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lunedì 5 novembre 2012

Alcoa spenta



Spente le ultime due celle dello stabilimento sardo. In Italia non si produce ufficialmente più l'alluminio. 
 
L'amarezza dei lavoratori: "Continueremo la lotta".

Sono state spente le due ultime celle dell'Alcoa, lo stabilimento di Portovesme, in Sardegna, che produce alluminio. L'ultimo in Italia. Con lo spegnimento della cella 1.124 e 1.126 si è anche spento il sogno dei circa 500 lavoratori rimasti di vedere l'azienda andare avanti. Tutti si erano impegnati per trovare una soluzione, gli operai avevano proposto piani alternativi giudicati impraticabili. Intanto lo stabilimento si è fermato, e i lavoratori sanno che ora farlo ripartire sarà cento volte più difficile, nonostante il ministero dello Sviluppo Economico Corrado Passera abbia assicurato di voler curare con particolare attenzione la filiera dell'alluminio.

''Con il cuore a pezzi e dopo 22 anni di lavoro posso dire che oggi abbiamo perso il lavoro'', dice Andrea Cacciarru, tecnico e delegato sindacale della Rsu. "Ironia della sorte - commenta Daniela Piras, segretaria della Uilm del Sulcis - la morte della fabbrica cade proprio nel giorno della celebrazione dei defunti. I lavoratori sono in lutto ma la protesta non si ferma''. Di proteste ce ne sono state tantissime, a Cagliari come a Roma, fino alla decisione di arrampicarsi a 60 metri di altezza con lo striscione "Pronti a tutto".

L'azienda nasce circa 40 anni fa. Creatura delle Partecipazioni Statali nel 1996 viene venduta alla multinazionale Alcoa, che ha deciso di chiudere lo stabilimento italiano anche in seguito alla crisi economica internazionale e dell'innalzamento dei prezzi energetici, e nonostante la produzione dell'alluminio continui a dare buoni risultati.

La chiusura dello stabilimento è ovviamente anche una brutta botta per la Sardegna, che perde un altro pezzo di produttività e di possibilità di occupazione.

I lavoratori di Alcoa dovevano essere in piazza il 6 novembre, ma non è stata concessa piazza Montecitorio, e quindi la manifestazione è stata rimandata.-


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mercoledì 11 aprile 2012

Marchionne chiude in Italia

 

 

IL GRUPPO FIAT

 CONFERMA LA SEMPRE MAGGIORE 

DELOCALIZZAZIONE

Marchionne chiude in Italia,

 ma investe 200 milioni

 in Argentina

 

BUENOS AIRES (ARGENTINA) - Ormai quella I di "Italiana" dall'acronimo Fiat la si può anche levare. L'ultimo episodio, con una concatenazione dei tempi non certo casuale, dimostra che il gruppo sta lasciando sempre più l'Italia. Infatti solo la settimana scorsa il Lingotto aveva annunciato la sua decisione di chiudere lo stabilimento Irisbus di Avellino, per costruire autobus in Francia (e quindi non certo perchè in Francia è assente l'articolo 18 o perchè le buste paga sono più basse, ndr). Ed oggi annuncia l'intenzione di investire 200 milioni in Argentina, dopo un accordo fatto con la presidente Cristina Fernandez de Kirchner, per potenziale la fabbrica della Case New Holland, la divisione della Fiat che si occupa di costruire macchinari agricoli, come trattori e trebbiatrici.
In totale, nel Paese sudamericano già attualmente vengono prodotti cinque diversi tipi di trattori, oltre alla Nuova Palio. Ed ora, con questo investimento, verranno create nuove linee di prodotti "che vanno incontro alla domanda interna e degli altri mercati dell'America Latina". Questo in attesa che venga completato il nuovo stabilimento di Cordoba, annunciato l'anno scorso dallo stesso Marchionne. di Antonio Rispoli

http://www.julienews.it/notizia/economia-e-finanza/marchionne-chiude-in-italia-ma-investe-200-milioni-in-argentina/107338_economia-e-finanza_4.html
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mercoledì 14 settembre 2011

Fiat chiude l'Irisbus




La Fiat chiude l'Irisbus e manda per strada centinaia di lavoratori. Cgil: la Fiat ripaga il Paese chiudendo gli stabilimenti



Non avremmo mai voluto dare una notizia così drammatica. L'attività dello stabilimento Irisbus di Valle Ufita cesserà. Questo quanto ha stabilito la Fiat dopo la rinuncia del Gruppo Dr all'acquisto della fabbrica. Irisbus Italia, società dell'Iveco, spiega che «di fronte all'impossibilità di portare a termine l'unica soluzione individuata, che consentiva l'avvio di una nuova iniziativa imprenditoriale ed industriale per assicurare continuità al sito, l'azienda sarà costretta, suo malgrado, ad avviare le procedure consentite dalla legge per cessare le attività dello stabilimento». La società poi trova una scusa inaccettabile e se la prende con chi ha 'strumentalizzato' la vicenda perché, a suo dire, avrebbe compromesso la verifica della «nuova soluzione industriale delineata, che avrebbe garantito prospettive di occupazione e di reddito». Nella nota la società spiega anche i motivi economici che hanno determinato una scelta così tragica: abbiamo subito «molto duramente gli effetti della grave crisi che ha colpito il mercato degli autobus urbani in Italia, le cui immatricolazioni si sono drammaticamente ridotte. Ciò ha determinato una progressiva e costante contrazione dei volumi produttivi dello stabilimento, che sono passati dai 717 veicoli del 2006 ai soli 145 autobus, di cui meno di 100 urbani, dei primi sei mesi del 2011. Due mesi di approfondimenti ed incontri, anche mediante l'istituzione di tavoli tecnici ad hoc, hanno confermato che la situazione attuale delle gare e le previsioni per il medio periodo continuano ad evidenziare un trend di forte contrazione della domanda, peraltro fortemente condizionata, nell'attuale congiuntura, dalla scarsità di fondi pubblici, che non consente di mantenere un'offerta competitiva e di proseguire l'attività industriale dello stabilimento di Valle Ufita».

La Cgil attacca duramente: «Come previsto la Fiat non attende un secondo per creare ulteriore tensione nello stabilimento Irisbus della Valle Ufita annunciando la cessazione dell'attività e le procedure conseguenti». Per il segretario confederale della Cgil, Vincenzo Scudiere, «adesso in questa situazione c'è bisogno che il governo si assuma tutte le responsabilità: palazzo Chigi convochi l'incontro nel più breve tempo possibile e rifletta sul favore che fa con l'articolo 8 alla Fiat che ripaga il Paese con la chiusura di uno stabilimento importante, l'unico che produce autobus in Italia».


http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=17568&catid=36&Itemid=68


ML.
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lunedì 4 ottobre 2010

A LECCE CHIUDE LA MANIFATTURA TABACCHI



L’ULTIMA SIGARETTA - A LECCE CHIUDE LA MANIFATTURA TABACCHI:

 500 famiglie del Salento sul lastrico - strano Perché il fumo rende e rende tantissimo. Nel 2009 139 milioni di utili su 618 milioni di fatturato. Una redditività da record: 22 euro di profitti ogni 100 di ricavi - Uscito di scena Baldassarre, inciampato in un paio di inchieste giudiziarie tra cui quella per aggiotaggio sulla privatizzazione Alitalia, il board dell’azienda inglese può contare su Aurelio Regina, il rampantissimo presidente degli Industriali romani....


Vittorio Malagutti per "Il Fatto Quotidiano"
BAT Il fumo, si sa, nuoce gravemente alla salute. Di questi tempi però 500 famiglie del Salento hanno disperatamente bisogno di sigarette. Ne va del loro futuro, della loro vita. Da quando, un paio di settimane fa, la British American Tobacco, filiale dell'omonima multinazionale del tabacco, ha annunciato la chiusura del suo stabilimento di Lecce, il destino dei dipendenti è appeso a un filo.
Quello di un progetto di riconversione industriale che la stessa Bat si è impegnata a sostenere. Solo parole. Promesse. Ma intanto "Lecce chiude", confermano i portavoce della società inglese, un colosso attivo in tutto il mondo con ricavi globali per oltre 16 miliardi di euro. I giochi sono fatti. La sentenza scritta. L'impianto si ferma forse già entro fine anno.
GAETANO QUAGLIARIELLO Protestano i sindacati. L'arcivescovo Domenico D'Ambrosio chiede all'azienda di ripensarci. Scende in piazza anche il sindaco di centrodestra Paolo Perrone, alla guida di un'amministrazione, quella di Lecce, sull'orlo della bancarotta. Niente. Lo stabilimento salentino costa troppo. E allora bisogna "rivedere l'assetto produttivo del gruppo", spiegano i documenti aziendali.
Certo fa impressione confrontare queste dichiarazioni con i dati di bilancio della Bat Italia. Perché il fumo rende e rende tantissimo. Nel 2009 la filiale nostrana della British American Tobacco ha realizzato la bellezza di 139 milioni di utili su 618 milioni di fatturato. Una redditività da record: 22 euro di profitti ogni 100 di ricavi. Sono i risultati migliori da molti anni a questa parte. Risultati che hanno garantito 120 milioni di dividendi alla casa madre di Londra.
Aurelio Regina IL SALOTTO BUONO TABAGISTA - Eppure a Lecce si chiude. Lo ha deciso il consiglio di amministrazione presieduto da Francesco Valli, un manager lobbista con la passione della politica. Valli tra l'altro presiede la Fondazione Magna Charta, il gruppo di ultras conservatori, nonché liberali e liberisti, fondato dal senatore pidiellino Gaetano Quagliariello. Una sorpresa? Mica tanto. La Bat italiana è da sempre molto attenta agli equilibri romani.
Fino a marzo tra gli amministratori si dava da fare anche l'ex presidente della Corte costituzionale,il berlusconiano Antonio Baldasarre, di recente inciampato in un paio di inchieste giudiziarie tra cui quella per aggiotaggio sulla privatizzazione Alitalia. Uscito di scena Baldassarre, il board dell'azienda inglese può comunque contare sulla collaborazione di Pierluigi Celli, l'ex direttore generale della Rai ora a capo dell'università confindustriale Luiss, e di Aurelio Regina, il rampantissimo presidente degli Industriali romani.
QUESTIONE DI PREZZO (POLITICO) - Nomi noti, personaggi influenti e soprattutto trasversali, ben piazzati a destra come nel centrosinistra. Gente così non serve soltanto a dare lustro al consiglio. Il fatto è che il business del tabacco non ha esattamente un'immagine smagliante, bersagliato com'è dalle campagne salutiste dei governi. Senza contare che il prezzo delle sigarette, per il 75 per cento assorbito dalle tasse, viene regolato dallo Stato. Ecco perché un aiutino a Roma fa sempre comodo.
ANTONIO BALDASSARE Certo, c'è il contesto globale da considerare. I fumatori aumentano solo nei paesi in via di sviluppo. E allora è lì che si concentrano gli investimenti. Nel 2000 Bat controllava 83 stabilimenti nel mondo. Adesso sono 50 e dal 2008 hanno chiuso i battenti impianti in Danimarca, Lettonia e Turchia. Il mercato si restringe anche in Italia. L'anno scorso il consumo di sigarette è calato del 3 per cento. E i marchi del gruppo inglese hanno perso proporzionalmente ancora di più: meno 6,2 per cento.
E allora per continuare a guadagnare, anzi, per guadagnare di più, bisogna tagliare, ripensare la logistica, gestire il business di ogni Paese in un'ottica sempre più globale. Risultato: Lecce non serve più. In futuro nel nostro Paese verranno vendute soltanto sigarette prodotte altrove, di preferenza nell'Europa orientale. E così l'ultima fabbrica italiana della Bat, quella da cui escono i pacchetti con il marchio Ms, si avvia alla rottamazione. Strano. Perché solo l'anno scorso il gruppo britannico ha investito oltre 10 milioni di euro per rinnovare i macchinari dello stabilimento salentino.
Luca di Montezemolo LA STRANA STRATEGIA DEI TAGLI - Investire per poi tagliare? Una strategia a dir poco singolare. Ed è recentissimo anche l'ultimo accordo con i sindacati per gestire 75 tagli a livello nazionale: porta la data del 14 luglio 2009, con tanto di piano industriale valido dal 2009 al 2011 dove si confermava la centralità della fabbrica pugliese.
Giancarlo Elia Valori Adesso però la Bat ha scoperto che Lecce non serve più. Londra dispone. Roma esegue. E' questo l'epilogo paradossale, (peggio, tragico) di una storica privatizzazione, quella dell'Ente tabacchi italiani (Eti), l'ex Monopolio di Stato per i tabacchi. Nel dicembre 2003 l'operazione fu annunciata tra squilli di tromba e rulli di tamburi dal governo Berlusconi in carica a quel tempo. Un carrozzone di Stato vecchio e malandato passava alla Bat per il prezzo record di 2,35 miliardi di euro.
Per gli inglesi ne valeva la pena. L'acquisizione serviva a spiazzare storici concorrenti della Philip Morris, saldamente insediati nella Penisola grazie a un contratto di produzione con l'Eti. Ebbene, una volta messe le mani sugli ex monopoli italiani, il gruppo britannico non ha fatto altro che vendere, tagliare, chiudere. Il sigaro toscano è andato alla famiglia bolognese Maccaferri, in cordata con Luca di Montezemolo e Aurelio Regina, lo stesso che siede nel consiglio della Bat italiana.
Francesco Valli Una holding presieduta dal potente Giancarlo Elia Valori si è invece comprata lo stabilimento di Chiaravalle, nelle Marche. Nel 2008 si è fermato per sempre l'impianto di Rovereto, in Trentino. Quello di Bologna (sette capannoni, 100 mila metri quadrati), dopo lo stop alla produzione è stato ceduto alla regione Emilia Romagna che progetta di costruire un polo tecnologico e di ricerca. Nel giro di quattro anni i dipendenti del gruppo si sono quasi dimezzati. Erano quasi 1.300 nel 2006, adesso sono circa 700. Puntiamo tutto su Lecce, garantiva Valli. E invece no. Chiusura in vista. Così in Italia della grande privatizzazione del 2003 non resteranno più neppure le briciole.

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venerdì 26 marzo 2010

la storica calze OMSA chiude ...........




Mentre si festeggia l'8 Marzo e si approvano decreti ad-partitum la storica calze OMSA chiude i battenti con destinazione Serbia

Non compriamo + calze OMSA E GOLDEN LADY, cosi' dimostreremo solidarieta' e qst padroni capiranno ke nn si puo' fare usa e getta...!!!

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