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mercoledì 11 aprile 2012

LA NON RIFORMA DEL LAVORO : ART 18


Il testo della riforma del lavoro è stato, finalmente, partorito. Il risultato, però, è dei più tragici (per non dire tragicomici): non solo il testo, così com’è ora, riforma ben poco, ma – se si può – peggiora la situazione vigente, con un reintegro assolutamente inconsistente e nebuloso per quanto riguarda l’articolo 18, un potere arbitrario in mano ai giudici e meno restrizioni all’abuso di contratti temporanei. E l’apprendistato, così come concepito, rischia di non garantire un percorso verso la stabilità.




Il trio ABC, alla fine, ha sorriso. Soddisfatto. Convinto di aver fatto un’opera di mediazione, tra governo e parti sociali, degna della più alta politica. Frottole. Quello che abbiamo, infatti, è una riforma attorno alla quale ci si è gonfiati il petto con parole di orgoglio, ma che nei fatti riforma ben poco. Una non-riforma, potremmo dire. Ma andiamo a vedere cosa prevede la riforma nei suoi ambiti principali: articolo 18, reintegro e indennità, precariato e, infine, apprendistato.
ARTICOLO 18, CLAMORO PASSO INDIETRO. TANTE PAROLE E POCA CHIAREZZA. AD AMMETTERLO LO STESSO MONTI – Alla fine si è deciso di reinserire il reintegro nell’articolo 18. Il testo parla chiaro: in caso di licenziamento discriminatorio, economico o disciplinare illegittimo, il giudice “ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro”. Tutto risolto, sembrerebbe. E invece no.
Nei fatti a decidere se sia il caso di reintegrare sarà il giudice. E, a quanto pare, in maniera del tutto arbitraria. Nella riforma, infatti, si dice che il giudice, per quanto riguarda il licenziamento economico, è tenuto ad applicare il reintegro immediato “nell’ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustifico motivo oggettivo”. Ma in cosa consista questa insussistenza non è specificato. Stesso dicasi per il licenziamento disciplinare: reintegro previsto se “il fatto non sussiste”. Tante parole, dunque, ma poca chiarezza. Ad ammetterlo, d’altronde, è stato lo stesso Mario Monti. Le sue parole durante la conferenza stampa di presentazione del testo – sebbene nessun giornale le abbia riprese -  lasciano intendere molto. “Il nuovo articolo 18 della Fornero – ha detto - è illeggibile e di difficile comprensione, da lasciare senza fiato. Dal reintegro per legge si passa, infatti, sempre per legge, al reintegro incomprensibile”.
Che un Presidente del Consiglio apostrofi in questo modo una riforma del suo stesso governo dovrebbe far riflettere. Ma andiamo oltre. C’è da chiedersi infatti perché, allo stesso tempo, Monti ha parlato anche di “svolta storica”. Sembrerebbe paradossale. Qualche suggerimento, tuttavia, potrebbe arrivare da quanto detto in seguito dallo stesso premier. Sempre commentando la riforma, infatti, ha aggiunto: “Le imprese sono insoddisfatte perché avrebbero voluto la sparizione della parola reintegro, ma col tempo capiranno che ciò avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili”. Insomma, come a dire: care imprese, il reintegro c’è, ma vedrete che le condizioni sono così aleatorie e nebulose che nessuno vi ricorrerà.
LA BEFFA DEL REINTEGRO: COSI’ COM’E’ CONCEPITO NESSUNO FARA’ RICORSO – Ma andiamo oltre. Cosa potrebbe succedere se un lavoratore licenziato ingiustamente facesse ricorso nonostante la poca chiarezza? Le condizioni imposte dalla riforma, infatti, sono tutt’altro che convenienti per il lavoratore.
Ammettiamo, ad esempio, che i lavoratori riescano ad ottenere il reintegro. Nel testo si legge che l’indennità risarcitoria sarà “commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione. In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non potrà essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto”. Consideriamo, ora, i tempi della giustizia italiana: in un Paese in cui i processi, come documentato alcuni giorni fa da Il Sole 24 Ore, durano anche più di dieci anni, come potrebbe un lavoratore accettare un risarcimento di sole 12 mensilità? Senza dimenticare, poi, che da tale risarcimento sono previste deduzioni nel caso non sia riuscito a trovare un nuovo lavoro. E chi lo deciderà? Ancora il giudice, in maniera del tutto arbitraria. Pensiamo, ora, a quante famiglie nel nostro Paese campano sulle spalle di un solo lavoratore, magari operaio. Avrà costui la possibilità di fare ricorso, attendere per anni l’esito di un processo e vedersi, poi, risarcire per sole 12 mensilità (se tutto va bene)?
E NEL CASO DI NON REINTEGRO? L’INDENNIZZO VIENE RIDOTTO. COME RICHIESTO DA CONFINDUSTRIA - Nel caso in cui il giudice decida che il fatto non sussista e  che, dunque, il lavoratore non abbia diritto al reintegro, come sappiamo, riceverà un indennizzo. Ma anche qui il testo presenta pesanti passi indietro. Se infatti nel testo presentato a marzo l’entità degli indennizzi andava dalle 15 alle 27 mensilità, ora viene sensibilmente ridotto. Si legge nel testo: nel caso in cui si accerti che “non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro”, il giudice condanna il datore di lavoro al pagamento di “un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto”. Si passa, dunque, da 15-27 a 12-24 mensilità. È facile intendere il motivo di questa riduzione: è il prezzo da pagare per il reintegro nel caso di licenziamento illegittimo (sebbene, abbiamo visto, contemplato solo a parole). Il contentino per le aziende, in pratica.
LE FALSE PROMESSE AI PRECARI – Per quanto riguarda quella grande sacca di lavoratori atipici (oltre 5 milioni) nessun aiuto previsto. Come già abbiamo avuto modo di documentare, infatti, nonostante il segno ufficiale della riforma sia di contrasto al precariato, a leggere nei dettagli il testo c’è il rischio di una liberalizzazione che renda il precariato stesso ancora più stabile di quanto non lo sia. A favore, ancora una volta, delle imprese. Come ci ha detto, infatti, il professore Franco Scarpelli, docente di diritto del lavoro all’Università di Milano – Bicocca, “si dice che si è voluto contrastare la cattiva flessibilità a favore di una buona flessibilità. Peccato che un po’ a sorpresa – e questa è una cosa che in pochissimi hanno notato – è entrata una regola, quella che prevede che il primo contratto a termine non debba essere giustificato dall’impresa, quella che in pratica toglie la causale del primo contratto a termine, che è una cosa che sostanzialmente liberalizza il primo contratto a termine”.
Si legge, infatti, nel testo della riforma: “il requisito di cui al comma 1 (che prevede appunto la causale, ndr) non è richiesto nell’ipotesi del primo rapporto a tempo determinato di durata non superiore a sei mesi, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore”. In sostanza, dunque, si liberalizzano i contratti a tempo determinato, permettendo alle imprese di poter passare da un lavoratore all’altro senza assumere nessuno a tempo indeterminato.
Si dirà: questo non accadrà perché è stato previsto (art.36 del testo) un aumento delle aliquote contributive per i collaboratori. Tale aumento, a carico delle imprese, dal 27% passerà “al 33 per cento a decorrere dall’anno 2018”. Ma sarà davvero a carico dei datori di lavoro? Poco probabile. Come denunciato dalla Nidil-Cgil, infatti, è facile pensare che a pagare saranno ancora loro, i lavoratori. Un esempio chiarificatore: poniamo che un’impresa paghi mille euro un collaboratore a progetto, a cui al netto arrivano 900 euro dopo il pagamento degli oneri; il prezzo del lavoro, come quello di altri fattori economici, raramente si può determinare dall’alto, con legge, e il rischio è che, alzando l’onere contributivo a carico dell’impresa, il datore di lavoro semplicemente decida di mantenere immutato il salario lordo e, quindi, molto semplicemente farà arrivare in tasca allo stesso identico dipendente precario meno soldi. Purtroppo, per il lavoratore precario il posto di lavoro non è una scelta, è una necessità; ed è realistico che accetti anche una (ulteriore) decurtazione al suo salario.
APPRENDISTATO, INGRESSO NEL LAVORO PER I GIOVANI? SI’, MA COL TRUCCO – I dati della disoccupazione giovanile, come sappiamo, sono spaventosi. L’ultima rivelazione Istat parla di un tasso del 31,9%. Un problema a riguardo, ad esempio, è il ricorso all’utilizzo scorretto di forme contrattuali, soprattutto di lavoro non subordinato come i contratti a progetto o le cosiddette partite iva, ovvero i contratti di collaborazione professionale, o ancora gli stages. Per evitare questa patologia, il governo ha pensato bene di fare leva sull’apprendistato, come canale di ingresso verso la stabilità. Peccato, però, che anche qui ritroviamo falle significative. In effetti, a ben leggere il testo della riforma, si potrebbe essere licenziati alla scadenza del percorso formativo senza ricevere alcun compenso. È possibile per il datore, infatti, recedere il contratto “durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa”. Ma chi deciderà il “licenziamento per giusta causa”? Il giudice, ancora una volta. In maniera del tutto arbitraria. 
di Carmine Gazzanni

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mercoledì 21 marzo 2012

ART 18 , MOBILITAZIONE , il governo mente

«Le tutele già ci sono, ma si parla di novità»

«Sul lavoro il governo mente»


Sul lavoro il governo mente. Lo ha detto un gruppo di giuslavoristi in una nota diffusa dalla Cgil dell’Emilia Romagna. Secondo i giuslavoristi sarebbero state «false» le affermazioni diffuse dagli organi d’informazioni secondo cui «il Governo Monti, per far digerire la pillola delle modifiche peggiorative a tutele esistenti per i lavoratori, avrebbe prospettato l'esistenza di due interventi nell'opposta direzione».

«IL GOVERNO MENTE»

  I due provvedimenti a cui si fa riferimento sarebbero «l'estensione alle imprese sotto i 16 dipendenti dell'istituto della reintegra in ipotesi di licenziamento discriminatorio; la previsione secondo cui i contratti a tempo determinato non potranno essere reiterati per più di 36 mesi, convertendosi, oltre tale limite temporale, in contratti a tempo indeterminato».
«Entrambe le affermazioni sono false» hanno scritto i docenti Umberto Romagnoli, Luigi Mariucci, Piergiovanni Alleva e Giovanni Orlandini assieme a una cinquantina di noti legali di tutta Italia, «in quanto tali disposizioni già esistono nel nostro ordinamento».

NESSUNA TUTELA IN PIÙ. 

 La prima, hanno sostenuto i giuslavoristi, è contenuta nell'art.3 della legge 108/90, che testualmente dispone: «Il licenziamento determinato da ragioni discriminatorie è nullo indipendentemente dalla motivazione addotta e comporta, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro, le conseguenze previste dall'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300».
La seconda, sempre secondo il documento diffuso dalla Cgil, è disciplinata «dall'art. 5 comma 4 bis del Dlgs. 368/01, il quale recita: 'Qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto ed un altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato'».

  LANDINI: "CONTRASTEREMO CON OGNI MEZZO DEMOCRATICO LA FOLLIA CHE CANCELLA L'ARTICOLO 18"

  "Una follia che cancella l'articolo 18". Lo ha detto il leader della Fiom, Maurizio Landini,  sottolineando che "non è da escludere alcuna iniziativa".

Per Landini la riforma del mercato del lavoro "non riduce la precarietà, non estende gli ammortizzatori, ma rende solo più facili i licenziamenti.
 La contrasteremo con ogni mezzo, con ogni forma di protesta democratica, nelle fabbriche e nel paese".

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ART 18  
LA CGIL 
 MOBILITAZIONE


La Cgil “farà tutto ciò che serve per contrastare la riforma del mercato del lavoro. Farà le mobilitazioni necessarie, non sarà una cosa di breve periodo”. E’ furibonda il segretario della Cgil Susanna Camusso che chiude così la due giorni di confronto serrato con il Governo sulla riforma del mercato del lavoro. Una mezza ammissione di sconfitta della sua linea da “roulette russa”, ma anche il bisogno di cambiare il passo in una situazione che ha visto ancora Corso d’Italia nell’angolo. E’ “la terza volta, dopo la riforma delle pensioni e le liberalizzazioni”, che “i provvedimenti del governo si scaricano sui lavoratori”. “Davvero una strana idea della coesione sociale”, aggiunge Camusso. Fermo restando, però, che “bisognerà sostenere chi in Parlamento proverà a modificare” questa riforma del lavoro, “facendo sentire che c'è un Paese che la vuole cambiare”.
Il Governo ha preteso il massimo esercitando sull’Art. 18 la raffinata arte dell’immobilismo perpetuo. E Cisl e Uil gli hanno strizzato l’occhiolino. E’ trionfante il segretario della Cisl Raffaele Bonanni quando annuncia che “la Cisl si assume la responsabilità sulla riforma del mercato del lavoro per non lasciare solo il Governo a decidere così come ha fatto sulla questione delle pensioni”.E’ questo quel che è accaduto ieri a palazzo Chigi mentre mezza Italia protestava contro l’attacco ai diritti. Tanto che Camusso si è vista costretta a sollevare nuovamente la questione dell’unità sindacale. “Il fatto che avevamo una ipotesi comune e l'abbiano abbandonata è un problema”. Come si coniughi questo dato con il sostegno al Pd è un mistero. Proprio stamattina, da una parte Stefano Fassino e, dall’altra, Beppe Fioroni hanno espresso due opinioni completamente divergenti sulla proposta del Governo. Staremo a vedere.
Che cosa è che non ha permesso la firma della Cgil in calce ad un testo che per il momento rimane un “verbale”? Innanzitutto, la pretesa del Governo di avere i “licenziamenti facili”. Li chiama proprio così la Cgil. E aggiunge: “Il governo non ha mai accettato alcuna modifica sulla proposta di riforma dell'articolo 18”. Tempi processuali più accelerati? “L'hanno inserito nella riforma della giustizia e immagino per questo tempi rapidi ed efficaci”, ironizza Camusso. Ed elencando i cambiamenti sull'articolo 18 relativi ai licenziamenti disciplinari e per motivi economici ribadisce come “l'effetto deterrente dell'articolo 18 sia profondamente annullato”. L’altro capitolo difficile è quello sulla precarietà. Così se da una parte c’è “qualche elemento positivo sulle forme d'ingresso”, la riforma presentata dal Governo non “cancella la precarietà”, e quella che “il ministro Fornero chiama flessibilità cattiva, è solo un primo passo”. Così come sugli ammortizzatori sociali. Dopo una giornata di incontri tecnici ad alto livello “non abbiamo ancora in mano un testo uno e siamo andati avanti e indietro per ipotesi differenti poi contraddette a seconda dei tavoli”.




Monti e Fornero, appoggiati da Napolitano e con l'accordo segreto con PDL, PD e Terzo Polo, aboliscono l'articolo 18. Non c'era riuscito Berlusconi 10 anni fa
RESPINGERE SUBITO CON LO SCIOPERO GENERALE IL DIKTAT DEL GOVERNO SUL LAVORO
I lavoratori già in piazza spontaneamente o su invito della FIOM
MONTI VATTENE!
Con il settimo incontro svoltosi martedì 19 marzo, siamo dunque giunti alle battute finali di questa finta trattativa imbastita dal governo Monti con le associazioni padronali e i sindacati confederali sulla “riforma del mercato del lavoro”. La proposta messa sul tavolo dal presidente del consiglio e dalla Fornero, al di la delle balle, “lo facciamo per il bene del paese” e “per dare un futuro ai giovani”, è persino peggiore delle anticipazioni avanzate nelle volte precedenti con al centro l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la liberalizzazione dei licenziamenti individuali e la demolizione degli “ammortizzatori sociali” ciò in un ottica liberista e padronale. Forte dell'appoggio, aperto e assolutamente fuori delle norme di una repubblica parlamentare, del nuovo Vittorio Emanuele III, Giorgio Napolitano, che ha seguito minuto per minuto questa vicenda, esercitando anche indebite pressioni sulle parti in causa, e con in tasca l'accordo segreto stretto di recente con i partiti che compongono la sua maggioranza parlamentare, PDL, PD e Terzo Polo, Monti ha potuto dire arrogantemente: questa è la riforma, prendere o lasciare.
E' stata una finta trattativa, va ribadito. Lo ha confessato Monti quando ha affermato che “non ci sarà nessun accordo tra governo e parti sociali, ci consultiamo, dialoghiamo, ma il nostro interlocutore principale è il parlamento”. Come a dire sui temi del lavoro non c'è più bisogno di “concertare” con i sindacati. Infatti per la controriforma sulle pensioni non aveva sentito nemmeno il bisogno di sentire il parere dei rappresentanti dei lavoratori; una cosa mai successa in passato. E' di fatto un cambio di relazioni industriali di stampo mussoliniano e fascista, sul modello inaugurato dal nuovo Valletta, Sergio Marchionne, per gli stabilimenti Fiat, che unisce l'abbattimento dei diritti contrattuali dei lavoratori alla cancellazione dei diritti e dell'agibilità sindacali. D'altronde, non si era mai vista una trattativa sindacale accompagnata dalla minaccia sistematica da parte del tandem liberista Monti-Fornero: comunque andremo avanti, comunque la riforma la faremo con o senza il consenso sindacale. E ciò costituisce un arretramento grave nell'ambito degli spazi democratici e del potere contrattuale che riguarda non solo la CGIL ma l'insieme del movimento sindacale italiano. Non vederlo e non contrastarlo immediatamente e fermamente rappresenta un vero e proprio suicidio per i diretti interessati.
Giù la maschera. Il vero e principale obiettivo della “riforma del mercato del lavoro” targata Monti-Fornero è l’abolizione dell'art. 18, è la libertà di licenziamento. La formula proposta per raggiungere questo obiettivo è quello di eliminare l'obbligo del reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti per ragioni economiche e per motivi disciplinari. Lasciando la norma solo per i licenziamenti discriminatori. Se passa questa modifica, la tutela deterrente contro i licenziamenti “senza giusta causa” e “senza giustificato motivo”, viene sostanzialmente cancellata, e le conseguenze per le lavoratrici e i lavoratori saranno devastanti, specie in un momento come questo di recessione produttiva e di crisi aziendali. Con la libertà di licenziare con un semplice indennizzo economico, anche quando il giudice lo sentenzierà come ingiustificato e illegittimo, si afferma il totale dominio del padrone in fabbrica e si rende debole il lavoratore che non potrà difendere i propri diritti. Demolire la tutela sui licenziamenti individuali significa nel contempo indebolire l'insieme dei diritti sindacali dei lavoratori.
Il PMLI e il suo organo, “Il Bolscevico”, l’hanno detto sin dall'inizio; il governo Monti della grande finanza, della Ue e della macelleria sociale si muove in perfetta continuità con il precedente governo del neoduce Berlusconi. Il quale anche lui, 10 anni orsono, tentò di cancellare l'articolo 18. Gli fu impedito dalla mobilitazione straordinaria delle lavoratrici, dei lavoratori, dei pensionati e degli studenti culminata con la grande e storica manifestazione nazionale del 23 marzo 2002 al Circo Massimo di Roma. Ora ci prova Monti godendo dell'appoggio, tra gli altri, del PD liberale di Bersani. Anche i sindacati collaborazionisti, la CISL di Bonanni, la UIL di Angeletti e l'UGL hanno dato il loro sostanziale consenso, tradendo così in modo plateale gli interessi dei loro stessi iscritti e dei lavoratori tutti.
La CGIL però non ci sta. Resistendo alle enormi pressioni esercitate da Napolitano, dal PD e da una rumorosa e mistificatoria campagna mediatica ha detto chiaro e forte no. Il segretario generale, Susanna Camusso ha affermato: “I lavoratori sono gli unici che subiscono i provvedimenti del governo. E' stato così con le pensioni, è così con la riforma del mercato del lavoro. All'articolo 18 viene tolto completamente la sua funzione di deterrente verso i licenziamenti”. La risposta della CGIL non potrà che essere la mobilitazione. “Faremo tutto quello che serve – ha aggiunto – per contrastare questa riforma. E non sarà una cosa di breve periodo. Dobbiamo decide come accompagnare questa stagione rispetto alla quale faremo tutte le necessarie proposte per essere alla testa di un movimento che porti il lavoro come tema centrale”. Non siamo mai stati teneri con la Camusso, però non possiamo che condividere questa linea di opposizione e di lotta. Già il direttivo nazionale della Cgil ha proclamato 16 ore di sciopero di cui 8 per uno sciopero generale. Benissimo! Ma esso va indetto subito con una manifestazione nazionale a Roma.
Una mobilitazione forte e ampia dei lavoratori è già iniziata. Specie nella fabbriche metalmeccaniche, in particolare del Nord e del Centro Italia. Ci sono stati scioperi e manifestazioni spontanei o su invito della FIOM, con cortei e spesso blocchi stradali e dei binari dei treni. La parola d'ordine è: L'art.18 non si tocca! E' una mobilitazione alla quale va data continuità e va generalizzata coinvolgendo i lavoratori di tutte le categorie, i precari, i pensionati, i disoccupati, gli studenti e le larghe masse popolari.
Ci vuole un movimento di popolo per bloccare le relazioni industriali mussoliniane che massacrano i lavoratori e i sindacati, che cancellano i diritti democratici delle masse. Che tutte le forze politiche, sindacali, sociali, culturali, religiose antifasciste e democratiche si uniscano per mandare a casa Monti, degno successore di Berlusconi, e la Marchionne del governo Monti, Elsa Fornero.
(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 12/2012)



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