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sabato 19 aprile 2014

Operaio Fiat : Marchionne, m’hai spezzato il cuore


Pomigliano. 
Operaio Fiat entra in fabbrica con una t-shirt ironica: «Marchionne, m’hai spezzato il cuore»


Pomigliano. Da più di due anni a questa parte, cioè da quando è iniziata la produzione della Panda, è il primo operaio della Fiat di Pomigliano che ha trovato il coraggio di protestare apertamente contro Marchionne all’interno della grande fabbrica automobilistica.

Una protesta a ogni modo pacifica e ironica quella di Salvatore Tramontano, 37 anni, che stamattina si è presentato al cancello dello stabilimento indossando una maglietta raffigurante metà cuore spezzato davanti, l’altra metà dietro, e che riporta un pensiero in rima dedicato all’amministratore delegato del Lingotto:

“Sei anni fa mi hai mollato perché di me non ti è mai importato,
 in terra straniera te ne sei andato ed a me il cuore hai spezzato”.



Salvatore era stato messo in cassa integrazione a zero ore nel 2008. Dopo sei anni è stato richiamato per la prima volta al lavoro in questi giorni e quindi invitato a presentarsi stamattina per il corso di formazione.

L’operaio Fiat è rimasto indignato dall’operazione “ cuore infranto ” messa a segno alcuni giorni fa dall’azienda, l’impacchettamento col cellophane delle auto straniere dei dipendenti parcheggiate nei piazzali delle fabbriche italiane del gruppo.




La Fiat impacchetta le auto dei dipendenti infedeli 


Singolare campagna di marketing della Fiat: le auto dei dipendenti "infedeli" sono state impacchettate. Su tutte la scritta: "Vederti con un'altra ci ha spezzato il cuore.

Sono state fasciate come un pacchetto regalo, ma non per una sorpresa da compleanno. Semmai, la sopresa è stata più simile ad uno sbigottimento: quello di alcuni dipendenti Fiat, che ritornando alla loro auto, lasciata su piazzale Caio Mario, l’hanno ritrovata completamente impacchettata con un telo. Il motivo? I dipendenti possedevano auto della concorrenza: infatti, sulle auto, oltre al telo, i lavoratori hanno trovato anche un disegno di un grande cuore spezzato, con la scritta: “Vederti con un’altra ci ha spezzato il cuore”.

La Fiat impacchetta le auto dei dipendenti infedeli „La strana dichiarazione di amore, in realtà, è una campagna di marketing, che ha come obiettivo incentivare i dipendenti ad acquistare auto made in Fiat. La campagna, ideata dai creativi di So Simple, vuole simpaticamente far leva sugli “infedeli”, offrendo una tariffa scontata del 26%.
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NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

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venerdì 5 luglio 2013

Laura Boldrini scrive a Marchionne



Laura Boldrini declina l’invito fattole da Sergio Marchionne
 di visitare lo stabilimento in Val di Sangro.
 In una lettera , la presidente della Camera dice no alla ”gara al ribasso sui diritti” 
e spiega che per ”impegni istituzionali gia' in agenda” non puo’ accogliere l’invito
 alla cerimonia del 9 Luglio in Val di Sangro.


"Gentile dott. Marchionne, La ringrazio per la sua cortese lettera del 28 Giugno e per l'invito che mi ha rivolto. Lei ha giustamente notato il mio interessamento ai temi del lavoro, in questa particolare fase di crisi economica.
Non si tratta soltanto di sensibilità personale. Ritengo un dovere per chi rappresenta le istituzioni dedicare il massimo impegno al tema del lavoro in tutte le sue declinazioni: la disoccupazione giovanile, la precarietà, la perdita del posto per persone non più giovani e con famiglia". 

"Così come il lavoro da reinventare e ripensare sotto nuove forme e in chiave di innovazione e di produttività. Cerco, per questa ragione, di sollecitare, per quanto è nelle mie facoltà, l'esame di proposte di legge di iniziativa governativa o parlamentare che si propongono di stimolare e incoraggiare nuova occupazione. E cerco quanto più possibile di incontrare sia le delegazioni di lavoratori che vengono a Roma per far sentire la loro voce al Governo e al Parlamento, sia i piccoli e medi imprenditori che tentano una via di uscita dalla crisi. Sarebbe grave se in un momento così difficile per le famiglie italiane i Palazzi della politica si chiudessero in se stessi e non si mostrassero aperti a tali istanze"

"Questi incontri, e i tanti che svolgo nelle città italiane, insieme alle decine di migliaia di lettere e messaggi che ho ricevuto finora, mi danno il senso dello stato di salute della nostra economia e dei suoi numerosi punti di criticità. In particolare emerge la portata del processo di deindustrializzazione che colpisce aree sempre più vaste del nostro Paese. Per ogni fabbrica che chiude e per ogni impresa che trasferisce la produzione all'estero, centinaia di famiglie precipitano nel disagio sociale e il nostro sistema economico diventa più povero e più debole nella competizione internazionale".
"Siamo consapevoli che bisogna invertire quanto prima questa tendenza e ognuno di noi può fare qualcosa di utile. La politica, certamente, ma anche il mondo sindacale e quello imprenditoriale. Tutti siamo chiamati a sfide nuove".

"La mia esperienza di vita e di lavoro mi ha spinto a guardare tutto questo in un'ottica globale e a rendermi conto che non servono soluzioni di corto respiro. Il livello e l'impatto della crisi sono tali da imporre un progetto del tutto nuovo, una politica industriale che consenta una crescita reale, basata su modelli di sviluppo sostenibile tanto a livello economico, quanto sociale e ambientale. Lei concorderà che le vecchie ricette hanno fallito e che ne servono di nuove".

"Affinché il nostro Paese possa tornare competitivo è necessario percorrere la via della ricerca, della cultura e dell'innovazione, tanto dei prodotti quanto dei processi. Una via che non è affatto in contraddizione con il dialogo sociale e con costruttive relazioni industriali: non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa".

"Tutto questo mi porta a guardare con particolare interesse alla condizione e al ruolo della Fiat, sia in Italia sia all'estero, e ascoltare le ragioni di quanti partecipano attivamente a una realtà così importante".

"Impegni istituzionali già in agenda purtroppo non mi consentono di accogliere l'invito alla cerimonia del 9 Luglio in Val di Sangro. Certa che non mancheranno ulteriori occasioni di confronto, Le invio i più cordiali saluti".

 Laura Boldrini



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giovedì 20 settembre 2012

Ora chiedete scusa alla Fiom


Il cappio di Pomigliano, i bluff di Marchionne

 Nella conversazione con il direttore, Ezio Mauro, il manager della Fiat ha spiegato perché gli investimenti promessi con il progetto Fabbrica Italia non si possono più fare. «In Italia l’auto e’ precipitata in un buco di mercato senza precedenti, un mercato colato a picco, ritornato ai livelli degli anni 60. Abbiamo perso di colpo 40 anni. Il paese – ha spiegato Marchionne – soltanto un anno fa era fallito. Lo avevamo perduto. Solo l’intervento di un attore credibile ha saputo riprendere l’Italia dal baratro in cui era finita e risollevarla. E qualcuno vorrebbe che Fiat si comportasse tranquillamente come quando c’era il sole? O è una imbecillità pensare questo o è una prepotenza, fuori dalla logica».
Incalzato da Mauro sulla responsabilità nazionale di un’azienda che ha ricevuto soldi ha risposto così. «Scusi, se il quadro è quello che le ho fatto, e certamente lo è, si immagina cosa farebbe qualunque imprenditore al mio posto? Cosa farebbe uno straniero, in particolare un americano, un uomo d’azienda con cultura anglosassone? Dovreste rispondervi da soli». E ancora: «In questa situazione drammatica, io non ho parlato di esuberi, non ho proposto chiusure di stabilimenti, non ho mai detto che voglio andar via. Le assicuro che ci vuole una responsabilità molto elevata per fare queste scelte oggi».
Marchionne ha poi detto che la Fiat rimarrà in Italia, compensando le perdite sul mercato italiano ed europeo con i guadagni accumulati sul mercato americano. Ma per farlo, ha detto, c’è bisogno dell’aiuto dello stato italiano: «Mi impegno, ma non posso farlo da solo. Ci vuole un impegno dell’Italia». E così, dopo aver menomato i diritti del lavoro perché lo esigeva il mercato, il grande manager con pullover chiede allo stato di assumersi i rischi che nel mercato spetterebbero agli imprenditori.

Piange il telefono (da intonare come la celeberrima canzone di Mimmo Modugno). Piange il telefono della Fornero, abituata alle performance lacrimose, che ha lanciato il suo duro penultimatum all’amministratore delegato della Fiat. “Marchionne lo sento spesso (e cosa vi dite, di grazia), mi ha detto che sarebbe andato negli Stati Uniti (week end lungo si direbbe…). Gli ho dato alcune date per incontrarci, ma il telefono non è ancora squillato”. Povera Fornero! Proprio lei. Che con un alzata di sopracciglio stende i sindacati e lascia sul campo morti e precari. Proprio lei viene snobbata dall’imprenditore che più ha ispirato la versione di Elsa, quella dell’agir pubblico contro gli interessi della maggioranza degli italiani. Povera Fornero, a parte i titoli a nove colonne che le dedicano i giornali, in preda al panico pur di risollevare le fortune del compianto governo dei tecnici, si ritrova ad essere sempre più la caricatura di se stessa. La ministra inesistente, come giustamente l’ha definita Luciano Gallino, in buona compagnia di altri famosi inesistenti, da Passera a Profumo, passando per Ornaghi e Catania. Ministri a due dimensioni, meglio se catodicamente a favore di inquadratura. La dimensione del mercato-dio, alla quale ci si inchina in nome e per conto nostro. E poi la dimensione del proprio ego, l’assunzione impavida e grave della responsabilità di essere i migliori, sempre nostro malgrado. Quelli che ci volevano, quelli che non si capiva perché non fossero stati ancora scoperti, quasi che la politica fosse un palcoscenico di talent show sul quale finire a spinte e raccomandazioni. Sempre per il bene nostro.
Ai ministri di Monti, che delle caratteristiche antropologico-ideologiche precedenti è l’eponimo, da cui la vague chiamata pomposamente del “montismo”, manca la terza dimensione e, per chi sa che il mondo ne ha almeno quattro, sfugge addirittura l’esistenza della quarta. Le altre due dimensioni sono, in primo luogo, quella del valore generale delle istituzioni, delle istituzioni democratiche e repubblicane. Bei tempi quando due ministri della Repubblica, Brodolini e Donat Cattin, un socialista ed un democristiano, amavano ripetere “non sono il ministro del lavoro, sono il ministro dei lavoratori”. Sono gli stessi che costruirono la legge 300/70, altrimenti nota, o famigerata a sentire gli attuali ministri, come Statuto dei lavoratori. Era il tempo della crescita economica ma anche dei diritti. All’epoca l’Italia aveva i salari più alti d’Europa e la Fiat era il primo produttore di auto in Europa. Oggi siamo ai salari da fame e sempre la Fiat, di Marchionne e dei fantasmi degli Agnelli, perde almeno il doppio delle altre case automobilistiche, raggiungendo tristi primati, da negozio ai saldi di fine stagione. Lo stesso Donat Cattin convocava la Fiat con i carabinieri, anche se Fornero potrebbe forse risponderci che per acchiappare Marchionne l’americano ci vorrebbe l’FBI.

La cosa che più mi indigna è questa resipiscenza tardiva, questo risveglio dal “sogno” di Fabbrica Italia, la favoletta che aveva fatto dormire sonni tranquilli anche al pupo Renzi. E invece aveva ragione la Fiom! L’incubo, altro che sogno, è partito con il referendum-ricatto di Pomigliano. Doveva essere unico, irripetibile. Un sacrificio, umano, sull’altare della produttività da riconquistare. Il governo dell’epoca plaudì, molti anche di centrosinistra fecero lo stesso. Poi sono cominciate le discriminazioni, l’estensione del cappio di Pomigliano a tutte le fabbriche, poi le condanne contro l’azione discriminatoria dell’azienda, fino allo svelamento dell’inganno coltivato fin dall’inizio. Fabbrica Italia non è mai esistita, bastava vedere le richieste di fondi europei per consentire la dismissione di rami secchi (proprio come si fece per la metallurgia), che ha visto la netta opposizione della VolksWagen in primis. La produttività non c’è perché non c’è il prodotto. E il governo non c’è poiché non c’è uno straccio di politica industriale. Le uniche leggi fatte sono state quelle che hanno generalizzato il marchionnismo, dall’articolo 8 della legge Tremonti che smonta il contratto nazionale, all’abolizione dell’articolo 18 scritto nella pessima legge sul mercato del lavoro di Fornero.
Insomma, la quarta dimensione mancante è quella del tempo in cui vivono le persone reali. Il tempo della crisi che abita l’esperienza quotidiana. Di questo governo abbiamo sempre detto che non ci convinceva, che stava scavando un solco tra la società e le istituzioni. Oggi, dopo Alcoa, Sulcis, Ilva e Fiat siamo all’impotenza eretta a sistema, ridotti a mettere il sale sulla coda all’impresa multinazionale. Per ritrovare questa dimensione di governo dei processi e non solo di amministrazione dell’esistente, va ricostruito dalle fondamenta il senso e la funzione della rappresentanza. Quel senso che icasticamente raccontavano i “ministri dei lavoratori”.

 da Gennaro Migliore 


Fiat, Landini: senza investimenti addio Fiat 
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 LANDINI , FIOM- "La cosa che dice Marchionne ovvero che gli investimenti sono rinviati al 2014 vuol dire altri due anni minimo di cassa integrazione dopodiché il rischio è che l'Italia perda il settore dell'auto", così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini parlando a Milano a margine del Milano Film Festival.

Fiat condannata a reintegrare 145 tute blu Fiom


Fiat condannata a Pomigliano: dovrà reintegrare 145 tute blu Fiom

Tribunale Roma, operai sono stati discriminati. Per 19 iscritti anche tre mila euro per danno


 http://cipiri5.blogspot.it/2012/06/fiat-condannata-reintegrare-145-tute.html

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lunedì 17 settembre 2012

Marchionne: “Fabbrica Italia non c’è più”


“Per chi aveva ancora dei dubbi o forse in questi anni guardava da un altra parte, pensando che il problema del mercato dell’auto fosse la Fiom e i lavoratori che difendono i diritti e la dignità, è arrivato l’ennesimo annuncio di Marchionne: “Fabbrica Italia non c’è più”, che conferma semplicemente quanto annunciato già l’anno scorso: “il Piano Fabbrica Italia non esiste, è solo una dichiarazione di intenti, l’espressione di un indirizzo strategico” (ottobre 2011).
Stupisce che solo un mese fa, nell’incontro con i sindacati senza la Fiom, Marchionne abbia rassicurato i Segretari Generali, che si sono affrettati in dichiarazioni ottimistiche sul futuro degli stabilimenti, senza avere visto di nuovo nessun piano produttivo e di investimenti per gli stabilimenti italiani”. E’ quanto dichiara in una nota Emanuele De Nicola, segretario generale della Fiom Cgil Basilicata.
“L’unica certezza –salvo le interferenze della Magistratura e dei lavoratori- in questa complicata vertenza l’ha ottenuta Marchionne, con la complicità dei sindacati riformisti, il quale attraverso l’Accordo separato del Dicembre 2011 ( Ccsl ), ha potuto cancellare la democrazia escludendo la Fiom nelle fabbriche, peggiorare le condizioni dei lavoratori e ottenere con la divisione degli stessi carta bianca per la più grande ristrutturazione del settore auto.
L’effetto per la Sata - prosegue De Nicola - è stato un aumento considerevole di cassa integrazione ( con una media di 2 giorni di lavoro a settimana ) e un abbattimento del salario del 30% circa.
In tutto questo fa sorridere che i firmatari dell’accordo continuino ad invocare il 2° modello, ( ancora non si sa quando e se si farà il primo), dimenticando che le richieste alla Fiat andavano fatte quando si è fatta la trattativa nel 2010, se mai c’è stata una trattativa.
Che gli obiettivi della Fiat erano altri si sapeva, basta ricordare ad esempio che la Sata prima dell’Accordo separato poteva già produrre più di 400.000 vetture all’anno, con una produttività per addetto tra le più alte nel settore ( circa 74 vetture per addetto ).
I sindacati riformisti e responsabili che hanno firmato questo Accordo senza vedere nessun progetto di investimenti e di modelli da produrre ( cambiale in bianco ), se fossero davvero responsabili dovrebbero quanto meno disdettare quel patto e aprire una discussione con i lavoratori attraverso le assemblee e non solo sui giornali, smettendo di scaricare le loro responsabilità solo sulla politica, che non ha firmato nessun Accordo, ma lo ha semplicemente avallato”.
De Nicola chiede, infine, che il Governo tecnico chiami Marchionne a un tavolo di confronto e che la Regione “alzi la voce e costruisca insieme alle Regioni con insediamenti Fiat, un tavolo interregionale con la presenza di tutti i sindacati per elaborare un progetto di politiche industriali anche con il supporto delle Università, per guardare ad una mobilità del futuro che ci liberi dalla dipendenza dal petrolio (che comunque finirà) e guardi alle tecnologie alternative”.

http://www.basilicatanet.it/basilicatanet/site/Basilicatanet/detail.jsp?sec=1005&otype=1012&id=597264

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di Alberto Piccinini, Avvocato giuslavorista membro del collegio difensivo Fiom


Fiat, Landini: senza investimenti addio Fiat 
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 LANDINI , FIOM- "La cosa che dice Marchionne ovvero che gli investimenti sono rinviati al 2014 vuol dire altri due anni minimo di cassa integrazione dopodiché il rischio è che l'Italia perda il settore dell'auto", così il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini parlando a Milano a margine del Milano Film Festival.

 http://cipiri9.blogspot.it/2012/09/fiat-su-fabbrica-italia-marameo.html

Fiat su Fabbrica Italia : Marameo!


Grazie, Raffaele Bonanni!
il manifesto | Autore: Alessandro Robecchi


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mercoledì 11 aprile 2012

Marchionne chiude in Italia

 

 

IL GRUPPO FIAT

 CONFERMA LA SEMPRE MAGGIORE 

DELOCALIZZAZIONE

Marchionne chiude in Italia,

 ma investe 200 milioni

 in Argentina

 

BUENOS AIRES (ARGENTINA) - Ormai quella I di "Italiana" dall'acronimo Fiat la si può anche levare. L'ultimo episodio, con una concatenazione dei tempi non certo casuale, dimostra che il gruppo sta lasciando sempre più l'Italia. Infatti solo la settimana scorsa il Lingotto aveva annunciato la sua decisione di chiudere lo stabilimento Irisbus di Avellino, per costruire autobus in Francia (e quindi non certo perchè in Francia è assente l'articolo 18 o perchè le buste paga sono più basse, ndr). Ed oggi annuncia l'intenzione di investire 200 milioni in Argentina, dopo un accordo fatto con la presidente Cristina Fernandez de Kirchner, per potenziale la fabbrica della Case New Holland, la divisione della Fiat che si occupa di costruire macchinari agricoli, come trattori e trebbiatrici.
In totale, nel Paese sudamericano già attualmente vengono prodotti cinque diversi tipi di trattori, oltre alla Nuova Palio. Ed ora, con questo investimento, verranno create nuove linee di prodotti "che vanno incontro alla domanda interna e degli altri mercati dell'America Latina". Questo in attesa che venga completato il nuovo stabilimento di Cordoba, annunciato l'anno scorso dallo stesso Marchionne. di Antonio Rispoli

http://www.julienews.it/notizia/economia-e-finanza/marchionne-chiude-in-italia-ma-investe-200-milioni-in-argentina/107338_economia-e-finanza_4.html
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mercoledì 20 aprile 2011

Marchionne , siamo pronti ad andare altrove






Marchionne ,

decidere subito
o siamo pronti ad andare altrove



L'ad di Fiat incontra i sindacati:
"Sull'ex Bertone decidere subito
o siamo pronti ad andare altrove"

TORINO
Le azioni giudiziarie della Fiom potrebbero mettere a rischio l’intero progetto Fabbrica Italia. Mentre serve da parte di tutto il sindacato una decisione chiara in tempi brevissimi sulla ex Bertone o l’investimento non si farà e la nuova Maserati sarà prodotta altrove. È un nuovo ultimatum quello che l’amministratore delegato, Sergio Marchionne, dà ai leader sindacali che incontra nella sede del gruppo a Torino.

La Rsu della fabbrica, a maggioranza Fiom, risponde nel giro di poche ore: l’assemblea dei lavoratori è convocata per il 2 maggio e, nello stesso giorno, si terrà il referendum sull’unico testo presentato dall’azienda, quello che prevede l’estensione alla ex Bertone del contratto di Pomigliano e Mirafiori. Ci sono tutti i big dei sindacati confederali e metalmeccanici al mattino al Lingotto. La riunione dura quasi due ore e Marchionne alla fine usa, come sempre, toni decisi.

«Fim, Uilm e Fismic - spiega Marchionne - hanno ribadito la loro condivisione dell’iniziativa, mentre la Fiom ha nuovamente espresso posizioni che impediscono di creare le condizioni necessarie per avviare l’investimento. Sarebbe infatti impossibile realizzare gli obiettivi del piano senza il consenso dell’organizzazione sindacale che conta il maggior numero di iscritti fra i dipendenti e la maggioranza nelle Rsu dello stabilimento». Marchionne dice anche che le azioni giudiziarie promosse dalla Fiom potranno condizionare lo sviluppo del programma Fabbrica Italia. Immediata la reazione del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi: «Si potrebbe profilare una situazione molto preoccupante - afferma - per il futuro dell’auto a Torino e in Italia». E aggiunge che il governo «non resterebbe certo spettatore di fronte al prodursi di una situazione critica».

I leader di Cisl e Uil e la Fismic chiedono a Marchionne che, se l’investimento alla ex Bertone non si potrà fare, la Maserati sia comunque prodotta in Italia. Una richiesta che la Fiat «si riserva di tenere in considerazione». «Ho la sensazione che una serie di scelte precedenti continuino a pesare e non ci sia la volontà di cambiare pagina», afferma la numero uno della Cgil, Susanna Camusso che rimanda alla decisione delle Rsu. «Non è accettabile - dice il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini - scaricare sui lavoratori e sulle lavoratrici della Bertone la decisione di uscire dal contratto nazionale e la decisione di fare o meno l’investimento annunciato».


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domenica 1 agosto 2010

IL MARCHIONNE DEL GRILLO


«Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione, «no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi «conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia, ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni italiani.
Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti, tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta, con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo» per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior sorte.
«La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti, trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo) sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1) volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B (Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi. Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria, nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione imbarazzante, un reportage da Marte.
Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne: «L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un accordo con il governo o i sindacati.
Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come, non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta. Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di oggi.

di Loris Campetti (il Manifesto del 29 luglio 2010)

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