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martedì 14 aprile 2020

Cosa è Successo a Mediglia dove sono Morti 63 anziani?

Cosa è successo a Mediglia dove sono morti 63 anziani?


I parenti delle vittime ospitate nella rsa si mobilitano.
 In una intervista all'Agi parlano di informazioni
 tardive e sanificazioni mai fatte. 
E' pronta una denuncia collettiva.

Anziani lasciati a contagiarsi tra loro e a contagiare parenti e amici che, senza sapere, varcavano la soglia della rsa in via Michelangelo 9 a Mediglia, la residenza Borromea, diventata un focolaio per l’infezione da coronavirus.

In un mese i 150 ospiti della struttura privata, sono diventati quasi la metà: in 63 sono morti. Il numero, che continua a crescere, è il più alto registrato in una casa di riposo durante questa emergenza. E, al quale, andrebbe poi sommato quello delle persone che sono state contagiate e sono morte proprio dopo essere andate a far visita all’anziano ricoverato.

Informazioni tardive? Misure per il contenimento del virus prese fuori tempo massimo? Una igienizzazione dei locali mai fatta? Sono le domande alle quali vogliono una risposta chiara i parenti e i familiari di chi si trova ancora all’interno della rsa e di quanti non ci sono più.

Una “denuncia collettiva contro ignoti è pronta a partire”. Lo racconta all’AGI Leonardo La Rocca. Sua nonna è una delle ospiti della residenza. Suo suocero non c’è più, è stato contagiato verosimilmente andandola a trovare. La Rocca insieme a un gruppo di altri parenti vuole la verità su quello che è accaduto nella palazzina di mattoncini rossi, nel comune di 12 mila abitanti della città metropolitana di Milano, che in meno di un mese si è trasformata in un pericoloso lazzaretto.

La denuncia, ai carabinieri contro ignoti, la presentiamo perché si faccia luce su come è stata gestita tutta questa faccenda, sia dentro che fuori dalla struttura - ci spiega - . Al momento siamo una quindicina di persone tutte con qualcuno che è dentro o che era dentro la rsa, ma si continuano ad aggiungere parenti perché di giorno in giorno cambiano le cose, cambia il numero dei decessi. E’ questa l’unica ragione per cui non l’abbiamo ancora fatta: continuano a chiamarci parenti di altre vittime dicendo ‘anche noi vogliamo unirci’”.

Ma ormai ci siamo, la “denuncia è imminente, la presentiamo domani”. E nel frattempo “partirà anche una diffida affinché ci sia una sanificazione della struttura socio sanitaria,
che non è stata ancora fatta”.

Ma andiamo per gradi, la denuncia su cosa si basa?
“Noi denunceremo i fatti, quelli di cui siamo a conoscenza, ognuno con la sua memoria specifica e poi i magistrati saranno bravissimi a individuare le responsabilità. E sappiamo anche che ci sono già dei fascicoli aperti in procura, probabilmente verranno uniti tutti insieme
 da chi si occuperà della pratica”.

Leonardo La Rocca cerca di mantenere la calma ma la rabbia
 è tanta perché tante sono le domande che esigono una risposta.

C’è un dato in particolare che “è ballerino” ed è quello relativo al “primo caso di contagio nella struttura” che risalirebbe al 4 marzo. “Alcune persone ben informate ci hanno detto che ci sarebbero stati dei casi precedenti, il 23 e 24 di febbraio. Se questo fosse vero, sarebbe di una gravità enorme. Significherebbe che hanno insabbiato e tenuto nascoste le notizie; che non hanno comunicato nulla; e molto banalmente mio suocero sarebbe ancora vivo. Se questa notizia sarà accertata significa che li hanno ammazzati. E hanno anche aperto ai parenti la settimana successiva alla prima chiusura del 23 marzo, rischiando di ammazzare anche i parenti. Sarebbe di una gravità mostruosa. Su questo confidiamo che la magistratura possa fare delle verifiche”.

I suoceri di Leonardo, come ci ha raccontato sono risultati positivi tutti e due dopo essere andati a trovare l’anziana mamma. Questo prima che esplodesse il caso.

“Per noi è verosimile pensare che si siano contagiati lì dentro perché nella settimana precedente c’era stato cattivo tempo e non si erano mossi da casa. Poi la situazione si è aggravata, mio suocero è mancato sabato”. Sapere cosa stava accadendo avrebbe potuto salvarlo: “quando lui si è ammalato, noi abbiamo fatto il triage telefonico chiamando il numero verde e alla domanda ‘ci sono stati contatti con potenziali soggetti infetti’ la risposta è stata ‘no’, perché noi non sapevamo assolatamele nulla di quello che stava accadendo lì dentro. Se mio suocero fosse entrato in ospedale 3, 4, 5 giorni prima probabilmente le cose sarebbero andate diversamente”.

Cosa hanno risposto dalla residenza Borromeo?
“C’è un rimpallo fenomenale, un trasferimento di fiammiferi accesi tra amministrazione comunale, la rsa e l’ats senza soluzione di continuità  da quasi un mese, senza che sia stata fatta una ispezione, una sanificazione e neanche solo una ordinanza per programmarla. In quel posto dove stiamo sfiorando il 50 per cento dei decessi sul totale degli ospiti, ancora stanno giocando rimandandosi a vicenda di chi è la responsabilità di attivare la sanificazione".




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mercoledì 25 marzo 2020

Coronavirus, Mascherine per l'Italia Sequestrate dalla Repubblica Ceca


Coronavirus, Mascherine per l'Italia Sequestrate dalla Repubblica Ceca


 L'ambasciata italiana: "Praga si è impegnata a inviarci un numero uguale"


In attesa che si concluda l'indagine su quanto è accaduto, il governo, secondo quanto riporta una nota della nostra sede diplomatica, ci manderà lo stesso quantitativo che è stato sequestrato. Il caso sollevato dal GR1 grazie al lavoro del ricercatore ceco Lukas Lev Cervink

di ANDREA TARQUINI

GRAVE caso di mancanza di solidarietà da parte della Repubblica ceca ai danni dell'Italia. Lo aveva denunciato ieri il GR1 grazie alla denuncia di un onesto e coraggioso ricercatore ceco, Lukas Lev Cervinka, membro del partito Pirata (all'opposizione ma al potere al municipio della capitale Praga). Le autorità locali hanno sequestrato arbitrariamente un enorme carico di 110mila mascherine - alcuni avevano parlato addirittura di 680mila - e migliaia di respiratori, che la Repubblica popolare aveva inviato al nostro Paese per aiutarci. Solo oggi pomeriggio, dopo passi appropriati della Farnesina, l'ambasciata d´Italia a Praga ha detto che le autorità ceche si sono impegnate a restituire il materiale medico inviato da Pechino e destinato a Roma per aiuto e solidarietà.

Dice la nota della nostra sede diplomatica a Praga: "Questa mattina il ministro degli Affari Esteri della Repubblica ceca, Tomas Petricek, ha comunicato all'ambasciatore Nisio che, in attesa che si concluda l'inchiesta della polizia ceca sul furto del materiale sanitario avvenuto a Lovosice, la Repubblica ceca invierà al più presto all'Italia 110mila mascherine dalle proprie scorte, in numero pari a quelle che avrebbero dovuto raggiungere il nostro Paese e che invece sono state trafugate e sequestrate dalle autorità ceche".

"Il carico partirà entro 48 ore", prosegue la nota dell'ambasciata, e spiega ancora: "A fronte dell'urgenza di forniture mediche il governo ceco, in stretta collaborazione con l'ambasciata d´Italia a Praga, ha deciso di inviare subito il carico destinato al nostro Paese senza attendere la conclusione dell'inchiesta tuttora in corso, e focalizzata a scoprire come l'ingente refurtiva sia stata trafugata e dove. La complessità del caso, che si dirama su altri Paesi, richiederebbe altri giorni, ma la situazione in Italia non consente attese". Il comunicato annuncia poi "sull'argomento il ministro Tomas Petricek sta scrivendo una lettera personale al titolare degli Esteri in Italia Di Maio".
 
I fatti, come mi ha raccontato al telefono Lukas Lev Cervinka confermando totalmente la notizia data dal Gr1, sarebbero andati così. Martedì le autorità ceche avevano vantanto un grande successo nella lotta a chi specula sui costi di mascherine e altro materiale medico indispensabile per fermare la pandemia. "La versione ufficiale con i primi comunicati diceva all'inizio che si trattava di mascherine e respiratori confiscati, parlando di materiale rubato a imprese ceche da criminali senza scrupoli che volevano venderle a costo maggiorato sul mercato internazionale, sfidando i severi limiti all'export medico imposti in Cechia come altrove dall´emergenza". Ma poi sono apparsi foto e filmati mostrati da Cervinka e dalle ong democratiche ed europeiste, che hanno fatto capire la brutta verità. Almeno gran parte del materiale sequestrato e fotografato a bordo di camion della polizia erano scatoloni con le bandiere cinese e italiana, e scritte in italiano inglese e mandarino in cui le autorità di Pechino scrivevano "Forza Italia, siamo al tuo fianco",
lanciavano saluti, incoraggiamenti e desiderio di aiuto all'Italia.

"Il ministero dell'Interno ceco è stato contattato", continua Lukas Lev Cervinka, "e all'inizio ha insistito nella versione ufficiale, ripetendo la menzogna del sequestro di materiale destinato a vendite illegale. Tutti i media diffusero allora la storia, ma poi la verità è stata scoperta, e si vedevano chiaramente le etichettature sugli scatoloni inviati da Pechino: aiuto umanitario cinese per l'Italia. Eppure il governo ceco ci ha messo tre giorni prima di dire, all'inizio non ufficialmente ma solo con tweet del ministero dell´interno, che ammetteva che almeno parte, cito i tweet, del carico, in realtà veniva dalla Repubblica popolare ed era destinato al vostro Paese come aiuto umanitario. Aggiungendo in termini generici che l'Italia non avrebbe perso nulla". Poi davanti alle denunce e alla pronte reazioni della diplomazia italiana si è arrivati al chiarimento, spiegato appunto oggi domenica pomeriggio dalla nota della nostra ambasciata a Praga.

Inizialmente, si era venuto a sapere ieri sabato pomeriggio che l'azienda responsabile del trasporto degli aiuti cinesi in Italia aveva deciso d'accordo con Pechino e Roma di assicurare l'arrivo in Italia di un secondo equivalente carico di aiuti cinesi. "Questa domenica si è giunti a un chiarimento ma quanto accaduto nei giorni scorsi non è affatto un gesto di politica europea, è una storia molto vergognosa", mi dice Lukas Lev Cervinka. E lascia capire che come dice il movimento giovanile e della società civile ceco, la "Nuova primavera" guidata da Verdi, Pirati, gruppi giovanili, ong, associazioni culturali, un movimento europeista, ambientalista e per la difesa della democrazia contro Babis, dall'autocrate e dai suoi ci si può sempre aspettare il peggio.




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AI 2 SCIACALLI

Se proprio non volete dare una mano, 
abbiate almeno la decenza di finirla con le vostre cialtronate 
e fake news che ogni giorno fate girare 
https://cipiri12.blogspot.com/2020/03/sciacalli-in-azione-contro-il-popolo.html





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giovedì 19 marzo 2020

Mancano le Mascherine Protettive dal Corona Virus

Perché in Lombardia mancano le mascherine protettive?

Perché in Lombardia
Fontana e Gallera non raccontano tutta la storia.

Perché in Lombardia mancano le mascherine protettive? Perché 12 contagiati su 100 in regione appartengono al personale sanitario? Di chi è la responsabilità? Domande che da giorni rimbalzano nella Lombardia che lotta contro il Corona Virus. Una polemica tra Pirellone e Protezione Civile rimasta a lungo sotto traccia ed esplosa definitivamente dopo le parole pronunciate venerdì 13 marzo dall’assessore regionale al Welfare Gallera che ha attaccato frontalmente la Protezione Civile per un’inadatta fornitura di presidi medici: «A noi servono mascherine del tipo fpp2 o fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex».



Tuttavia la storia è molto più complicata. Per comprenderla bisogna partire da un punto : Regione Lombardia non ha mai avuto un “Piano Emergenze” che stabilisse in modo chiaro a chi spettasse l’acquisto di presidi medici come mascherine, guanti e occhiali protettivi. Quindi, ogni singola amministrazione ha sempre agito per conto suo.



Non l’aveva prima, non l’ha neanche adesso. Una scoperta fatta dai consiglieri regionali del Pd, che però non è mai stata confermata ufficialmente dalla giunta Fontana, anche perché l’attività del Consiglio regionale è paralizzata e la possibilità ispettiva delle opposizioni
sull’operato della giunta è praticamente nulla.

Tanto che il 10 marzo scorso, in una lettera a Fontana, i consiglieri Pd chiedevano formalmente se: “È stato predisposto e aggiornato periodicamente, negli anni, il Piano Emergenze dal quale tutto il personale sanitario potesse trarre le indicazioni operative omogenee per affrontare un’epidemia di queste dimensioni? Possiamo avere copia degli aggiornamenti dei piani via via predisposti?”. Una richiesta caduta nel vuoto.



Comunque, una prova della disomogeneità operativa è che domenica 15 marzo il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha potuto annunciare sulla sua pagina Facebook che: «Da sempre Milano mantiene ottimi rapporti con le principali città cinesi: nei giorni scorsi ho fatto un po’ di telefonate alla ricerca di mascherine, e la risposta non si è fatta attendere. Ieri sera è arrivato un primo carico: le distribuiremo ai medici di base, agli ospedali e al personale del Comune al lavoro per assicurare i servizi. Nei prossimi giorni ne attendiamo alcune centinaia di migliaia: le metteremo a disposizione dei cittadini, cominciando dalle fasce più deboli». Se fosse stato operativo un protocollo unico regionale, Milano non avrebbe potuto fare da sola.



Secondo dato certo è che Regione Lombardia, a metà febbraio – quindi a emergenza già in atto – ha bloccato tutti i singoli ordini di presidi medici inviati in precedenza dalle sue propaggini amministrative (Asst, ospedali, ecc…), centralizzando gli acquisti nell’Azienda Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti (Aria Spa). Una procedura che ha avuto come conseguenza un ritardo oggettivo negli approvvigionamenti, anche perché si è subito dimostrato più difficoltoso il reperimento di grandi stock di materiale, rispetto a di ordini di minor grandezza. Inoltre, con l’avanzare del contagio a livello globale, si è fatto sempre più difficile trovare fornitori con magazzini pieni. E infine i prezzi sono schizzati alle stelle.



In seguito – e questo lo ha scoperto l’inchiesta di Fabrizio Gatti su “L’Espresso” – è accaduto che il Pirellone ha firmato un ordine per 4 milioni di mascherine che – aveva assicurato il governatore lombardo Attilio Fontana – sarebbero dovute arrivare entro il 27 febbraio. Ma quelle mascherine non sono mai giunte, tanto che il 2 marzo il maxi ordine viene annullato dalla Regione. Secondo la versione ufficiale perché il “fornitore non è stato in grado di adempiere agli obblighi assunti”. Secondo il giornalista perché le aziende scelte dal Pirellone non producevano più quel tipo di presidi medici. Quindi un ordine sbagliato.

“L’ordine di quattro milioni di mascherine è stato annullato (…) dalla centrale di committenza regionale, in quanto il fornitore non è stato in grado di adempiere agli obblighi assunti. Sono stati perfezionati ulteriori ordini con una serie di altri fornitori per i quantitativi di mascherine necessari. L’acquisizione dei dispositivi sta avvenendo presso diversi operatori economici e, alla data di lunedì, abbiamo già ricevuto e distribuito 57.440 mascherine tipo ffp2; 22.620 tipo ffp3 e 496.600 chirurgiche”, aveva risposto ufficialmente il Pirellone a L’Espresso.



Così Regione Lombardia si è ritrovata a cercare affannosamente i presidi sul mercato mondiale. Che ne frattempo era andato in tilt. Con l’esplosione globale del virus, infatti, non solo trovare i fornitori si è rivelato difficile, ma anche riuscire a far arrivare i carichi è divenuta un’impresa, visto che la fame di mascherine ha spinto numerosi paesi di transito delle navi a requisire i carichi. E il Pirellone non è sfuggito alla regola: si vede infatti bloccare un cargo in Turchia a fine febbraio e un altro, proveniente dall’Olanda, viene bloccato e requisito in Germania. E poi ci sono le truffe, come svela il consigliere regionale M5s, Dario Violi: «La Regione ha fatto un ordine da 7 milioni di euro a un’azienda che poi si è rivelata inesistente.
Sembra che fortunatamente sia poi riuscita a recuperare i soldi».



È in questo marasma che è partita la richiesta di aiuto di Fontana alla Protezione Civile per una fornitura extra di mascherine e guanti. Quella stessa fornitura poi attaccata platealmente dall’assessore Gallera. A quanto risulta a Business Insider Italia la Protezione Civile ha consegnato alla Lombardia:

398.140 mascherine modello Ffp2 ed Ffp3
97.200 mascherine chirurgiche;
707.000 mascherine Montrasio;
10.800 occhiali protettivi;
930 mila guanti monouso
3.013 indumenti protettivi;
113 ventilatori polmonari intensivi;
103 ventilatori polmonari sub-intensivi 103


«La verità è che la Protezione Civile ha consegnato alla sola Regione Lombardia in pochissimo tempo oltre mezzo milione di mascherine di diversa tipologia: ffp2, chirurgiche e simil-chirurgiche», attacca Violi, «Le mascherine contestate dagli assessori regionali lombardi sono solo una parte della fornitura e sono state acquistate con la garanzia che siano idonee all’uso per le quali sono state progettate. Ricordiamo inoltre allo smemorato assessore che sono state acquistate in tempi super celeri perché chi era stato incaricato all’approvvigionamento di questi dispositivi, ovvero la Regione, HA SBAGLIATO L’ORDINE?? Questo i signori della Lega non verranno mai a dirvelo che era loro compito procedere all’acquisto di mascherine e che si sono affidati ad una ditta estera la quale ha tirato il bidone lasciandoli e lasciandoci sprovvisti. È quindi intervenuta la Protezione Civile per coprire la falla aperta da quelli “capaci” di Regione Lombardia con ordinativi urgenti e rapidi».

Mancano le Mascherine Protettive dal Corona Virus


«Tutto quello che abbiamo, trasferiamo alle Regioni per cercare di ovviare alle carenze. Al momento non abbiamo altre mascherine, ma la Lombardia ne ha avute un numero superiore a quello delle altre proprio perché è in una situazione drammatica», ha dichiarato domenica al “Corriere della Sera” Luigi D’Angelo, responsabile emergenze della Protezione civile, al Corriere della Sera.

«Finora alle Regioni abbiamo dato 5 milioni di mascherine. Il fabbisogno mensile è di 90 milioni e noi abbiamo contratti per 56 milioni nelle prossime quattro settimane. All’inizio dell’emergenza c’era una disponibilità maggiore. Adesso che il virus si è diffuso in tutto il mondo i Paesi di transito fermano le forniture e le requisiscono. Ecco perché ogni Stato deve produrle e soprattutto riuscire ad aumentare questa produzione».

Ma il fronte dello scontro Pirellone-Protezione Civile riguarda anche lo stop al previsto ospedale d’emergenza che Regione Lombardia aveva annunciato nel padiglione della Fiera di Milano. Gallera aveva infatti annunciato un accordo con la Protezione Civile per creare una maxi struttura con 500 letti di terapia intensiva, dove avrebbero operato «circa 500 medici e dai 1.200 ai 1.500 infermieri». Un’idea poi decaduta polemicamente. Sempre a causa della Protezione Civile, ha sostenuto Fontana, rea di non esser stata in grado di mantenere le promesse fatte
e di non aver recapitato le forniture promesse.

Anche a questo ha risposto D’Angelo: «Le tempistiche per avere le attrezzature sono lunghe, almeno 15 giorni. Per allestire un ospedale ci vuole un mese. Ma il vero problema è il personale: ci volevano almeno 400 medici e 800 infermieri e non abbiamo la possibilità di destinare tutte queste forze per una nuova struttura. Per questo abbiamo preferito aumentare i posti letto in altri ospedali in modo da poter procedere in pochissimi giorni», ha spiegato.

i Leghisti Sono #Incapaci ed #Incompetenti   danno sempre la colpa agli altri   dei Propri Errori

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