'Mai stati in disaccordo a combattere la povertà, ma ormai siamo in un paese in cui si è poveri anche lavorando. I salari sono molto bassi e le condizioni pesantissime. Noi siamo convinti che fosse meglio il REI, perché per combattere la povertà non basta più il lavoro. E il lavoro non lo creano i centri per l’impiego ma gli investimenti,
e questo governo li ha bloccati'.
Il segretario della CGIL Maurizio Landini critica la manovra economica dell'attuale Governo Giallo Verde, e dichiara: 'va cambiata è una manovra recessiva'.
Questa è una manovra recessiva perché non fa partire gli investimenti né l'economia.
Sarà Landini quindi dopo una vita nei metalmeccanici a guidare quello che è il più grande sindacato italiano mentre Vincenzo Colla,
che era il suo più grande sfidante per la segreteria generale,
sarà il vice.
La biografia di Maurizio Landini
Durava da un po’ di tempo lo stallo nella CGIL dopo la fine dell’era Camusso.
Per la successione alla guida del sindacato
è stato a lungo un testa a testa tra Landini e Colla,
con l’accordo che alla fine ha sbloccato la situazione.
Nato a Castelnovo ne’ Monti (provincia di Reggio Emilia) il 7 agosto 1961, Maurizio Landini è il quarto di cinque figli di un cantoniere che è stato molto attivo durante la Resistenza. Dopo aver frequentato l’istituto per Geometri, lascia gli studi per iniziare
a lavorare e dare così una mano alla famiglia.
Trova lavoro quindi come apprendista saldatore in un’azienda metalmeccanica, iniziando poi anche l’attività sindacale entrando nella FIOM a metà degli anni ‘80 come delegato e riuscendo ben presto a farsi apprezzare per la sua attività svolta.
Diventa così prima funzionario della FIOM di Reggio Emilia e poi segretario generale, passando poi a dirigere la sezione dell’Emilia Romagna. Nel 2005 quindi c’è l’approdo alla segreteria nazionale del sindacato dei metalmeccanici.
Dopo aver preso parte ad alcune delicate trattative per il rinnovo dei contratti, come quelle alla Piaggio e alla Indesit, il 1 giugno del 2010 diventa segretario generale della FIOM mantenendo l’incarico fino a luglio 2017.
La nomina alla guida della CGIL è quindi una sorta di compimento di un lungo percorso all’interno del sindacato. Prima di lasciare la guida della FIOM, ha provato anche a creare un soggetto politico, Coalizione Sociale, ma il progetto non ha poi avuto seguito.
Quanto guadagna
Durante i sette passati alla guida della FIOM, Maurizio Landini si è fatto apprezzare e conoscere specie per le battaglie riguardanti la Thyssen e l’Ilva di Taranto. Soprattutto in TV, è stato spesso il portavoce delle rivendicazioni sindacali di una sinistra che ormai sembrerebbe essere sempre più lontana dai problemi delle fabbriche.
Dal punto di vista economico, come segretario generale della FIOM il suo stipendio era di 2.250 euro netti al mese. Per fare un paragone, era meno di un terzo di quello che guadagnano i nostri parlamentari.
Con il passaggio alla guida della CGIL ci sarà però un discreto scatto in avanti nello stipendio. L’ex segretario Susanna Camusso infatti percepiva 4.000 euro netti al mese.
Ospite della trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli gruber, Landini ha però affermato come la sua busta paga “è pubblica, come segretario generale dovrebbe essere secondo il nostro regolamento di 3700 euro netti”
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Maurizio Landini è il nuovo Segretario Generale della CGIL
Confederazione Generale Italiana del Lavoro.
«Ho cominciato a lavorare a 15 anni, a fare l’apprendista saldatore. Eravamo un gruppo di ragazzi giovani, lavoravamo in una cooperativa di Reggio Emilia. Dovevamo lavorare all’aperto, faceva freddo d’inverno e c’era un disagio. Non è che volessimo lavorare meno, volevamo vedere riconosciuto questo disagio e abbiamo chiesto alla cooperativa di affrontare questo problema. Era una cooperativa rossa, eravamo tutti iscritti al Partito Comunista e i dirigenti ci dissero che sì, avevamo ragione, però dovevamo tenere conto che la cooperativa aveva dei problemi e che dovevamo fare degli sforzi. Io ero giovane e d’istinto mi venne di interromperlo e di dirgli: “Guarda, tu sei un dirigente, e io in tasca ho la tessera del partito che hai anche tu. Però ho freddo lo stesso”. Lì ho capito una cosa: il sindacato deve rappresentare le condizioni di chi lavora
e non deve guardare in faccia nessuno.»
Dal discorso tenuto il 16 giugno 2011 in occasione della manifestazione Tutti in piedi!
La Cgil come antidoto ai populismi, ai fascismi, all’assenza di risposte per il mondo del lavoro. Maurizio Landini, neo eletto segretario generale della Cgil, ha chiuso i lavori del XVIII Congresso con un intervento programmatico: più delegati, più giovani, più attenzione alle tematiche di genere soprattutto più vicinanza ai lavoratori anche rilanciando il modello del sindacato di strada. Nette le critiche al Governo: dovevano cambiare l’Europa e sono tornati solo con più debiti. Non stanno dando al Paese le risposte di cui ha bisogno, serve più lavoro, quindi investimenti, e lavoro buono. “Oggi anche chi lavora può non farcela e il reddito di cittadinanza ignora queste persone che sono tante”. Contro le politiche del Governo - Non basta indossare una felpa per risolvere i problemi delle persone-, Landini ha ribadito l’importanza della manifestazione unitaria del #9febbraio . Sul vento di rabbia e risentimento che sta infiammando il Paese, ha sottolineato come la rottura del rapporto tra mondo del lavoro e la sua tradizionale rappresentanza politica, ha negato le risposte consegnando il Paese a populismi e neoliberisti. “Appena eletto, il mio primo impegno è stato andare ad una assemblea dell’Anpi perché dobbiamo ribadire che i valori dell’Antifascismo e della Resistenza sono attuali”. La platea del congresso si è accesa quando il nuovo segretario generale ha ricordato, “Noi siamo quelli che vogliono cambiare il Paese. Non Salvini. Noi siamo la Cgil!”.
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"I nostri dipendenti parteciperanno ai risultati dell'azienda".
L'ad archivia Maurizio Landini
Un altro colpo al sindacalismo di Maurizio Landini, forse quello di grazia. Sergio Marchionne ha annunciato la partecipazione dei dipendenti di Fca ai risultati dell'azienda. La nuova politica retributiva è stata illustrata ai sindacati dall'amministratore delegato: "Questo nuovo sistema - dice - rappresenta un significativo passo in avanti nel coinvolgimento delle persone per raggiungere i risultati del piano industriale". Ma soprattutto rappresenta la fine di un'era, dice Marchionne: "Negli scorsi anni FCA ha dovuto fare i conti con un sistema di relazioni industriali stagnante basato su sterili contrapposizioni tra capitale e lavoro. Quei giorni sono finalmente finiti".
Non fa il suo nome, ma il riferimento tra le righe a Landini è racchiuso proprio in queste parole, nella contrapposizione "sterile" tra capitale e lavoro che il segretario della Fiom ha portato avanti nella sua lunga battaglia sindacale nella Fiat. Una battaglia che ha visto la Fiom da sola, tra le sigle sindacali dei metalmeccanici, nel portare avanti una dura presa di posizione nei confronti dei vertici dell'azienda. Ora, dice Marchionne, quell'éra è finita.
L'ad di Fca ha quindi promesso "vantaggi economici di assoluto rilievo", per i dipendenti italiani dell'azienda, "che deriveranno direttamente dal loro lavoro e dal loro impegno", ha quindi spiegato Marchionne. Il costo totale massimo per Fca del nuovo sistema retributivo, presentato questa sera dall'a.d Sergio Marchionne ai sindacati, sarà di oltre 600 milioni di euro. L'obiettivo, spiega Fca, "è far partecipare direttamente tutte le persone ai risultati di produttività, qualità e redditività nell'ambito del piano industriale 2015-2018".
Il nuovo sistema retributivo prevede due elementi addizionali al salario base. Il primo è un Bonus annuale che sarà calcolato sui risultati di efficienza produttiva dei rispettivi stabilimenti di appartenenza parametrati sul livello raggiunto nell'ambito del WCM (World Class Manufacturing). Questo compenso, pagabile agli inizi dell'anno seguente all'anno di esercizio, avrà un valore medio del 5% del salario base, e, in casi di over performance, potrà arrivare ad un massimo del 7,2%. Il secondo elemento variabile è collegato al raggiungimento dei risultati economici per l'area EMEA, inclusi i marchi premium Alfa Romeo e Maserati, contenuti nel piano strategico 2015-18. Il compenso totale per il periodo quadriennale è pari al 12% del salario base che potrà arrivare, in casi di over performance, al 20%.
Considerando la lunghezza temporale del piano, una parte del Bonus (pari al 6% del salario base) verrà pagata trimestralmente a partire già dal 2015. Agli inizi del 2019, una volta verificati i risultati, i lavoratori riceveranno il resto del Bonus che, ai massimi valori del piano, potrà quindi arrivare al 14% del salario base.
Per un dipendente di livello contrattuale medio, ad esempio un operaio specializzato, in caso di risultati conformi agli obiettivi, l'erogazione attesa ammonta a 1.400 annui per gli anni 2015, 2016 e 2017 e cresce fino a 2.800 euro nel 2018. In caso di risultato superiore alle attese,
queste due erogazioni possono raggiungere rispettivamente 1.900 euro annui nell'arco 2015-2017
e 5.000 euro nel 2018.
Il sistema prevede, infine, in caso di mancato raggiungimento di ogni obiettivo, un'erogazione minima di 330 euro all'anno.
Quanto alle assunzioni, "le annunceremo quando avremo dettagli", ha detto Marchionne a proposito degli stabilimenti italiani del gruppo. Marchionne non ha voluto dire nulla sulla possibilità di produrre un secondo modello a Pomigliano oltre alla Panda. Quanto alla possibilità di fare un motore per l'Alfa a Mirafiori, si è limitato a dire "abbiamo appena annunciato due motori a Termoli".
Perché per i non addetti ai lavori il nuovo sistema retributivo può apparire come un fatto straordinario; per i lavoratori significa che le ferie, i permessi, la tredicesima, le indennità di turno, lo straordinario, il tfr, rimangono congelati - e lo saranno per sempre- insieme alla paga base su cui vengono calcolati.
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Fca-Cnh, il bonus variabile che piace all'azienda e cancella gli aumenti in paga base
Sergio Marchionne ha annunciato il nuovo regime salariale per gli stabilimenti del gruppo. All'incontro – a carattere informativo – con i sindacati, non è stata invitata la Fiom-Cgil nonostante la richiesta indirizzata da tempo all'azienda di un confronto sulle questioni normative e salariali.
Da quanto apprendiamo dagli organi d'informazione, in modo assolutamente inedito l'Ad ha comunicato ai sindacati firmatari del contratto specifico aziendale quale sarà il sistema salariale con cui saranno retribuiti i lavoratori. Le organizzazioni sindacali presenti hanno preso atto, inaugurando un sistema di relazioni effettivamente «rivoluzionario» in cui l'azienda decide unilateralmente e i sindacati compiacenti aderiscono alla proposta.
Nel merito del futuro retributivo in Fca, stando alle cronache dei giornali, emerge che il salario sarà completamente variabile.
A oggi i lavoratori Fca e Cnh hanno una paga base inferiore ai lavoratori cui si applica il contratto Federmeccanica: un operaio di terzo livello Fca-Cnh guadagna mediamente 750 euro lordi annui di meno di un suo pari livello di un'altra fabbrica metalmeccanica.
La vera novità dell'annuncio di ieri è che questo divario non sarà più colmato e lo stipendio base fissato nel 2011 dal contratto specifico Fiat non sarà più aumentato. Ogni variazione salariale sarà decisa dalla direzione aziendale sulla base di parametri stabiliti dalla stessa Fca-Cnh e che ancora non si conoscono se non per titoli molto generi (produttività, qualità, redditività). Di fatto siamo alla conclusione di un percorso che cancella il contratto nazionale: c'era il contratto nazionale e la contrattazione aziendale, con questo sistema ci sarà un solo livello. E tutto questo al di fuori e contro l'accordo Confindustria-Sindacati che confermava i due livelli contrattuali:
in questo caso Fim e Uilm accettando questo sistema legittimano le aziende che vogliono uscire dal contratto nazionale.
In moltissime altre aziende metalmeccaniche italiane - anche di piccole e medie dimensioni - da oltre vent'anni il premio di risultato viene normalmente contrattato e distribuito ai lavoratori, con quantità anche superiori a quelli annunciati per Fca (non è chiaro se anche in Cnh), eventuali «bonus» sono aggiuntivi e non sostituiscono mai gli aumenti contrattuali in paga base. Questa sostituzione – unica nel suo genere in Europa - costituisce l'eccezionalità del sistema annunciato ieri dall'Ad di Fca-Cnh, proseguendo sulla strada del contratto specifico Fiat che ha comportato una perdita salariale per i lavoratori di 90 euro mensili nei soli ultimi due anni: dopo un lungo periodo di restrizioni e sacrifici arriva finalmente un incremento retributivo che però i lavoratori pagano pesantemente.
Perché per i non addetti ai lavori il nuovo sistema retributivo può apparire come un fatto straordinario; per i lavoratori significa che le ferie, i permessi, la tredicesima, le indennità di turno, lo straordinario, il tfr, rimangono congelati - e lo saranno per sempre- insieme alla paga base su cui vengono calcolati.
Nel sistema annunciato dall'Ad di Fca-Cnh il salario è legato esclusivamente all'utile aziendale e alla sua gestione da parte del management, a prescindere dalla prestazione lavorativa, dai suoi ritmi e dalle sue condizioni, con il dubbio che sia legato anche alla presenza sul posto di lavoro, facendo perdere qualunque autonomia e libertà alle lavoratrici e ai lavoratori e mettendo in gioco anche diritti fondamentali come la salute e la malattia.
A questo punto ci sembra chiaro cosa vuole l'azienda. Molto meno gli altri sindacati, vista la cancellazione di ogni ruolo contrattuale e la subordinazione alle decisioni unilaterali aziendali che un simile sistema comporta. L'annuncio fatto dall'Ad di Fca-Cnh disegna un futuro che cancella il ruolo del sindacato – riducendolo a spettatore notarile – e colpisce la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori costringendoli a rinunciare alla propria libertà in quanto persone indipendenti e autonome fingendone una presunta partecipazione ai destini aziendali su cui, invece, non hanno alcuna possibilità di parola.
Su queste basi abbiamo chiesto un incontro alla direzione aziendale e lanceremo una campagna di assemblee per discutere con lavoratrici e lavoratori.
Con la nascita della “cosa” landiniana, sembra tornata di attualità la “sinistra sindacale”, come leva per una sinistra diversa, basata sul primato del sociale sul politico. Forse non sarà inutile ricordare la prima esperienza in questo senso, la sinistra sindacale degli anni sessanta-settanta, per ricavare qualche utile indicazione su esperienze già fatte...
Landini lancia la coalizione sociale: il successo richiede un nuovo protagonismo dal basso
il segretario della Fiom ha fatto sapere che “la proposta di una coalizione sociale non è di un singolo, ma è stata votata dall’assemblea Fiom di Cervia, alla presenza di un rappresentante della segreteria nazionale della Cgil”
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Finalmente
Da quando Renzi ha modificato radicalmente natura, identità e contenuti al Pd (che già, anche prima del suo avvento certo non brillava per assumere sempre posizioni progressiste: anzi!) riducendolo ad un Ogm e facendolo diventare tutt’altro e ben altro che un partito di sinistra, nella società italiana, e soprattutto nel mondo del lavoro, si è aperto un vuoto che nessuno finora ha saputo colmare.
Milioni e milioni di persone non hanno voce e non trovano rappresentanza.
Il loro sentire politico e sociale coincide grosso modo con le posizioni parlamentari di Sel ma questa corrispondenza per la gran parte di loro, stando ai sondaggi, non si è tradotta in una vera e propria intenzione di voto.
Dinanzi a questo vuoto, allo smarrimento per l’assurda deriva che Renzi ha imposto al Pd e per il balbettìo inconcludente della cosiddetta minoranza interna incapace di portare avanti una linea coerente con i valori e lo statuto stesso del partito, Landini ha suscitato speranze, aspettative, progetti.
Ora la sua iniziativa incoraggia queste speranze anche perché sembra convincente la rotta suggerita: non un partito, ma una coalizione sociale.
Ma il successo dell’impresa richiede che i milioni di cittadini che guardano con interesse e sintonia alle battaglie portate avanti da Landini per il lavoro, i diritti, la giustizia sociale, ben al di là del recinto proprio del terreno propriamente sindacale, non aspettino che qualcuno li chiami dentro un nuovo partito. Questo non può e non deve avvenire.
Si tratta di affermare un protagonismo dal basso che metta in campo, attraverso le battaglia concrete per la qualità della vita delle persone, una nuova soggettività politica. A questo punto, nel vuoto di sinistra che il Pd renziano ha determinato, questa forza avrebbe grandissime potenzialità.
Ma occorre che siano i cittadini a muoversi, a crederci, a costruire dal basso questa nuova realtà.
E ciò, dopo decenni di partiti personali e di sigle confezionate da un capo per misurare la sua forza attraverso i numeri del gregge al seguito, sarebbe la vera grande rivoluzione di cui l’Italia ha bisogno.
Domani una riunione nella sede della Fiom con una cinquantina di associazioni impegnate nel sociale e nel territorio, il 28 marzo una manifestazione darà corpo e visibilità al progetto.
La rotta da seguire è quella di Syriza (nata proprio come coalizione sociale di gruppi e realtà di mutuo soccorso) e dei movimenti spagnoli Podemos e Ganemos (Possiamo e Vinciamo) il primo dei quali, secondo i sondaggi, vincerà le prossime elezioni di novembre (come Syriza ha fatto in Grecia) conquistando il governo, attualmente in mano al centrodestra.
Podemos è nata appena un anno fa. Se in così poco tempo è cresciuta così tanto, si deve al fatto che le sue istanze, presenti nella società, erano totalmente assenti nella classe politica e nelle strutture organizzate.
La stessa cosa dovrebbe fare la coalizione di Landini con un programma politico che è già nelle cose: un nuovo Statuto dei lavoratori dopo il renziano Jobs Act, politiche di redistribuzione della ricchezza dalla speculazione e dalla rendita finanziaria alla produzione e al lavoro, dai ceti più ricchi a quelli medio-bassi, politiche per il lavoro, lo sviluppo, gli investimenti, l’innovazione, la ricerca, la messa in sicurezza del territorio, l’economia verde.
Maurizio Landini : "Non voglio creare un partito e non esco dal sindacato ma il sindacato deve fare politica"
Il segretario della Fiom parla di «Coalizione Sociale» e della necessità del sindacato di cambiare per riaggregare il mondo del lavoro. E non manca un riferimento a Renzi: «Sta dividendo il lavoro, hanno toccato l'art 18, abbiamo fatto delle manifestazioni anche riuscite ma lui se ne è strabattuto»
Fare politica, sì, ma uscendo dagli schemi tradizionali. All'indomani del lancio della sua "Coalizione sociale" Maurizio Landini a "In 1/2 h" torna a ripetere che la sua intenzione non è quella di creare una nuova formazione: "Io non voglio fare un partito né uscire dal sindacato ma il sindacato deve essere un soggetto politico, deve discutere alla pari", ha spiegato. "Chi è in mala fede tenta di descrivere questa iniziativa dentro la logica politica di adesso", ha sottolineato il leader Fiom che ha voluto rimarcare: "Io non sto dentro il perimetro che vuole qualcun altro perchè io e lavoratori il paese lo vogliamo cambiare più di Renzi".
Landini ha detto che "la nostra iniziativa sta dentro la strategia della Cgil" e Susanna Camusso ne è informata: "Con Camusso sono tre mesi che stiamo parlando alla luce del sole. Siamo insieme nella battaglia contro il Jobs act e per un nuovo statuto di tutti i lavoratori". Per Landini serve "una riforma del sindacato" e quindi "anche della Cgil. Il sindacato deve cambiare, siamo di fronte a una situazione differente" dopo la cancellazione dei diritti dei lavoratori e "dobbiamo fare i conti con il problema della crisi della politica".
Le parole di Maurizio Landini sono però di fatto smentite dalla Cgil. Il portavoce del sindacato precisa che "né il segretario generale della Cgil né la Segreteria della Cgil, sono stati informati della riunione di ieri della Fiom in cui si è discusso della formazione di una "coalizione sociale" e, tantomeno, ha espresso "appoggio" a quel progetto".
Il segretario Fiom non ha risparmiato attacchi al presidente del Consiglio e al suo governo: "Io non giro blindato, parlo con le Persone. La gente si sente sola, non rappresentata e non è in grado di organizzarsi per dire la sua. Non è vero che il governo ha il consenso, sono balle". Tanto è vero che "le decisioni che sta prendendo se le fa votare in in parlamento con la fiducia. Il governo non è andato dai giovani, dai precari e dai dipendenti per sapere se erano d'accordo sul togliere lo statuto dei lavoratori. Non ci va".
Il problema principale, per Landini, è arrestare l'erosione di diritti a cui avrebbe contribuito anche il Partito democratico: "Per la prima volta dal dopoguerra a oggi, per legge, stanno cancellando i diritti e modificando i rapporti di forza. Confindustria e una parte consistente degli imprenditori, con Renzi - ha attaccato il segretario Fiom -, stanno operando per cancellare ogni vincolo sociale e stanno cancellando i diritti".
Nasce la “coalizione sociale” di Maurizio Landini
Una “coalizione sociale” per rispondere a quella «domanda di giustizia sociale ora inascolta e senza rappresentanza». È questa l’azione intrapresa oggi dal leader della Fiom Maurizio Landini che apre ufficialmente il “cantiere” di una coalizione alternativa alle realtà politiche esistenti in Italia.
LA LETTERA-INVITO DI LANDINI -
L’azione di Maurizio Landini arriva al termine di mesi di incontri e dibattiti, accompagnati da critiche e polemiche, nel corso di un’assemblea convocata a Roma, nell’ex palazzo dell’Flm, che vuole essere insieme un momento di riflessione e un atto fondativo, «per dibattere in modo libero e aperto», come si legge nella lettera che lo stesso leader della Fiom ha distribuito all’incontro di Roma e a quello di Trieste. Un’assemblea, quella di oggi, che prepara anche la manifestazione del 28 marzo a Roma contro il Jobs Act e la partecipazione del sindacato a quella organizzata da Libera a Bologna, il 21 marzo, contro le mafie.
LANDINI: «LA POLITICA NON È PROPRIETÀ PRIVATA» -
Una coalizione sociale che nasce, spiega ancora Landini, da una certezza, «che la politica non è proprietà privata» e da due assunti, «la fine del lavoro» e quello secondo cui «la società non esiste, esistono solo gli individui e il potere che li governa» con cui è stato creato «lo spettro di un futuro già presente con cui siamo chiamati a fare i conti in tutta Europa» e che sta scatenando «una guerra tra poveri». Per questo, scrive ancora Landini, «serve superare le divisioni, il frazionamento, le solitudini collettive e individuali e coalizzarsi insieme». È questo, «lo spirito innovativo” su cui si fonderà la nuova coalizione sociale, «indipendente e autonoma», puntualizza ancora, per la quale, sabato, potrà già essere possibile «individuare punti di programma condivisi» per una «visione nuova del lavoro, della cittadinanza, del welfare e della società».
«LE POLITICHE DELLA TROIKA METTONO IN DISCUSSIONE LE DEMOCRAZIE» -
«La politica non è proprietà privata – si legge nella lettera inviata da Landini – Questo convincimento deriva dalla nostra Costituzione che promuove esplicitamente la partecipazione alla vita pubblica e sostanzia la democrazia con la centralità della cittadinanza». Non manca nemmeno uno sguardo all’Europa: «Le politiche della Commissione Ue e della troika – aggiunge – Anche in Italia mettono in discussione la democrazie».
Presenti all’evento promosso da Landini diverse associazioni, tra cui Arci, Giustizia e Libertà, Libera e Articolo 21, oltre che a rappresentati delle categorie professionali come avvocati, farmacisti e dottorandi. Presente anche, riporta l’Ansa,
anche l’ex senatrice del Movimento 5 Stelle Maria Mussini.
E' UNA GIORNATA DI LOTTA, E DI CONFLITTO SINDACALE SOCIALE , COME GRUPPO DISOCCUPATI OVER 50 ANDIAMO TUTTI IN PIAZZA RICORDIAMOCELO E DIFFONDIAMO L'INIZIATIVA A TUTTI . Appuntamento : A MILANO - 14/11/2014 ore 08,30 corso venezia angolo via palestro uscita MM1 rossa vicino recinzione giardini pubblici , vedete lo striscione rosso DISOCCUPATI OVER 50 , DOBBIAMO ESERE PUNTUALI .
Maurizio Landini
"Sciopero generale il 14 novembre al nord e 21 novembre al sud"
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"Sciopero generale al centro-nord il 14 novembre e al centro-sud il 21 dello stesso mese". Lo dice il leader della Fiom, Maurizio Landini, ospite di Lucia Annunziata a "In 1/2 h" su RaiTre. Landini poi ribadisce di non voler scendere in politica. "Io - spiega - voglio continuare a fare il sindacalista, voglio però che sia chiaro che a me di fare la minoranza non me ne frega proprio nulla. Voglio rappresentare le persone". E per cambiare un Paese "lo devi governare, non devi stare all'opposizione".
Sul jobs act, il leader della Fiom dice: "L'unico modo per far cambiare l'idea al Governo è di convincerlo che noi abbiamo la maggioranza dei consensi. Bisogna convincere Renzi che contro il lavoro non va da nessuna parte". Il sindacalista continua: "Quando un Paese ha bisogno di leader, allora è un Paese malato".
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"Gli interessi delle persone - sottolinea il segretario della Fiom - che per vivere devono lavorare e che in questo Paese sono ancora la maggioranza non sono oggi l'interesse generale di questo Paese e non sono dentro alle politiche del Governo". E non sono dentro alle politiche del Pd: "allo stato attuale - aggiunge - mi pare proprio di no perché il segretario del Pd è anche premier. Le sue politiche non stanno andando verso più tutele, più diritti, meno precarietà, un rilancio degli investimenti",
Landini ricorda poi gli scontri tra la polizia e gli operai dell'Ast di Terni a Roma: "In quella piazza - afferma - siamo stati aggrediti, abbiamo feriti e ricoverati, ma noi non abbiamo alzato un dito". "Anzi - aggiunge - mi assumo la responsabilità di aver garantito l'ordine pubblico", evitando che "la situazione degenerasse".
L'emergenza lavoro in Italia continua ad essere un problema all'ordine del giorno. Secondo l'Istat, il tasso di disoccupazione nel primo trimestre del 2014 raggiunge il 13,6%, in più dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Si tratta, in base a confronti annui, di un massimo storico, ovvero del valore più alto dall'inizio delle serie trimestrali, partite nel 1977.
Grave anche il livello dei senza lavoro tra i giovani (tra i 15 e i 24 anni), che sale al 46,0%. Passando ai dati destagionalizzati e più aggiornati, forniti sempre dall'Istat (non comparabili con i dati trimestrali grezzi), il tasso di disoccupazione dei giovani under25 ad aprile è al 43,3%. Anche in questo caso si tratta di un massimo storico.
Nel primo trimestre del 2014 il numero delle persone disoccupate sfiora i 3,5 milioni, salendo precisamente a 3 milioni 487mila (in aumento di 212mila su base annua).
Il tasso di disoccupazione ad aprile risulta pari al 12,6%, stabile rispetto a marzo, ma in aumento di 0,6 punti su base annua.
Il dato tocca il suo picco nel Mezzogiorno, dove vola al 21,7% nel primo trimestre del 2014 (dati non destagionalizzati). E tra i giovani (15-24 anni) raggiunge addirittura il 60,9%. Sono 347mila i ragazzi in cerca di lavoro nel Sud, pari al 14,5% della popolazione in questa fascia d'età.
Sono invece 2,5 milioni gli under 30 che non studiano e non lavorano (+4,8%). I ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet, sono saliti a 2 milioni 442mila nel primo trimestre del 2014. Rispetto all'anno precedente sono cresciuti di 113mila unità (+4,8%). Tra i Neet si ritrovano i giovani disoccupati under 30, nonché gli inattivi, con molti scoraggiati, ovvero ragazzi che si sono rassegnati a stare fuori dal mercato del lavoro. Non mancano tra loro anche le mamme.
La sintesi del nuovo modello di società che ci aspetta si regge su tre pilastri: debito, cemento e precarietà in quantità sempre crescenti, e di questo Expo e le grandi opere diventano volano e simbolo, attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche per profitti privati.
Quartieri militarizzati per proteggere i cantieri; risorse, territorio, diritti sacrificati alle logiche del megaevento; lavoro gratuito spacciato per opportunità; una città sempre più vetrina, tra sgomberi, speculazioni e spartizioni; mafie che proliferano; dispositivi di governo del territorio e procedure speciali che diventano norma e modello su scala più ampia; corporations del biotech, OGM e marchi globali del cibo spazzatura, grande distribuzione e Eataly, questa la tragicomica marmellata con cui nutrire il Pianeta; numeri sparati a caso su benefici, turisti, biglietti venduti a fronte della concreta realtà di tagli, tasse e beni comuni scippati o privatizzati.
Perchè scioperiamo Expo?
1. Perché dei 70’000 posti di lavoro promessi, ne sono stati attivati quasi 1’000, compresi gli stage formativi. Non è stato in alcun modo preso in considerazione il contratto a tempo indeterminato e svuotato quello a termine dei suoi diritti (impossibilità di scioperare per tutta la durata dell’esposizione che coincide con i mesi di presidenza italiana dell’Unione Europea). Sfruttando il contesto della crisi viene proposto il precariato come unica via per l’ eccezionalità dell’ evento anche oltre la durata dello stesso.
2. Perché avrebbero dovuto essere impiegati 18’500 volontari solo per la gestione del sito di Expo, poi ridotti a 7’000, anche se non si sa chi svolgerà il lavoro delle 10’000 persone che sono state giudicate non necessarie. Sicuramente non sono stati diminuiti i numeri dei volontari per aumentare quello dei lavoratori a contratto. La campagna di reclutamento di giovani è basata sul concetto dell’ ampliamento del curriculum e delle capacità lavorative e ha come fine il rendere possibile la “conoscenza e fruizione del patrimonio sociale, culturale e civile della città ospitante” da parte dell’ affluenza di stranieri.
3. Perché Expo nella sua globalità costerà 1,3 miliardi di soldi pubblici, che arriveranno a 10 miliardi se consideriamo autostrade (pedemontana) e opere collegate (vie d’acqua), oltre alla manutenzione della stessa città.
4. Per la corruzione presente negli alti ranghi dirigenziali di Expo spa che ha dato il via ad una ventina di arresti per tangenti e alla segnalazione di più di 40 imprese implicate con mafia.
5. Per la gestione emergenziale dell’ evento a discapito dei diritti, tra cui la possibilità di muoversi al di fuori dei protocolli sindacali e la possibilità per i paesi stranieri di non rispettare la legislazione italiana all’ interno dei padiglioni.
6. Per l’uso del Commissario unico, con poteri speciali (che possono eludere la normale legislazione giocando sullo stato di emergenza) alla sovraintendenza del mega-evento. Una delle politiche al centro del decreto “sblocca Italia” di Renzi.
8. Perché la retorica del’Esposizione esalta il modello del successo e dell’iniziativa individuale rappresentato da start-up, microimprese e sacrifici. Salario, diritti e dimensione collettiva non sono più elementi costitutivi del lavoro.
9. Perché anche questo megaevento diventa canale comunicativo per riaffermare la dicotomia di genere, funzionale ad un sistema di crisi. Si normalizzano corpi, identità, favolosità, al solo scopo di creare fette di mercato “pink”, invece che decostruire ruoli ed identità statiche.
10. Perché dietro lo slogan vuoto “nutrire il pianeta” si confermano quelle politiche agroalimentari che negano accesso al cibo e all’acqua, impongono modelli alimentari utili solo alle multinazionali, tra i primi sponsor dei sei mesi dell’evento Expo 2015.
Il prossimo 14 novembre incrociamo le braccia, incrociamo le lotte: sciopero sociale, scioperiamo Expo.
“Per chi aveva ancora dei dubbi o forse in questi anni guardava da un
altra parte, pensando che il problema del mercato dell’auto fosse la
Fiom e i lavoratori che difendono i diritti e la dignità, è arrivato
l’ennesimo annuncio di Marchionne: “Fabbrica Italia non c’è più”, che
conferma semplicemente quanto annunciato già l’anno scorso: “il Piano
Fabbrica Italia non esiste, è solo una dichiarazione di intenti,
l’espressione di un indirizzo strategico” (ottobre 2011).
Stupisce che solo un mese fa, nell’incontro con i sindacati senza la
Fiom, Marchionne abbia rassicurato i Segretari Generali, che si sono
affrettati in dichiarazioni ottimistiche sul futuro degli stabilimenti,
senza avere visto di nuovo nessun piano produttivo e di investimenti per
gli stabilimenti italiani”. E’ quanto dichiara in una nota Emanuele De
Nicola, segretario generale della Fiom Cgil Basilicata.
“L’unica certezza –salvo le interferenze della Magistratura e dei
lavoratori- in questa complicata vertenza l’ha ottenuta Marchionne, con
la complicità dei sindacati riformisti, il quale attraverso l’Accordo
separato del Dicembre 2011 ( Ccsl ), ha potuto cancellare la democrazia
escludendo la Fiom nelle fabbriche, peggiorare le condizioni dei
lavoratori e ottenere con la divisione degli stessi carta bianca per la
più grande ristrutturazione del settore auto.
L’effetto per la Sata - prosegue De Nicola - è stato un aumento
considerevole di cassa integrazione ( con una media di 2 giorni di
lavoro a settimana ) e un abbattimento del salario del 30% circa.
In tutto questo fa sorridere che i firmatari dell’accordo continuino ad
invocare il 2° modello, ( ancora non si sa quando e se si farà il
primo), dimenticando che le richieste alla Fiat andavano fatte quando si
è fatta la trattativa nel 2010, se mai c’è stata una trattativa.
Che gli obiettivi della Fiat erano altri si sapeva, basta ricordare ad
esempio che la Sata prima dell’Accordo separato poteva già produrre più
di 400.000 vetture all’anno, con una produttività per addetto tra le più
alte nel settore ( circa 74 vetture per addetto ).
I sindacati riformisti e responsabili che hanno firmato questo Accordo
senza vedere nessun progetto di investimenti e di modelli da produrre (
cambiale in bianco ), se fossero davvero responsabili dovrebbero quanto
meno disdettare quel patto e aprire una discussione con i lavoratori
attraverso le assemblee e non solo sui giornali, smettendo di scaricare
le loro responsabilità solo sulla politica, che non ha firmato nessun
Accordo, ma lo ha semplicemente avallato”.
De Nicola chiede, infine, che il Governo tecnico chiami Marchionne a un
tavolo di confronto e che la Regione “alzi la voce e costruisca insieme
alle Regioni con insediamenti Fiat, un tavolo interregionale con la
presenza di tutti i sindacati per elaborare un progetto di politiche
industriali anche con il supporto delle Università, per guardare ad una
mobilità del futuro che ci liberi dalla dipendenza dal petrolio (che
comunque finirà) e guardi alle tecnologie alternative”.
di
Alberto Piccinini, Avvocato giuslavorista membro del collegio difensivo Fiom
Fiat, Landini: senza investimenti addio Fiat
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LANDINI , FIOM- "La cosa che dice Marchionne ovvero che gli investimenti sono rinviati al 2014 vuol dire altri due anni minimo di cassa integrazione dopodiché il rischio è che l'Italia perda il settore dell'auto", così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini parlando a Milano a margine del Milano Film Festival.
Per questo, il 28 di gennaio è importante che allo sciopero generale dei metalmeccanici partecipino anche tutte le persone che ritengono che in questo momento la lotta dei lavoratori di Mirafiori e Pomigliano è una lotta generale. Ed è per questo importante sostenere anche gli appelli che sono stati lanciati, a partire da quello di MicroMega, in cui le persone, qualsiasi idea abbiano e qualsiasi posizione sociale ricoprano, si esprimano a fianco della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori Fiat.
Quando ero un bambino mi raccontavano che in un futuro nemmeno troppo lontano, sarebbero state le macchine a liberarci dalla fatica materiale: niente più catene di montaggio o lavori ripetitivi, ma infallibili robot dediti a costruire ed ad assemblare tutto ciò che ci era necessario e anche ciò che ci attraeva per la sua futilità. Agli uomini era destinata una vita più creativa e più libera. Non so se fosse una convinzione, una speranza o un'indiretta critica a chi predicava rivoluzioni. Quando ero giovane mi dissero che non si poteva ancora fare, che la fatica e il sudore sarebbero rimasti ancora per un bel po', ma che la classe operaia andava in paradiso o quantomeno in 500.
Quando ero maturo mi dissero che le masse umane dell'Asia, del Sudamerica o dell'Africa erano meno costose dei robot e molto più avanzate, anche quando si trattava di bambini. E quindi i meravigliosi robot di cui esistevano solo delle versioni arcaiche, potevano attendere, non fosse altro che per ragioni economiche. Era la tecnologia socio-biologica, quella che aveva sconfitto il comunismo.
Adesso che sono vecchio e consunto, che il lavoro non c'è, che debbo tirare la carretta per sopravvivere e per molto meno di prima, con meno tutele e meno diritti, ho finalmente scoperto la verità. Il robot di cui mi parlavano tanti anni fa, non era un'illusione. Ero io.
Maurizio Landini , Tutti in piazza il 28 gennaio , Firmate l’appello di MicroMega per sostenere lo sciopero generale
.
Il testo dell'intervento di Maurizio Landini, segretario generale Fiom:
"Lo straordinario risultato di Mirafiori, frutto del coraggio e della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori della Fiat, parla a tutto il paese. Dice che è necessario difendere insieme il lavoro, i diritti e la democrazia, perché sono la condizione per un nuovo modello di sviluppo e per una nuova giustizia sociale nelle fabbriche e nel paese.
Per questo, il 28 di gennaio è importante che allo sciopero generale dei metalmeccanici partecipino anche tutte le persone che ritengono che in questo momento la lotta dei lavoratori di Mirafiori e Pomigliano è una lotta generale. Ed è per questo importante sostenere anche gli appelli che sono stati lanciati, a partire da quello di MicroMega, in cui le persone, qualsiasi idea abbiano e qualsiasi posizione sociale ricoprano, si esprimano a fianco della lotta delle lavoratrici e dei lavoratori Fiat.
Credo che sia un atto di civiltà perché siamo di fronte a una fase che mette a nudo queste questioni. Del resto c'è una lontananza e una latitanza del governo e della politica dal lavoro, e invece a partire dalla dignità e dal coraggio dei lavoratori di Mirafiori è possibile aprire una fase nuova.
Per questo, oltre a invitare tutti a partecipare il 28 alle manifestazioni che si faranno regione per regione in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici, credo che sia importante sostenere queste lotte firmando gli appelli di sostegno che sono stati promossi, a partire da quello di MicroMega".
Cominciamo, per esempio, dagli straordinari. Ci si è badato poco, perché parlare di straordinari in tempi (che dureranno) di cassa integrazione è surreale, e perché il salario ordinario è così misero che le persone se lo augurano, lo straordinario. Ma guardiamo oltre. Dice Marchionne (nella nitida intervista a Ezio Mauro di ieri): “Il no allo sciopero riguarda solo gli straordinari, è un obbligo contrattuale”. Ora, io non sono un tecnico, ma ho sobbalzato. “Solo” gli straordinari? Ma gli straordinari previsti dall’accordo sono di 120 ore obbligatorie, più 80 ulteriori. 200 ore. Ora l’orario di lavoro di un operaio “normalista” è mediamente di 173 ore, di un turnista di 160 ore. (Di 26 giorni al mese per gli impiegati, che lavorano il sabato). Dunque 200 ore valgono, per l’operaio che fa i turni, almeno un mese e una settimana in più: è come se il suo anno lavorativo fosse di tredici mesi e otto giorni. E “solo” in quel mese e otto giorni in più, dice Marchionne, non si può scioperare. E questa non è una liquidazione del diritto di sciopero? E perché mai non si potrebbe? Una giustificazione – fasulla, ma ancora ancora – sarebbe che gli straordinari, essendo facoltativi e volontari, possono essere scambiati con la rinuncia a scioperare: ma abbiamo visto che non lo sono.
Si osservi che non esiste alcuna norma analoga – di esclusione degli straordinari dallo sciopero – nel lavoro in Italia, e nemmeno alcun contratto che sancisca la rinuncia allo sciopero, anche temporanea. Esiste bensì l’autoregolamentazione – che non a caso si chiama così – nei pubblici servizi; o norme pratiche, come la moratoria degli scioperi nei tre mesi precedenti la scadenza di un contratto, quando si sia presentata la piattaforma del rinnovo.
Ho fatto questo esempio per cominciare, e per legarmi alle parole non equivoche dello stesso Marchionne. Però, secondo la lettera dell’accordo, non sono affatto “solo” gli straordinari, ma tutte le condizioni contemplate –cioè tutte in assoluto, dato che l’accordo sostituisce per intero il contenuto del contratto nazionale e dei contratti precedenti– a escludere lo sciopero, sia quello collettivo che quello individuale, pena misure disciplinari che arrivano al licenziamento, e che sono in ultima istanza di esclusiva pertinenza dell’azienda. Questa enormità può essere offuscata a bocce ferme dalla fraseologia dell’accordo, ma diventerebbe immediatamente materia giuridica al momento in cui intervenisse la prima misura disciplinare a carico di operai, gruppi o singoli, che si fermassero di fronte a una delle mille ragioni di insopportabilità o di vessazione della produzione alla linea –ritmi insostenibili, ambiente troppo caldo o troppo freddo, disfunzioni…
Lungo tutta l’intervista Marchionne tiene un tono risentito che è probabilmente sincero, e non ha bisogno di chiamare in ballo buona o mala fede: magari di una falsa coscienza. Gli sembra, in sostanza, di essere misconosciuto, che questi operai non gli siano abbastanza grati. Forse gli ha fatto impressione quell’idea azzardata di Chiamparino, che bisognasse srotolargli ai piedi il tappeto rosso. (Il tappeto rosso richiama il tapis roulant, e questo i “Tempi Moderni” e “Charlot”, e così torniamo al punto). Marchionne, che ammette – come tutti, ormai – un difetto di comunicazione delle sue ottime ragioni, ha una tendenza sorprendente a vedersi come autore di forti sacrifici. Come quando si è paragonato agli operai per la sua vita dura e senza ferie. Se avesse trattato pacatamente delle cose di cui parla nell’intervista, o nella conversazione telefonica con lo pseudo-Vendola (in cui, come succede spesso, chi fa lo scherzo ne viene fuori male, e chi lo subisce diventa simpatico) le cose sarebbero andate in porto ragionevolmente e responsabilmente. Dunque è difficile pensare che non interessasse, a lui e ai suoi, farsi la fotografia col piede sulla schiena della Fiom e degli operai. Rispetto a questa tentazione, non occorre ripetere, nonostante la scelta dell’azienda e degli altri sindacati di fare buon viso a cattivissimo gioco, che la sfida, nella sua preponderante parte simbolica, l’hanno persa, e con tutti: con quelli del No, e con quelli del Sì perché non c’è alternativa. Quelli del Sì per convinzione della bontà del piano industriale, bisogna cercarli col lanternino. E la proporzione di chi ha votato No rispetto ai tesserati della Fiom, e ancora più eloquentemente dei votanti per la Fiom nelle elezioni per la Rsu – circa tre a uno – misura la portata della sconfitta.
Ora sottolineano che conta il risultato, e si passa ai fatti. Ci si passerà molto lentamente: ma intanto è chiaro che mentre l’accordo chiude in una gabbia rigidissima l’insieme dei doveri operai, e le relative sanzioni – cioè fino al licenziamento – ignora bellamente qualunque impegno dell’azienda, e a maggior ragione delle sanzioni eventuali. E’ unilaterale, semplicemente. Do niente, ut des tutto. L’hanno riconosciuto osservatori dei più competenti e dei più neutrali. Ora, non si tratta né di distrazione padronale, per così dire (i padroni sono distratti davvero, col personale), né di mera arroganza. Ho sentito Mucchetti – da cui imparo parecchio – all’“Infedele” l’altra sera invitare alla ottimistica eventualità che gli operai dei paesi emergenti facciano presto e bene la loro strada verso la democrazia, che integri il miglioramento economico e sociale: magari, infatti. Però per il momento va molto più in fretta la retrocessione della democrazia dove è più antica che non la sua avanzata dove non c’è, e in Cina il tempo dei diritti è assai più lento di quello dell’espansione economica (più 10,1 l’anno scorso, un punto in più del 2009). Per completare il lato pessimistico del ragionamento (dopodiché, su fratelli e su compagni!), temo che sia molto più forte e rapida l’attrazione “occidentale” per il modello autoritario cinese, che non quella cinese per il modello democratico occidentale. In nome dello stato di necessità globale: sfrenata concorrenza produttiva, e insieme urgente emergenza ecologica, si affrontano “meglio”, ahimè, con una dose crescente di dispotismo. I capi della Cina comunista-ipercapitalista decretano che il modello democratico non vale alla loro longitudine: i nostri manager (e politici) sono inclini a pensare che il modello autoritario sia il più adatto alla scala planetaria. Sembrerà loro sempre di più che la democrazia, nel mondo globale, è un lusso, dunque qualcosa di innaturale che non possiamo più permetterci; così come l’ecologia, l’abbandono progressivo del petrolio e delle automobili private, e la diplomazia. Alla guerra come alla guerra. E vogliamo andare alla guerra con un braccio legato dietro la schiena? (E la tendinite, e il tunnel carpale, e il mal di schiena, e vent’anni di catena di montaggio, e il primo giorno di malattia pagato?).