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giovedì 21 marzo 2019

Landini: per chi Lavora più Salario e Meno Tasse

Landini, «Per chi lavora più salario e meno tasse. E anche l’articolo 18»


Landini, «Per chi lavora più salario e meno tasse. E anche l’articolo 18»

Il governo ci ha voluto incontrare e questo è importante, perché siamo davanti a un cambio di linea dopo la nostra manifestazione del 9 febbraio». Anche con Renzi all’inizio ci fu dialogo ma poi finì in scontro.

Andrà allo stesso modo? «Io le cose le prendo seriamente e non ho pregiudiziali. Se è solo cortesia o
sostanza lo verificheremo confrontandoci nel merito».
Dietro la scrivania Maurizio Landini ha il ritratto di Giuseppe Di Vittorio fatto da Carlo Levi. Un quadro rimasto per anni negli scantinati della sede di Corso d’Italia dopo che l’allora segretario della Cgil lo rifiutò, offeso perché era stato raffigurato senza cravatta. Landini la cravatta non la porta quasi mai e sorride ricordando l’aneddoto.

Guardiamo al merito, allora. Il nuovo cavallo di battaglia del M5S è il salario minimo. Cosa ne pensa?
«A tutte le persone che lavorano debbono essere garantiti diritti. Non c’è solo il salario, ci sono anche altri istituti come ad esempio le ferie o la malattia. La strada migliore è dare validità erga omnes ai
contratti nazionali, che permetterebbero di considerare i trattamenti economici e normativi complessivi e di essere più aderenti alle diversità di settore»

Confindustria dice che 9 euro l’ora sarebbero troppi.
«Il problema nel nostro Paese è che i salari sono troppo bassi.
Il loro valore reale deve aumentare»

E come si fa?
«Bisogna che i contratti nazionali tornino a far crescere i salari. Ma serve anche un intervento fiscale: è necessario ridurre il peso delle tasse sul lavoro dipendente e sui pensionati, aumentando le detrazioni e rivedendo il sistema delle aliquote».

La flat tax andrebbe bene?
«No, bisogna rispettare il principio della progressività previsto dalla Costituzione. Sia per i redditi, sia per la ricchezza nel suo complesso».

Allora sta parlando della patrimoniale?
«Non mi impicco alla singola parola. Se proprio dobbiamo dargli un nome chiamiamolo contributo di equità. Ma l’importante è andare a prendere i soldi dove ci sono per rilanciare gli investimenti, quelli
pubblici sono crollati del 30% negli ultimi dieci anni, e per creare lavoro».

A proposito di lavoro, il reddito di cittadinanza è un disincentivo a cercarne uno?
«Combattere la povertà è una scelta positiva, è sul come che abbiamo le nostre perplessità. Ad
esempio vengono penalizzati i migranti, le famiglie numerose. E, soprattutto, non basta dare un lavoro a una persona per farla uscire dalla povertà. Si può essere poveri anche lavorando, è questa la
drammatica novità dei nostri tempi. Serve una rete di servizi sociali complessa, e invece qui si mettono in campo i navigator, persone che dovrebbero trovare un lavoro agli altri ma nel frattempo sono precari».

Ma cosa si aspetta sul lavoro da questo governo?
«Vorrei ricordare che il Movimento 5 Stelle aveva nel programma elettorale il ritorno dell’articolo 18.

Questo confronto potrebbe affrontare il tema di come si costruisce uno nuovo statuto dei diritti, che dia tutele anche a quelli che non ce l’hanno, come i rider e i tanti altri sfruttati».

Quindi chiede al governo di ripristinare l’articolo 18?
«La Cgil ha depositato in Parlamento una proposta di legge con un nuovo statuto dei lavoratori che
prevede anche il ripristino e l’estensione delle tutele. E che soprattutto stabilisce come i diritti siano in capo alla persona, non al rapporto di lavoro. Il che vuol dire aprire la strada a tutele reali anche alle partite Iva. Avevano promesso che le leggi di iniziative popolare avrebbero avuto un percorso
preferenziale. Ecco, ne hanno una già pronta con un milione e mezzo di firme».

Un tempo la Cgil era la cinghia di trasmissione del Pci. I tempi sono cambiati, ma come vede Nicola
Zingaretti nuovo segretario Pd?
«Sono rispettoso della loro e della nostra autonomia. Rilevo che le primarie sono stato un fatto
democratico importante. Ha vinto chi si è presentato come il candidato della discontinuità. Se il mondo del lavoro torna ad avere una sua rappresentanza è un elemento di rafforzamento della democrazia. Ma anche lì conta cosa si farà nel merito».



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sabato 7 gennaio 2017

Cgil 3 Referendum sul Lavoro



La Cgil ha Proposto 3 Referendum abrogativi sulla riforma del lavoro, il cosiddetto jobs act, promossa dal governo di Matteo Renzi e varata con diversi provvedimenti tra il 2014 e il 2015. L’11 gennaio 2017 la corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità dei referendum che, se avessero il via libera della consulta, potrebbero svolgersi nella primavera del 2017. I referendum hanno già superato il vaglio della cassazione il 9 dicembre. A differenza del referendum costituzionale che si è svolto il 4 dicembre 2016, queste consultazioni sono abrogative e prevedono un quorum, cioè dovrà andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto perché i risultati siano validi. Ecco cosa prevedono i referendum contro il jobs act e perché se ne discute in questi giorni.

I referendum sul jobs act
È definito jobs act un insieme di norme sulla riforma del lavoro approvate tra il 2014 e il 2015. Tra queste ci sono il cosiddetto decreto Poletti (dal nome di Giuliano Poletti, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali) – cioè il decreto legge 34 del 20 marzo 2014 – e la legge 183 del 10 dicembre 2014, che conteneva numerose deleghe da attuare con decreti legislativi, emanati dal governo nel corso del 2015. I cardini della riforma del lavoro sono: il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’indennità di disoccupazione e l’estensione dell’uso dei voucher per la retribuzione del lavoro accessorio.

Nel luglio del 2016 la Cgil, il principale sindacato italiano, ha depositato 3,3 milioni di firme per proporre tre referendum abrogativi che riguardano in particolare la modifica dell’articolo 18 e l’uso dei cosiddetti voucher (buoni lavoro). Un terzo referendum chiede di ripristinare la responsabilità in solido dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori. I tre quesiti referendari sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare: l’introduzione della carta dei diritti universali del lavoro, che è praticamente la proposta di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, 
messa a punto dal sindacato.
1
L’abolizione dei voucher
Il primo referendum presentato dalla Cgil riguarda l’abolizione dei cosiddetti voucher, ossia la retribuzione del lavoro accessorio attraverso dei buoni. Nel quesito referendario sarà chiesto agli elettori: “Volete l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183?”.

Il pagamento attraverso i voucher in alcuni tipi di lavori era stato introdotto già nel 2003 per far emergere dall’irregolarità alcune forme di lavoro occasionale come le ripetizioni o le pulizie, ma negli anni ne è stato legittimato l’uso per quasi tutti i tipi di lavoro. Il jobs act ha esteso da cinquemila a settemila euro la cifra netta che è possibile guadagnare in un anno con i voucher. Questo fattore, insieme ad altre misure del jobs act che hanno ridotto altre forme di lavoro precario, ha determinato un aumento dell’uso dei voucher da parte dei datori di lavoro.

Questo incremento ha sollevato parecchie critiche perché è stato giudicato un tentativo di rendere il mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato a scapito dei lavoratori. Secondo alcuni analisti e secondo il sindacato, infatti, molti datori di lavoro usano i voucher per retribuire una parte delle ore di lavoro svolte, pagando in nero il resto delle ore. In questo modo i datori di lavoro si sottrarrebbero ai controlli e alle sanzioni. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps, l’uso di voucher è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016, mentre nei primi dieci mesi del 2015 era aumentato del 67 per cento rispetto 
allo stesso periodo del 2014.
2
Il ripristino dell’articolo 18
Il secondo referendum proposto dalla Cgil riguarda il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè l’articolo che sancisce il diritto al reintegro da parte del lavoratore licenziato senza una giusta causa. L’articolo 18 fa parte dello statuto dei lavoratori, cioè della legge numero 300 del 20 maggio 1970, che contiene le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”.

L’articolo 18, in particolare, regola i licenziamenti che avvengono senza giusta causa e ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma della ministra del lavoro Elsa Fornero, che complicava l’applicabilità della tutela del reintegro nella maggior parte dei casi di licenziamento che arrivano in tribunale. Il jobs act ha superato definitivamente l’articolo 18 e ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico in caso di licenziamento senza giusta causa. La riforma si applica ai contratti di lavoro stipulati dopo il 7 marzo 2015 e non riguarda gli statali, come chiarito da una sentenza della corte di cassazione. Il referendum della Cgil propone di abolire il decreto legislativo del 4 marzo 2015 
e di fatto ripristinare l’articolo 18.
3
La responsabilità delle imprese appaltatrici
Il terzo referendum chiede l’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo

10 settembre 2003, cioè il ripristino della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. Se il referendum fosse approvato sarebbe chiamato a rispondere anche il committente per eventuali violazioni compiute dall’impresa appaltatrice nei confronti del lavoratore. Di conseguenza, l’azienda che appalta sarà tenuta a esercitare un controllo più rigoroso su quella a cui affida un appalto.

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mercoledì 24 settembre 2014

Articolo 18 per i neoassunti dopo tre anni



Lavoro, minoranza Pd: "Articolo 18 per i neoassunti dopo tre anni".
Serracchiani: "Renzi non accetterà veti"
Partito democratico diviso, la sinistra scopre le carte e minaccia un referendum interno. Chiesto un incontro con Renzi. In tutto 700 emendamenti al Ddl. Bersani torna all'attacco del premier: "Chiedo rispetto". Il ministro Poletti: "Le polemiche sul licenziamento discriminatorio sono infondate". Sacconi: "Proposte irricevibili"

- La minoranza del Pd scopre le carte e mette sul tavolo sette emendamenti al Jobs act. Il principale prevede la piena tutela dell'articolo 18 per tutti i neoassunti dopo i primi tre anni di contratto a tutele crescenti. Il numero due del partito, Debora Serracchiani, dopo il monito di ieri del sottosegretario Luca Lotti, indirizza un nuovo messaggio ai 'dissidenti': "La posizione la decide la direzione. Renzi non accetterà veti". Tra i 35 firmatari al Senato, ci sono bersaniani, ma anche senatori vicini a Pippo Civati e oppositori dei tempi della riforma del Senato come Vannino Chiti, Corradino Mineo, Walter Tocci e Massimo Mucchetti. Gli emendamenti, oltre all'articolo 18, riguardano demansionamento, controllo a distanza e ammortizzatori. Il cammino del provvedimento si preannuncia tutt'altro che agevole: sono oltre 700 gli emendamenti presentati per l'Aula al Ddl delega sul lavoro, una quarantina dei quali provengono dal Pd.

Il confronto sull'articolo 18 preoccupa il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan che, in una intervista ad Avvenire, definisce il dibattito "surreale" perché  se si guardano i numeri ci si accorge che "i lavoratori 'impattati' dall'articolo 18 sono pochissime migliaia". Ma, avverte Padoan, "l'errore che proprio non possiamo permetterci oggi è interrompere il cammino di riforme. E il rischio c'è perchè le resistenze sono
forti". E annuncia l'impegno del governo per finanziare misure come "la nuova indennità di disoccupazione e la riduzione delle tasse sul lavoro".

Pierluigi Bersani, che questa mattina non ha partecipato alla riunione della minoranza Pd, è tornato all'attacco del premier intervistato da Giovanni Floris a diMartedì : "A Renzi dico che le accuse che mi muove lui sono le stesse di Tremonti e Fornero", ha affermato l'ex segretario Pd che si è rivolto al premier chiedendo rispetto: "Renzi ha preso il 40%? "Con il mio 25% Renzi sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto". Bersani ha escluso una possibile scissione ("Non esiste"), ma, sull'ipotesi di un patto con Forza Italia sulla riforma del lavoro, avverte: "Non c'è nessuna ragione nè politica nè numerica per rivolgersi ad altri". "Noi - ha aggiunto - un po' lo abbiamo smacchiato, il giaguaro. A Renzi consiglierei piuttosto di avere un rapporto un po' più amichevole col suo partito. Capisco che inventarsi un nemico al giorno sia una tecnica comunicativa e che ora ci sono capitato io. Ma qui bisogna risolvere i problemi del paese".

Il fronte degli oppositori ha diverse sfumature. C'è Cecilia Guerra, una delle firmatarie degli emendamenti, che parla di "cambiamenti costruttivi e non ideologici". E alla domanda se la minoranza del Pd voterà la legge delega anche se non recepisse gli emendamenti, la senatrice Guerra ha risposto: "Gli aut-aut non sono nel nostro spirito". Meno diplomatico il senatore Corradino Mineo: "Così come è, non la voto". Reagisce anche Gianni Cuperlo che non apprezza gli appelli alla disciplina giunti dagli uomini vicini a Renzi: "Un partito non è una ditta nè una caserma. È una comunità". Ma la vice presidente alla Camera, Marina Sereni avverte che "gli emendamenti complicano tutto": "Difendere il pluralismo nel Pd - aggiunge - non può significare che in parlamento ci si muove per componenti, mettendo in qualche modo gli organismi dirigenti di fronte al fatto compiuto.

Stamattina i senatori democratici si sono confrontati in un'assemblea a Palazzo Madama con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti e il responsabile economia del partito, Filippo Taddei. Il ministro ha ribadito che non è mai stato in discussione il reintegro per i licenziamenti discriminatori: "Parola di ministro. Le polemiche in caso di licenziamento discriminatorio sono infondate. Sull'articolo 18 la mia posizione è che prima bisogna avere chiaro il quadro degli ammortizzatori. In ogni caso è una discussione aperta, ci penserà Renzi". Per Stefano Fassina "è ridicolo chi mette in mezzo il licenziamento discriminatorio come concessione alla minoranza, ci manca solo che il Pd pensi di derogare alla carta fondamentale dei diritti dell'uomo del 1948".

Contemporaneamente alla Camera si riunivano diverse anime del partito: da Pippo Civati a Vannino Chiti, da Rosy Bindi a Alfredo D'Attorre. La resa dei conti è rimandata a lunedì quando si terrà la direzione del partito. Di sicuro peseranno le dichiarazioni fatte ieri da Napolitano, interpretate come un appoggio alle riforme del governo. Vari pezzi del Pd hanno chiesto al premier un incontro per discutere le linee di un documento unitario sul lavoro da presentare in direzione. "Se Renzi non ci ascolta, saremo costretti a ricorrere al referendum interno" è la minaccia dei dissidenti. Ma una mano resta tesa. "Da parte nostra - spiega D'Attorre - c'è grande disponibilità e fiducia che si possa arrivare a una posizione unitaria". Taddei assicura che lunedì "daremo chiarezza sul reintegro". Chiarezza che pretende il presidente del Pd Matteo Orfini: "Sull'articolo 18 la delega è ambigua, bisogna dettagliarla - prosegue -. Possiamo discutere sulla progressività per il raggiungimento delle piene tutele, per un periodo di anni, ma il reintegro per i licenziamenti senza giusta causa deve essere mantenuto".

Il no del Ncd. Secco no di Maurizio Sacconi del Ncd alle modifiche proposte dalla sinistra Pd: "Gli emendamenti presentati dalla minoranza del Pd sono irricevibili per chi voglia riformare il mercato del lavoro. Essi ipotizzano il contratto a tempo indeterminato con un assurdo periodo di prova di tre anni senza articolo 18 confermando, tra l'altro, che l'articolo 18 è modificabile ma poco. È una proposta senza senso perchè la flessibilità in un triennio è già garantita dalla liberalizzazione dei contratti a termine".

NON CAPISCO COSA CENTRA L' ARTICOLO 18

IL GOVERNO DEVE CREARE LAVORO 

NON AUMENTARE LA POSSIBILITA'

DI LICENZIAMENTO

LEGGI ANCHE :

http://cipiri.blogspot.it/2014/09/renzi-non-mi-convince.html

Renzi non mi Convince


Il nemico allo specchio

 Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio....



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martedì 2 ottobre 2012

L'otto per il diciotto: Due referendum


L'otto per il diciotto.
 Due referendum per restituire l'Art. 18 e abolire deroghe e ristabilire certezza dei diritti dell'art. 8

 L'obiettivo è raggiungere i 1.000 aderenti alla pagina entro oggi. Ecco quello che dobbiamo fare: postare questo logo che abbiamo creato per diffondere l'evento sul profilo, nelle pagine, mandarlo a amiche e amici, twittare #lottoperildiciotto annunciando che avete aderito su questa pagina (ricordate il link www.facebook.com/referendumlavoro), create post con i link a Twitter, Facebook e al sito e, non dimenticate di dirlo anche agli amci al bar, durante la fila in posta, dovunque voi siate fuori dal web. Passateparola...

http://www.referendumlavoro.it/index.php?option=com_content&view=frontpage&Itemid=1

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mercoledì 27 giugno 2012

UNA RIFORMA CHE UMILIA I LAVORATORI E LA COSTITUZIONE




 UNA RIFORMA CHE UMILIA I LAVORATORI E LA COSTITUZIONE

Due fiducie oggi, due domani. Facendo due rapidi calcoli, con le prossime 4, il governo Monti, in 8 mesi, arriva a quota 28. Peggio di così neanche Berlusconi. Questa volta, sul tavolo c’è la riforma più oscena che si sia mai vista fino ad oggi, il piano Fornero per smantellare il lavoro, che impoverirà l’Italia e farà perdere nuovi posti di lavoro. Ancora una volta, regna incontrastata l’incoerenza di chi dice che la riforma è cattiva ma poi la voterà, nascondendosi dietro l’ipocrisia del voto di fiducia. Noi, coerentemente, voteremo contro e lo faremo per molte ragioni.

La prima. Il piano Fornero non si limita a modificare singole disposizioni o discipline ma interviene con la scure introducendone nuove, dai contratti agli ammortizzatori sociali, dai fondi di solidarietà alla materia dei licenziamenti e delle tutele delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il lavoro ha un ruolo centrale nel nostro ordinamento costituzionale. E’ un diritto sociale, fonte del sostentamento per ogni cittadino e la sua famiglia. La Costituzione tutela il lavoro e stabilisce un principio inoppugnabile, ovvero il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità, che sia in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La Costituzione sancisce che ai lavoratori debbano essere assicurati i mezzi adeguati in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione.

La Costituzione assicura la libertà sindacale e il diritto allo sciopero.

La Costituzione stabilisce la libertà dell’iniziativa economica privata, vietando però che questa metta a rischio l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà e la dignità umana.


La riforma Fornero, nella sua struttura complessiva, non è compatibile con i principi, i diritti e i doveri costituzionali. Sui contratti non opera né una semplificazione, né una riduzione. Il lavoro a tempo indeterminato continua ad essere eroso dalle altre tipologie contrattuali. Si certifica la precarietà, che non sta nell’onere del lavoratore di adattarsi a cambiare più lavori, ma nel mantenimento di un sistema che priva il lavoro della giusta retribuzione e non garantisce continuità e adeguatezza di versamenti contributivi e coperture assicurative.
La riforma Fornero riduce le garanzie al lavoratore, attraverso l’introduzione e il rafforzamento di elementi vessatori.
La riforma Fornero smantella l’attuale sistema degli ammortizzatori sociali, per crearne uno la cui unica ragione sociale dichiarata non viene realizzata perché non raggiunge l’obiettivo dell’universalità, non include effettivamente i lavoratori discontinui e non migliora le prestazioni.
La riforma Fornero è discriminatoria sul versanti dei fondi di solidarietà, in quanto esclude dalla loro copertura i lavoratori occupati in imprese con meno di 15 dipendenti. In tal modo il sistema non riesce ad essere universale, gli elementi che precedono, esemplificativi ma non esaustivi, letti unitariamente appalesano una violazione del tessuto organico rappresentato dalle disposizioni della Costituzione precedentemente indicate.
Il governo ha chiuso ogni dialogo, teso a migliorare il testo. Ha usato trucchi ed escamotage per evitare il confronto. Imporre la questione di fiducia sul provvedimento anche alla Camera, senza consentire nessuna modifica al testo licenziato al Senato, rafforza il nostro convincimento: questo ddl è profondamente incostituzionale, fa carne da macello dei diritti dei lavoratori, si beffa della Costituzione e sottrae al Parlamento la sua funzione legislativa.

http://www.italiadeivalori.it/component/content/article/167-massimo-donadi/15539-riforma-fornero-umilia-i-lavoratori-e-la-costituzione

E’ con questa gente che dovremmo allearci per creare un’alternativa politica ? Alternativa si, ma a questi ceffi e al loro sistema di potere. Vendola, Di Pietro, movimentisti vecchi e nuovi, Liste Civiche varie ed eventuali, tenetelo a mente, perché non dobbiate poi lamentarvi del successo di Grillo
da violapost
In poco meno di due minuti, tanto è durata la votazione elettronica, ieri al Senato hanno demolito il più importante baluardo di civiltà del lavoro in Italia, frutto di decenni di lotte e conquiste: l’articolo 18.
244 senatori (Pd, Pdl, Terzo Polo) hanno approvato la cosiddetta  riforma del lavoro di Elsa Fornero che introduce, di fatto, la libertà di licenziare per motivi economici, salvo casi di “manifesta insussistenza” (cioè mai) a fronte di un modesto indennizzo al lavoratore; il più grande regalo alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario che da tempo chiedono al governo Monti (e prima a Berlusconi) di intervenire in tal senso.Con questo provvedimento, l’Italia diventa il primo Paese europeo a non disporre di una tutela (né reintegro, né forti risarcimenti) in caso di licenziamento senza giusta causa. Per fare un esempio, nel modello tedesco, il reintegro è previsto persino nelle aziende con 10 dipendenti.
Ovviamente, dopo l’approvazione del testo, gioisce la Fornero che non sta più nella pelle dalla gioia (foto a destra). A votare contro soltanto Idv e Lega. Adesso l’iter parlamentare prevede che il testo passi alla Camera per la definitiva approvazione. Da Anna Finocchiaro a Rutelli, da Gasparri a Giovanardi fino all’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, ecco i nomi di chi ha votato per la demolizione dell’articolo 18:
1) Marilena Adamo (PD)
2) Benedetto Adragna (PD)
3) Mauro Agostini (PD)
4) Maria Alberti Casellati (PDL)
5) Bruno Alicata (PDL)
6) Laura Allegrini (PDL)
7) Silvana Amati (PD)
8 ) Paolo Amato (PDL)
9) Francesco Maria Amoruso (PDL)
10) Alfonso Andria (PD)
11) Maria Antezza (PD)
12) Teresa Armato (PD)
13) Franco Asciutti (PDL)
14) Giuseppe Astore (MISTO)
15) Augello (PDL)
16) Antonio Azzollini (PDL)
17) Emanuela Baio (Terzo Polo – API/FI)
18) Massimo Baldini (PDL)
19) Giuliano Barbolini (PD)
20) Paolo Barelli (PDL)
21) Mariangela Bastico (PD)
22) Domenico Benedetti Valentini (PDL)
23) Filippo Berselli (PDL)
23) Maria Teresa Bertuzzi (PD)
24) Giampaolo Bettamio (PDL)
25) Francesco Bevilacqua (PDL)
26) Dorina Bianchi (PDL)
27) Enzo Bianco (PD)
28) Laura Bianconi (PDL)
29) Franca Biondelli (PD)
30) Tamara Blazina (PD)
31) Giacinto Boldrini (PDL)
32) Sandro Bondi (PDL)
33) Anna Cinzia Bonfrisco (PDL)
34) Giorgio Bornacin (PDL)
35) Gabriele Boscetto (PDL)
36) Daniele Bosone (PD)
37) Franco Bruno (Terzo Polo – API/FI)
38) Filippo Bubbico (PD)
39) Sebastiano Burgaretta Aparo (PDL)
40) Alessio Butti (PDL)
41) Antonello Cabras (PD)
42) Raffaele Calabrò (PDL)
43) Giacomo Caliendo (PDL)
44) Battista Caligiuri (PDL)
45) Giulio Camber (PDL)
46) Franco Cardiello (PDL)
47) Anna Maria Carloni (PD)
48) Gianrico Carofiglio (PD)
49) Alerio Carrara (Gruppo Coesione Nazionale)
50) Antonino Caruso (PDL)
51) Felice Casson (PD)
52) Maria Giuseppa Castiglione (Gruppo Coesione nazionale)
53) Maurizio Castro (PDL)
54) Stefano Ceccanti (PD)
55) Mauro Ceruti (PD)
56) Franca Chiaromonte (PD)
57) Carlo Chiurazzi (PD)
58) Angelo Maria Cicolani (PDL)
59) Emilio Colombo (UDC…)
60) Riccardo Conti (PDL)
61) Barbara Contini (Terzo Polo Api/Fli)
62) Gennaro Coronella (PDL)
63) Lionello Cosentino (PD)
64) Rosario Costa (PDL)
65) Vladimiro Crisafulli (PD)
66) Cesare Cursi (PDL)
67) Mauro Cutrufo (PDL)
68) Antonio D’Alì (PDL)
69) Gianpiero D’Alia (UDC..)
70) Gerardo D’Ambrosio (PD)
71) Luigi D’Ambrosio Lettieri (PDL)
72) Candido De Angelis (Terzo Polo Api/FLI)
73) Cristiano De Eccher (PDL)
74) Diana De Feo (PDL)
75) Sergio De Gregorio (PDL)
76) Stefano De Lillo (PDL)
77) De Luca Cristina (Terzo Polo)
78) De Luca Vincenzo (PD)
79) Luigi De Sena (PD)
80) Antonio Del Pennino (MISTO)
81) Mauro Del Vecchio (PD)
82) Silvia Della Monica (PD)
83) Roberto Della Seta (PD)
84) Mariano Delogu (PDL)
85) Ulisse Di Giacomo (PDL)
86) Roberto Di Giovan Paolo (PD)
87) Fabrizio Di Stefano (PD)
88) Egidio Digilio (TERZO POLO)
89) Lamberto Dini (PDL)
90) Lucio D’Ubaldo (PD)
91) Giuseppe Esposito (PDL)
92) Raffaele Fantetti (PDL)
93) Claudio Fazzone (PDL)
94) Mario Ferrara (COESIONE NAZIONALE)
95) Filippi Marco (PD)
96) Anna Finocchiaro (PD)
97) Annarita Fioroni (PD)
98) Giuseppe Firrarello (PDL)
99) Maurizio Fistarol (PD)
100) Salvo Fleres (COESIONE NAZIONALE)
101) Andrea Fluttero (PDL)
102) Marco Follini (PD)
103) Cinzia Fontana (PD)
104) Antonio Fosson (UDC..)
105) Franco Vittoria (PD)
106) Vincenzo Galioto (UDC..)
107) Cosimo Gallo (PDL)
108) Maria Alessandra Gallone (PDL)
109) Guido Galperti (PD)
110) Garavaglia Mariapia (PD)
111) Costantino Garraffa (PD)
112) Maurizio Gasparri (PDL)
113) Antonio Gentile (PDL)
114) Maria Ida Germontani (TERZO POLO)
115) Rita Ghedini (PDL)
116) Enzo Giorgio Ghigo (PDL)
117) Paolo Giaretta (PD)
118) Carlo Giovanardi (PDL)
119) Pasquale Giuliano (PDL)
120) Domenico Gramazio (PDL)
121) Manuela Granaiola (PD)
122) Luigi Grillo (PDL)
123) Gustavino (UDC..)
124) Pietro Ichino (PD)
125) Maria Fortuna Incostante (PD)
126) Cosimo Izzo (PDL)
127) Silvestro Ladu (PDL)
128) Nicola Latorre (PD)
129) Cosimo Latronico (PDL)
130) Raffaele Lauro (PDL)
131) Maria Leddi (PD)
132) Giovanni Legnini (PD)
133) Vanni Lenna (PDL)
134) Simonetta Licastro Scardino (PDL)
135) Massimo Livi Bacci (PD)
136) Giuseppe Lumia (PD)
137) Luigi Lusi (MISTO)
138) Marina Magistrelli (PD)
139) Lucio Malan (PDL)
140) Alfredo Mantica (PDL)
141) Andrea Marcucci (PD)
142) Francesca Maria Marinaro (PD)
143) Franco Marini (PD)
144) Marino Ignazio (PD)
145) Marino Mauro Maria (PD)
146) Alberto Maritati (PD)
147) Altero Matteoli (PDL)
148) Salvatore Mazzaracchio (PDL)
149) Daniela Mazzuconi (PD)
150) Giuseppe Menardi (GRUPPO COESIONE NAZIONALE)
151) Vidmer Mercatali (PD)
152) Alfredo Messina (PDL)
153) Claudio Micheloni (PD)
154) Riccardo Milana (TERZO POLI API/FLI)
155) Giuseppe Milone (PDL)
156) Claudio Molinari (TERZO POLI API/FLI)
157) Francesco Monaco (PD)
158) Colomba Mongiello (PD)
159) Enrico Morando (PD)
160) Carmelo Morra (PDL)
161) Fabrizio Morri (PD)
162) Franco Mugnai (PDL)
163) Adriano Musi (PD)
164) Enrico Musso (UDC..)
165) Domenico Nania (PDL)
166) Magda Negri (PD)
167) Paolo Nerozzi (PD)
168) Vincenzo Nespoli (PDL)
169) Pasquale Nessa (PDL)
170) Franco Orsi (PDL)
171) Nitto Palma (PDL)
172) Elio Massimo Palmizio (COESIONE NAZIONALE)
173) Antonino Papania (PD)
174) Achille Passoni (PD)
175) Carlo Pegorer (PD)
176) Marco Perduca (PD)
177) Flavio Pertoldi (PD)
178) Oskar Peterlini (UDC..)
179) Lorenzo Piccioni (PDL)
180) Filippo Piccone (PDL)
181) Gilberto Pichetto Fratin  (PDL)
182) Leana Pignedoli (PD)
183) Roberta Pinotti (PD)
184) Beppe Pisanu (PDL)
185) Salvatore Piscitelli (COESIONE NAZIONALE)
186) Giovanni Pistorio (MISTO)
187) Adriana Poli Bortone (COESIONE NAZIONALE)
188) Francesco Pontone (PDL)
189) Donatella Poretti (PD)
190) Guido Possa (PDL)
191) Giovanni Procacci (PD)
192) Gaetano Quagliariello (PDL)
193) Luigi Ramponi (PDL)
194) Raffaele Ranucci (PD)
195) Maria Rizzotti (PDL)
196) Giorgio Roilo (PD)
197) Rossi Paolo (PD)
198) Antonio Rusconi (PD)
199) Giacinto Russo (TERZO POLO)
200) Francesco Rutelli (TERZO POLO API/FLI)
201) Michele Saccomanno (PDL)
202) Maurzio Saia (COESIONE NAZIONALE)
203) Filippo Saltamartini (PDL)
204) Fedele Sanciu (PDL)
205) Gian Carlo Sangalli (PD)
206) Francesco Sanna (PD)
207) Giuseppe Saro (PDL)
208) Carlo Sarro (PDL)
209) Luciana Sbarbati (PD)
210) Giampiero Scanu (PD)
211) Aldo Scarabosio (PDL)
212) Salvatore Sciascia (PDL)
213) Serafini Anna Maria (PD)
214) Serafini Giancarlo (PDL)
215) Achille Serra (UDC..)
216) Cosimo Sibilia (PDL)
217) Silvio Emiio Sircana (PD)
218) Albertina Soliani (PD)
219) Ada Spadoni Urbani (PDL)
220) Vincenzo Speziali (PDL)
221) Marco Stradiotto (PD)
222) Nino Strano (TERZO POLO )
223) Paolo Tancredi (PDL)
224) Alberto Tedesco (MISTO)
225) Oreste Tofani (PDL)
226) Salvatore Tomaselli (PD)
227) Antonio Tomassini (PDL)
228) Giorgio Tonini (PD)
229) Achille Totaro (PDL)
230) Tiziano Treu (PD)
231) Giuseppe Valditara (TERZO POLO)
232) Guseppe Valentino (PDL)
233) Simona Vicari (PDL)
234) Guido Viceconte (PDL)
235) Pasquale Viespoli (COESIONE NAZIONALE)
236) Riccardo Villari (COESIONE NAZIONALE)
237) Luigi Vimercati (PD)
238) Vincenzo Vita (PD)
239) Valter Vitali (PD)
240) Carlo Vizzini (UDC..)
241) Luigi Zanda (PD)
242) Valter Zanetta (PDL)
243) Tomaso Zanoletti (PDL)
244) Sergio Zavoli (PD)
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domenica 15 aprile 2012

ARTICOLO 18, LANDINI:



ARTICOLO 18, LANDINI:

 "SE LA CGIL SI PIEGA, LA FIOM FARA' DA SOLA:

 DALLO SCIOPERO GENERALE FINO AI REFERENDUM"


«Non ci sono ragioni politiche che ci possono fare accettare la riduzione dei diritti di chi lavora». Quindi se anche la Cgil dovesse rivedere le sue posizioni, la Fiom andrà avanti «da sola» con «tutti gli strumenti», dallo sciopero generale fino al referendum. Lo annuncia in una intervista al Fatto Quotidiano il leader dei metalmeccanici della Cgil, Maurizio Landini. La critica della Fiom non è solo sull'articolo 18 ma «su tutto» perchè quella del governo Monti «non è una riforma» del mercato del lavoro ma «interventi con una forte coerenza con il taglio alle pensioni e con la logica della lettera della Bce». E sono «interventi sbagliati che il sindacato deve continuare a contrastare». Lo Statuto dei lavoratori, aggiunge, «è la Costituzione del lavoro e non può essere oggetto di arretramenti».



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domenica 8 aprile 2012

ARTICOLO 18.IL REINTEGRO DALLA REGOLA ALL'ECCEZIONE.



CONFERMATE E RAFFORZATE LE MOTIVAZIONI DELLO SCIOPERO GENERALE

 dichiarazione di Gianni Rinaldini, coord.naz.La CGIL che Vogliamo

In questo Paese,dalla legge 30 in poi, se un lavoratore viene licenziato illegittimamente viene reintegrato nel suo posto di lavoro con sentenza del giudice.
Questa la regola semplice, di facile comprensione,persino elementare nella sua evidenza.
Con un provvedimento abile per la sua stessa farraginosità il Governo trasforma quella che era una regola universale in un artificio in virtù del quale il risarcimento economico diventa la regola fondamentale e il reintegro nel posto di lavoro l'eccezione.
Questo il risultato di aver ,con grande abilità, spacchettato le motivazioni del licenziamento in disciplinare, discriminatorio, economico per cancellare il principio di fondo che tutela, o meglio tutelava, i lavoratori:un licenziamento o è legittimo o non lo è. E se non lo è è sacrosanto che al lavoratore venga riconosciuto il diritto del ripristino della condizione quo ante, cioè che quel licenziamento venga dichiarato nullo.
Questo il risultato di una trattativa su materie di stretta pertinenza sindacale, scippata alle organizzazioni sindacali, costrette a commentare il risultato della mediazione del Governo con le forze politiche.
I lavoratori sono oggi più deboli sia nei loro diritti sia nell'esercizio della loro stessa prestazione. Gli effetti di questa normativa nell'attuale recessione, gli abusi alla luce anche della stretta sul sistema degli ammortizzatori sociali e dei guasti determinati dalla riforma previdenziale, saranno devastanti.
Le motivazioni per lo sciopero generale proclamato dalla CGIL risultano ulteriormente confermate e rafforzate.



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lunedì 26 marzo 2012

BLOG DI CIPIRI: Articolo 18, "Occupy Piazza Affari il 31 marzo"


Articolo 18, "Occupy Piazza Affari il 31 marzo"


Articolo 18

"Occupy Piazza Affari il 31 marzo"



BLOG DI CIPIRI: Articolo 18, "Occupy Piazza Affari il 31 marzo": Articolo 18 "Occupy Piazza Affari il 31 marzo" Pubblichiamo il contributo di Giorgio Cremaschi (presidente del Comitato Centr...


martedì 6 settembre 2011

Articolo 18, ecco cosa cambia





Articolo 18

ecco cosa cambia




Una scheda per comprendere quali saranno le differenze in caso di approvazione delle modifiche

Eccoli, i cambiamenti. Quando l’articolo 8 della manovra di Silvio e Giulio diventerà legge il diritto del lavoro italiano subirà molti cambiamenti: il contratto di prossimità introduce un diritto alla deroga e una specie di federalismo contrattuale, che regala molto potere ai delegati sindacali all’interno delle aziende. Il Fatto quotidiano ci spiega cosa cambia per piccole, medie e grandi imprese:



LE GRANDI:

Per le grandi aziende, dove più frequente è la presenza delle Rsu e del sindacato, la norma varata dal Senato potrebbe avere l’impatto minore. Anche se l’esperienza recente fa pensare il contrario. Del resto, la norma è ritagliata sul modello Fiat. Pomigliano e Mirafiori avrebbero dovuto essere delle eccezioni e invece sono diventate legge. Il diritto di licenziare, aggirando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, è solo una delle possibilità che la manovra consente perché nel comma 2 dell’articolo 8 l’elenco delle materie “deroga bili” è ben più lungo è importante: orario di lavoro, mansioni, turnistica, modalità di assunzione fino al controllo mediante apparecchi audiovisivi. Basterà che la maggioranza delle Rsu dei sindacati firmatari dell’accordo (così sembra dalla lettura letterale del testo) dia parere favorevole e “le disposizioni di legge” così come “le regolamentazioni contrattuali” e “c o n t ra t t u a – li” vengono modificate e applicate diversamente. La legge incorpora anche l’accordo del 28 giugno a riprova della volontà di coinvolgere i sindacati che, come sostiene il senatore Ichino, dovrebbero tutelare maggiormente. Secondo la Cgil, però, l’accordo è vanificato proprio per il fatto di garantire deroghe alla legge, mentre l’intesa le permetteva solo rispetto al contratto nazionale a sua volta indicato come la fonte primaria degli accordi collettivi. Ora, contratto nazionale e contratto aziendale vengono di fatto parificati con evidente svuotamento del primo da parte del secondo.




LE MEDIE:
N elle medie aziende le novità sono analoghe alle grandi. I contratti nazionali e le leggi potranno essere derogate, con accordi aziendali oppure con accordi territoriali per zone omogenee (si pensi al nord-est, ad esempio). Nel loro caso, però, essendo meno presenti le Rsu – per lo più diffuse nelle grandi aziende – sarà particolarmente rilevante il ruolo dei delegati nominati dal sindacato di appartenenza a cui viene conferita una responsabilità pesante. Proprio l’ampiezza delle materie oggetto della norma permette questa analogia perché per molte di queste – mansioni, audiovisivi, orario di lavoro – non c’è distinzione tra grande e piccola impresa.




LE PICCOLE:

Secondo i giuslavoristi proprio nelle piccole ci sarà la spinta a una maggiore contrattazione in deroga. E se è vero che per quanto riguarda l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si sentirà alcuna differenza, per quanto riguarda le norme sul mansionamento, sulla disciplina dei contratti a termine, sulle collaborazioni, sugli orari, in cui la disciplina è analoga alle altre imprese, le modifiche possono essere stravolgenti. Per la semplice ragione che, molto spesso, nelle piccole imprese il sindacato non c’è o, se c’è, è rappresentato da uno o due delegati nominati. Per chi si occupa di diritto del lavoro è facile prevedere che su di essi si scaricherà una pressione enorme così come sarà facile avere sindacati di comodo che possono firmare qualunque deroghe alle tutele. I delegati, di fronte alle richieste aziendali e magari di fronte alla minaccia di chiusura o di delocalizzazione, si sentiranno in dovere di firmare qualunque cosa. Il problema potrebbe essere aggirato con la firma di accordi territoriali che coinvolgano le aziende di una determinata zona. Ma la norma non impedisce che di fronte a tali accordi se ne possano siglare altri più limitati a una sola azienda. In tal modo, sostengono gli avvocati del lavoro, la contrattazione non è più controllabile, anche la possibilità di impugnare un licenziamento si fa molto, molto più difficile.
LEGGI ANKE :

http://cipiri5.blogspot.com/2011/09/manovra-passa-la-liberta-di-licenziare.html


http://www.giornalettismo.com/archives/144945/articolo-18-ecco-cosa-cambia/
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