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martedì 11 febbraio 2020

Approvato in Spagna l’aumento del Salario Minimo 950 euro al mese per 14 mensilità


Approvato in Spagna l’aumento del Salario Minimo 950 euro al mese per 14 mensilità


E’ stato approvato in Spagna l’aumento del salario minimo: il Consiglio dei Ministri, ha dato il via libera all’accordo concluso due settimane fa in una riunione tra il Ministro del Lavoro, i sindacati e i datori di lavoro. Il segretario generale della Confederación Sindical de Comisiones Obreras, Unai Sordo, afferma che l’accordo raggiunto per aumentare il salario minimo interprofessionale è “un importante accordo che trasferisce il miglioramento economico alle persone con salari più bassi, a coloro che hanno sofferto di più a causa della crisi e che sottolinea l’importanza del dialogo sociale come strumento fondamentale per costruire consenso attorno al miglioramento
 delle condizioni della maggioranza della società.”

Circa due milioni di lavoratori beneficeranno dell’aumento del 5,5%, presentato dall’esecutivo come il primo successo del Governo di coalizione di Socialisti e Podemos.

L’aumento porta la remunerazione a 950 euro per 14 mensilità, quasi 400 euro in più rispetto al 2007 e avrà effetto retroattivo a partire dal 1 gennaio. Il governo si propone di portarlo a 1000-1200 euro entro fine legislatura, scrive “La Vanguardia”.

Nel 2019, Pedro Sánchez era già stato fautore del più grande aumento del salario minimo negli ultimi tempi, pari al 22,3%, portandolo a 900 euro.

Il Governo ha annunciato anche la volontà di aumentare le pensioni e di portare, entro fine mandato, il salario minimo al 60% dello stipendio medio, il che equivarrebbe a circa 1.200 euro.


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martedì 25 giugno 2019

Salario minimo, ecco la posizione del sindacato



Salario minimo, ecco la  posizione del sindacato

Cosa pensano le organizzazioni sindacali della proposta di salario minimo stabilito per legge? Sono favorevoli o contrarie? Abbiamo provato a ricostruire la posizione reale del sindacato (al di là della propaganda, delle semplificazioni e della disinformazione) basandoci sulla memoria consegnata ieri da Cgil, Cisl e Uil, in sede di audizione al Senato.

Salario minimo, ecco la  posizione del sindacato

Ieri, al Senato, si è tenuta l’audizione delle organizzazioni sindacali più rappresentative, ossia Cgil, Cisl e Uil, sulla proposta di salario minimo legale che le forze politiche di maggioranza intendono introdurre in Italia. L’audizione è lo strumento di ascolto attraverso cui le le commissioni parlamentari raccolgono informazioni e pareri necessari
a svolgere correttamente l’attività istituzionale.



Nel corso dell’audizione, pur riconoscendo che la discussione sul salario minimo legale costituisce “una utile occasione per riflettere e intervenire su come meglio tutelare i salari dei lavoratori italiani  e più in generale su come rilanciare una azione per il loro incremento”, i sindacati hanno espresso le loro preoccupazioni, evidenziando i rischi che, nel nostro Paese, e nell’attuale contesto normativo e contrattuale, possono accompagnare l’attuazione di tale provvedimento. Perché se è vero che in Italia esiste una “questione salariale” è altrettanto vero che occorre “fare in modo che anche questo provvedimento (il salario minimo stabilito per legge ndr) contribuisca realmente, insieme alle necessarie misure per ridurre il carico fiscale a vantaggio delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti, al raggiungimento di questi obiettivi”. E dunque, come si evince dalla memoria consegnata in sede di audizione, le organizzazioni sindacali non sono contrarie allo strumento in quale tale ma a patto che si basi “sulle caratteristiche peculiari, anche nel panorama europeo, del sistema di contrattazione collettiva vigente in Italia”.

Partiamo da un dato. Il salario minimo legale vige in 22 paesi europei ma “in tutta Europa la contrattazione collettiva, per come è organizzata e a seguito anche dei cambiamenti economici, registra tassi di copertura dei lavoratori dipendenti importanti ma mai totali… Nella maggior parte dei casi la legislazione sui minimi (in Europa, ndr) si è sviluppata in paesi dalle relazioni (sindacali) deboli”. In questa cornice, l’Italia è il Paese europeo con la più alta copertura contrattuale, frutto della contrattazione tra e con le parti sociali. In altre parole, più di  8 lavoratori italiani su 10 sono già coperti dai cosiddetti CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) che prevedono minimi tabellari (salari minimi) mediamente superiori a quello proposto dalle forze di governo, circa 9 euro lordi l’ora. E dunque, secondo i sindacati, “una norma di legge che si proponga di fissare un salario minimo orario legale per tutti i lavoratori dipendenti  deve  partire da questa realtà stabilendo il valore legale dei trattamenti economici complessivi previsti dai Ccnl”. Tradotto: il salario minimo stabilito per legge, non può essere inferiore a quello stabilito nei contratti perché ciò “potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei contratti, rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele dei lavoratori… Si rischia che un numero non marginale di aziende possano disapplicare il contratto di riferimento per adottare il salario minimo”. Quali aziende, infatti, non si avvarranno della possibilità, consentita dalla legge, di abbassare i salari e retribuire meno i lavoratori?



E inoltre, va evidenziato, come la retribuzione complessiva effettiva, prevista dai contratti nazionali, non si limita soltanto al minimo tabellare ma ad una serie di altre voci come la tredicesima e (in qualche caso la quattordicesima), le maggiorazioni per prestazioni orario di altro tipo, le ferie, le indennità, i premi oltre che tutele “che risultano essere sostanziali e fondamentali per un dignitoso rapporto di lavoro (riduzioni di orario contrattuali, tutele per malattia, maternità, infortuni superiori a quelle di legge, erogazione di un welfare previdenziale e sanitario diffuso e significativo)”. Tutte queste voci e tutele (tredicesima, ferie, eccetera)  sarebbero dunque”incorporate” nei nove euro lordi l’ora, un po’ come accade con i voucher, riducendo ulteriormente l’entità del salario minimo legale. E dunque, la proposta dei sindacati, per le aree scoperte dai contratti nazionali, è quella “di assumere i minimi tabellari dei Ccnl come salario orario minimo per legge, in modo da garantire queste tutele retributive adeguate e indispensabili”.

Inoltre, sostengono i sindacati, “l’introduzione di un salario minimo legale che non coincida con quanto stabilito dai Ccnl costituirebbe un fortissimo disincentivo al rinnovo di alcuni contratti nazionali”, standardizzando al ribasso i salari e le condizioni di molti lavoratori.. A perderci, dunque, sarebbero innanzitutto quegli 8 lavoratori su 10 che oggi sono coperti da contratto nazionale.

E ancora, “un salario minimo orario diverso da quello previsto dai contratti nazionali non servirebbe nemmeno a sostenere quella crescente quota di cosiddetti “lavoratori poveri” dovuti alla forte crescita registrata dai rapporti di lavoro a part time involontario nella struttura dell’occupazione italiana. Per questi lavoratori servirebbe poter lavorare di più o contare su altre forme di integrazione”. Tradotto, se guadagni 9 euro lordi l’ora ma lavori 5 ore a settimana non campi comunque e dunque occorre garantire più lavoro e per farlo servono innanzitutto investimenti pubblici e privati.

In più, sostengono i sindacati, “l’adozione per legge dei minimi salari previsti dai contratti nazionali potrebbe essere un efficace strumento anche per tutelare le forme di lavoro legate alla diffusione delle piattaforme digitali. I lavoratori inquadrati come collaboratori ma legati alla economia delle app devono poter godere di trattamenti normativi e retributivi legati a Ccnl di riferimento. Nel caso dei rider, il contratto Merci e Logistica, come sancito a gennaio anche dalla Corte di Appello di Torino in merito all’inquadramento e ai diritti dei riders.



Cgil, Cisl e Uil, dunque chiedono di “fissare i trattamenti economici così definiti con validità “erga omnes” per tutte le imprese e per tutti i lavoratori di ogni settore, riuscendo in tal modo a conferire valore legale e generale ai livelli di retribuzione di natura contrattuale. È questa la strada maggiormente utile a contrastare anche il crescente e dannoso fenomeno dei cosiddetti “contratti pirata” che realizzano un vero e proprio dumping salariale agendo spesso non solo e non tanto sui minimi tabellari ma anche su diverse altre voci retributive”. Se salario minimo deve essere, dunque, che sia quello previsto dai contratti nazionali in tutte le sue voci.

Infine, per le tre sigle è necessario anche potenziare e rafforzare gli organi ispettivi per attivare “controlli più puntuali e interventi correttivi per ridurre le fasce di sfruttamento agendo contemporaneamente contro il fenomeno dell’evasione contrattuale”. E a questo proposito ribadiscono la richiesta di implementare gli investimenti e il numero degli ispettori, che oggi sono circa 4 mila a fronte di 1,8 milioni di aziende private attive nel Paese. “Ogni ispettore – precisano ancora i sindacati – dovrebbe controllare mediamente 456 aziende in un anno”. Un rapporto “che rende impossibile fare controlli a tappeto”.

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lunedì 5 febbraio 2018

ELEZIONI e SINDACATI dopo il 4 marzo



   "L'anomalia" da superare dopo il 4 marzo.
 Il tema del salario minimo è entrato nella campagna elettorale. 
Ma prima di fissarlo per legge occorre un intervento sulla rappresentanza.
Il tema salariale ha assunto un certo peso nelle proposte programmatiche avanzate dalle forze politiche in avvio di campagna elettorale. È soprattutto l'idea di un salario sociale a tenere banco con proposte leggermente diverse, ma presenti in tutti i programmi dei partiti populisti. L'idea di pagare un salario a tutti coloro che risultano disoccupati o comunque con famiglia a carico, seppur attiri l'attenzione di molti, non raccoglie consensi fra chi si occupa seriamente di lavoro e nuovo welfare. Le due obiezioni contro tale proposta sono d'altro canto decisive. Da un lato nessuna delle proposte avanzate ha presentato un piano di copertura economica. Pertanto il costo, che oscilla fra gli 8 ed i 12 miliardi di euro l'anno, sarebbe tutto a carico di una nuova crescita della spesa pubblica risultando quindi non compatibile con gli obiettivi di rientro dal debito pubblico che il nostro Paese ha. Non solo perché richiesto dall'Europa, ma soprattutto per liberare risorse con cui finanziare investimenti per la crescita economica.

In secondo luogo, vi è una risposta negativa dalla maggioranza delle forze sociali e politiche impegnate a ridisegnare il modello di welfare. Tutte le misure prese negli ultimi anni hanno come fondamento meccanismi finalizzati ad aumentare le capacità e l'autonomia degli individui. I meccanismi previsti dalle nuove forme di sostegno al reddito (sia per rispondere all'inclusione sociale da povertà o disoccupazione) prevedono percorsi finalizzati alla riconquista di autonomia attraverso una nuova collocazione lavorativa. L'idea di tornare a forme di distribuzione di sussidi senza vincolare i beneficiari a un percorso di reinserimento suona quindi contraddittorio con il nuovo modello di welfare introdotto 
dalle riforme degli ultimi anni.

Oltre a questo dibattito è stata però avanzata la proposta di fissare per legge il livello minimo dei salari. Questa proposta esula dalle questioni legate al rispetto dei vincoli posti dal deficit pubblico nazionale. Vuole invece essere una risposta al diffondersi di lavori sottopagati introducendo un livello minimo salariale che permetta nuove forme di controllo contro gli abusi salariali e nuovi livelli di tutela per i lavoratori nei diversi settori produttivi. Pur essendo una misura presente nei paesi economici più sviluppati la proposta ha aperto un dibattito che vede anche i sindacati dei lavoratori opporsi a un intervento legislativo 
che non tenga conto anche di molti altri aspetti.

Cerchiamo di fare chiarezza sugli aspetti generali. In primo luogo è da valutare proprio il ruolo delle organizzazioni sindacali e del valore dei livelli salariali fissati dalla contrattazione nazionale. Anche se in tanti considerano intoccabile la nostra Costituzione, perché ritenuta "la più bella del mondo", gli stessi si guardano bene dal richiedere l'applicazione di alcuni articoli per regolamentare la rappresentatività delle organizzazioni sia padronali che dei lavoratori. In assenza di tale regolamentazione, nel corso degli ultimi anni, vi è stata un'esplosione di contratti nazionali sottoscritti da associazioni di rappresentanza per nulla o poco rappresentative. Il risultato è che oggi, se si volesse usare come indicatore di riferimento, il dato salariale contenuto in un contratto nazionale di categoria, 
ci troveremmo di fronte a valori molto diversi fra di loro.

In questa nuova situazione vi sono esigenze poste da nuovi rapporti di lavoro (si pensi ai lavori solo parzialmente dipendenti di chi collabora a piattaforme informatiche), ma anche veri e propri abusi salariali come evidenziato da molti interventi anche della magistratura nel settore agricolo o della logistica. La mancata applicazione del dettato costituzionale non ha dato vita a questa situazione per decenni solo perché il numero delle rappresentanze sindacali di peso nazionale era rimasto limitato e invariato. Peraltro il forte legame esistente fra rappresentanza sindacale e sistema dei partiti assicurava che l'immobilismo non provocasse nuove forme di rappresentanza sociale. La fine del sistema dei partiti e una legislazione che ha permesso la crescita di nuove rappresentanze ha permesso che si arrivasse alla situazione odierna e il tempo a disposizione per giungere a una decisione diventa sempre più scarso.

Il timore sindacale è che un'indicazione di minimo salariale fissato per legge renderebbe ancora più debole il valore della contrattazione nazionale. Si porrebbe inoltre il rischio che il valore fissato risulti inferiore a quanto previsto dai contratti in alcuni settori. Ciò aprirebbe spazi ad abusi o contasti fra realtà locali e norme nazionali rendendo ancora più fitta la giungla dei valori salariali di riferimento. La situazione attuale è ormai giudicata da tutti come insostenibile. Sono pressoché quotidiane le notizie relative a situazioni lavorative che sfuggono alla capacità di intervento tramite i canali tradizionali del confronto sindacale fra le parti. Da parte sindacale si ritiene prioritario partire dal fissare criteri di rappresentatività. Un primo accordo fra governo e le principali rappresentanze dei lavoratori va infatti in questo senso. Lo stesso dovrebbe avvenire per le rappresentanze delle imprese.


Come detto prima, però, il tempo sta scadendo. Già nel corso della passata legislatura il ministro dell'Agricoltura ha legiferato contro gli abusi del lavoro nero e contro gli abusi salariali nel settore fissando minimi di riferimento. Con la nuova legislatura che si aprirà dopo il 4 marzo sarà importante avviare da subito un confronto che sciolga i nodi storici che ancora frenano le rappresentanze sindacali dell'accettare l'applicazione di quanto previsto dalla Costituzione. Una rappresentanza "certificata" restituirà pieno valore ai contratti nazionali e questi potranno definire anche le tutele minime valide in tutti i settori. A quel punto si scoprirà che, così come già in essere nei principali paesi industrializzati, fissare per legge un valore minimo ai salari non sarà una misura inutile, ma uno strumento in più di riferimento per nuovi lavori e per le strutture preposte a combattere gli abusi.

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