Esselunga assume nel nord e centro Italia La grande catena ricerca allievo responsabile profumeria, commesso, allievo pescheria, cassiere, allievo macelleria, allievo carriera direttiva di negozio da inserire presso i punti vendita del nord e centro Italia Esselunga, azienda nel settore della grande distribuzione, seleziona su tutto il territorio nazionale, nel dettaglio a Pavia, Bergamo, Novara, Modena, Alessandria, Asti, Cremona, Piacenza, Parma, Versilia, Milano, Lecco, Bologna, Reggio Emilia, Como, Varese, Brescia, Biella, Verona, Firenze, Verbania, Roma e Torino le seguenti figure professionali: Allievo responsabile profumeria, Commesso, Allievo pescheria, Cassiere, Allievo macelleria, Allievo Carriera direttiva di negozio. Tra le selezioni aperte all’interno dell’azienda, una è rivolta al personale da inserire presso i bar Atlantic posizionati all’interno dei punti vendita della catena gdo: Allievo responsabile bar e Barista. Per il primo profilo si richiede: Laurea (preferibilmente in scienze della ristorazione o scienze alimentari) o diploma di scuola secondaria di secondo grado (preferibilmente istituto alberghiero) o qualifica professionale (è preferibile il titolo di operatore dei servizi di sala bar o una qualifica relativa a strutture ricettive ). È richiesta mobilità sul territorio. Per il secondo profilo si richiede: Diploma di scuola secondaria di secondo grado (preferibilmente istituto alberghiero) o qualifica professionale (è preferibile il titolo di operatore dei servizi di sala bar o una qualifica relativa a strutture ricettive). consulta la pagina di ESSELUNGA qui
Diritti, Democrazia, Lavoro, Giustizia sociale, Legalità, Reddito, Europa.
Roma, 28 marzo 2015
Piazza Esedra ore 14 | Piazza del Popolo ore 16
Lettera di Maurizio Landini ai lavoratori metalmeccanici
Care lavoratrici e cari lavoratori metalmeccanici, sabato 28 marzo ci ritroveremo a Roma per la dignità e la libertà del lavoro.
Nei mesi scorsi, insieme, ci siamo battuti contro il Jobs Act del governo che non crea nuovo lavoro né affronta il dramma della precarietà e della disoccupazione giovanile.
Insieme abbiamo proposto delle alternative e presentato le nostre idee frutto di tante assemblee e discussioni con voi. Ma il governo non ha voluto ascoltarci, ha messo in pratica le indicazioni di Confindustria, imboccato la strada della riduzione dei diritti, sposato le ricette di chi pensa che licenziando si crei nuova occupazione. Abusando della democrazia, il governo, a colpi di fiducia, ha ridotto il Parlamento a mero esecutore della sua volontà.
La nostra lotta però non è finita con il varo del Jobs Act. Come promesso durante lo sciopero generale del 12 dicembre di Cgil e Uil, continueremo a spendere le nostre idee e le nostre energie per difendere il lavoro e i suoi diritti, cambiare il paese e renderlo più giusto.
Questo è un momento importante per il futuro di tutti noi, delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro sindacato che esiste e ha un senso solo se riesce a rappresentare democraticamente i vostri interessi e da voi riceve il sostegno, le idee e le energie necessarie. Per migliorare le condizioni del lavoro dipendente. Per rivendicare un sistema pensionistico più giusto con la riduzione dell’età pensionabile. Per dare un’occupazione a chi non ce l’ha con nuovi investimenti e con la riduzione dell'orario di lavoro. Per cancellare il precariato. Per combattere l'evasione fiscale e la corruzione. Per garantire il diritto alla salute e allo studio. Per istituire forme di reddito minimo. Per riconquistare veri contratti nazionali che tutelino il salario e diano uguali diritti a tutte le forme di lavoro.
Per questo, nel ringraziarvi per quanto abbiamo fatto finora, vi invito a partecipare in massa alla manifestazione del 28 marzo.
L'abbiamo chiamata “Unions!”, usando una lingua che non è la nostra ma utilizzando una parola che richiama le origini del movimento operaio e sindacale. Quando, tanti anni fa, lavoratrici e lavoratori senza diritti scoprirono insieme che per migliorare la propria condizione era necessario coalizzarsi e battersi per conquistare libertà e diritti comuni.
Oggi milioni di lavoratrici e lavoratori hanno visto cancellati i diritti frutto di lunghe battaglie; altri milioni di lavoratrici e lavoratori quei diritti non li hanno neppure mai avuti, dispersi nelle tante forme di lavoro saltuario e sottopagato. Per tutte e tutti il lavoro sta diventando più povero e precario.
Oggi abbiamo bisogno di riprendere il filo dell'impegno comune, delle lotte contro le politiche dei governi che in Italia e in Europa hanno voluto far pagare al lavoro il costo di una crisi prodotta dalla finanza e dalle speculazioni. Per dare rappresentanza al lavoro. Per confrontarci con tutte quelle realtà, associazioni, gruppi e movimenti che nella società affrontano e contrastano il degrado civile prodotto dalla crisi economica e dalla sua gestione politica. Per affermare i principi della nostra Costituzione.
Oggi abbiamo bisogno di un'alleanza, di costruire una coalizione sociale che unisca ciò che il governo e Confindustria vogliono separare, aggregando tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare con le metalmeccaniche e i metalmeccanici, con le delegate e i delegati, con le iscritte e gli iscritti alla Fiom. Per crescere e cambiare abbiamo bisogno di voi, perché la vostra partecipazione e la vostra intelligenza saranno la nostra comune forza.
Vi aspettiamo a Roma il 28 marzo. E da lì continueremo insieme.
Maurizio Landini
i quattro punti del Jobs Act che peggiorano la vita
Indennizzo
L’indennizzo economico, cioè il pagamento di una somma in denaro, diventa la regola generale in caso di licenziamento. E, soprattutto, resta l’unica possibilità per i «licenziamenti economici», cioè quelli che dipendono dal cattivo andamento dell’azienda o del mercato. Finora il reintegro nel posto di lavoro da parte del giudice era possibile se in tribunale veniva accertata la «manifesta insussistenza del fatto» portata dall’azienda a sostegno del licenziamento economico. D’ora in avanti anche in questi casi l’indennizzo sarà l’unica strada. Si tratta di una somma certa, che azienda e dipendente potranno conoscere prima perché cresce con l’anzianità di servizio: due mesi di stipendio per ogni anno di lavoro. Lo stipendio usato per calcolare l’indennizzo sarà l’ultimo, comprensivo delle indennità che il lavoratore trova con regolarità in busta paga ma non dei rimborsi-spese. Il minimo saranno 4 mensilità, garantito anche a chi sarà licenziato dopo meno di due anni di lavoro. Il massimo, 24 mensilità, invalicabile anche per chi sarà mandato via dopo oltre 12 anni. In caso di azienda che subentri a un’altra in una fornitura, l’anzianità di servizio nuova si cumula con quella vecchia. Ma il contratto diventa «nuovo» con l’indennizzo come regola.
Reintegra
Il reintegro nel posto di lavoro da parte del giudice resta possibile, come già avviene adesso, per i licenziamenti discriminatori, cioè quelli decisi dal datore di lavoro sulla base di convinzioni politiche o religiose oppure per l’orientamento sessuale. Mentre il suo campo di applicazione si riduce di parecchio per i cosiddetti licenziamenti disciplinari, cioè quelli adottati sulla base del comportamento del dipendente. Qui la strada del reintegro resta possibile solo in un caso: quando in giudizio viene direttamente dimostrata l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore. L’azienda accusa di arrivare sempre in ritardo, ad esempio, ma le strisciate del cartellino del lavoratore dimostrano che non è così. L’onere della prova è a carico del dipendente. In tutti gli altri casi, invece, c’è solo l’indennizzo economico. L’accertamento del giudice non può riguardare l’eventuale sproporzione della sanzione del licenziamento rispetto al fatto contestato. Anche se dovesse considerare la punizione «esagerata», il magistrato non potrebbe disporre il rientro in azienda del lavoratore. In caso di reintegro, il dipendente deve riprendere servizio entro 30 giorni. Se rinuncia, può chiedere di «convertire» il reintegro in un’indennità pari a 15 mensilità.
Licenziamenti collettivi
Nelle nuove regole rientrano anche i licenziamenti collettivi, quelli che riguardano più dipendenti e che hanno come obiettivo la riduzione del personale. Finora era previsto un risarcimento da 12 a 24 mensilità in caso non venissero rispettate le procedure di comunicazione ai sindacati e il reintegro in caso di violazione dei criteri di scelta, come quelli che danno la precedenza nell’uscita a chi non ha figli o familiari a carico. Con il Jobs act il reintegro sparisce del tutto. In teoria resta possibile in caso di licenziamento collettivo «intimato in forma orale», ma è chiaro che si tratta di un’ipotesi al limite della fantascienza. L’indennizzo economico resta l’unica conseguenza possibile per gli altri due tipi di irregolarità: sia il mancato rispetto delle procedure di comunicazione sia la violazione dei criteri di scelta. L’indennizzo massimo resta fermo a 24 mensilità, mentre quello minimo scende da 12 a 4. Queste regole riguardano solo i nuovi assunti. In caso di licenziamento collettivo che dovesse comprendere dipendenti sia con il contratto a tutele crescenti sia con quello vecchio a tempo indeterminato, a questi ultimi si applicherebbero le regole vecchie, reintegro compreso. Un doppio binario non proprio facile da giustificare.
Disoccupazione
L'importo (massimo) sarà di 1.300 euro mensili e sarà erogato soltanto per i tre mesi successivi alla fine del rapporto di lavoro. Dal quarto in poi scenderà progressivamente del 3% ogni trenta giorni. L'indennità é corrisposta per un massimo di 24 mesi fino al 31 dicembre 2016 e per un massimo di 18 mesi a partire dal 1 gennaio 2017. La rivoluzione chiamata «Naspi» (nuova assicurazione sociale per l’impiego) comincerà il prossimo primo maggio. Sostituirà le attuali Aspi, mini-Aspi e l’una tantum prevista per i collaboratori assicurando, secondo le stime del governo, un sostegno a circa un milione e mezzo di disoccupati. Potranno beneficiarne i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato (solo con riferimento ai contratti a tempo determinato), mentre sono esclusi i lavoratori delle pubbliche amministrazioni a tempo indeterminato e gli operai agricoli perché si tratta di categorie giù tutelate dalla legge vigente. Per usufruirne sarà necessario aver versato almeno 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti e aver svolto almeno 30 giorni di lavoro nei 12 mesi che precedono l’inizio della disoccupazione. Coloro i quali saranno in possesso dei requisiti dovranno inoltrare apposite domanda all’Inps per via telematica entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Sarà possibile richiederla in un’unica soluzione nel caso venga avviata un’attività autonoma.
"No al Jobs Act. Ri-conquista i diritti cancellati"
Maurzio Landini smentisce le ipotesi che azzardavano a un dissenso con Susanna Camusso.
"Non c'è mai stato un dissenso" con il segretario generale della Cgil, ha ribadito risposto il leader della Fiom. Dissenso nato dalle perplessità sorte in base all'interpretazione della "coalizione sociale", "che la Fiom - ha precisato Landini - ha chiarito puntulaizzando che non c'e' alcuna intenzione di fare un partito.
Infatti la stessa Camusso ha fatto sapere che partecipera' alla manifestazione indetta dalla Fiom per sabato prossimo a Roma. Landini ha inoltre riferito che sono arrivate le adesioni delle federazioni della Cgil, della scuola e del credito: "La presenza di queste categorie, impegnate in difficili vertenze, e' importante. Il nostro obiettivo e' cambiare politiche economiche e sociali che consideriamo radicalmente sbagliate". Insomma, una manifestazione sindacale, aperta come sempre, ha detto Landini che prevede una larga partecipazione a partire dai metalmeccanici a tutte le diverse categorie. "Vogliamo costruire l'unità del mondo del lavoro e del mondo sociale. La nostra manifestazione non è rivolta a questa o quella forza politica, la piazza è aperta a chi condivide le nostre proposte", ha detto ancora Landini.
Sempre oggi Landini ha pjuntato il dito contro le grandi opere. "Questo e' il vero di problema di competitivita' del nostro Paese: non sono i diritti dei lavoratori, ma il fatto che la criminalita' organizzata controlli pezzi interi dell'economia reale". "Le multinazionali non vengono ad investire in Italia perche' c'e' questo problema che riguarda tutto il Paese - ha spiegato Landini - non a caso la Cgil sta raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare, affinche' il Parlamento faccia finalmente una legge sugli appalti, che dica che responsabile degli appalti e' l'azienda appaltante, e che di fronte a qualsiasi cambio di appalto i lavoratori interessati mantengano i loro diritti e non abbassino le loro condizioni. Ora, col Jobs Act, c'e' il rischio che il lavoratore, cambiando appalto - ha concluso Landini - si trovi anche nuovo assunto senza alcun diritto rispetto a prima, e quindi licenziabile".
L'emergenza lavoro in Italia continua ad essere un problema all'ordine del giorno. Secondo l'Istat, il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2014 raggiunge il 13,6%, in più dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Si tratta, in base a confronti annui, di un massimo storico, ovvero del valore più alto dall'inizio delle serie trimestrali, partite nel 1977.
Grave anche il livello dei senza lavoro tra i giovani (tra i 15 e i 24 anni), che sale al 46,0%. Passando ai dati destagionalizzati e più aggiornati, forniti sempre dall'Istat (non comparabili con i dati trimestrali grezzi), il tasso di disoccupazione dei giovani under25 ad aprile è al 43,3%. Anche in questo caso si tratta di un massimo storico.
Nel primo trimestre del 2014 il numero delle persone disoccupate sfiora i 3,5 milioni, salendo precisamente a 3 milioni 487mila (in aumento di 212mila su base annua).
Il tasso di disoccupazione ad aprile risulta pari al 12,6%, stabile rispetto a marzo, ma in aumento di 0,6 punti su base annua.
Il dato tocca il suo picco nel Mezzogiorno, dove vola al 21,7% nel primo trimestre del 2014 (dati non destagionalizzati). E tra i giovani (15-24 anni) raggiunge addirittura il 60,9%. Sono 347mila i ragazzi in cerca di lavoro nel Sud, pari al 14,5% della popolazione in questa fascia d'età.
Sono invece 2,5 milioni gli under 30 che non studiano e non lavorano (+4,8%). I ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet, sono saliti a 2 milioni 442mila nel primo trimestre del 2014. Rispetto all'anno precedente sono cresciuti di 113mila unità (+4,8%). Tra i Neet si ritrovano i giovani disoccupati under 30, nonché gli inattivi, con molti scoraggiati, ovvero ragazzi che si sono rassegnati a stare fuori dal mercato del lavoro. Non mancano tra loro anche le mamme.
La sintesi del nuovo modello di società che ci aspetta si regge su tre pilastri: debito, cemento e precarietà in quantità sempre crescenti, e di questo Expo e le grandi opere diventano volano e simbolo, attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche per profitti privati.
Quartieri militarizzati per proteggere i cantieri; risorse, territorio, diritti sacrificati alle logiche del megaevento; lavoro gratuito spacciato per opportunità; una città sempre più vetrina, tra sgomberi, speculazioni e spartizioni; mafie che proliferano; dispositivi di governo del territorio e procedure speciali che diventano norma e modello su scala più ampia; corporations del biotech, OGM e marchi globali del cibo spazzatura, grande distribuzione e Eataly, questa la tragicomica marmellata con cui nutrire il Pianeta; numeri sparati a caso su benefici, turisti, biglietti venduti a fronte della concreta realtà di tagli, tasse e beni comuni scippati o privatizzati.
Perchè scioperiamo Expo?
1. Perché dei 70’000 posti di lavoro promessi, ne sono stati attivati quasi 1’000, compresi gli stage formativi. Non è stato in alcun modo preso in considerazione il contratto a tempo indeterminato e svuotato quello a termine dei suoi diritti (impossibilità di scioperare per tutta la durata dell’esposizione che coincide con i mesi di presidenza italiana dell’Unione Europea). Sfruttando il contesto della crisi viene proposto il precariato come unica via per l’ eccezionalità dell’ evento anche oltre la durata dello stesso.
2. Perché avrebbero dovuto essere impiegati 18’500 volontari solo per la gestione del sito di Expo, poi ridotti a 7’000, anche se non si sa chi svolgerà il lavoro delle 10’000 persone che sono state giudicate non necessarie. Sicuramente non sono stati diminuiti i numeri dei volontari per aumentare quello dei lavoratori a contratto. La campagna di reclutamento di giovani è basata sul concetto dell’ ampliamento del curriculum e delle capacità lavorative e ha come fine il rendere possibile la “conoscenza e fruizione del patrimonio sociale, culturale e civile della città ospitante” da parte dell’ affluenza di stranieri.
3. Perché Expo nella sua globalità costerà 1,3 miliardi di soldi pubblici, che arriveranno a 10 miliardi se consideriamo autostrade (pedemontana) e opere collegate (vie d’acqua), oltre alla manutenzione della stessa città.
4. Per la corruzione presente negli alti ranghi dirigenziali di Expo spa che ha dato il via ad una ventina di arresti per tangenti e alla segnalazione di più di 40 imprese implicate con mafia.
5. Per la gestione emergenziale dell’ evento a discapito dei diritti, tra cui la possibilità di muoversi al di fuori dei protocolli sindacali e la possibilità per i paesi stranieri di non rispettare la legislazione italiana all’ interno dei padiglioni.
6. Per l’uso del Commissario unico, con poteri speciali (che possono eludere la normale legislazione giocando sullo stato di emergenza) alla sovraintendenza del mega-evento. Una delle politiche al centro del decreto “sblocca Italia” di Renzi.
8. Perché la retorica del’Esposizione esalta il modello del successo e dell’iniziativa individuale rappresentato da start-up, microimprese e sacrifici. Salario, diritti e dimensione collettiva non sono più elementi costitutivi del lavoro.
9. Perché anche questo megaevento diventa canale comunicativo per riaffermare la dicotomia di genere, funzionale ad un sistema di crisi. Si normalizzano corpi, identità, favolosità, al solo scopo di creare fette di mercato “pink”, invece che decostruire ruoli ed identità statiche.
10. Perché dietro lo slogan vuoto “nutrire il pianeta” si confermano quelle politiche agroalimentari che negano accesso al cibo e all’acqua, impongono modelli alimentari utili solo alle multinazionali, tra i primi sponsor dei sei mesi dell’evento Expo 2015.
Il prossimo 14 novembre incrociamo le braccia, incrociamo le lotte: sciopero sociale, scioperiamo Expo.
Il nuovissimo parco dei divertimenti di Roma sarà a tema cinema, un immenso parco che si svilupperà su 150 ettari di terreno alle porte della capitale.
Nato nell’ambito del progetto del Secondo Polo Turistico, “Cinecittà World” aspira ad essere il più grande parco a tema in Italia dedicato al mondo del cinema ed è stato promosso da imprenditori del calibro
di Diego Della Valle, Aurelio De Laurentiis e Luigi Abete
Il parco Cinecittà World sarà inaugurato nel 2014, e avrà al suo attivo 19 attrazioni per tutta la famiglia, 16 attrazioni per i bambini più piccoli e 3 attrazioni da far rizzare i capelli senza contare il Village, un’area dedicata allo shopping e alla ristorazione, il tutto in perfetto stile cinecittà e un’area chiamata Cinecittà Natura, dove saranno ricreati due set cinematografici che sarà possibile visitare.
Il progetto richiede l’investimento di 500 milioni di euro, ma una volta terminato potrà offrire 2500 posti di lavoro e un incremento del turismo notevole, visto che sono stimati 4 milioni di visitatori per ogni anno.
Il progetto del parco è firmato Dante Ferretti, lo scenografo italiano che ha disegnato i set dei più grandi film prodotti a Cinecittà e a Hollywood, due volte premio oscar, e sul profilo Facebook del parco, Cinecittà World, potrete vedere alcuni dei lavori di Ferretti, bozze e schizzi di come sarà il parco una volta terminato.
Per ora stanno cercando i primi 500 impiegati da inserire per la prossima apertura, se qualcuno fosse interessato a lavorare in un parco divertimenti come Cinecittà World, può inviare il proprio curriculum a curriculum@cinecittaworld.it.
Il 12 ottobre l'appuntamento è a Roma in Piazza della Repubblica alle ore 14.
L'appello: 'la via maestra'
Ecco il testo dell'appello che ha convocato l'assemblea dell'8 settembre da cui scaturisce il percorso di mobilitazione per la difesa e l'applicazione della Costituzione.
1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce?
Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una costituzione all’altra.
La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.
2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della Costituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica.
Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno.
In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di riconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.
3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue.
Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla.
Lorenza Carlassare
Don Luigi Ciotti
Maurizio Landini
Stefano Rodotà
Gustavo Zagrebelsky
"Prima di tutto il lavoro". E' questo lo slogan della manifestazione
nazionale della Cgil di oggi a Roma in piazza San Giovanni. Dopo due
anni di crisi che si sono sommati al biennio precedente di chiusure,
cassa integrazione, licenziamenti, aumento della precarietà, la Cgil
torna dunque in piazza ripartendo proprio dal lavoro. Attorno alle 16,30
è previsto l'intervento del leader della Cgil, Susanna Camusso.
Quello
di oggi è un appuntamento organizzato dalla confederazione sindacale
"proprio con lo scopo di riunificare le centinaia di vertenze ancora
senza soluzione e aprire un dialogo e un'azione comune tra tutti i
soggetti che sono stati colpiti dalla crisi economica e che rischiano
sempre più spesso di rimanere isolati, come si è potuto vedere
drammaticamente dalle proteste sempre più estreme a cui i lavoratori
sono stati obbligati per farsi sentire ed essere quantomeno considerati
dai media".
Proprio per la particolare caratteristica
dell'evento, la Cgil ha pensato di organizzare una manifestazione con un
modulo diverso dal solito. Non ci sarà corteo e la piazza sarà aperta
per quasi tutta la giornata, dalle 10.30 alle 17.30. Una vera e propria
non stop del lavoro. Ma quella di domani non sarà dunque solo una
manifestazione di protesta. Il sindacato di Corso Italia vuole piuttosto
riportare all'attenzione del Paese e della politica le priorità su cui è
necessario intervenire per cambiare da subito l'agenda Monti e comunque
mettere le basi per una nuova politica industriale ed economica.
Sul
palco si alterneranno delegati, attori, lavoratori e lavoratrici,
giovani, musicisti. Molti gli interventi di gruppi musicali: P-funking
band, Noarrembì, Casa del vento, Peppe Voltarelli, Tosca, Enzo Avitabile
& Bottari, Eugenio Finardi. Presentatore della manifestazione sarà
Rolando Ravello, che darà il via alla non stop alle 10.30, con la musica
dei P-Funking band.
Nel corso della giornata parleranno
lavoratori, lavoratrici, delegati di tutti i settori: dai ricercatori
alle lavoratrici tessili, dai dipendenti delle coop sociali ai
lavoratori del settore del mobile imbottito, agli edili e
metalmeccanici, i dipendenti del settore del commercio. Ci saranno i
racconti dei casi più conosciuti alla cronaca (Irisbus, Vynils,
Carbosulcis, ecc), ma anche i racconti delle storie di lavoro meno
conosciute.
In piazza San Giovanni, oltre al tradizionale palco
delle manifestazioni, ci saranno anche 30 stand che comporranno il
"villaggio del lavoro". Saranno 21 gli stand regionali dove saranno
rappresentate ed evidenziate le aziende in crisi dei diversi territori.
Altri 12 stand delle federazioni di categoria che illustreranno le
diverse crisi dei settori di riferimento.
Le proposte della CGIL
Quella di sabato 20 ottobre non sarà dunque solo una manifestazione di protesta.
Il sindacato di Corso Italia vuole piuttosto riportare all'attenzione
del Paese e della politica le priorità su cui è necessario intervenire
per cambiare da subito l'agenda Monti e comunque mettere le basi per una
nuova politica industriale ed economica.
1) Una politica industriale volta ad assicurare un futuro di innovazione
all'industria e ai servizi assicurando gli investimenti necessari
2) La detassazione della tredicesima mensilità per sostenere i consumi delle famiglie
3) Proroga di almeno un anno dell'attuale sistema degli ammortizzatori sociali
4) Rifinanziamento degli ammortizzatori in deroga e particolare attenzione in tema di ammortizzatori ai precari
5)
Soluzione strutturale per tutti i lavoratori esodati e un uguale
sistema di pensionamento per lavoratori pubblici e privati in esubero
6) Intervento straordinario per favorire l'occupazione giovanile e femminile
7) Allentamento del Patto di stabilità per consentire ai Comuni di dare corso alle opere infrastrutturali finanziabili.
Quattro anni di crisi hanno sconvolto il sistema produttivo Italiano. Alcuni dati:
4
miliardi di ore di cassa integrazione dal 2008 ad oggi. Dall’inizio
della fase peggiore della crisi, la richiesta di CIG è aumentata a oltre
il 300% sul 2008, anche in presenza di una riduzione occupazionale con
quasi mezzo milione di posti di lavoro persi.
Nel
quinquennio alle ore di CIG ha corrisposto una mancata produzione per
oltre 450.000 lavoratori, costantemente a zero ore dal 2009 fino ad
oggi. 500 mila lavoratori inattivi ogni anno. E' stato boom della cassa
integrazione.
Particolarmente
colpiti dalla crisi sono stati i settori industriali che hanno
registrato l'aumento più consistente di Cassa integrazione lpari al
+281,22% sul 2008 oltre ad un calo occupazionale del 6,18% sul 2008.
Sono state richieste per ogni lavoratore centinaia di ore di CIG. Nel
settore industriale si è passati dalle
36 ore per addetto del 2008 alle 15 del 2011 (+319,44%). È come dire,
che ogni addetto del settore industriale ha lavorato un mese in meno per
ogni anno, dal 2009 fino ad oggi.
Il tutto si somma ad un crollo degli investimenti pari al 17%.
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I lavoratori di Cinecittà rappresentati da Massimo Corridoni (RSU)
hanno dibattuto per la prima volta con Luigi Abete Presidente di
Cinecittà Studios, gestore dal 1997 degli storici stabilimenti, sul
futuro dei 220 lavoratori e del cinema italiano. Organizzatori
dell’incontro l’ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici),
per cercare una soluzione del piano industriale lanciato dal presidente dell’azienda Luigi Abete e le rivendicazioni dei lavoratori.
Ad ascoltare e discutere c’era una folta platea istituzionale e di
operatori del settore, composta da Nicola Borrelli (Dg Cinema Mibac),
Roberto Cicutto, (Ad Istituto Luce Cinecittà), Francesco Maselli (Anac),
Gennaro Migliore (Sel) e Vincenzo Vita (Pd).
Abete con piglio esuberante ha dichiarato: “Non vogliamo, ma se
dobbiamo licenzieremo”. Il suo pensiero non cambia, anche quando piovono
critiche nei suoi confronti, per la preoccupazione che così facendo e
minacciando solo licenziamenti, si possa distruggere un patrimonio
culturale. Il cinema è un’altra industria, ma lui non lo sa.
Abete insiste sul fatto che la sua azienda paga 2,7 milioni l’anno di
affitto allo Stato, e che quello della “cementificazione” e del “parco
divertimenti all’interno degli studios” è solo un “fantasma”. Spiega che
“il mercato è cambiato, e le scenografie non servono più ai film, per
questo è giusto dirottare gli scenografi sui parchi a tema”. Sottolinea
che le licenze per avviare il progetto le ha già.
Il lavoratore Massimo Corridori ricorda le 320 ore di sciopero a stipendio zero fino a oggi. E’ scettico e replica:
“Si parla del rilancio del cinema mentre si uccidono le professionalità.
Abete dice di aver perso 3,5 milioni su 18 di fatturato senza ammettere
il fallimento della sua capacità imprenditoriale”. “Cinecittà è un bene
comune, è del Ministero, dei lavoratori, dei registi, dei cittadini,
della cultura. Proponiamo di metterci in standby per 6 mesi per
ragionare, confrontandoci, su cosa fare per rilanciare Cinecittà, che ha
grandi potenzialità”. Infine, arriva l’ultimatum di Massimo Corirossi a
nome delle decine di lavoratori in occupazione e sciopero da oltre due
mesi: “Noi mettiamo in discussione questo progetto che è la morte di
Cinecittà, che la smantella, la spacchetta, la umilia. Se verrà
presentato un nuovo progetto con nuovi contenuti, i lavoratori sono
pronti ad ascoltarlo. Altrimenti non ce ne andremo.
Il Direttore Generale Cinema MiBAC, Nicola Borrelli, chiarisce: ”Mi
preme sottolineare, e togliere da questa confusione, un elemento troppo
ambiguo: non c’e’ nessun piano di cementificazione di Cinecitta’ e
nessuna deviazione delle attivita’ che da sempre si svolgono negli
Studios. Il complesso e’ di proprieta’ pubblica di Cinecitta Luce Spa e
del Ministero dell’Economia. Su Cinecitta’ c’e’ un vincolo storico
controllato da due ministeri, quello dell’economia e il Mibac, appunto.
Luce spa e Studios spa hanno firmato un contratto di sviluppo che
comprende la manutenzione e la sistemazione catastale del complesso. Il
contratto, ripeto, e’ stato approvato dal Ministero dell’Economia e dal
Mibac che vigila e tutela l’immobile”.
L’Amministratore Delegato Istituto Luce Cinecitta’, Roberto Cicutto,
suggerisce: ”Dobbiamo aiutare la ristrutturazione reinvestendo nel
cinema la parte che ci viene dalla rata di affitto affinche’ si arrivi
ad attrarre il cinema”.
Non si possono mandare queste persone a realizzare scenografie anche
per centri commerciali. Nessuno ci ha mai chiamato a discutere sul nuovo
progetto”, replica Massimo Corridori, rappresentante dei lavoratori di
Cinecitta’. Presente alla conferenza stampa anche Vincenzo Vita,
senatore del PD, ”ovviamente schierato dalla parte dei lavoratori”.
Lido di Venezia - Continua la lotta dei lavoratori di Cinecitta'
Il report di Occupy Biennale
Il 29 Agosto Macao, il Sale Docks, l’ex-Cinema Palazzo e il Teatro Valle
Occupato, erano presenti alla Mostra del Cinema di Venezia per essere
solidali con i lavoratori di Cinecittà minacciati da un progetto
speculativo che prevederebbe la
sostanziale
dismissione degli storici teatri...
leggi tutto http://carnaval-fantasias.blogspot.it/2012/09/lotta-dei-lavoratori-di-cinecitta.html
Comunicato del comitato dei garanti dell'associazione
“ Lavoro e Libertà”
Comunicato del comitato dei garanti dell'associazione “ Lavoro e Libertà”
L'Europa e l'Italia sono in una fase di profonda turbolenza economica, sociale e democratica.
La crisi nata nel 2007 non è conclusa ed una nuova fase recessiva è
già iniziata. Essa nasce dal tentativo testardo delle classi dirigenti,
le cui politiche hanno determinato la più grave crisi dal 1929, di
volerne uscire con le stesse ricette, con gli stessi gruppi di comando
della finanza e dell'economia, salvaguardando gli interessi di una
ristretta cerchia sociale. Questo cocciuto tentativo porta con sé la
disoccupazione di massa, l'immiserimento di milioni di persone, il
fallimento di intere nazioni. E le ricette diventano sempre più estreme:
il conflitto sociale è un pericolo e come tale va eliminato alla
radice: niente più contratti collettivi, come in Grecia, basta tutele
sindacali collettive, come alla Fiat, quindi via pure l’articolo 18
dello Statuto dei Lavoratori, tutto deve essere declinato
individualmente, basta allo Stato Sociale, il mercato deve dare
risposte, basta con i servizi pubblici, l'efficienza del mercato ci
penserà.
Si teorizza il fatto che la crisi rende determinati diritti un lusso
che non ci si può più permettere e si vuole lasciare mano libera a quel
mercato e a quelle politiche delle imprese che hanno creato la crisi.
Noi che abbiamo voluto a suo tempo costituire l'associazione “Lavoro e
Libertà” proprio per combattere i primi segni di questo processo
riteniamo che la situazione sia a tal punto seria da richiedere una
mobilitazione attiva di ogni persona che desideri l'affermazione della
giustizia sociale, dell'eguaglianza, della libera e democratica
dialettica sociale basata sul conflitto. Non si tratta solo di resistere
e difendersi ma anche di rivendicare la possibilità di costruire
democraticamente delle soluzioni alternative, soluzioni oggi già oggetto
di riflessione di molte forze nella società italiana.
In Italia la resistenza a questo processo è oggi in larga misura
incarnata dalla FIOM e dalle sue scelte politiche e di lotta. Lo
sciopero generale da essa convocato per Venerdì 9 Marzo, con
manifestazione a Roma è un’occasione per ciascuno di noi di partecipare a
questa resistenza e per aprire una nuova fase.
Noi invitiamo quindi tutti ad aderire a tale iniziativa partecipando
alla manifestazione e sviluppando nelle prossime settimane momenti di
riflessione e discussione pubblica per fare crescere il massimo di
consapevolezza della posta in gioco.
Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano
Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Rossana Rossanda, Aldo
Tortorella, Mario Tronti
Un gruppo di circa 50 operai della ‘Antonio Merloni’ ha occupato questa mattina anche la linea ferroviaria Orte-Falconara, dopo che altri centinaia di dipendenti dell’azienda avevano bloccato l’uscita di Fabriano della superstrada Ancona-Roma. I manifestanti hanno attraversato il passaggio a livello in localita’ Piaggia d’Olmo, a sud di Fabriano e si sono fermati sui binari impedendo il traffico ai convogli. La situazione si fa dunque sempre piu’ critica nella cittadina fabrianese, investita dalla crisi del gruppo Antonio Merloni che solo in zona da’ lavoro diretto a 1.600 persone.
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Portovesme, Porto Torres, Arese, Roma: quattro battaglie operaie
Linda Panco
Il blitz notturno al porto degli operai dell'Alcoa, lo sciopero della fame di quelli della Vinylis, l'occupazione dell'autostrada di quelli dell'Alfa Romeo di Arese, la campagna di solidarietà con gli operai Eutelia senza stipendio da quattro mesi: e c'è chi dice che la crisi è alle nostre spalle
I lavoratori dell’Alcoa di Portovesme hanno bloccato nella notte una nave carica di carbone destinato alla vicina centrale Enel, mentre prosegue il presidio davanti alla fabbrica di alluminio di cui la multinazionale americana ha annunciato la chiusura. Il blitz è scattato poco dopo mezzanotte: gli operai si sono dati appuntamento al porto, accanto all’area industriale di Portovesme, e hanno impedito lo scarico del carbone. Poi sono entrati nella centrale Enel e soltanto dopo una lunga trattativa hanno lasciato l’impianto attorno alle 2.30. Un’auto parcheggiata lungo la strada fra lo stabilimento Alcoa e la centrale è stata incendiata. Il presidio all’Alcoa dalla scorsa settimana blocca l’uscita dell’alluminio prodotto nello stabilimento, circa 400 tonnellate al giorno. Centinaia di persone, fra lavoratori, amministratori e familiari, si preparano a partire mercoledì sera da Cagliari per raggiungere Roma e partecipare alla manifestazione promossa dai sindacati, in piazza Colonna, giovedì prossimo. Stasera si riuniranno le segreterie di Cgil, Cisl e Uil del Sulcis per organizzarsi.
A Porto Torres continua l’occupazione degli stabilimenti Vinyls da parte degli operai da oggi in cassa integrazione. Una settantina di lavoratori, tutti in sciopero della fame, hanno occupato dalle 6 di ieri il sesto piano della palazzina «finitura» con un presidio nelle «sale controllo pvc e vcm». Sono 101 su circa 140 i dipendenti interessati dalle procedure di cassa integrazione, che dovrebbero durare sei settimane, mentre a quattordici giovani, assunti con contratto di apprendistato per due anni, non sarà rinnovata l’assunzione. In un comunicato inviato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al presidente della Regione sarda Ugo Cappellacci, alle istituzioni e ai sindacati del territorio e alla direzione degli stabilimenti, i lavoratori hanno posto tre condizioni per la smobilitazione: la riconferma e la trasformazione dei contratti di apprendistato in scadenza, la rotazione completa del personale per una efficiente e reale sicurezza delle squadre con una riduzione quindi della cassa integrazione, e un immediato intervento di Regione e amministratori locali nei confronti del governo perché imponga un rapido avviamento degli impianti col rilancio delle produzioni di cloro-derivati. La Vinyls è attualmente commissariata.
Un gruppo di operai dell’Alfa Romeo di Arese, nel milanese, ha invece bloccato nella mattina per circa mezz’ora l’autostrada A9, all’altezza del casello di Lainate, per protestare contro il trasferimento a Torino di 232 lavoratori. Il corteo era partito dallo stabilmento e i lavoratori poi sono tornati davanti ai cancelli, dove è in corso un presidio indetto dalle organizzazioni sindacali di categoria. «Fiat maschera i licenziamenti con i trasferimenti», ha spiegato Antonio Cribiù della Fiom. «Noi chiediamo che Fiat ritiri il provvedimento e che mantenga gli impegni presi per lo stabilimento di Arese, per questo siamo in piazza e chiediamo alla Provincia e alla Regione di intervenire. I lavoratori sono in cassa integrazione perché la Fiat dice che c’è un calo di lavoro, ma la Fiat ha comunque fatto degli utili e ha molte opportunità di salvare gli stabilimenti italiani. La sua politica industriale è quella di spostare gli stabilimenti all’estero e licenziare qui in Italia: così è stato fatto per Alfa, e il governo non interviene».
Ed è partita una campagna di solidarietà a favore delle lavoratrici e dei lavoratori Agile ex Eutelia di Roma che non ricevono lo stipendio da quattro mesi. Per sostenere le famiglie in difficoltà economiche è stato attivato il conto corrente intestato a Giovanni Seccia e Gloria Salvatori: Codice IBAN IT28 U076 0103 2000 0009 8822 810 – causale «solidarietà lavoratori Eutelia/Agile». Estratti conto periodici verranno pubblicati sul sito www.eulav.net.