica.

Nicola Mirenzi


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mercoledì 1 maggio 2013

Netanyahu taglia e il sindacato insorge

La protesta dei dipendenti della compagnia aerea israeliana El Al


Tagli selvaggi a educazione e welfare e ondata di privatizzazioni. Le parti sociali minacciano lo sciopero generale. Le discriminazioni del mercato del lavoro interno.

Gerusalemme - Il pacchetto di riforme economiche lanciato dal nuovo governo Netanyahu sta spaccando il Paese. Il principale sindacato israeliano, costola del partito laburista, Histadrut minaccia lo sciopero generale contro i tagli selvaggi che l'esecutivo sta pensando di applicare all'educazione, i trasporti, il welfare e le infrastrutture statali per ridurre un buco di bilancio da 35 miliardi di shekel (7 miliardi di euro).

La federazione, che rappresenta oltre 800mila lavoratori per lo più nel settore pubblico, ha lanciato il guanto di sfida alla coalizione guidata dal premier Netanyahu: o negoziato o sciopero. Il segretario del sindacato, Ofer Eini, è stato chiaro: le forze sociali partecipino al processo di riforme e il governo mitighi i tagli o sarà il caos.

Nel mirino del sindacato c'è il ministro delle Finanze Yair Lapid, l'anchorman tv a capo del partito Yesh Atid, fazione ultranazionalista vera vincitrice del voto di fine gennaio. Lapid ha presentato all'esecutivo un piano di riforme economiche fondato su tagli aggressivi al budget statale: target del ministro le spese sociali, quelle per la sicurezza, per l'educazione e le esenzioni IVA, oltre ai sussidi a favore delle famiglie ebree ultraortodosse, finite nel mirino di Lapid da ben prima della campagna elettorale. Infine, il congelamento degli stipendi del settore pubblico e la riduzione dei finanziamenti a favore delle scuole private ultraortodosse. La proposta del ministro sarà discussa da governo e parlamento nelle prossime settimane e dovrebbe arrivare al voto definitivo prima del prossimo 9 giugno.

A far infuriare il sindacato Histadrut non sono solo i contenuti delle riforme economiche, ma anche la totale esclusione delle forze sociali dal dibattito. Tanto da chiamare subito allo sciopero generale: Eini ha fatto appello ai sindacati minori - rappresentanti di medici, insegnanti, lavoratori delle ferrovie, degli aeroporti, dei porti e delle banche - perché aderiscano alla protesta, prevista per le prossime due settimane, per costringere il governo al negoziato e all'emendamento della riforma economica. Intanto i dipendenti della compagnia aerea El Al sono già scesi sul piede di guerra, bloccando i voli all'aeroporto Ben Gurion per due giorni sostenuti dai dipendenti di altre compagnie. Hanno protestato contro il cosiddetto pacchetto Open Skies: un accordo con l'Unione Europea per aprire nuove rotte a basso costo che colleghino Israele ai Paesi europei. Nuove rotte per nuove compagnie: una liberalizzazione che secondo Histadrut provocherà un crollo del tasso di occupazione nel settore.

Privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli. Un mix distruttivo secondo il sindacato. "La riforma comprende tagli di stipendio, l'aumento della pressione fiscale contro pensionati e lavoratori e una serie di iniziative unilaterali prese senza consultare Histadrut - ha scritto Ofer Eini in una lettera indirizzata al premier e al ministro delle Finanze - Ci opponiamo con forza a questa azione unilaterale e mobiliteremo il settore pubblico e i pensionati. Se la nostra richiesta di dialogo non sarà subito soddisfatta, prenderemo tutte le misure a nostra disposizione per difendere i diritti dei lavoratori e ridurre l'impatto dei tagli sui lavoratori e il settore pubblico".

Immediata la reazione del ministro Lapid che martedì 21 aprile aveva già detto di essere pronto alla 'guerra' e aveva rispedito al mittente le minacce: la riforma non conterrà solo tagli, ma anche la possibilità di rivedere gli accordi sindacali precedentemente firmati con Histadrut. Ovvero i contratti collettivi non sono intoccabili.

A quella di Lapid, è seguita a ruota la risposta di Netanyahu: le minacce di sciopero generale non sembrano toccarlo più di tanto. Mercoledì 22 marzo, in un discorso alla Knesset per il 153esimo anniversario della nascita di Theodor Herzl, il fondatore dell'ideologia sionista, il premier ha detto che "la minaccia di sciopero non sarà un deterrente, continueremo a lavorare per il bene del popolo". Al centro della riforma economica non ci sono solo i tagli alla spesa ma anche una nuova ondata di privatizzazioni che secondo il primo ministro permetteranno l'abbassamento dei prezzi di beni e servizi. "Herzl aveva una solida visione economica e sociale - ha proseguito Netanyahu - Parlava di educazione, welfare ed economia e credeva nell'imprenditoria privata. Io credo molto nelle riforme e nello smantellamento dei monopoli ed è proprio quello che vogliamo fare".

L'impronta che il premier Netanyahu intende dare all'economia israeliana è lo specchio dell'ideologia sionista, questo il contenuto del messaggio lanciato di fronte al parlamento: un Israele capitalista retto su un sistema di libero mercato, competizione economica e un forte settore privato in sostituzione dell'impresa pubblica.

Che la visione economica israeliana si sia ampiamente trasformata negli anni successivi alla nascita dello Stato di Israele è chiaro: nato su basi economiche socialiste, a partire dagli anni Ottanta Israele ha abbracciato in pieno la visione neoliberista e capitalista, trasformando così la struttura stessa della società. Oggi le differenze tra ricchi e poveri sono sempre più consistenti, un gap visibile concretamente camminando per le principali città israeliane, passando da un quartiere popolare ad uno residenziale.

Un gap che nel 2011 aveva provocato la nascita di un movimento sociale di base, i cosiddetti 'Indignados israeliani', che avevano occupato le piazze di Tel Aviv con tende di protesta per chiedere l'abbassamento dei prezzi degli affitti a favore della classe media e delle nuove coppie. La protesta, durata qualche mese, aveva volutamente evitato di trattare argomenti politici, qualil'occupazione militare della Cisgiordania e l'espansione coloniale nei Territori, due delle principali ragioni dell'impennata della spesa pubblica. Gran parte del budget israeliano va a finanziare colonie e sistema di difesa e sicurezza, togliendo risorse a educazione, sussidi e benefici per le classi medio-basse.

"Israele ha modificato le sue basi economiche a partire dagli anni Ottanta - ci spiega Yonathan Balaban, membro del sindacato indipendente Koach LaOvdim, nato cinque anni fa per rappresentare i lavoratori non sindacalizzati, tra cui immigrati e palestinesi - Il 1985 è l'anno di inizio di una serie di politiche neoliberiste e di privatizzazioni che hanno provocato come uno tsunami il crollo del potere dei sindacati. Fino al 1985, infatti, oltre l'80% dei dipendenti pubblici e privati era iscritto al sindacato, una percentuale altissima. Gran parte di loro era iscritta a Histadrut, sindacato nato nel 1920 come braccio del partito laburista e per decenni legato a doppio filo al partito. Era l'unico sindacato presente e la sua vicinanza ai laburisti, a capo del governo quasi ininterrottamente fino agli anni Ottanta, aveva provocato un indebolimento della lotta per la difesa dei lavoratori.Histadrut faceva gli interessi del governo laburista e la sua struttura non era affatto democratica". "Dopo il 1985 e l'ondata di privatizzazioni che ha stravolto l'economia israeliana - continua Balaban -il sindacato ha perso il suo ruolo centrale nella definizione delle politiche economiche e sociali. E ha perso iscritti: il numero dei lavoratori sindacalizzati è crollato sotto il 30% del totale nel settore pubblico, sotto il 20% in quello privato".

"Le politiche neoliberiste applicate negli ultimi trent'anni hanno provocato un gravissimo indebolimento dei diritti dei lavoratori: le discriminazioni sono consistenti e hanno creato dipendenti di serie A e dipendenti di serie B, donne, immigrati e palestinesi in primis. Le donne sono relegate in settori considerati 'femminili' e ricevono in media il 30% di salario in meno di un dipendente maschio che svolge lo stesso lavoro. Stessa differenza tra lo stipendio di un ebreo israeliano e quello di un palestinese israeliano. Il problema è a monte: la popolazione araba è tagliata fuori da molti settori, accessibili solo dopo aver prestato il servizio militare. I palestinesi non fanno il militare per legge e così perdono terreno. E anche se possiedono diplomi e lauree, entrano nel mercato del lavoro israeliano sempre nei settori più bassi e quasi mai nel settore pubblico (solo il 5% dei dipendenti pubblici è palestinese)".

Le prossime settimane daranno il polso della situazione e il vecchio sindacato, Histadrut, sarà chiamato ad assumere misure decise. Mostrando di essere una forza sociale alternativa al governo, e non un semplice carrozzone statale.

di Chiara Cruciati - L'Indro .

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martedì 13 novembre 2012

Sciopero 14 novembre

 

Sciopero 14 novembre – Lettera aperta al mio sindacato

InGlass-Steagall su novembre 13, 2012 a 9:40 AM Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di una lavoratrice della CGIL che sprona il proprio sindacato ad adottare misure più efficaci nell’opporsi alle politiche di austerità.
Non si tratta di una lettera contro: è l’invito appassionato a guardare alle ragioni profonde della crisi economica.
Per il 14 novembre, come saprete, la Confederazione Europea dei Sindacati ha indetto una giornata di mobilitazione per dire no all’austerità.
In coerenza con la mission di NoBigBanks “Salviamo la Gente. Riformiamo le banche”, abbiamo deciso di pubblicare la lettera di Laura, augurandoci che sia di stimolo alla discussione.
12 novembre 2012 – Scrivo per elaborare le mie opinioni che ho già espresso durante l’assemblea sindacale in vista dello sciopero del 14 novembre.
Non sono sicura di essere stata abbastanza chiara nell’esporre le mie osservazioni e considerando l’argomento molto importante voglio che queste riflessioni giungano a tutto il sindacato e non solo ai delegati che erano presenti.
Lo sciopero è indetto a livello europeo per manifestare contro la situazione così preoccupante in cui versano le nostre società.
La crisi economica si fa sempre più pesante. Una delle cause di questa crisi economica è stato il passaggio alla finanziarizzazione dell’economia, giusto? … La finanza può essere paragonata ad un cancro che per svilupparsi ha bisogno dell’immissione nel sistema di sempre più liquidità, liquidità che viene tolta all’economia produttiva.
Se il sindacato è ben cosciente che il problema economico attuale è imputabile alla finanza, perché a suo tempo ha sostenuto la nascita del Fondo Cometa?
A mio avviso quella scelta è stata il preludio per le riforme pensionistiche successive che ora si criticano.
Il modello dei fondi pensione è un modo di ridurre la garanzia pubblica e spostare nuovi capitali nei mercati. Era necessario difendere con più forza l’importanza della pensione pubblica per tutta la popolazione e non sposare l’idea che quella fosse una scelta dovuta. Il sindacato che ha sponsorizzato il Fondo si è comportato come qualsiasi altro operatore finanziario che si sforza in tutti i modi di ottenere un buon rendimento per gli iscritti (fin tanto che il mercato riesce a salvarsi).
Mi avete risposto della “bontà” del Fondo ma nello stesso tempo avete sottolineato che il Fondo ha scelto di investire all’estero piuttosto che in Italia.
Per me questo è esattamente il fulcro del problema.
Volete che io aderisca allo sciopero per contrastare la crisi economica che ha la sua origine nella finanza, ma in questa finanza sono finiti anche i soldi dei lavoratori italiani!
Per me il sindacato dovrebbe riuscire a prevedere le proprie azioni ed impostare delle linee guida a lungo termine.
Per esempio, dare il proprio consenso al Governo Monti per poi lamentarsi delle misure prese non è sbagliato?
Sono sicura che a livello personale sapevate benissimo che si andava verso l’austerità e il governo della BCE.
Era così necessario adeguarsi alle pressioni dei mercati finanziari per sembrare “responsabili”? Grazie a questa decisione ora è più difficile lamentarsi della direzione generale.
Una volta accettato l’impianto di base, l’opposizione alle misure specifiche rischia di diventare solo simbolica.
Forse mi risponderete che l’opposizione c’è stata fin dall’inizio. Ma non ricordo grandi mobilitazioni per scongiurare i rischi del governo tecnico. Tutti erano contenti di disfarsi di Berlusconi, ma senza guardare il gioco più grande in atto.
La mia lettera non è intesa solo come uno sfogo. Se faccio queste critiche per cosa è stato fatto (o non fatto) in passato, ora dico che bisogna impostare le battaglie a livello più profondo, non guardando solo le misure specifiche ma l’obiettivo finale di chi le propone. Sicuramente tutti i tagli richiesti dal pareggio di bilancio non aiuteranno le famiglie e le imprese produttive… parliamo di più del modello di economia che ci deve sostenere.
Un cordiale saluto,
Laura
ST Microelectronics, Agrate Brianza
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venerdì 17 agosto 2012

Sud Africa : Uccisi minatori in sciopero



MARIKANA, Sud Africa (Reuters) - L'uccisione da parte della polizia ieri di più di 30 minatori in sciopero nella più sanguinosa operazione per la sicurezza dalla fine del dominio dei bianchi ha traumatizzato il Sud Africa e ha sollevato domande da parte dei media e della gente sulla sua anima post-apartheid.

 Quotidiani titolano "Bagno di sangue", "Campo di battaglia" e "Massacro in miniera", con foto di poliziotti bianchi e neri che camminano tra i cadaveri di neri insanguinati nella polvere. Le immagini riportano immediatamente alla memoria il passato razzista del Sud Africa.

 Dopo oltre 12 ore di silenzio da parte delle autorità, il capo della polizia Nathi Mthethwa ha confermato che almeno 30 uomini sono morti nel tentativo degli agenti di sgomberare 3.000 scioperanti armati di macete e bastoni da un'area della miniera, che si trova a 100 km a nordovest di Johannesburg. "Molta gente è rimasta ferita e il numero potrebbe aumentare", ha detto oggi in un'intervista ad una radio locale. Un ascoltatore ha collegato l'incidente, alla miniera di platino di Lonmin a Marikana, al massacro di Sharpeville del 1960, quando gli agenti dell'apartheid aprirono il fuoco su una folla di manifestanti neri, uccidendone oltre 50.

 In un editoriale in prima pagina, il quotidiano Sowetan chiede se qualcosa sia cambiato dal 1994, quando Nelson Mandela rovesciò tre secoli di dominio bianco per diventare il primo presidente nero della più grande economia del continente africano. La miniera è stata costretta a chiudere questa settimana per una disputa fra sindacati che ha colpito il settore del platino quest'anno, sfociando in violenza. Benché i minatori in sciopero chiedano un cospicuo aumento della loro paga, la radice del problema sta in una sfida lanciata dalla nuova Associazione di minatori e costruttori (Amcu) al dominio ventennale del Sindacato nazionale minatori (Num), stretto alleato del partito Anc al governo.

 Prima di ieri, altre 10 persone - compresi due poliziotti - sono morte in circa una settimana di scontri tra le due sigle sindacali. Dall'alba di oggi, centinaia di poliziotti pattugliano la zona intorno alla miniera di Marikana. "Non ci sono stati problemi nella notte. Il problema è la collina qui sopra dove è avvenuta la sparatoria. Non sono sicura di quello che succederà oggi", ha detto una abitante della zona. La società, che ha sede a Londra, è stata costretta a chiudere tutte le operazioni in Sud Africa, che rappresenta circa il 12% della produzione globale di platino. Ieri il prezzo del platino è sceso di circa il 3% per risalire oggi ai massimi da cinque settimane a 1.450 dollari l'oncia. Le azioni di Lonmin, terzo produttore mondiale di platino, a Londra e Johannesburg sono scese nel primo mattino di oltre il 5% ai minimi degli ultimi quattro anni, portando le loro perdite da quando le violenze sono iniziate una settimana fa a circa il 20%. -

 Sul sito www.reuters.it le altre notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia -

http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE87G01A20120817?sp=true


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lunedì 24 maggio 2010

SINDACATO: VARATA L'UNIONE SINDACALE DI BASE,

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SINDACATO: VARATA L'UNIONE SINDACALE DI BASE, UN'ORGANIZZAZIONE PER MILIONI DI LAVORATORI

Roma, 23/05/2010
La nuova confederazione parte con un fitto calendario di iniziative di lotta
Oltre 600 delegati, di tutti i settori del mondo del lavoro e provenienti da ogni parte d'Italia, hanno scelto di dare vita alla USB, Unione Sindacale di Base, la nuova confederazione varata questa mattina al Teatro Capranica di Roma.
Nucleo centrale della nuova organizzazione RdB, SdL e consistenti realtà della CUB, che insieme ad altre organizzazioni sindacali di base sono giunte al termine del processo costituente iniziato due anni fa; un processo che ha coinvolto nella discussione migliaia di delegate e delegati, i quali sono riusciti a superare vecchi steccati ed hanno avuto la capacità e l'entusiasmo di progettare il futuro del sindacalismo indipendente dal quadro politico, istituzionale e padronale.
Hanno partecipato con interesse alla nascita di USB anche Snater e Or.S.A., che hanno portato i loro contributi al dibattito congressuale confermando la volontà di prendere parte al processo di unificazione, anche se con tempi diversi. All'assemblea del Capranica hanno inoltre partecipato la Confederazione Cobas ed i rappresentati delle forze politiche.
Numerosi gli interventi nelle tre giornate congressuali, che hanno evidenziato le caratteristiche genetiche della nuova confederazione. USB non sarà semplicemente un'organizzazione che va ad aggiungersi a quelle esistenti, ma ha l'ambizione e la possibilità di costituire il sindacato maggioritario che oggi serve ai lavoratori ed ai settori popolari. USB sarà intercategoriale, con l'obiettivo di contrapporsi alla frammentazione dei lavoratori connettendo le lotte nei luoghi di lavoro, sul territorio e nel sociale. Attraverso una capillare diffusione sul territorio nazionale (90 sedi in tutte le regioni), USB intende infatti rappresentare ed organizzare i soggetti del lavoro e del non lavoro, essere accogliente alle nuove istanze sociali, essere "meticcia", contaminandosi con le esperienze provenienti da altre realtà di lotta: per la casa, per l'ambiente, per i beni comuni, per i diritti uguali dei migranti. USB rifiuta inoltre lo "sviluppismo", che distrugge vite umane e territori, genera guerre, razzismo e miseria. Vuole infine porsi come un sindacato capace di attivare un cambiamento generale nel nostro paese.
In continuità con la storia delle organizzazioni costituenti la nuova confederazione, nella USB saranno centrali la democrazia e la partecipazione attiva dei lavoratori attraverso una forma organizzativa orizzontale in tutte le sue articolazioni. Ancora, USB sarà il sindacato del conflitto, finalizzato all'aquisizione di nuovi diritti e nuove tutele, per una contrattazione che abbia come presupposto il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita per milioni di lavoratori non finalizzata unicamente alla riduzione del danno.
L'assemblea ha eletto i membri dei nuovi organismi confederali, i 154 componenti del Consiglio Nazionale, 55 del Coordinamento Nazionale e 13 dell'Esecutivo. Grande importanza è stata riservata dal dibattito ai temi internazionali, con particolare attenzione alla situazione dell'America Latina e della Grecia. All'assemblea sono giunti i messaggi di auguri provenienti da molte organizzazioni sindacali internazionali, fra cui quello della Confederazione sindacale mondiale WFTU (World Federation of Trade Unions), dal PAME, il sindacato combattivo greco che sta guidando le lotte in quel paese, e dal LAB, sindacato Basco.
Tra le delegate e i delegati del Congresso è emersa evidente la consapevolezza della grande forza attrattiva dell'USB, che nasce in un contesto di crisi non solo economica, ma politica, sociale e culturale. Tale consapevolezza si è tradotta nella deliberazione di immediate iniziative di lotta:
28 maggio - giornata di mobilitazione nazionale del Pubblico Impiego
5 giugno - manifestazione nazionale a Roma contro la manovra economica e l'attacco ai diritti dei lavoratori;
7 e 8 giugno - scioperi regionali della Scuola;
8 giugno - sciopero nazionale dei Lsu, cassintegrati e lavoratori in mobilità;
11 giugno - sciopero generale dei Trasporti;
14 giugno - sciopero generale del Pubblico Impiego. 



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