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martedì 18 novembre 2014

Schiavi delle Griffe di Marca




Gli schiavi bulgari delle griffe
«Ieri sera mi ha chia­mato il mio capo per dirmi che c’era un ordine urgente da finire per Zara. Ho lavo­rato dalle 7 alle 10 di sera per la stessa tariffa dell’orario diurno e ho rice­vuto 0,50–0,60 euro all’ora. Non ho un con­tratto di lavoro e non mi ver­sano i con­tri­buti». «Pro­du­ciamo per mar­chi famosi come Zara, Levi’s e H&M. Il nostro capo ci dice con­ti­nua­mente che siamo un’azienda euro­pea che opera secondo gli stan­dard euro­pei e i livelli euro­pei di retri­bu­zione. Come sono cinici! Non voglio rischiare la mia già bassa paga e finire in mezzo a una strada. 

Quindi, pre­fe­ri­sco stare zitta e non dire nulla; mi ras­se­gno ad essere sfrut­tata e umiliata». La regione di Petrich, nella Bul­ga­ria sudo­rien­tale, è per l’industria tes­sile quasi meglio di un paese orien­tale: qui, ai mar­gini dell’Europa unita, si può pro­durre a costi più che con­te­nuti e senza nep­pure la fatica di dover tra­ver­sare mezzo mondo per vedersi reca­pi­tata la merce. Nella regione più povera d’Europa, si cal­cola che metà della popo­la­zione lavori (in fab­bri­che di grandi dimen­sioni, in scan­ti­nati o a domi­ci­lio) per conto di agenti greci che a loro volta ope­rano per conto di grandi mar­chi e distri­bu­tori. E le sto­rie che si ascol­tano sono gli sfo­ghi di chi sa di essere sfrut­tato ma non ha alternative. Una lavo­ra­trice, occu­pata da 18 anni in una fab­brica che pro­duce per Tom Tai­lor e Zara, ha rife­rito ai ricer­ca­tori della cam­pa­gna Clean Clo­thes di gua­da­gnare 179 euro netti, com­prese cin­que ore di straor­di­na­rio medie al giorno. 



Un’altra ha rac­con­tato di cucire a domi­ci­lio per­line sulle cami­cette di Benet­ton o Max Mara e di rice­vere non più di un euro e mezzo per un’ora e mezza di lavoro. Una donna slo­vacca ha spie­gato ai ricer­ca­tori che il suo sala­rio è stato ridotto da 430 euro a 330. Non si tratta di ecla­tanti ecce­zioni, bensì della nor­ma­lità in paesi che sono a pieno titolo nell’Unione euro­pea e in altri che ne hanno fatto richie­sta o riman­gono ai mar­gini. E in molti casi i com­mit­tenti sono, col solito mec­ca­ni­smo del lavoro in subap­palto, mul­ti­na­zio­nali dell’abbigliamento. Nel 2013, si legge nel dos­sier “Stit­ched Up”, che accende i riflet­tori sulle con­di­zioni di lavoro nell’industria tes­sile dell’est Europa ed è stato rea­liz­zato per conto della Com­mis­sione Ue, Bul­ga­ria, Mace­do­nia e Roma­nia hanno fatto regi­strare salari minimi infe­riori a quelli cinesi, Mol­da­via e Ucraina (prima della rivolta di piazza Mai­dan e della guerra civile nel Don­bass) sono rima­ste sotto l’Indonesia, nell’Anatolia Orien­tale i salari per i lavo­ra­tori dell’abbigliamento sono il 20 per cento al di sotto del minimo per vivere una vita appena digni­tosa. 

Tra­dotto in cifre, si va dagli 81 euro al mese mol­davi ai 129 bul­gari. Nel migliore dei casi (in Croa­zia, Slo­vac­chia e Istan­bul) i salari non supe­rano comun­que i 300 euro. Si tratta di un feno­meno che riguarda, secondo le stime dei ricer­ca­tori di Clean Clo­thes, almeno tre milioni di per­sone, che con le fami­glie arri­vano a nove milioni: solo nelle repub­bli­che ex sovie­ti­che nel set­tore tes­sile sono impie­gati 750 mila lavo­ra­tori rego­lari e 350 mila al nero. 

Quello che emerge dal dos­sier è che i paesi post-socialisti fun­zio­nano come bacino di lavoro a buon mer­cato per i mar­chi e i distri­bu­tori occi­den­tali della moda. A essere impie­gate sono nella stra­grande mag­gio­ranza donne (in Tur­chia addi­rit­tura il 90 per cento) che, come rac­conta una ricer­ca­trice geor­giana, «sono retri­buite per quan­tità di pro­dotto rea­liz­zato e le loro paghe non supe­rano i 104–124 euro al mese», men­tre gli uomini lavo­rano «pre­va­len­te­mente nel taglio e nella logi­stica e hanno un sala­rio fisso di 124–145 euro mensili». 

L’obiettivo della cam­pa­gna Clean Clo­thes è arri­vare a otte­nere almeno il 60 per cento del sala­rio medio nazio­nale. Ma al momento si tratta di una chi­mera, sia per la man­canza di una legi­sla­zione comune, nei paesi che ade­ri­scono all’Ue, sia per l’assenza totale di pro­te­zione legale in Paesi come la Geor­gia, sia per la dere­gu­la­tion con­trat­tuale e per la dif­fi­coltà di con­trol­lare la filiera pro­dut­tiva, cosa che con­sente a padroni e padron­cini di com­por­tarsi nel modo in cui viene rac­con­tato da una lavo­ra­trice rumena con ven­ti­cin­que anni di ser­vi­zio: «Rag­giungo a mala­pena il minimo sala­riale, c’è stato un mese in cui non ce l’ho fatta nep­pure lavo­rando di sabato. Se dico al capo che qual­che volta non rag­giungo il minimo se non vengo a lavo­rare di sabato, lui mi risponde: “E allora vieni di sabato”». 

La con­clu­sione del gruppo di ricerca è in con­tro­ten­denza rispetto a quanto il buon­senso potrebbe sug­ge­rire: a que­ste con­di­zioni è meglio la disoc­cu­pa­zione, per­ché «forme di occu­pa­zione con livelli retri­bu­tivi ecces­si­va­mente bassi creano povertà anzi­ché com­bat­terla». Anche per­ché a gua­da­gnarci, in que­sti anni, sono state solo le mul­ti­na­zio­nali che hanno spo­stato la pro­du­zione dove il lavoro costa meno, i sin­da­cati sono più deboli e i con­trolli meno strin­genti. I ricer­ca­tori met­tono in evi­denza come i più noti mar­chi della moda siano riu­sciti a gua­da­gnare dalla crisi eco­no­mica. I pro­fitti per le big com­pa­nies sono schiz­zati alle stelle: dagli 11,8 miliardi di fat­tu­rato del 2008 ai 16,98 del 2013 per H&M; da 10,41 miliardi del 2008 a 16,72 per Adi­das, i cui lavo­ra­tori rice­vono nove euro al giorno (per dieci ore di lavoro) in Bosnia e cin­que (per otto ore di lavoro) in Geor­gia.

 Molti, per poter soprav­vi­vere, sono costretti a fare anche un secondo lavoro oppure a dedi­carsi all’agricoltura di sussistenza. Ci sono poi alcuni “casi di stu­dio”. Fra il mag­gio 2013 e il gen­naio 2014 sono state inter­vi­state 40 lavo­ra­trici in diverse aziende croate e tur­che che pro­du­cono vestia­rio per conto del mar­chio Hugo Boss. Le denunce riguar­dano i salari da fame, l’abuso degli straor­di­nari, la libertà di asso­cia­zione negata e l’assenza di con­trat­ta­zione col­let­tiva, la repres­sione dell’attività sin­da­cale, con mole­stie, atti inti­mi­da­tori e ten­ta­tivi di cor­ru­zione, l’obbligo per le donne di non avere gra­vi­danze. I ricer­ca­tori sono andati nella città turca di Bat­man, dove esi­ste un sistema di sub­for­ni­tura simile a quello bul­garo di Petrich. In un pic­colo labo­ra­to­rio che impiega una ven­tina di donne kurde e alcune siriane hanno sco­perto con­di­zioni di lavoro al limite della schia­vitù: dalle 9 di mat­tina fino a mez­za­notte, senza straor­di­nari e, in caso di ordini urgenti, fino al mat­tino suc­ces­sivo. Al nero e per 130 euro al mese. Gli ospe­dali, in caso di inter­venti gravi, chie­dono il paga­mento della pre­sta­zione. Le lavo­ra­trici la pren­dono con filo­so­fia: «Cer­chiamo di non ammalarci».

CAMPAGNA

http://www.cleanclothes.org/


Angelo Mastrandrea - il manifesto
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lunedì 30 agosto 2010

La mafia rossa di pomodori



Quando arrivi in Molise hai l’impressione di essere in una regione tranquilla, serena, immune dal malaffare. Per molti è ancora parte dell’Abruzzo, così come era prima del 1970. Ma appena ti addentri ti rendi conto che la realtà è un’altra: imprese casertane che hanno in mano il mercato delle costruzioni. Siciliani che cercano rifugio nelle aree interne sperando di sfuggire agli ergastoli. E’ una regione cuscinetto, una testa di ponte tra la “Capitanata” foggiana e la provincia di Caserta. Uno snodo per il traffico di rifiuti provenienti dalla Campania che arriva a Pozzilli, Termoli, Venafro e che vedrebbe coinvolta la ditta Caturano (di cui si trovano tracce anche nell’operazione “RE MIDA” della Procura di Napoli). Una Regione dove in un piccolo centro come Guglionesi ( circa tremila abitanti) si è dovuto bonificare un sito ( un ex azienda per l’allevamento di lombrichi) riempito di rifiuti tossici. L’operazione è costata alla comunità circa 2 milioni di euro!Uno snodo per il traffico e la gestione degli immigrati, soprattutto in agricoltura. Uno snodo “fantasma” per braccia da vendere nei campi di pomodori. In quei campi dove due anni fa ( il 29 luglio del 2008) morì, in un canale stradale, Georghe Radu, clandestino ucciso da un malore e dalla paura dei suoi “colleghi” che lo trascinarono fuori dal campo e lo lasciarono, solo, in una cunetta a finire la sua vita, come un cane, come un reietto.

 Un recente rapporto dice che in Molise gli immigrati sono circa 7.500 unità (di cui 5.358 compresi tra la città la capoluogo, Campobasso, e il resto della sua provincia). Provengono in gran parte da Romania, Polonia, Albania, Marocco e Ucraina e il 75% è donna. E questo è il periodo della raccolta del pomodoro e così il Basso Molise e la Capitanata ( dove si raccolgono oltre 2 milioni di pomodori) accolgono oltre quindicimila braccianti che in maggioranza lavorano in nero ( con una paga media di circa 2,5 euro l’ora e di cui un terzo va al “caporale”).

E con la stagione della raccolta dell’oro rosso ( come lo chiamano tutti) si presentano problemi vecchi e nuovi. Storie di uomini e donne che arrivano in Italia per trovare una nuova vita. Storie di piccoli agricoltori “strozzati” dalle grandi aziende e dai business della criminalità. -    L’accoglienza agli immigrati è in Molise completamente assente perché non esiste alcuna politica verso di loro mentre in Puglia sono stati costruiti 4 alberghi diffusi e installati 20 cisterne per l’acqua oltre ai bagni chimici. Il punto è che il costo per notte, negli alberghi, è di 8 euro ( circa la metà del guadagno di un giorno!)

-    La vendita del prodotto che per la maggior parte va ad aziende campane, E in questa stagione 2010 la crisi si fa sentire forte e chiara. «La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». Secondo la Cia «dietro c’è un cartello di imprese di trasformazione, industriali e grossisti che impone le stesse condizioni capestro a tutto il Mezzogiorno. La colpa è degli industriali che lasciano marcire il prodotto nei campi». «I contratti non vengono onorati – aggiunge il vice sindaco di Guglionsesi, Lucarelli – le nostre aziende si appoggiano a industrie campane che stipulano degli accordi ma poi non li rispettano. Come? Ad esempio mandano meno TIR di quelli che ne dovrebbero giungere per trasportare il prodotto. Oppure arrivano con giorni di ritardo, e si sa che il pomodoro dopo la raccolta si deteriora in fretta. In questo modo valutano il prodotto meno di quanto vale. Per farla breve, se nel contratto c’è scritto che ti devono 5, ti danno due. E per gli agricoltori c’è anche il problema delle quote di pomodoro da raggiungere, minimo 750 quintali per ettaro, senza i quali non hanno diritto ai contributi europei».

-     E poi c’è il fenomeno dei falsi braccianti. Con 15 euro si può diventare braccianti e ottenere l’indennità di disoccupazione agricola. Un meccanismo sperimentato per esempio già a Rosarno ( e che in qualche modo è parte della famosa rivolta del gennaio scorso). Un imprenditore fa lavorare in nero degli extracomunitari e i contributi vengono “venduti” ai falsi braccianti, che potranno poi ricevere l’indennità. Una truffa bella e buona che permette anche di drogare il mercato del lavoro regolare, dove il lavoratore “vero” è costretto a pagarsi da solo i contributi per l’indennità di disoccupazione agricola. Cosa rispondere, infatti, ad un datore di lavoro che dice: ”tu vuoi lavorare da me? Dato che posso avere manodopera a 20 euro ti pago fino a 30 euro e i contributi te li versi tu”?

A tutto ciò si aggiunge che questa sarà l’ultima estate con i sussidi dell’Ue: 1000 euro a ettaro al produttore. E così il lavoro nero, la sopraffazione di chi ha bisogno di lavorare ( regolare o irregolare che sia) sarà sempre più forte e “il piede dei giganti schiaccerà il cuore” degli ultimi, di chi è senza difesa, stretti tra la morsa della camorra e di imprenditori senza scrupoli

(pubblicato anche su strozzatecitutti.info il 28 agosto 2010)



Fonte: strozzatecitutti.info


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