"Speriamo che scompaia questo dogma del lavoro.
Poincaré, uno dei più grandi scienziati al mondo,
lavorava 3 ore al giorno, come Darwin. Dobbiamo lavorare di meno non di più. Ma noi mettiamo ancora al centro il lavoro". Così Beppe Grillo sul suo blog, in un lungo intervento incentrato proprio sul tema del lavoro. "Oggi abbiamo 8 milioni di poveri, persone che sono sotto la soglia di povertà e i due terzi ha tre lavori. Quindi il lavoro non garantisce più nulla - secondo Grillo - É il reddito che ti inserisce nella società o ti espelle da essa se non hai reddito".
Per il garante del M5S, dunque, solo con "un'istruzione universale adeguata per tutti e un reddito
universale per tutti" possiamo "risolvere alcuni problemi che avremo, come milioni di persone
disoccupate, milioni di migranti, milioni di disperati. Ci costerà di meno dargli un reddito che non cercare di gestirli con la sicurezza, la sanità, le prigioni". "Abbiamo un futuro che dobbiamo capire adesso o ci investirà in pieno - rimarca Grillo - Dovremo capire i flussi, capire come e cosa consumiamo, capire i flussi nelle città e quindi progettare quartieri diversi, capire che andiamo verso le città-stato, verso una politica che si fa con un tweet e cosi cambia tutto, lavoro, politica, tutto".
"Dobbiamo cominciare a ragionare sulla scuola, sui giovani, sui ragazzi - l'invito di Grillo - dobbiamo cercare di fargli esprimere i loro talenti, noi in Italia abbiamo dei Leonardo da Vinci che magari fanno i designer di automobili, abbiamo degli Shakespeare che fanno i direttori di risorse umane". Siamo pieni di talenti, è inutile che ci buttiamo nell'economia del produrre più frigoriferi, macchine, industrie o altro.
Noi dobbiamo produrre il vero nostro valore, che è la cultura, la bellezza, l'intelligenza. I nuovi lavori saranno tutti di creatività, in cui siamo i numeri 1. Diamo la possibilità ai ragazzi di non fare qualsiasi lavoro, non se lo meritano - l'auspicio del garante del M5S - Non può uno fare qualsiasi lavoro pur di
sopravvivere o perché è più richiesto dal mercato. Tiriamo su ragazzi che sono pieni di frustrazioni.
Ognuno deve seguire il proprio talento. Lo stato deve dare alcune cose a tutti".
Grillo indica i "due paradigmi che ci porteranno nel futuro", ovvero "un’istruzione universale adeguata per tutti e un reddito universale per tutti". "Tutti devono avere un reddito - sottolinea -. Un reddito perché sei vivo, perché ti batte il cuore, poi sarai tu a cercarti un lavoro in base alle tue esigenze. E non è vero che chi ha un reddito non fa più niente, non è vero. In Finlandia lo stanno facendo, in Svizzera lo stanno facendo, in Olanda lo stanno facendo, in California lo stanno facendo, in Corea lo stanno facendo.
Sono tutti esperimenti, ma stanno funzionando".
Dunque per il garante del Movimento, è giusto che "nasci con un reddito, nasci con una cittadinanza
digitale, nasci con una mail, nasci con l’energia necessaria per vivere, ti devo dare l’ingresso alla
conoscenza, quindi un po’ di internet deve essere gratis per tutti".
Per Grillo, che si definisce "uno dei pochi che capisce dove va il mondo", dobbiamo "uscire da
questo equivoco della povertà, che è diventato un espediente vergognoso, perché oggi la
discriminazione è totale se non hai un reddito. Oggi l’1% della popolazione ha metà della ricchezza del pianeta, siamo veramente fuori di senno. Dobbiamo riequilibrare tutto. Non c’è alternativa".
Grillo parla anche di Pubblica amministrazione. "I nuovi sistemi della Pa dovranno essere come il
sistema operativo di Rousseau, che è una cosa così straordinaria. Ed è difficile da far capire, perché è
un sistema completamente rovesciato rispetto a quello che noi abbiamo sempre pensato sulla politica e la democrazia. Una persona ha uno strumento facilissim
con cui può fare un referendum alla settimana".
"L'idea di Gianroberto - va avanti il garante del M5S ricordando Casaleggio - è quella di far capire alle persone che ci possono essere strumenti per poter dire e per poter essere presenti nella società, così che la tua vita, la tua esperienza, la tua professionalità non è vana, non è perduta, ma può essere
d'aiuto e può essere inserita in una legge, in una proposta di legge, in una critica ad una legge, ecc. Io
trovo tutto questo straordinario, tutto questo è il cuore vero del Movimento".
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Le famiglie in povertà assoluta in Italia sono un milione 582mila. Si tratta di oltre 4,5 milioni di persone: il 7,6% dei residenti in Italia. E’ quanto risulta dall’ultima indagine dell’Istat, che fotografa il dato più alto dal 2005. L’incidenza della povertà assoluta rimane sostanzialmente stabile se la si misura in termini di framiglie, mentre aumenta se si contano gli individui. Questo perché le famiglie più vulnerabili sono quelle giovani, con due figli o più, oppore tra le famiglie straniere numerose. Il dato nuovo si registra poi nell’aumento più marcato della povertà a Nord e nelle grandi città, dove si concentrano proprio questi soggetti più vulnerabili. “Da un lato, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, la povertà aumenta malgrado l’economia in leggera ripresa. Evidentemente la cresita del Pil è troppo lenta per assorbire la povertà e aumentare soprattutto l’occupazione. La tendenza è confermata negli ultimi dieci anni, ma ci sono gruppi familiari per i quali il rischio aumenta. Si tratta di famiglie di giovani e famiglie straniere numerose, che subiscono di più la recessione”. In questi ultimi mesi il governo ha preso dei provvedimenti contro la povertà, ma secondo questi dati non sembrano esserci stati dei miglioramenti. “La misura principale è il bonus da 80 euro che riguarda soprattutto classi medio-basse e non le famiglie più povere. Proprio in questi giorni è in discussione la legge delega di contasto alle povertà è in discussione in aula. In realtà quindi il governo si sta muovendo solo ora nei confronto delle famiglie poveri. Nei prossimi mesi, a livello nazionale, dovrebbe entrare in vigore una prima misura quasi universale contro la povertà. Quasi universale perché riguarda solo famiglie con figlie o con disabili. E’ una novità importante. Lo stanziamento monetario ancora abbastanza limitato ma per la prima volta in Italia ci si sta muovendo in modo sistematico in collaborazione con gli enti locali per costruire una misura di reddito minimo”. Rimanendo sui dati, colpisce l’incidenza in particolare al nord, in particolare con le famiglie di immigrati.
“Con la crisi, la povertà è cambiata, si è diffusa in tutto territorio nazionale. Prima le famiglie povere erano le famiglie numerose concentrate nel Sud. Ora il rischio è aumentato più al Nord e riguarda soprattutto le famiglie di immigrati, concentrate nelle città del Nord, e le famiglie numerose. Oggi in Italia un minore su dieci – che è tantissimo – è in povertà assoluta, mentre è stabile invece per chi ha più di 60 anni. Questo vuol dire che in dieci anni solamente la povertà in Italia ha totalmente cambiato faccia”. LEGGI ANCHE http://cipiri00.blogspot.it/2016/07/ocse-inps-e-istat-riforme-inefficaci-e.html
“Fin da subito proponiamo un sistema di base al di sotto dei 65 anni che consenta di avere un reddito minimo garantito, altrimenti quello che accadrà ai giovani è che non potranno avere abbastanza reddito per accedere alla propria pensione”. Parole del presidente dell’Inps Tito Boeri, intervenuto a Radio Popolare per commentare i dati su giovani e pensioni. Dati che l’Ocse ha inserito nel rapporto Pensions at a glance 2015 e che l’Inps ha poi rielaborato con proiezioni sulle pensioni future di coloro che oggi hanno 35 anni e degli under 30. Per Boeri sono l’ennesimo segnale che l’Italia deve introdurre immediatamente il sistema di un reddito minimo garantito, seguendo l’esempio di ciò che hanno fatto già gli altri Paesi europei.
Il risultato delle proiezioni dell’Inps non è nulla di nuovo: solo una triste conferma. L’Italia è al primo posto per spesa pensionistica e prima per livello di aliquota. I trentacinquenni odierni, però, andranno in pensione a 75 anni, con un contributo totale inferiore di un quinto rispetto ai nati nel 1945.
Per i giovani nati negli anni Ottanta la situazione è destinata a peggiorare. Hanno bisogno di una “stabilizzazione nel lavoro”, commenta Boeri e di maggiori garanzie nel caso in cui perdessero l’impiego. Per fortuna su questo piano si sono visti passi avanti: “C’è stato un miglioramento su questo piano – prosegue il presidente dell’Inps -. Le assunzioni a tempo indeterminato aumentano, bisogna vedere se questo è un portato degli incentivi oppure è legato all’introduzione dei nuovi contratti. Mi auguro che si continui a rafforzare contratti a tempo indeterminato che sono fondamentali: garantiscono contributi anche in caso di perdita del lavoro”. La prova del nove ce l’avremo quando saranno esauriti gli incentivi.
“I giovani non si erano fatti illusioni, non si aspettavano nulla di più di quello che già gli era stato offerto – racconta ai microfoni di Radio Popolare Stefano Laffi, sociologo e ricercatore dell’agenzia Codici -. Per loro il problema continua ad essere trovare un lavoro. Le retribuzioni in Italia sono le più basse d’Europa e la disoccupazione giovanile è tre volte quella degli adulti”.
“In Italia c’è un problema di equità nei salari: i giobvani prendono molto meno dei loro pariruolo”: è dal lavoro che nascono a cascata anche i problemi del sistema pensionistico. Nonostante questo, però, lo scontro generazionale non si accende. “Un’ipotesi può essere che la ricerca del lavoro impieghi troppo tempo ed energie per fare il resto ne rimangono poche”, continua il sociologo. A questo si aggiunge un altro possibile motivo: la perdita di influenza dei sindacati, corpi intermedi che hanno sempre vissuto di conflitto sociale. “Non dimentichiamoci che oggi il maggior numero di iscritti della Cgil sono pensionati”.
La società delineata dallo studio dell’Ocse è più anziana e più povera. Avere un reddito per arrivare a fine mese è la vera sfida: le pensioni sono un miraggio. La reazione dei sindacati è convocare una giornata di mobilitazione il 17 dicembre: “Apriremo una vertenza con il Governo”, affermano i sindacati. Paradossale che le voci di protesta arrivino da chi rappresenta coloro che comunque alla pensione ci sono arrivati.
ECCO LA NOSTRA PROPOSTA
” REDDITO MINIMO di ESISTENZA "
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un “reddito da elargire a ciascun essere umano, da ricevere per tutta la vita ”. Cumulabile con qualsiasi altro reddito. Un modo per sganciarsi dal lavoro in una società che il lavoro non lo garantisce più.
E le risorse ci sono ABOLIAMO le SPESE MILITARI ed ogni ESSERE UMANO avrebbe piu' tempo da dedicare ai propri cari , ai propri interessi , alla CULTURA ed alla CREAZIONE di nuove IDEE per migliorare la VITA su questo splendido PIANETA .
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altrro
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Roma, 28 marzo 2015
Piazza Esedra ore 14 | Piazza del Popolo ore 16
Lettera di Maurizio Landini ai lavoratori metalmeccanici
Care lavoratrici e cari lavoratori metalmeccanici, sabato 28 marzo ci ritroveremo a Roma per la dignità e la libertà del lavoro.
Nei mesi scorsi, insieme, ci siamo battuti contro il Jobs Act del governo che non crea nuovo lavoro né affronta il dramma della precarietà e della disoccupazione giovanile.
Insieme abbiamo proposto delle alternative e presentato le nostre idee frutto di tante assemblee e discussioni con voi. Ma il governo non ha voluto ascoltarci, ha messo in pratica le indicazioni di Confindustria, imboccato la strada della riduzione dei diritti, sposato le ricette di chi pensa che licenziando si crei nuova occupazione. Abusando della democrazia, il governo, a colpi di fiducia, ha ridotto il Parlamento a mero esecutore della sua volontà.
La nostra lotta però non è finita con il varo del Jobs Act. Come promesso durante lo sciopero generale del 12 dicembre di Cgil e Uil, continueremo a spendere le nostre idee e le nostre energie per difendere il lavoro e i suoi diritti, cambiare il paese e renderlo più giusto.
Questo è un momento importante per il futuro di tutti noi, delle lavoratrici e dei lavoratori, del nostro sindacato che esiste e ha un senso solo se riesce a rappresentare democraticamente i vostri interessi e da voi riceve il sostegno, le idee e le energie necessarie. Per migliorare le condizioni del lavoro dipendente. Per rivendicare un sistema pensionistico più giusto con la riduzione dell’età pensionabile. Per dare un’occupazione a chi non ce l’ha con nuovi investimenti e con la riduzione dell'orario di lavoro. Per cancellare il precariato. Per combattere l'evasione fiscale e la corruzione. Per garantire il diritto alla salute e allo studio. Per istituire forme di reddito minimo. Per riconquistare veri contratti nazionali che tutelino il salario e diano uguali diritti a tutte le forme di lavoro.
Per questo, nel ringraziarvi per quanto abbiamo fatto finora, vi invito a partecipare in massa alla manifestazione del 28 marzo.
L'abbiamo chiamata “Unions!”, usando una lingua che non è la nostra ma utilizzando una parola che richiama le origini del movimento operaio e sindacale. Quando, tanti anni fa, lavoratrici e lavoratori senza diritti scoprirono insieme che per migliorare la propria condizione era necessario coalizzarsi e battersi per conquistare libertà e diritti comuni.
Oggi milioni di lavoratrici e lavoratori hanno visto cancellati i diritti frutto di lunghe battaglie; altri milioni di lavoratrici e lavoratori quei diritti non li hanno neppure mai avuti, dispersi nelle tante forme di lavoro saltuario e sottopagato. Per tutte e tutti il lavoro sta diventando più povero e precario.
Oggi abbiamo bisogno di riprendere il filo dell'impegno comune, delle lotte contro le politiche dei governi che in Italia e in Europa hanno voluto far pagare al lavoro il costo di una crisi prodotta dalla finanza e dalle speculazioni. Per dare rappresentanza al lavoro. Per confrontarci con tutte quelle realtà, associazioni, gruppi e movimenti che nella società affrontano e contrastano il degrado civile prodotto dalla crisi economica e dalla sua gestione politica. Per affermare i principi della nostra Costituzione.
Oggi abbiamo bisogno di un'alleanza, di costruire una coalizione sociale che unisca ciò che il governo e Confindustria vogliono separare, aggregando tutte le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare con le metalmeccaniche e i metalmeccanici, con le delegate e i delegati, con le iscritte e gli iscritti alla Fiom. Per crescere e cambiare abbiamo bisogno di voi, perché la vostra partecipazione e la vostra intelligenza saranno la nostra comune forza.
Vi aspettiamo a Roma il 28 marzo. E da lì continueremo insieme.
Maurizio Landini
i quattro punti del Jobs Act che peggiorano la vita
Indennizzo
L’indennizzo economico, cioè il pagamento di una somma in denaro, diventa la regola generale in caso di licenziamento. E, soprattutto, resta l’unica possibilità per i «licenziamenti economici», cioè quelli che dipendono dal cattivo andamento dell’azienda o del mercato. Finora il reintegro nel posto di lavoro da parte del giudice era possibile se in tribunale veniva accertata la «manifesta insussistenza del fatto» portata dall’azienda a sostegno del licenziamento economico. D’ora in avanti anche in questi casi l’indennizzo sarà l’unica strada. Si tratta di una somma certa, che azienda e dipendente potranno conoscere prima perché cresce con l’anzianità di servizio: due mesi di stipendio per ogni anno di lavoro. Lo stipendio usato per calcolare l’indennizzo sarà l’ultimo, comprensivo delle indennità che il lavoratore trova con regolarità in busta paga ma non dei rimborsi-spese. Il minimo saranno 4 mensilità, garantito anche a chi sarà licenziato dopo meno di due anni di lavoro. Il massimo, 24 mensilità, invalicabile anche per chi sarà mandato via dopo oltre 12 anni. In caso di azienda che subentri a un’altra in una fornitura, l’anzianità di servizio nuova si cumula con quella vecchia. Ma il contratto diventa «nuovo» con l’indennizzo come regola.
Reintegra
Il reintegro nel posto di lavoro da parte del giudice resta possibile, come già avviene adesso, per i licenziamenti discriminatori, cioè quelli decisi dal datore di lavoro sulla base di convinzioni politiche o religiose oppure per l’orientamento sessuale. Mentre il suo campo di applicazione si riduce di parecchio per i cosiddetti licenziamenti disciplinari, cioè quelli adottati sulla base del comportamento del dipendente. Qui la strada del reintegro resta possibile solo in un caso: quando in giudizio viene direttamente dimostrata l’insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore. L’azienda accusa di arrivare sempre in ritardo, ad esempio, ma le strisciate del cartellino del lavoratore dimostrano che non è così. L’onere della prova è a carico del dipendente. In tutti gli altri casi, invece, c’è solo l’indennizzo economico. L’accertamento del giudice non può riguardare l’eventuale sproporzione della sanzione del licenziamento rispetto al fatto contestato. Anche se dovesse considerare la punizione «esagerata», il magistrato non potrebbe disporre il rientro in azienda del lavoratore. In caso di reintegro, il dipendente deve riprendere servizio entro 30 giorni. Se rinuncia, può chiedere di «convertire» il reintegro in un’indennità pari a 15 mensilità.
Licenziamenti collettivi
Nelle nuove regole rientrano anche i licenziamenti collettivi, quelli che riguardano più dipendenti e che hanno come obiettivo la riduzione del personale. Finora era previsto un risarcimento da 12 a 24 mensilità in caso non venissero rispettate le procedure di comunicazione ai sindacati e il reintegro in caso di violazione dei criteri di scelta, come quelli che danno la precedenza nell’uscita a chi non ha figli o familiari a carico. Con il Jobs act il reintegro sparisce del tutto. In teoria resta possibile in caso di licenziamento collettivo «intimato in forma orale», ma è chiaro che si tratta di un’ipotesi al limite della fantascienza. L’indennizzo economico resta l’unica conseguenza possibile per gli altri due tipi di irregolarità: sia il mancato rispetto delle procedure di comunicazione sia la violazione dei criteri di scelta. L’indennizzo massimo resta fermo a 24 mensilità, mentre quello minimo scende da 12 a 4. Queste regole riguardano solo i nuovi assunti. In caso di licenziamento collettivo che dovesse comprendere dipendenti sia con il contratto a tutele crescenti sia con quello vecchio a tempo indeterminato, a questi ultimi si applicherebbero le regole vecchie, reintegro compreso. Un doppio binario non proprio facile da giustificare.
Disoccupazione
L'importo (massimo) sarà di 1.300 euro mensili e sarà erogato soltanto per i tre mesi successivi alla fine del rapporto di lavoro. Dal quarto in poi scenderà progressivamente del 3% ogni trenta giorni. L'indennità é corrisposta per un massimo di 24 mesi fino al 31 dicembre 2016 e per un massimo di 18 mesi a partire dal 1 gennaio 2017. La rivoluzione chiamata «Naspi» (nuova assicurazione sociale per l’impiego) comincerà il prossimo primo maggio. Sostituirà le attuali Aspi, mini-Aspi e l’una tantum prevista per i collaboratori assicurando, secondo le stime del governo, un sostegno a circa un milione e mezzo di disoccupati. Potranno beneficiarne i lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato (solo con riferimento ai contratti a tempo determinato), mentre sono esclusi i lavoratori delle pubbliche amministrazioni a tempo indeterminato e gli operai agricoli perché si tratta di categorie giù tutelate dalla legge vigente. Per usufruirne sarà necessario aver versato almeno 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti e aver svolto almeno 30 giorni di lavoro nei 12 mesi che precedono l’inizio della disoccupazione. Coloro i quali saranno in possesso dei requisiti dovranno inoltrare apposite domanda all’Inps per via telematica entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro. Sarà possibile richiederla in un’unica soluzione nel caso venga avviata un’attività autonoma.
"No al Jobs Act. Ri-conquista i diritti cancellati"
Maurzio Landini smentisce le ipotesi che azzardavano a un dissenso con Susanna Camusso.
"Non c'è mai stato un dissenso" con il segretario generale della Cgil, ha ribadito risposto il leader della Fiom. Dissenso nato dalle perplessità sorte in base all'interpretazione della "coalizione sociale", "che la Fiom - ha precisato Landini - ha chiarito puntulaizzando che non c'e' alcuna intenzione di fare un partito.
Infatti la stessa Camusso ha fatto sapere che partecipera' alla manifestazione indetta dalla Fiom per sabato prossimo a Roma. Landini ha inoltre riferito che sono arrivate le adesioni delle federazioni della Cgil, della scuola e del credito: "La presenza di queste categorie, impegnate in difficili vertenze, e' importante. Il nostro obiettivo e' cambiare politiche economiche e sociali che consideriamo radicalmente sbagliate". Insomma, una manifestazione sindacale, aperta come sempre, ha detto Landini che prevede una larga partecipazione a partire dai metalmeccanici a tutte le diverse categorie. "Vogliamo costruire l'unità del mondo del lavoro e del mondo sociale. La nostra manifestazione non è rivolta a questa o quella forza politica, la piazza è aperta a chi condivide le nostre proposte", ha detto ancora Landini.
Sempre oggi Landini ha pjuntato il dito contro le grandi opere. "Questo e' il vero di problema di competitivita' del nostro Paese: non sono i diritti dei lavoratori, ma il fatto che la criminalita' organizzata controlli pezzi interi dell'economia reale". "Le multinazionali non vengono ad investire in Italia perche' c'e' questo problema che riguarda tutto il Paese - ha spiegato Landini - non a caso la Cgil sta raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare, affinche' il Parlamento faccia finalmente una legge sugli appalti, che dica che responsabile degli appalti e' l'azienda appaltante, e che di fronte a qualsiasi cambio di appalto i lavoratori interessati mantengano i loro diritti e non abbassino le loro condizioni. Ora, col Jobs Act, c'e' il rischio che il lavoratore, cambiando appalto - ha concluso Landini - si trovi anche nuovo assunto senza alcun diritto rispetto a prima, e quindi licenziabile".
Diritto al lavoro, all'istruzione, alla salute, al reddito, alla cittadinanza, per la giustizia sociale e la democrazia
Sabato 18 maggio i metalmeccanici si mobilitano e scendono in piazza a Roma perché cinque anni fa con il governo Berlusconi ci avevano detto che la crisi non c'era, era passeggera, addirittura superata.
Negli ultimi due anni col governo Monti, visto che la crisi non si poteva più negare, si è passati a un uso della crisi per legittimare le politiche di austerità in tutta Europa.
La scelta di non intervenire sulle cause ha determinato che il 10% della popolazione ha il 50% della ricchezza: i responsabili hanno quindi continuato ad aumentare le proprie rendite. Inoltre le banche hanno ridotto il credito e investito in titoli spazzatura e la Confindustria ha puntato sulla cancellazione dei diritti e la riduzione del salario.
La prima emergenza si chiama “reddito e lavoro”, perché a giugno, in
Italia, si prospetta una situazione esplosiva. Fra tre
mesi, “per le scelte del governo tecnico”, gli italiani, e i lavoratori
in cassa integrazione in deroga per cui non c’è più copertura
finanziaria, si troveranno a pagare Tares, la nuova tassa sui rifiuti,
Imu, e aumento di un punto dell’Iva.
“Se non si interviene a dissinescare la somma dell’assenza di redditi
della perdita di lavoro e della tassazione pesante, avremo un grande
problema sociale”, ha detto oggi il segretario generale Cgil, Susanna
Camusso a Genova per il convegno sul piano del lavoro.
“E se vogliamo parlare della prima situazione esplosiva, ci sono
regioni che non hanno più soldi per pagare la cassa in deroga mentre
moltissimi lavoratori non hanno ancora ricevuto le spettanze di
dicembre. La prima urgenza si chiama reddito e lavoro”, ha sottolineato
Camusso.
La somma di queste scadenze, insieme ai redditi indeboliti, "costituisce una miscela esplosiva". Il
leader della Cgil ha chiesto quindi un segnale per la cassa
integrazione in deroga."E' chiaro che, se non si interviene, la somma di
assenze di risorse sui redditi, della perdita del lavoro e di una
tassazione così pesante, tutto in contemporanea, determina un grave
problema sociale", ha aggiunto Camusso.
"Bisogna dare un segnale subito, altrimenti il Paese scenderà ad una velocità tale da non potere più risalire.
“E’ sempre spiacevole dire ‘lo avevamo detto’, ma quando si
discuteva della legge di stabilità abbiamo manifestato giorni e giorni
spiegando che le risorse per la cassa in deroga non bastavano e ora
siamo qua, alla conseguenza di quelle scelte”, ha aggiunto.
Dalla Cgil il messaggio recapitato anche durante la consultazione con
Bersani è uno: agire rapidamente perché “non si può giocare con la
possibilità di non avere copertura per migliaia di lavoratori”. A
giugno, inoltre, si peggiora “drammaticamente la condizione di molte
persone già in difficoltà, e di nuovo si scarica sui lavoratori un
sistema fiscale poco progressivo”.
Le azioni urgenti da fare prospettate oggi e che “potrebbe
tranquillamente fare il governo in carica”, fermo restando l’auspicio
del sindacato di una rapida formazione di un esecutivo, vanno da un
intervento mirato sull’Irpef, a vantaggio di chi fino a oggi “ha pagato
tanto ed è in difficoltà”, fino alla patrimoniale. “Non si è mai voluto
arrivare a un sistema compiuto di tassazione sulle ricchezze, lo diciamo
da lungo tempo – ha spiegato Camusso – ed è la ragione per cui si
procede sempre per piccoli pezzi di tassazione, dall’aumento dell’Iva
alle accise sulla benzina. Non c’è solo la ricchezza da Irpef, ma anche
rendite e investimenti, bisogna ricostruire una tassazione che guardi
all’insieme dei patrimoni”.
Infine la questione grandi opere, sviscerata anche oggi al convegno,
oggetto di dibattito tra Regione e Comune, e per cui domani la categoria
degli edili scenderà nuovamente in piazza a Genova. “Per far ripartire
il lavoro e non solo l’edilizia, il 70-80% degli investimenti pubblici
sono serviti per piccole opere nel territorio. Questo – ha sottolineato e
concluso il segretario Cgil – non significa che non bisogna farle, ma
che non sono sufficienti”.