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mercoledì 6 giugno 2018

Pensioni: Quota 100 è la beffa del Governo Giallo-Blu non rispetta contratto

delusione dei lavoratori

Le ultime notizie sulle pensioni anticipate  al 6 giugno 2018 ruotano intorno alla delusione dei lavoratori per quanto concerne la misura quota 100 proposta dal nuovo Governo Giallo-Blu. Sui social il paletto anagrafico dei 64 anni indicato come requisito minimo, dallo stesso Alberto Brambilla, per poter usufruire dell’eventuale misura, sta facendo indignare quanti hanno votato Lega e M5s confidando nella radicale modifica alla legge Fornero e in una chance di uscita anticipata. L’Anief ,associazione sindacale professionale, ha scritto nel suo ultimo comunicato che posta in questi termini la quota 100 sembra una beffa e non rispetta quanto menzionato nel contratto di Governo. Ecco in dettaglio il testo del comunicato, che alla luce dei numerosi commenti che in queste ore vengono rilasciati sul nostro sito, riassume perfettamente lo stato d’animo dei lavoratori.

Pensioni anticipate, ok quota 100 ma non dai 64 anni
L’ articolo pubblicato in queste ore sulla pagina ufficiale Anief  ‘Quota 100, spunta la clausola dei 64 anni di età. Anief non ci sta: si tenga fede alla promessa, senza cambiare le carte in tavola’ , che riporta il comunicato spiega dettagliatamente la posizione del sindacato. La quota 100, si legge, in questi termini “rischia di trasformarsi in una beffa“. “La fatidica soglia-  si legge nel comunicato-  frutto della somma degli anni anagrafici e di quelli contributivi, per mesi indicata dal M5S come imprescindibile per superare l’assurda Legge Fornero, confermata anche nel contratto di governo sottoscritto con la Lega, potrebbe valere solo a partire da una soglia minima. Questa, perlomeno, è la richiesta formulata in queste ore dalla Ragioneria generale dello Stato“.

Lo sostiene il sindacato Anief che precisa “a questo punto, è chiaro che se il neonato governo vorrà tenere fede a quanto detto nel corso della campagna elettorale sarà obbligato a reperire i finanziamenti utili. Altrimenti, ci troveremo davanti all’ennesima promessa incompiuta” . “I lavoratori non accetterebbero – puntualizza il sindacato – un passo indietro rispetto a quanto espresso per mesi e risultato tra i motivi principali che hanno portato al consenso per il nuovo assetto politico, da cui è scaturito il novello assetto parlamentare e governativo. Anzi, per i lavoratori della scuola serve sempre l’inclusione tra le categorie che svolgono una professione usurante”.

Marcello Pacifico, leader di Anief-Cisal, dice convinto: “introdurre la clausola dei 64 anni d’etàandrebbe a costituire un grave cambiamento del programma di governo: nessuno ha obbligato i partiti a promettere la nuova soglia. Visto che si sono presi l’impegno, evidentemente gradito dalla maggior parte degli italiani, ora è bene portarlo avanti. Costi quel che costi. Come si sono trovati i soldi per sanare altre emergenze nazionali, ora si trovino quelli utili per mandare in pensione chi ha lavorato una vita e ora vuole passare la mano”.

Pensioni anticipate 2018, lavoratori al Governo: su Quota 100, i patti non erano questi!
Lucio adirato scrive: “Questa è la conferma che non bisogna dar mai retta a ciò  che viene detto in campagna elettorale perché tra il dire e il fare c’é sempre di mezzo il mare: BUFFONI ! Lasciate la Fornero che é meglio“. Franco con tono ironico avverte il neo Governo: “Stiamo rientrando sulla Terra e, dopo essere stati sulla Luna con giretto su Marte; il libro dei sogni diventa realtà ed i numeri sono numeri. Che Babbo Natale non esistesse lo sapevamo già, ma qualcuno stragiurava di averlo visto passare con le renne sul cupolone. Per cortesia, già abbiamo mal digerito la Fornero, ora non facciamo scemenze. NON toccare i nostri soldi, NON fate gli illusionisti, NON raccontate balle. Tenete presente che la gente ha memoria lunga e ….dopo 5 anni si paga dazio. Renzi docet. Giù le mani dalle pensioni degli italiani”.

Giorgio deluso: “Paletti su paletti, addirittura decurtazione dell’assegno… aiuto! Teniamoci ben stretta la Fornero!” Isabella sembra sposare in pieno il comunicato dell’Anief e scrive: “Nel rimarcare che in campagna elettorale nessuno dei vincitori oggi seduti in Parlamento, avevano dettagliato il loro progetto di riforma della famigerata Fornero nei termini che leggiamo in queste ore, non posso che condividere i commenti di chi mi ha preceduto con una inevitabile distinzione: non scriverò mai ” meglio la Fornero “. Abbiamo scelto questo Governo anche per i temi proposti e condivisi. Ora è quanto mai necessario pretendere che si rispettino i patti e le promesse”.

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Tale comportamento inasprisce ulteriormente l’attuale legge colpendo le fasce che hanno sofferto gli aspetti della cig e della mobilita’ con l’effetto di allungare ulteriormente e tempi di pensionamento oltre alla penalizzazione con i nuovi sistemi di calcolo. Brambilla a nome della lega non stanno mantenendo, mobilitiamoci contro nuovi populisti demagogici...

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venerdì 13 aprile 2018

Riforma Pensioni: M5S vuole il Coefficiente di Usura



Il Movimento 5 Stelle ribadisce: “La Legge Fornero non verrà abolita ma profondamente revisionata”. L’idea è di introdurre un coefficiente di usura con il quale verrà stabilito quali lavoratori andranno in pensione prima degli altri.

Si continua a parlare di una nuova riforma delle pensioni che favorisca
 la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro.

Tuttavia, se da una parte la Lega è intenzionata a cancellare totalmente la riforma Fornero, il Movimento 5 Stelle sembra essere più cauto in merito a questa possibilità.

In questi giorni, infatti, sono arrivate le parole di Pasquale Tridico - economista che Luigi Di Maio ha indicato come possibile Ministro del Welfare in un ipotetico Governo dei 5 Stelle - il quale ha svelato che l’idea non è di abolire totalmente la Legge Fornero bensì di introdurre dei correttivi che consentirebbero l’uscita flessibile dal mercato del lavoro.

Non si tratta di un passo indietro; anche in campagna elettorale il Movimento 5 Stelle non ha mai parlato espressamente di abolizione della Legge Fornero - come invece fatto dalla Lega - ma solamente di una sua profonda revisione.

Quindi mentre Salvini pensa di sostituire la riforma del 2011 reintroducendo un sistema a quote (con una Quota 41 e una Quota 100 per tutti) il Movimento 5 Stelle sta riflettendo su altre possibilità, mantenendo una posizione più cauta.

Una di queste possibilità si chiama coefficiente di usura uno strumento che permetterebbe ad alcuni lavoratori di andare prima in pensione. In che modo? Scopriamolo.

Come funzionerebbe il coefficiente di usura?
Pasquale Tridico nel corso di un’intervista per Radio Capital ha parlato del progetto del Movimento 5 Stelle di rendere più flessibile l’uscita dal mercato del lavoro tramite l’introduzione di un coefficiente di usura.

In poche parole ad ogni categoria di lavoratori verrebbe assegnato un coefficiente in base alla gravosità delle mansioni svolte, permettendo a chi svolge dei lavori più usuranti di andare prima in pensione rispetto a chi invece esegue un mestiere più agevole.

Il primo step quindi dovrebbe essere quello di istituire una commissione che valuti la gravosità di ogni lavoro, così da assegnare un coefficiente di usura per ciascuno.

I requisiti per la pensione - che ricordiamo subiranno una variazione del 2019 - quindi non saranno uguali per tutti poiché dipenderanno dal tipo di lavoro svolto.

A differenza di quanto accade oggi non tutti i lavori usuranti verrebbero considerati allo stesso modo; alcuni infatti saranno valutati più gravosi di altri e di conseguenza chi svolge queste mansioni avrà un percorso agevolato per la pensione.

Una proposta che però non sembra soddisfare i lavoratori. Ad esempio c’è chi ha commentato le parole di Tridico dicendo che non si possono differenziare i lavoratori poiché i contributi “versati alla previdenza sono tutti uguali”, aggiungendo che dopo 40 anni di lavoro 
“tutti sono usurati”.

La Quota 100 del Movimento 5 Stelle
Bisogna precisare però che questo non è l’unico provvedimento che il Movimento 5 Stelle intende approvare così da superare quanto disposto dalla Legge Fornero. Ad esempio - come confermato da Tridico - verrà consentito di andare in pensione a tutti i lavoratori che hanno maturato almeno 40 anni di contributi, ma solamente per coloro 
che hanno compiuto 60 anni d’età.

Una sorta di Quota 100 che permetterà a coloro che hanno iniziato a lavorare in giovane età di andare in pensione anticipatamente rispetto a quanto previsto dagli attuali requisiti. Ricordiamo infatti che oggi per andare in pensione bisogna aver compiuto 66 anni e 7 mesi (e aver maturato 20 anni di contributi) oppure avere un’anzianità contributiva di 42 anni e 10 mesi (per gli uomini) e 41 anni e 10 mesi per le donne.

Requisiti che aumenteranno ancora nel 2019 visto l’adeguamento previsto dalla Legge Fornero con l’incremento delle aspettative di vita rilevate dall’Istat.


A tal proposito Tridico ha dichiarato che il meccanismo dell’aumento dell’età pensionabile in base alle aspettative di vita potrebbe essere momentaneamente sospeso, reintroducendolo in un secondo momento e legandolo ai suddetti coefficienti di usura.



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sabato 7 gennaio 2017

Cgil 3 Referendum sul Lavoro



La Cgil ha Proposto 3 Referendum abrogativi sulla riforma del lavoro, il cosiddetto jobs act, promossa dal governo di Matteo Renzi e varata con diversi provvedimenti tra il 2014 e il 2015. L’11 gennaio 2017 la corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità dei referendum che, se avessero il via libera della consulta, potrebbero svolgersi nella primavera del 2017. I referendum hanno già superato il vaglio della cassazione il 9 dicembre. A differenza del referendum costituzionale che si è svolto il 4 dicembre 2016, queste consultazioni sono abrogative e prevedono un quorum, cioè dovrà andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto perché i risultati siano validi. Ecco cosa prevedono i referendum contro il jobs act e perché se ne discute in questi giorni.

I referendum sul jobs act
È definito jobs act un insieme di norme sulla riforma del lavoro approvate tra il 2014 e il 2015. Tra queste ci sono il cosiddetto decreto Poletti (dal nome di Giuliano Poletti, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali) – cioè il decreto legge 34 del 20 marzo 2014 – e la legge 183 del 10 dicembre 2014, che conteneva numerose deleghe da attuare con decreti legislativi, emanati dal governo nel corso del 2015. I cardini della riforma del lavoro sono: il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’indennità di disoccupazione e l’estensione dell’uso dei voucher per la retribuzione del lavoro accessorio.

Nel luglio del 2016 la Cgil, il principale sindacato italiano, ha depositato 3,3 milioni di firme per proporre tre referendum abrogativi che riguardano in particolare la modifica dell’articolo 18 e l’uso dei cosiddetti voucher (buoni lavoro). Un terzo referendum chiede di ripristinare la responsabilità in solido dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori. I tre quesiti referendari sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare: l’introduzione della carta dei diritti universali del lavoro, che è praticamente la proposta di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, 
messa a punto dal sindacato.
1
L’abolizione dei voucher
Il primo referendum presentato dalla Cgil riguarda l’abolizione dei cosiddetti voucher, ossia la retribuzione del lavoro accessorio attraverso dei buoni. Nel quesito referendario sarà chiesto agli elettori: “Volete l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183?”.

Il pagamento attraverso i voucher in alcuni tipi di lavori era stato introdotto già nel 2003 per far emergere dall’irregolarità alcune forme di lavoro occasionale come le ripetizioni o le pulizie, ma negli anni ne è stato legittimato l’uso per quasi tutti i tipi di lavoro. Il jobs act ha esteso da cinquemila a settemila euro la cifra netta che è possibile guadagnare in un anno con i voucher. Questo fattore, insieme ad altre misure del jobs act che hanno ridotto altre forme di lavoro precario, ha determinato un aumento dell’uso dei voucher da parte dei datori di lavoro.

Questo incremento ha sollevato parecchie critiche perché è stato giudicato un tentativo di rendere il mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato a scapito dei lavoratori. Secondo alcuni analisti e secondo il sindacato, infatti, molti datori di lavoro usano i voucher per retribuire una parte delle ore di lavoro svolte, pagando in nero il resto delle ore. In questo modo i datori di lavoro si sottrarrebbero ai controlli e alle sanzioni. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps, l’uso di voucher è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016, mentre nei primi dieci mesi del 2015 era aumentato del 67 per cento rispetto 
allo stesso periodo del 2014.
2
Il ripristino dell’articolo 18
Il secondo referendum proposto dalla Cgil riguarda il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè l’articolo che sancisce il diritto al reintegro da parte del lavoratore licenziato senza una giusta causa. L’articolo 18 fa parte dello statuto dei lavoratori, cioè della legge numero 300 del 20 maggio 1970, che contiene le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”.

L’articolo 18, in particolare, regola i licenziamenti che avvengono senza giusta causa e ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma della ministra del lavoro Elsa Fornero, che complicava l’applicabilità della tutela del reintegro nella maggior parte dei casi di licenziamento che arrivano in tribunale. Il jobs act ha superato definitivamente l’articolo 18 e ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico in caso di licenziamento senza giusta causa. La riforma si applica ai contratti di lavoro stipulati dopo il 7 marzo 2015 e non riguarda gli statali, come chiarito da una sentenza della corte di cassazione. Il referendum della Cgil propone di abolire il decreto legislativo del 4 marzo 2015 
e di fatto ripristinare l’articolo 18.
3
La responsabilità delle imprese appaltatrici
Il terzo referendum chiede l’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo

10 settembre 2003, cioè il ripristino della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. Se il referendum fosse approvato sarebbe chiamato a rispondere anche il committente per eventuali violazioni compiute dall’impresa appaltatrice nei confronti del lavoratore. Di conseguenza, l’azienda che appalta sarà tenuta a esercitare un controllo più rigoroso su quella a cui affida un appalto.

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mercoledì 10 febbraio 2016

Lavoratori precoci per cambiare la norma



MANIFESTAZIONE A ROMA
18 FEBBRAIO ORE 10 - 14
PIAZZA MONTECITORIO

Promemoria psico/organizzativa:

1) Portate entusiasmo e determinazione e lasciate a casa la sfiducia e gli uccelli del malaugurio.

2) Portate Bandiere, Striscioni, Campanacci, Fischietti e tutto cio che possa renderci visibili a tutti.

3) Portate più gente possibile a Roma, coivolgendo amici, parenti, famigliari, ecc..., nessuno escluso.

4) Cambiate tutti insieme sino al 18 febbraio e anche oltre, la vostra immagine di copertina di FB con quella dell'evento di Roma postata quà, affinchè tutti possano vedere e leggere.

5) Ognuno di noi contatti, se può, degli organi di stampa o singoli giornalisti per invitarli all'evento e renderli partecipi delle nostre richieste.

6) Ognuno di noi contatti, se può per conoscenze personali, Parlamentari di ogni colore politico, invitandolo a venire in Piazza Montecitorio il 18 febbraio, per coinvolgerli nelle nostre richieste dei 41 anni ed invitarli ad cambiare la norma.

FORZA RAGAZZI "PRECOCI"....NON MOLLATE PROPRIO ADESSO.

Abbiamo fatto tante battaglie nella nostra vita, spesso anche per cose frivole, facciamoli vedere di che pasta siamo fatti e che i nostri diritti, non c'è li devono regalare, ma li pretendiamo.

TUTTI A ROMAAAAA......

UNITI SI VINCE, DIVISI PERDIAMO.


La vicenda precoci: le ultime dal fronte interno ed estero
I precoci attendono un segnale dal governo per poter andare in pensione, avendo raggiunto  i contributi indispensabili per l'agognata pensione. Sul loro cammino, però, pesano i veti dell'Europa, i cui superburocrati vigilano sui nostri conti pubblici, poco inclini a modifiche ed interventi strutturali alla legge Fornero che oggi regola “il mercato” pensionistico italiano. La legge Fornero è l'unica, lo ricordiamo, in grado di mantenere in equilibrio le finanze statali, dopo anni di sciupii e privilegi pensionistici. Il premier Matteo Renzi in questi giorni si dimostra assai reattivo e poco accondiscendente, almeno a parole, a subire dictat dall'Europa. “Dobbiamo lavorare con l'Europa e non per l'Europa”, questo il Matteo nazionale va ripetendo “nelle stanze dei bottoni”, e dei palazzi europei, lasciando intendere che il governo italiano non si lascerà intimorire né fiaccare dalle richieste dell'UE. A lui fa eco anche il presidente della commissione lavoro della Camera, l'altro pieddino Cesare Damiano, che si chiede come l'Unione Europea possa opporsi a piani che hanno costo zero.

Le notizie relative agli esodati, ci rivelano una guerra tutta interna
Diverse le battaglie e le storie dei lavoratori esodati. La loro è una battaglia sul fronte interno, combattuta entro i confini nazionali che ha come obiettivo un'ottava salvaguardia. Sono, difatti, ancora diverse migliaia i lavoratori rimasti fuori, dalle precedenti salvaguardi. Anche a costoro bisogna riconoscere il diritto alla pensione con le regole ante legge Fornero. Battaglia sostenuta dalla Rete dei Comitati Esodati che si aspettano, come dichiarato dal presidente Damiano, che la loro annosa vicenda venga affrontata al più presto o risolta attraverso le modifiche alla stessa legge, con una maggiore flessibilità

Opzione donna, le ultime notizie dal comitato
Poi c'è la questione Opzione Donna, risolta solo parzialmente dalla legge di stabilità 2016. Il Comitato che li rappresenta annuncia che anche per l'anno in corso proseguiranno le loro azioni di lotta, con l'obiettivo del sostegno alle donne dell’ultimo trimestre 2015 e del riconoscimento della gestione separata per le lavoratrici che non possono optare per opzione donna, a causa delle ingiustizie insite nella legge Fornero. Il comitato, assai battagliero in tutto l'anno appena trascorso, promette battaglie e mobilitazioni, nel caso le loro richieste dovessero essere ancora disattese dal governo, forte dell'appoggio e del sostegno del presidente Damiano e della 
Commissione lavoro da lui presieduta.

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