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lunedì 29 ottobre 2018

Renzi, alt a Landini leader Cgil

Renzi ma non hai ancora finito di rompere i coglioni ? Hai rovinato e distrutto tutto quello che hai potuto. Dove passi tu non ricresce più l' erba e adesso cosa vuoi da Landini ? Contro di lui non ce la farai. MATTEO STAI SERENO !!!



Renzi e i renziani del Pd ripetono che i giochi in Cgil non sono fatti e che la candidatura a leader di Maurizio Landini avanzata dalla segretaria uscente Camusso è tutt’altro che scontata. La Cgil, come tutta la sinistra, non gode di buona salute, ma con i suoi apparati, i suoi 5 milioni di iscritti, la sua ramificazione nei luoghi di lavoro e sul territorio nazionale conta nelle diatribe interne del Pd e dei cespugli vicini, pesa nel bilanciamento dei poteri locali e nazionali e incide nell’orientamento – anche elettorale – degli italiani. Dal dopoguerra, per decenni, la Cgil fungeva sostanzialmente da “cinghia di trasmissione” del Pci e anche da serbatoio di voti.



Poi, dopo la fine della prima Repubblica, il rapporto fra il sindacato e il partito si è via via stemperato fino a ribaltarsi, con la contrapposizione al Pd renziano e al governo Renzi, le bordate sulla legge Fornero, il jobs act, la “guerra” contro il referendum costituzionale, il disimpegno nelle elezioni del 4 marzo con aperture ai partiti considerati fino a poco tempo “nemici”, quali M5S e Lega. Renzi si era illuso di aver rottamato anche la Cgil e i suoi capi ex comunisti. La Cgil, invece, ha resistito, pur in difesa, preparando su più fronti il contrattacco, decisa adesso a riscattarsi proprio con Landini nuovo leader. Renzi sembra aver capito la lezione e cerca, forse in ritardo, di porvi rimedio entrando a gamba tesa, anzi tesissima, nelle questioni interne alla Confederazione che fu guidata da capi di grande statura e carisma quali i comunisti riformisti Di Vittorio, Lama, Trentin. L’obiettivo è chiaro: in un Pd comunque “a trazione” renziana non è pensabile lasciare il più forte sindacato italiano a “briglia sciolta”, tanto meno in un ruolo di contrapposizione al partito e alla sua leadership nonché sempre più vicina a non poche posizioni del governo giallo-verde, del M5S e della Lega di Salvini. Renzi vuole una Cgil cavallo di Troia contro l’attuale governo, un sindacato con alla testa un suo “emissario” e non un leader carismatico che decide e fa con la propria testa. Così, con i suoi, tende la trappola, anzi le trappole, per rendere la campagna congressuale della Cgil un campo minato, giocando ogni carta pur di fermare Landini, puntando sull’antagonista Vincenzo Colla, considerato un riformista moderato, non “nemico”. Entrambi, Landini e Colla sono emiliani e reggiani. Anche altri esponenti ex Pci del Pd e dintorni (Bersani, D’Alema&C) temono Landini leader, sempre guardinghi di chi viene da quella Fiom che già con la Flm si rese protagonista di fughe in avanti avversate da Lama e dallo stesso Berlinguer.

 Ecco perché il Pd e gli altri cespugli della sinistra tentano, ognuno per propri fini, di condizionare contenuti e leadership della compagna congressuale della Cgil in corso prima dell’assise nazionale conclusiva del 23-25 gennaio 2019. In questo quadro si inserisce il recente “fattaccio” di Reggio Emilia. Il voto segreto che l’altro ieri al congresso della Cgil della città emiliana ha silurato il segretario generale della Camera del lavoro Guido Mora è infatti un segnale politico che va oltre il sindacato e oltre il territorio provinciale coinvolgendo anchePd e sinistra a livello nazionale. Un militante ha affermato che la vicenda è di una tale gravità seconda solo ai tragici fatti del 7 luglio 1960. Non è solo una questione di peso organizzativo, anche se si tratta di una confederazione di oltre 110.000 iscritti. E non è questione (solo) personale legata a un segretario di lungo corso, per altro unico candidato designato. Il colpo di mano che nel segreto dell’urna ha “freddato” Mora è legato alla lotta congressuale per il ricambio del prossimo leader nazionale del maggiore sindacato italiano. Come già sopra scritto, Susanna Camusso ha indicato come prossimo leader Maurizio Landini, ex capo duro della Fiom, etichettato quale radical populista con pulsioni che una volta sarebbero state considerate estremiste e gruppettare. C’è già chi, per fargli un favore o un dispetto non si sa, chiama Landini il Salvini sindacale. Mora, il cui affossamento nel segreto dell’urna ricorda il metodo dei “101” che bruciarono la candidatura di Prodi affondando la segreteria di Bersani, ha affermato in assemblea composta per lo più da iscritti al Pd: “Ringrazio i farabutti che sono in assemblea generale. Buona fortuna, perché ne avete bisogno”.

Gira e rigira si torna ai compagni-fratelli-coltelli dove si mischiano questioni personali e di potere con questioni politiche. Mora e quelli come Mora – su su fino a Landini – sono scomodi perché contrari alla logica del sindacato subalterno al partito, favorevoli invece a una Cgil “soggetto politico” (autonomo da imprese, partiti, governi) al limite del sindacato-partito sul crinale del sempre aborrito pansindacalismo. Non solo. Anche il Pd è nel fuoco delle turbolenze interne avviandosi verso primarie e congresso. Una lotta senza esclusione di colpi, con le varie fazioni (renziani e anti renziani) in cerca di alleati e al contempo impegnati a individuare e stanare nemici ovunque collocati. La Cgil, per il suo peso organizzativo e politico, diventa così importante terreno di scontro partitico anche in vista delle prossime scadenze elettorali. Mora viene sacrificato per “garantire” il Pd reggiano ed emiliano in vista delle elezioni comunali, un messaggio per “rassicurare” il Pd nazionale in vista delle Europee di maggio. Un campanello d’allarme anche per Landini e per chi lo sostiene? Il colpaccio di Reggio Emilia ha fatto cadere le maschere dei congiurati rischiando di diventare un boomerang per i cospiratori. Un boomerang che può andare ben oltre i confini della città emiliana.

Renzi ma non hai ancora finito di rompere i coglioni ? 
Hai rovinato e distrutto tutto quello che hai potuto.
 Dove passi tu non ricresce più l' erba e adesso cosa vuoi da Landini ? 
Contro di lui non ce la farai. MATTEO STAI SERENO !!!


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domenica 28 maggio 2017

RIMETTONO I VOUCHER



I TRE IMBROGLIONI RIMETTONO I VOUCHER

E così è proprio vero, la più sfacciata truffa politica della storia repubblicana è stata compiuta. Renzi, Berlusconi e Salvini hanno rimesso i voucher. Domani 28 maggio avremmo dovuto votare per abolirli, invece per paura del voto Renzi e semprepronto Gentiloni li avevano cancellati. Ora li ripristinano, cucù 
il voto non c'è più, passata la festa gabbato lo santo. Ne abbiamo passate tante, ma io non ricordo un' offesa alla sovranità popolare sfacciata e arrogante come questa. 
Tornano i voucher e dilagheranno di nuovo, non è infatti assolutamente vero che ci sono clausole che li limitano. Basti pensare che il limite per le aziende è sì di 5dipendenti, ma a tempo indeterminato. Chi ha 1000 dipendenti precari potrà ricorrere ai voucher. E i controlli saranno impossibili visto che ogni azienda ha 3 giorni per "regolarizzarsi" nel caso esageri, tra un voucher e l'altro. Saranno tre giorni di ricatti e lavoro nero. 
Ma capisco che queste sono obiezioni che non contano nulla per chi aveva il solo obiettivo di 
dimostrare alla Confindustria e al sistema degli affari di essere rimasto quello di sempre. Non è neppure da escludere che la restaurazione dei voucher sia stata offerta alla Commissione Europea per far approvare la manovrina di bilancio. Vi facciamo vedere un anticipo delle "riforme" che ci chiedete per 
l'anno prossimo. Bravini dicono i commissari. 
Devo dire che dei tre imbroglioni che hanno contemporaneamente sbeffeggiato i diritti del lavoro, il popolo italiano e la democrazia, il meglio è Silvio Berlusconi. In fondo lui i voucher li aveva istituiti e quanto alla affidabilità, beh è stato maestro nel negare e rinnegare le verità più clamorose. Il peggio è sicuramente Matteo Salvini. L'eroe della Lega di lotta, durissimo con i poveri migranti alla stazione di Milano, è diventato un coniglio bagnato di fronte agli interessi padronali che i suoi soci Maroni e Zaia, dallo scranno di presidenti delle regioni, gli hanno imposto di rispettare. E lui vuole andare contro l'euro e la UE? Ma va là baüscia. 
In mezzo ai due imbroglioni, il vecchio e il nuovo, sta Matteo Renzi. È lui l'anello di congiunzione che mancava alla destra per riunificarsi, 
chi meglio del grande fan di Marchionne poteva esserlo? 
Mentre il parlamento rimetteva i voucher a Roma manifestavano in migliaia i lavoratori di Alitalia, Ilva, Almaviva, Acinformatica, Sky, insieme a tanti altri, chiedendo al potere pubblico di non permettere o di fermare i licenziamenti. 
I tre imbroglioni hanno subito dato la loro risposta: avrete i voucher. 
A coloro che ancora sostengono Renzi, Berlusconi e Salvini io auguro di sperimentare il lavoro coi voucher. Così potranno ringraziare chi li ha rimessi.

il post di Giorgio Cremaschi
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mercoledì 28 gennaio 2015

Fiom : un progetto alternativo a Troika e renzismo



Fiom : un progetto alternativo a Troika e renzismo

 «Quando lo scorso autunno, invitato da Alexis, sono andato ad Atene alla festa di Syriza mi ha colpito il fatto che quel movimento non è nato con l’idea di dar vita a un nuovo partito, bensì dalla necessità di dare risposte materiali (le cure sanitarie, i pasti quotidiani) alle persone. Questa è la grande novità. Questa è la forza di Syriza ma anche di Podemos in Spagna». Maurizio Landini, leader della Fiom, è da molti considerato lo “Tsipras italiano”, pensa che pure in Italia si debba fare qualcosa di simile, porsi l’obiettivo — come dice — «di cambiare i processi e, contemporaneamente, puntare a governare il Paese con un progetto alternativo a quello della Bce e della Troika». In questo processo («che va oltre i partiti») — assicura — la Fiom ed egli stesso ci saranno.
Cosa significa, dal suo punto di vista, la vittoria di Tsipras per l’Europa e per l’Italia?
«Che finalmente, con un voto popolare e libero, si dimostra che le politiche di austerity della Troika non hanno il consenso delle persone. Questo non può non riaprire una discussione non sull’uscita dall’euro ma sulla costruzione di un’Europa fondata sull’uguaglianza e la giustizia sociale, cioè sui bisogni e le condizioni reali delle persone».
E per l’Italia cosa può voler dire?
«Il popolo greco ha scelto una piattaforma che è esattamente opposta a quella del governo italiano. Il governo Renzi sta completando il programma indicato dalla Bce nella famosa lettera dell’agosto 2011 e avviato con il governo Monti. Non c’è stata alcuna discontinuità. E d’altra parte Renzi è stato il presidente di turno dell’Europa ma nessuno se n’è accorto».
Lei ha inviato un messaggio alla convention di Sel sostenendo che serve «un progetto di cambiamento che nasca dalla società». Sta pensando a un nuovo partito o movimento della sinistra?
«In Italia è innanzitutto necessario recuperare la partecipazione delle persone alla politica. Poi bisogna ridare una rappresentanza ai problemi sociali ed essere in grado di porsi obiettivi di maggioranza».
Sembra Syriza… Ma la Fiom cosa c’entra? Non è un sindacato?
«Nella sua autonomia la Fiom, che continua ad essere e a fare il sindacato, è dentro questo processo perché è interesse anche della Fiom un cambiamento radicale delle politiche europee».
Dunque la Fiom e Landini potrebbero aderire al coordinamento della sinistra che ha lanciato Vendola?
«Non è questo il punto, non è questo che mi interessa. Guardi, l’unica iniziativa che è stata in grado di esprimere una opposizione alle politiche economiche e sociali del governo è stato lo sciopero generale della Cgil del 12 dicembre scorso. Ecco, si deve dare continuità a quella mobilitazione ».
Lei si candida a diventare lo Tsipras italiano?
«Non ci ho mai pensato».
Pensa, in ogni caso, che l’esperienza di Syriza possa essere replicata in Italia?
«Ogni Paese ha la sua storia, le cose non si replicano mai. Ma certo anche in Italia non c’è consenso sulle politiche di austerity. Ecco io mi domando: cosa posso fare, cosa può fare la Fiom per cambiare le politiche di un governo che non ha scelto nessuno e che ha fatto i patti con i poteri forti? ».
Una scissione nel Pd aiuterebbe la formazione di un movimento alternativo di sinistra?
«Non so, né mi interessa.
I processi nei partiti li decideranno i partiti stessi. Voglio dirlo in maniera secca: la ragione della crisi della sinistra risiede nel fatto che non c’è più la sinistra».
Dunque il Pd di Renzi non è di sinistra?
«Beh, è di sinistra chi cancella lo Statuto dei lavoratori? Chi dice che si può liberamente licenziare? Chi propone e poi ritira la depenalizzazione della frode fiscale? Tutto questo non ha nulla a che fare con la sinistra. La sinistra o è sociale o non è».
Il Financial Times si è domandato se Tsipras è un realista o un radicale. Secondo lei?
«Mi sembra un realista radicale. Mentre radicali ed estremiste sono le politiche di austerity frutto del pensiero unico europeo».

Per il leader dei metalmeccanici Cgil Maurizio Landini il popolo greco “ha scelto una piattaforma opposta a quella del governo italiano,
 che sta solo completando il programma della Bce avviato da Monti”


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mercoledì 24 settembre 2014

Articolo 18 per i neoassunti dopo tre anni



Lavoro, minoranza Pd: "Articolo 18 per i neoassunti dopo tre anni".
Serracchiani: "Renzi non accetterà veti"
Partito democratico diviso, la sinistra scopre le carte e minaccia un referendum interno. Chiesto un incontro con Renzi. In tutto 700 emendamenti al Ddl. Bersani torna all'attacco del premier: "Chiedo rispetto". Il ministro Poletti: "Le polemiche sul licenziamento discriminatorio sono infondate". Sacconi: "Proposte irricevibili"

- La minoranza del Pd scopre le carte e mette sul tavolo sette emendamenti al Jobs act. Il principale prevede la piena tutela dell'articolo 18 per tutti i neoassunti dopo i primi tre anni di contratto a tutele crescenti. Il numero due del partito, Debora Serracchiani, dopo il monito di ieri del sottosegretario Luca Lotti, indirizza un nuovo messaggio ai 'dissidenti': "La posizione la decide la direzione. Renzi non accetterà veti". Tra i 35 firmatari al Senato, ci sono bersaniani, ma anche senatori vicini a Pippo Civati e oppositori dei tempi della riforma del Senato come Vannino Chiti, Corradino Mineo, Walter Tocci e Massimo Mucchetti. Gli emendamenti, oltre all'articolo 18, riguardano demansionamento, controllo a distanza e ammortizzatori. Il cammino del provvedimento si preannuncia tutt'altro che agevole: sono oltre 700 gli emendamenti presentati per l'Aula al Ddl delega sul lavoro, una quarantina dei quali provengono dal Pd.

Il confronto sull'articolo 18 preoccupa il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan che, in una intervista ad Avvenire, definisce il dibattito "surreale" perché  se si guardano i numeri ci si accorge che "i lavoratori 'impattati' dall'articolo 18 sono pochissime migliaia". Ma, avverte Padoan, "l'errore che proprio non possiamo permetterci oggi è interrompere il cammino di riforme. E il rischio c'è perchè le resistenze sono
forti". E annuncia l'impegno del governo per finanziare misure come "la nuova indennità di disoccupazione e la riduzione delle tasse sul lavoro".

Pierluigi Bersani, che questa mattina non ha partecipato alla riunione della minoranza Pd, è tornato all'attacco del premier intervistato da Giovanni Floris a diMartedì : "A Renzi dico che le accuse che mi muove lui sono le stesse di Tremonti e Fornero", ha affermato l'ex segretario Pd che si è rivolto al premier chiedendo rispetto: "Renzi ha preso il 40%? "Con il mio 25% Renzi sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto". Bersani ha escluso una possibile scissione ("Non esiste"), ma, sull'ipotesi di un patto con Forza Italia sulla riforma del lavoro, avverte: "Non c'è nessuna ragione nè politica nè numerica per rivolgersi ad altri". "Noi - ha aggiunto - un po' lo abbiamo smacchiato, il giaguaro. A Renzi consiglierei piuttosto di avere un rapporto un po' più amichevole col suo partito. Capisco che inventarsi un nemico al giorno sia una tecnica comunicativa e che ora ci sono capitato io. Ma qui bisogna risolvere i problemi del paese".

Il fronte degli oppositori ha diverse sfumature. C'è Cecilia Guerra, una delle firmatarie degli emendamenti, che parla di "cambiamenti costruttivi e non ideologici". E alla domanda se la minoranza del Pd voterà la legge delega anche se non recepisse gli emendamenti, la senatrice Guerra ha risposto: "Gli aut-aut non sono nel nostro spirito". Meno diplomatico il senatore Corradino Mineo: "Così come è, non la voto". Reagisce anche Gianni Cuperlo che non apprezza gli appelli alla disciplina giunti dagli uomini vicini a Renzi: "Un partito non è una ditta nè una caserma. È una comunità". Ma la vice presidente alla Camera, Marina Sereni avverte che "gli emendamenti complicano tutto": "Difendere il pluralismo nel Pd - aggiunge - non può significare che in parlamento ci si muove per componenti, mettendo in qualche modo gli organismi dirigenti di fronte al fatto compiuto.

Stamattina i senatori democratici si sono confrontati in un'assemblea a Palazzo Madama con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti e il responsabile economia del partito, Filippo Taddei. Il ministro ha ribadito che non è mai stato in discussione il reintegro per i licenziamenti discriminatori: "Parola di ministro. Le polemiche in caso di licenziamento discriminatorio sono infondate. Sull'articolo 18 la mia posizione è che prima bisogna avere chiaro il quadro degli ammortizzatori. In ogni caso è una discussione aperta, ci penserà Renzi". Per Stefano Fassina "è ridicolo chi mette in mezzo il licenziamento discriminatorio come concessione alla minoranza, ci manca solo che il Pd pensi di derogare alla carta fondamentale dei diritti dell'uomo del 1948".

Contemporaneamente alla Camera si riunivano diverse anime del partito: da Pippo Civati a Vannino Chiti, da Rosy Bindi a Alfredo D'Attorre. La resa dei conti è rimandata a lunedì quando si terrà la direzione del partito. Di sicuro peseranno le dichiarazioni fatte ieri da Napolitano, interpretate come un appoggio alle riforme del governo. Vari pezzi del Pd hanno chiesto al premier un incontro per discutere le linee di un documento unitario sul lavoro da presentare in direzione. "Se Renzi non ci ascolta, saremo costretti a ricorrere al referendum interno" è la minaccia dei dissidenti. Ma una mano resta tesa. "Da parte nostra - spiega D'Attorre - c'è grande disponibilità e fiducia che si possa arrivare a una posizione unitaria". Taddei assicura che lunedì "daremo chiarezza sul reintegro". Chiarezza che pretende il presidente del Pd Matteo Orfini: "Sull'articolo 18 la delega è ambigua, bisogna dettagliarla - prosegue -. Possiamo discutere sulla progressività per il raggiungimento delle piene tutele, per un periodo di anni, ma il reintegro per i licenziamenti senza giusta causa deve essere mantenuto".

Il no del Ncd. Secco no di Maurizio Sacconi del Ncd alle modifiche proposte dalla sinistra Pd: "Gli emendamenti presentati dalla minoranza del Pd sono irricevibili per chi voglia riformare il mercato del lavoro. Essi ipotizzano il contratto a tempo indeterminato con un assurdo periodo di prova di tre anni senza articolo 18 confermando, tra l'altro, che l'articolo 18 è modificabile ma poco. È una proposta senza senso perchè la flessibilità in un triennio è già garantita dalla liberalizzazione dei contratti a termine".

NON CAPISCO COSA CENTRA L' ARTICOLO 18

IL GOVERNO DEVE CREARE LAVORO 

NON AUMENTARE LA POSSIBILITA'

DI LICENZIAMENTO

LEGGI ANCHE :

http://cipiri.blogspot.it/2014/09/renzi-non-mi-convince.html

Renzi non mi Convince


Il nemico allo specchio

 Devo essere sincero: Renzi non mi convince. Non tanto per le idee e il coraggio....



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