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domenica 10 luglio 2016

Cosa insegna la lotta alla Marcegaglia


Ce l’abbiamo fatta! L’orgoglio operaio ha piegato il padrone d’Europa!”. È l’affermazione di gioia e di soddisfazione dei 7 operai della Marcegaglia, che hanno portato vittoriosamente a termine la loro battaglia contro l’azienda di Emma Marcegaglia, dal 2013 dell’associazione degli industriali europei. Una lotta vinta non solo per loro.

La lotta di Alfredo, Cristian, Franco, Gianni, Massimiliano, Roberto e Sergio ha avuto inizio all’indomani di un accordo separato che Fim e Uilm hanno firmato con l’azienda, che sancì la chiusura dello stabilimento Marcegaglia di Milano e il suo trasferimento in Piemonte, a Pozzolo Formigaro, oltre 100 chilometri di distanza da Milano. Nonostante la presenza di altri due stabilimenti più vicini, (uno in provincia di Bergamo ed uno in provincia di Lecco), Marcegaglia ha provato a imporre il trasferimento a Pozzolo Formigaro.

Contro questa arroganza padronale, quei sette operai hanno portato avanti una lotta durissima, durata in tutto due anni e mezzo, durante i quali ci sono stati presidi, giorni drammatici sul tetto dello stabilimento, incatenamenti all’ingresso dell’azienda, occupazione degli uffici, scioperi, presidi in prefettura e, in tutto questo tempo, con salario ridotto a causa della lunga cassa integrazione. “Uomini in carne e ossa”, come Gramsci definì gli operai Fiat in sciopero per un mese, che “sapevano di lottare e resistere non solo per sé”. Una consapevolezza che è emersa chiaramente dialogando più volte (per quanto mi riguarda) con Massimiliano Murgo (Rsu Fiom), in momenti diversi della loro lunga lotta. Ma quella consapevolezza è venuta fuori anche dalla pratica di lotta e dai risultati ottenuti.

Sette operai hanno sfidato l’arroganza del rappresentante del padronato europeo e hanno ottenuto un accordo che, seppure concretizza un risultato parziale (tre posti di lavoro e quattro incentivi per non opposizione al licenziamento), risulta comunque di portata significativa. E a chi dovesse affermare che non si può parlare di vittoria, a chi i risultati parziali paiono sconfitte, bisognerebbe rispondere che non si può chiedere di più a sette operai che sfidano il rappresentante del capitalismo europeo, consapevoli della portata esemplare della loro lotta e, al tempo stesso, stretti come tanti nella morsa delle necessità del vivere quotidiano. Parlando della sconfitta degli operai Fiat di Torino nel 1921 (e qua siamo di fronte a un risultato apprezzabile), Gramsci ricordava che “Specialmente noi comunisti, che viviamo gomito a gomito con gli operai, che ne conosciamo i bisogni” dobbiamo avere della situazione concreta “una concezione realistica”, che “Il nostro ottimismo rivoluzionario” ha bisogno di essere “sostanziato da questa visione crudamente pessimistica della realtà umana, con cui inesorabilmente bisogna fare i conti”.

Qualche settimana fa, incontrando Massimiliano Murgo e i protagonisti di altre importanti lotte lontane da Milano, abbiamo raccontato la lotta in Marcegaglia e quelle di altre vertenze, vittoriose o meno, drammatiche, fatte anch’esse di lunghe occupazioni, presidi, esistenze compromesse, difficoltà quotidiane. A loro modo, ognuna di quelle esperienze di lotta può essere considerata esemplare: lo è stata, ad esempio, quella alla Thales, multinazionale nel settore aerospaziale e difesa, vittoriosa dopo ben 53 giorni di sciopero, occupazione dello stabilimento e presidi; lo è stata anche quella alla Golden Lady, portata avanti per mesi in maniera tenace dai lavoratori, anche qui con occupazioni e presidi permanenti, ma comunque sconfitta.

I risultati di una lotta non sono mai scontati; non esistono ricette belle e pronte che, se seguite alla lettera, garantiscono una vittoria. Ogni lotta ha una storia a sé, una specificità e per essere portata avanti occorre tenere in considerazione molteplici fattori, che cambiano nel corso della lotta. Lo hanno scritto i sette operai Marcegaglia dopo l’accordo: prima di questa vicenda la situazione in Marcegaglia era che “chi non accetta le condizioni dell’azienda finisce male! Tutta la storia sindacale del gruppo è stata questa e non ha mai trovato alcuna resistenza efficace”. Questa volta è andata diversamente ed è un risultato che non può essere ignorato, specialmente se si tiene conto della realtà presente, da cui non si può prescindere.

E la realtà presente racconta di una frammentazione sociale risultato di decenni di riorganizzazione capitalistica. Una frammentazione che investe ogni campo del vivere sociale, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Una realtà dove è sempre più difficile riuscire a dare organizzazione al conflitto, anche solo dentro le fabbriche piene di lavoratori precari e ricattati, di dipendenti di imprese a cui vengono appaltati parti del processo produttivo, di lavoratori messi in concorrenza tra di loro. Eppure, è dentro questa realtà sociale estremamente frammentata che la lotta di sette lavoratori è diventata una lotta che è riuscita a fare collaborare diverse sigle sindacali, a coinvolgere iscritti e non iscritti al sindacato, che ha mostrato l’assurdità dello scontro generazionale (che dopo il Brexit sappiamo quanto influenza anche certa sinistra). E, soprattutto, a questa lotta è stata data una dimensione che è andata oltre la fabbrica. E forse è proprio quest’ultimo il risultato più importante, sul piano politico.


La sinistra di classe farebbe bene a uscire dalla dimensione elettoralista nella quale si è persa, per tornare nei luoghi di lavoro. Esperienze di lotta come quella alla Marcegaglia, alla Thales, alla Golden Lady, alla Almaviva – e si potrebbe continuare – andrebbero seriamente indagate per essere capite e per sviluppare una linea politica e sindacale che sappia svilupparsi dentro la realtà sociale. È così che si può dare concretezza a un’analisi e a una prassi politica e sindacale per mettere insieme e consolidare nuovi blocchi sociali, capaci di essere protagonisti di lotte immediate e di un progetto politico di trasformazione sociale.



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venerdì 24 febbraio 2012

Vorrei un sindacato che non protegga assenteisti e ladri





 «Vorrei un sindacato che non protegga assenteisti e ladri», ha detto Emma Marcegaglia, leader di Confindustria. Ma la sua azienda è stata di recente condannata al pagamento di 163mila euro, differenze retributive sottratte a 40 suoi dipendenti “ufficialmente” di un’altra ditta e fatti lavorare col salario d’ingresso grazie a un escamotage contrattuale. L’azienda non ha presentato ricorso e così ha evitato il processo penale. Parla il giudice che ha firmato la sentenza.


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RAVENNA. «Vorrei un sindacato che non protegga assenteisti cronici, ladri e chi non fa bene il proprio mestiere». Lo sfogo di Emma Marcegaglia al convegno Federmeccanica di Firenze ha sorpreso tutti. “Se vuole cercare i ladri, guardi a casa sua. Se non lo comprende ancora, guardi a casa sua casa sua”. Questa l’enigmatica risposta di Di Pietro, che diventerà più chiara alla luce della storia che racconteremo. Lo scontro tra il sindacato e il gruppo con sede in Romagna, infatti, va avanti almeno dal 3 giugno 2011. Cioè da quando il giudice Roberto Riverso ha firmato il decreto che condanna l’azienda per comportamento antisindacale.

Tutto inizia nell’ottobre 2010. La ditta avrebbe impegnato nella sua attività di produzione a Ravenna 40 dipendenti formalmente assunti da una società diversa, la Nuova Inde srl di Udine, proprio durante le trattative sindacali per la definizione del salario d’ingresso. Furono distaccati fin dal primo giorno di lavoro a Ravenna e lì sono rimasti fino al primo maggio 2011, quando sono entrati formalmente in Marcegaglia come “nuovi assunti” con salario ridotto.

Il 27 aprile era arrivato il ricorso della Fiom-Cgil provinciale. A giugno, il giudice “ordinava alla Marcegaglia Spa di cessare immediatamente l’illegittimo comportamento formalizzando l’assunzione degli stessi dipendenti fin dalla data di ingresso nello stabilimento di Ravenna e applicando loro il normale trattamento vigente in quanto dipendenti Marcegaglia Spa a tempo indeterminato. Dichiarava l’inapplicabilità a tali dipendenti dell’accordo del 12 aprile 2011 sul salario d’ingresso. Condannava Marcegaglia Spa a rifondere le spese processuali alla Fiom ricorrente per complessivi 3000 euro”.

«L’hanno fatta veramente grossa», spiega Riverso a Linkiesta. «Li volevano pagare di meno. Il sindacato non ha accettato il salario d’ingresso (circa un terzo di differenza). Allora hanno adottato questo meccanismo. Una violazione così eclatante della legge io non l’avevo mai vista. Fatta da una che è presidente di Confindustria è una cosa che non si è vista da nessuna parte». «Da giugno la questione ha avuto  sviluppi», continua Riverso. «Quel decreto non è stato mai opposto, ora è inoppugnabile. Come se fosse passato in giudicato. Un avvocato sul Corriere della Sera l’ha chiamata sentenza politica. Quando non si hanno argomenti si accusano i magistrati di fare politica. In senso deteriore, non in senso nobile. Una vera e propria diffamazione».

La questione, però, va oltre il profilo sindacale. Si scivola sul penale. «Nei confronti di Marcegaglia, dopo il decreto, c’è stato un accertamento da parte della Direzione provinciale del lavoro» prosegue Riverso. «Hanno appurato che ci sono stati degli illeciti amministrativi e penali. Assumere persone in violazione delle regole di intermediazione a tutt’oggi è reato penale, sia pure contravvenzionale. È la legge 1369 del ’60. Lo ha confermato la Cassazione. Non puoi avere lavoratori da una società che non è stata autorizzata alla somministrazione».

«Per estinguere gli illeciti penali hanno scelto le sanzioni pecuniarie ma in questo modo hanno ammesso anche la responsabilità penale», ci spiega il magistrato. «Nel dicembre 2011, hanno pagato tutte le differenze retributive ottenute speculando sui lavoratori che avevano assunto con quella triangolazione. È stata una bella mazzata. In soli due mesi avevano risparmiato 163mila euro».
Il sistema delle due società col travaso di lavoratori alla fine è diventato un boomerang, perché la multa è raddoppiata. Conclude Riverso: «Il reato è stato contestato sia a Steno Marcegaglia (legale rappresentante della ditta) che alla “Nuova Inde” di Udine (che poi avevano acquistato), per cui hanno dovuto pagare per due. In totale, per la precisione, 79.600 euro (39.800 + 39.800) per estinguere i reati e impedire che venisse fatto un processo penale. Più i 163mila euro che avevano sottratto ai lavoratori».

Tutto inizia – si legge nella sentenza - quando “Marcegaglia Spa aveva preannunciato la necessità di effettuare nuove assunzioni ma a salario ridotto. Nuova Inde è stata costituita il 15 ottobre 2010. I lavoratori della ditta di Udine sono stati selezionati (quantomeno anche) da Marcegaglia e, quindi, sono stati introdotti dentro l’azienda con salario ridotto. Sono stati adibiti fin da subito a compiti di varia natura che prescindevano dai motivi di assunzione e distacco dichiarati, finalizzati allo svolgimento di compiti formativi e specialistici che nessuno ha visto svolgere.

Hanno lavorato fin dall’inizio come operai Marcegaglia sulle varie linee, nella lavorazione a freddo dell’acciaio, senza essere perciò formati per apprendere come si avvii un impianto industriale per la zincatura. Infine, dopo pochi mesi sono stati assunti per lavorare in Marcegaglia, in attuazione del programmato ampliamento di organico. Ma solo dopo la conclusione del nuovo accordo aziendale che andava incontro alla pretesa iniziale della Marcegaglia di diminuire i salari ed elevare il periodo di apprendistato. Nel contempo Marcegaglia ha pure acquistato per 100.000 euro la stessa società Nuova Inde creata ad hoc per la fornitura del personale dal gruppo Danieli, legato da partneriato tecnologico e strategico con Marcegaglia Spa”.

Il segretario provinciale Fim-Cisl, Davide Tagliaferri, nel corso del processo ha dichiarato: «Nei vari incontri [ci dissero] che si trattava di lavoratori che un giorno sarebbero diventati Marcegaglia quando si sarebbe risolta la questione del salario d’ingresso». Così infatti avverrà: i lavoratori Nuova Inde sono divenuti Marcegaglia, la Nuova Inde è sparita o, meglio, è stata acquistata dopo essere stata svuotata dei dipendenti, tutti dimessisi il 30 aprile 2011 per “motivi personali”.

Alla fine i lavoratori sono stati assunti a tempo indeterminato e hanno dovuto applicare il contratto nazionale. L’azienda da tempo spinge invece per la contrattazione aziendale. Un meccanismo che – secondo il giudice di Ravenna - permetterebbe di aggirare le leggi. “Se tu hai in mano due o tre sindacalisti della tua azienda hai un potere enorme, puoi derogare ai contratti nazionali e alla legge stessa”.

DI  Antonello Mangano

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giovedì 19 maggio 2011

SINDACATI, MARCEGAGLIA DI FORLÌ IN SCIOPERO

- Nuova fumata nera sull'accordo aziendale alla Marcegaglia di Forlì sul contratto aziendale. Dopo la rottura delle trattative dei giorni scorsi anche l'incontro di oggi non è servito a sciogliere i nodi della vertenza e i sindacati dei metalmeccanici, unitariamente, hanno proclamato uno sciopero che proseguirà anche domani. Fim Fiom e Uilm, assieme alle Rsu dello stabilimento, infatti, «hanno ritenuto inaccettabile che a più di un anno dall'avvio dei negoziati la direzione Marcegaglia continui a riproporre le stesse posizioni sui rinnovi contrattuali e che, nonostante le significative aperture ed i passi in avanti fatti dal sindacato ad oggi, i lavoratori siano ancora senza contratto», come si legge in una nota che denuncia «i continui atteggiamenti dell'azienda volti ad aumentare la tensione e le intimidazioni sui singoli lavoratori»


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domenica 15 maggio 2011

MARCEGAGLIA , CHIEDA SCUSA ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME DELLA THYSSEN GROUP





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MARCEGAGLIA SIMBOLO DEL CAPITALISMO CINICO CHIEDA SCUSA ALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME DELLA THYSSEN GROUP !

“Se c’è qualcuno che deve chiedere scusa ai familiari delle vittime del rogo Thyssen, al tribunale di Torino e agli imprenditori che ogni giorno investono in sicurezza, è proprio Emma Marcegaglia. Il presidente di Confindustria, infatti, deve ritirare le sue ignobili affermazioni e deve dire con chiarezza che le spese per la sicurezza non sono un disincentivo a investire, ma una garanzia di efficienza, qualità dei prodotti e rispetto della vita umana. L’Italia dei Valori è stata la prima e unica forza politica a sollevare immediatamente un sentimento di sdegno e rabbia quando a Bergamo la Marcegaglia commentò la sentenza Thyssen dicendo che “se una cosa di questo tipo dovesse prevalere, potrebbe allontanare gli investimenti esteri dall’Italia e mettere anche a repentaglio, in qualche modo, la sopravvivenza del nostro sistema industriale”.
I manager della Thyssen sono stati condannati da un tribunale italiano per omicidio volontario, sette operai italiani sono morti bruciati vivi e tutto il processo ha dimostrato la clamorosa responsabilità di quanti, avendo deciso di abbandonare quell’azienda, non investivano da anni nella sicurezza esponendo cosi i lavoratori al dramma che è accaduto.

Maurizio Zipponi ( responsabile welfare e lavoro IDV )

Emma Marcegaglia chiama gli industriali alla conta, misura il consenso, cerca un mandato pieno dalla platea di 5.700 imprenditori alle Assise generali di Confindustria a Bergamo. Che sono stati chiamati a votare punto su punto, scegliendo tra varie opzioni (il voto è avvenuto con un messaggio sms), le proposte che la presidente di Confindustria poi rilancerà, come preannunciato, in una agenda di priorità da proporre alla politica.

SENTENZA THYSSEN - Uno dei temi caldi toccati da Emma Marcegaglia nel suo intervento è legato alla condanna a 16 anni per Harald Espenhahn per il rogo della Thyssen. «È un unicum in Europa. Una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe investimenti esteri mettendo a repentaglio la sopravvivenza del sistema produttivo. È un tema che va guardato con grande attenzione, nel massimo rispetto per la sicurezza sul lavoro, ma una cosa di questo tipo se dovesse prevalere allontanerebbe gli investimenti dall’Italia», ha detto il presidente di Confindustria nel corso della conferenza stampa. La Marcegaglia ha poi sottolineato che le Assise hanno ribadito «il massimo impegno per la sicurezza, ogni morte sul lavoro è una sconfitta».

RIFORME - La Marcegaglia ha poi rivolto un invito al governo: «Chiediamo poche riforme chiare, non sussidi, non incentivi, non aiuti. Chiediamo invece grandi riforme che permettano allo Stato di ridursi e di funzionare meglio». E ancora: «Lo Stato privatizzi la gestione dell’Ice. Noi, come Confindustria, ci candidiamo a prenderla in considerazione».




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