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sabato 5 ottobre 2013

12 ottobre: manifestazione nazionale a Roma per la difesa e l'applicazione della Costituzione


12 ottobre: manifestazione nazionale a Roma


Il 12 ottobre l'appuntamento è a Roma in Piazza della Repubblica alle ore 14. 
L'appello: 'la via maestra'

Ecco il testo dell'appello che ha convocato l'assemblea dell'8 settembre da cui scaturisce il percorso di mobilitazione per la difesa e l'applicazione della Costituzione.

1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce?

Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una costituzione all’altra.

La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della Costituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica.

Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno.

In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di riconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.

3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue.

Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla. Lorenza Carlassare Don Luigi Ciotti Maurizio Landini Stefano Rodotà Gustavo Zagrebelsky

http://www.costituzioneviamaestra.it/

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mercoledì 21 marzo 2012

ART 18 , MOBILITAZIONE , il governo mente

«Le tutele già ci sono, ma si parla di novità»

«Sul lavoro il governo mente»


Sul lavoro il governo mente. Lo ha detto un gruppo di giuslavoristi in una nota diffusa dalla Cgil dell’Emilia Romagna. Secondo i giuslavoristi sarebbero state «false» le affermazioni diffuse dagli organi d’informazioni secondo cui «il Governo Monti, per far digerire la pillola delle modifiche peggiorative a tutele esistenti per i lavoratori, avrebbe prospettato l'esistenza di due interventi nell'opposta direzione».

«IL GOVERNO MENTE»

  I due provvedimenti a cui si fa riferimento sarebbero «l'estensione alle imprese sotto i 16 dipendenti dell'istituto della reintegra in ipotesi di licenziamento discriminatorio; la previsione secondo cui i contratti a tempo determinato non potranno essere reiterati per più di 36 mesi, convertendosi, oltre tale limite temporale, in contratti a tempo indeterminato».
«Entrambe le affermazioni sono false» hanno scritto i docenti Umberto Romagnoli, Luigi Mariucci, Piergiovanni Alleva e Giovanni Orlandini assieme a una cinquantina di noti legali di tutta Italia, «in quanto tali disposizioni già esistono nel nostro ordinamento».

NESSUNA TUTELA IN PIÙ. 

 La prima, hanno sostenuto i giuslavoristi, è contenuta nell'art.3 della legge 108/90, che testualmente dispone: «Il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro, le conseguenze previste dall'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300».
La seconda, sempre secondo il documento diffuso dalla Cgil, è disciplinata «dall'art. 5 comma 4 bis del Dlgs. 368/01, il quale recita: 'Qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto ed un altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato'».

  LANDINI: "CONTRASTEREMO CON OGNI MEZZO DEMOCRATICO LA FOLLIA CHE CANCELLA L'ARTICOLO 18"

  "Una follia che cancella l'articolo 18". Lo ha detto il leader della Fiom, Maurizio Landini,  sottolineando che "non è da escludere alcuna iniziativa".

Per Landini la riforma del mercato del lavoro "non riduce la precarietà, non estende gli ammortizzatori, ma rende solo più facili i licenziamenti.
 La contrasteremo con ogni mezzo, con ogni forma di protesta democratica, nelle fabbriche e nel paese".

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ART 18  
LA CGIL 
 MOBILITAZIONE


La Cgil “farà tutto ciò che serve per contrastare la riforma del mercato del lavoro. Farà le mobilitazioni necessarie, non sarà una cosa di breve periodo”. E’ furibonda il segretario della Cgil Susanna Camusso che chiude così la due giorni di confronto serrato con il Governo sulla riforma del mercato del lavoro. Una mezza ammissione di sconfitta della sua linea da “roulette russa”, ma anche il bisogno di cambiare il passo in una situazione che ha visto ancora Corso d’Italia nell’angolo. E’ “la terza volta, dopo la riforma delle pensioni e le liberalizzazioni”, che “i provvedimenti del governo si scaricano sui lavoratori”. “Davvero una strana idea della coesione sociale”, aggiunge Camusso. Fermo restando, però, che “bisognerà sostenere chi in Parlamento proverà a modificare” questa riforma del lavoro, “facendo sentire che c'è un Paese che la vuole cambiare”.
Il Governo ha preteso il massimo esercitando sull’Art. 18 la raffinata arte dell’immobilismo perpetuo. E Cisl e Uil gli hanno strizzato l’occhiolino. E’ trionfante il segretario della Cisl Raffaele Bonanni quando annuncia che “la Cisl si assume la responsabilità sulla riforma del mercato del lavoro per non lasciare solo il Governo a decidere così come ha fatto sulla questione delle pensioni”.E’ questo quel che è accaduto ieri a palazzo Chigi mentre mezza Italia protestava contro l’attacco ai diritti. Tanto che Camusso si è vista costretta a sollevare nuovamente la questione dell’unità sindacale. “Il fatto che avevamo una ipotesi comune e l'abbiano abbandonata è un problema”. Come si coniughi questo dato con il sostegno al Pd è un mistero. Proprio stamattina, da una parte Stefano Fassino e, dall’altra, Beppe Fioroni hanno espresso due opinioni completamente divergenti sulla proposta del Governo. Staremo a vedere.
Che cosa è che non ha permesso la firma della Cgil in calce ad un testo che per il momento rimane un “verbale”? Innanzitutto, la pretesa del Governo di avere i “licenziamenti facili”. Li chiama proprio così la Cgil. E aggiunge: “Il governo non ha mai accettato alcuna modifica sulla proposta di riforma dell'articolo 18”. Tempi processuali più accelerati? “L'hanno inserito nella riforma della giustizia e immagino per questo tempi rapidi ed efficaci”, ironizza Camusso. Ed elencando i cambiamenti sull'articolo 18 relativi ai licenziamenti disciplinari e per motivi economici ribadisce come “l'effetto deterrente dell'articolo 18 sia profondamente annullato”. L’altro capitolo difficile è quello sulla precarietà. Così se da una parte c’è “qualche elemento positivo sulle forme d'ingresso”, la riforma presentata dal Governo non “cancella la precarietà”, e quella che “il ministro Fornero chiama flessibilità cattiva, è solo un primo passo”. Così come sugli ammortizzatori sociali. Dopo una giornata di incontri tecnici ad alto livello “non abbiamo ancora in mano un testo uno e siamo andati avanti e indietro per ipotesi differenti poi contraddette a seconda dei tavoli”.




Monti e Fornero, appoggiati da Napolitano e con l'accordo segreto con PDL, PD e Terzo Polo, aboliscono l'articolo 18. Non c'era riuscito Berlusconi 10 anni fa
RESPINGERE SUBITO CON LO SCIOPERO GENERALE IL DIKTAT DEL GOVERNO SUL LAVORO
I lavoratori già in piazza spontaneamente o su invito della FIOM
MONTI VATTENE!
Con il settimo incontro svoltosi martedì 19 marzo, siamo dunque giunti alle battute finali di questa finta trattativa imbastita dal governo Monti con le associazioni padronali e i sindacati confederali sulla “riforma del mercato del lavoro”. La proposta messa sul tavolo dal presidente del consiglio e dalla Fornero, al di la delle balle, “lo facciamo per il bene del paese” e “per dare un futuro ai giovani”, è persino peggiore delle anticipazioni avanzate nelle volte precedenti con al centro l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la liberalizzazione dei licenziamenti individuali e la demolizione degli “ammortizzatori sociali” ciò in un ottica liberista e padronale. Forte dell'appoggio, aperto e assolutamente fuori delle norme di una repubblica parlamentare, del nuovo Vittorio Emanuele III, Giorgio Napolitano, che ha seguito minuto per minuto questa vicenda, esercitando anche indebite pressioni sulle parti in causa, e con in tasca l'accordo segreto stretto di recente con i partiti che compongono la sua maggioranza parlamentare, PDL, PD e Terzo Polo, Monti ha potuto dire arrogantemente: questa è la riforma, prendere o lasciare.
E' stata una finta trattativa, va ribadito. Lo ha confessato Monti quando ha affermato che “non ci sarà nessun accordo tra governo e parti sociali, ci consultiamo, dialoghiamo, ma il nostro interlocutore principale è il parlamento”. Come a dire sui temi del lavoro non c'è più bisogno di “concertare” con i sindacati. Infatti per la controriforma sulle pensioni non aveva sentito nemmeno il bisogno di sentire il parere dei rappresentanti dei lavoratori; una cosa mai successa in passato. E' di fatto un cambio di relazioni industriali di stampo mussoliniano e fascista, sul modello inaugurato dal nuovo Valletta, Sergio Marchionne, per gli stabilimenti Fiat, che unisce l'abbattimento dei diritti contrattuali dei lavoratori alla cancellazione dei diritti e dell'agibilità sindacali. D'altronde, non si era mai vista una trattativa sindacale accompagnata dalla minaccia sistematica da parte del tandem liberista Monti-Fornero: comunque andremo avanti, comunque la riforma la faremo con o senza il consenso sindacale. E ciò costituisce un arretramento grave nell'ambito degli spazi democratici e del potere contrattuale che riguarda non solo la CGIL ma l'insieme del movimento sindacale italiano. Non vederlo e non contrastarlo immediatamente e fermamente rappresenta un vero e proprio suicidio per i diretti interessati.
Giù la maschera. Il vero e principale obiettivo della “riforma del mercato del lavoro” targata Monti-Fornero è l’abolizione dell'art. 18, è la libertà di licenziamento. La formula proposta per raggiungere questo obiettivo è quello di eliminare l'obbligo del reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti per ragioni economiche e per motivi disciplinari. Lasciando la norma solo per i licenziamenti discriminatori. Se passa questa modifica, la tutela deterrente contro i licenziamenti “senza giusta causa” e “senza giustificato motivo”, viene sostanzialmente cancellata, e le conseguenze per le lavoratrici e i lavoratori saranno devastanti, specie in un momento come questo di recessione produttiva e di crisi aziendali. Con la libertà di licenziare con un semplice indennizzo economico, anche quando il giudice lo sentenzierà come ingiustificato e illegittimo, si afferma il totale dominio del padrone in fabbrica e si rende debole il lavoratore che non potrà difendere i propri diritti. Demolire la tutela sui licenziamenti individuali significa nel contempo indebolire l'insieme dei diritti sindacali dei lavoratori.
Il PMLI e il suo organo, “Il Bolscevico”, l’hanno detto sin dall'inizio; il governo Monti della grande finanza, della Ue e della macelleria sociale si muove in perfetta continuità con il precedente governo del neoduce Berlusconi. Il quale anche lui, 10 anni orsono, tentò di cancellare l'articolo 18. Gli fu impedito dalla mobilitazione straordinaria delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati e degli studenti culminata con la grande e storica manifestazione nazionale del 23 marzo 2002 al Circo Massimo di Roma. Ora ci prova Monti godendo dell'appoggio, tra gli altri, del PD liberale di Bersani. Anche i sindacati collaborazionisti, la CISL di Bonanni, la UIL di Angeletti e l'UGL hanno dato il loro sostanziale consenso, tradendo così in modo plateale gli interessi dei loro stessi iscritti e dei lavoratori tutti.
La CGIL però non ci sta. Resistendo alle enormi pressioni esercitate da Napolitano, dal PD e da una rumorosa e mistificatoria campagna mediatica ha detto chiaro e forte no. Il segretario generale, Susanna Camusso ha affermato: “I lavoratori sono gli unici che subiscono i provvedimenti del governo. E' stato così con le pensioni, è così con la riforma del mercato del lavoro. All'articolo 18 viene tolto completamente la sua funzione di deterrente verso i licenziamenti”. La risposta della CGIL non potrà che essere la mobilitazione. “Faremo tutto quello che serve – ha aggiunto – per contrastare questa riforma. E non sarà una cosa di breve periodo. Dobbiamo decide come accompagnare questa stagione rispetto alla quale faremo tutte le necessarie proposte per essere alla testa di un movimento che porti il lavoro come tema centrale”. Non siamo mai stati teneri con la Camusso, però non possiamo che condividere questa linea di opposizione e di lotta. Già il direttivo nazionale della Cgil ha proclamato 16 ore di sciopero di cui 8 per uno sciopero generale. Benissimo! Ma esso va indetto subito con una manifestazione nazionale a Roma.
Una mobilitazione forte e ampia dei lavoratori è già iniziata. Specie nella fabbriche metalmeccaniche, in particolare del Nord e del Centro Italia. Ci sono stati scioperi e manifestazioni spontanei o su invito della FIOM, con cortei e spesso blocchi stradali e dei binari dei treni. La parola d'ordine è: L'art.18 non si tocca! E' una mobilitazione alla quale va data continuità e va generalizzata coinvolgendo i lavoratori di tutte le categorie, i precari, i pensionati, i disoccupati, gli studenti e le larghe masse popolari.
Ci vuole un movimento di popolo per bloccare le relazioni industriali mussoliniane che massacrano i lavoratori e i sindacati, che cancellano i diritti democratici delle masse. Che tutte le forze politiche, sindacali, sociali, culturali, religiose antifasciste e democratiche si uniscano per mandare a casa Monti, degno successore di Berlusconi, e la Marchionne del governo Monti, Elsa Fornero.
(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 12/2012)



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venerdì 2 settembre 2011

CGIL mobilitazione del 6 settembre




La CGIL si prepara alla mobilitazione del 6 settembre



 http://www.cgil.it/petizione/default.aspx
Alle ore 12:32 del 02/09/2011 hanno firmato la petizione per salvare le festività civili e laiche 67287 cittadine e cittadini
G.Epifani Camusso, rafforzate le ragioni dello Sciopero Generale
La CGIL si prepara alla mobilitazione del 6 settembre: "in gioco c'è il futuro del Paese". Per Camusso il 'vertice di Arcore' "ha solo accentuato il carattere di iniquità della manovra" » Pagina Speciale
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