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sabato 16 novembre 2019

A Padova si Evade più Iva che in tutta la Svezia

In tutto il Veneto sono 3 miliardi Evasi al Fisco:   lo rivela Fabbrica Padova, il centro studi di Confapi,   che analizza il fenomeno e propone soluzioni


650 milioni di euro 'Nascosti' al Fisco

In tutto il Veneto sono 3 miliardi Evasi al Fisco:
lo rivela Fabbrica Padova, il centro studi di Confapi,
che analizza il fenomeno e propone soluzioni


In Italia basterebbe far emergere quanto si evade di Iva per coprire quasi per intero la prossima manovra finanziaria. Secondo un rapporto diffuso a settembre dalla Commissione Europea, infatti, la differenza tra quanto lo Stato incassa dall’Iva e quanto in linea teorica dovrebbe raccogliere è stata nel 2016 - ultimo anno analizzato nella sua interezza - di 35,9 miliardi, tra elusione fiscale ed errori nei calcoli della tassa. Circa un quarto dei 147,1 miliardi di euro frodati nell’intera Unione Europea, più che in ogni altro Paese.

650 milioni di euro evasi a Padova

Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, proprio a partire da questi dati ha provato a stimare il dato relativo al gap Iva in Veneto e nella provincia. Lo ha fatto partendo dalle proporzioni presenti nello studio “Asymmetries in the territorial VAT gap”, elaborato l’Agenzia delle Entrate, che analizzava il fenomeno nel corso degli anni da una prospettiva legata alle singole regioni. Un rapporto da cui emerge che l’evasione Iva, in Veneto, “pesa” per il 9.16% su quella totale in Italia. Vale a dire, considerando il 2016, per circa 3 miliardi e 296 milioni (più di quanto non si evada nell’intero Belgio, dove si registra un gap Iva di 3 miliardi e 79 milioni di euro, o in Danimarca, dove il dato si assesta sotto i 2 miliardi e mezzo). E Padova? Considerando l’incidenza dell’economia provinciale rapportata a quella regionale, per lo stesso anno si può arrivare a stimare il dato in circa 649 milioni di euro. Più di quanto non si evada in stati come la Svezia (465 milioni di euro di gap Iva) e, ad esempio, più del doppio che in Lettonia (258).

Il rapporto con il Pil

È tuttavia significativo notare come l’incidenza dell’evasione in Veneto su quella italiana rispecchi il rapporto che esiste tra il Pil regionale e quello nazionale: il Veneto produce infatti il 9,21% del prodotto interno lordo del Paese. A partire da questa constatazione Fabbrica Padova ha elaborato un indice che tiene conto di questi due fattori (si veda la tabella in coda al testo), prendendo in esame i dati di alcune regioni italiane per quanto riguarda il contributo alla ricchezza nazionale e l’evasione dell’Iva. L’indice assegna il valore 1 a un livello di evasione “proporzionato” alla produttività, valori superiori all’1 se l’evasione è più alta e inferiori se è più bassa. Si nota come i 5 miliardi e 251 milioni di evasione Iva stimati per la Lombardia (14,59% dell’evasione Iva italiana), siano ad esempio inferiori al 21,71% del suo apporto al Pil (indice 0.67). In Campania (evasione Iva pari al 10,62%, produttività al 6,11%, indice di 1,74) la situazione è opposta,
per non parlare della Calabria (indice 1,90).

"Cifre mostruose, Individuiamo chi Imbroglia"

Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova, commenta così lo studio: "Quelle relative all’evasione dell’Iva sono cifre mostruose, che da sole danno l’idea di quanto qualsiasi misura in grado di combattere il fenomeno vada favorita. Non è una giustificazione, ma se in Italia si evade così tanto è anche per via della troppa burocrazia che agevola coloro che non vogliono pagare le tasse, dell’eccessiva propensione all’uso del contante in confronto alle altre nazioni e del continuo ricorso da parte dei Governi che si sono succeduti negli anni di misure inquadrabili come condoni che sono, in un certo senso, una sorta di incentivo all’evasione. Detto questo, mi preme ampliare il ragionamento. I dati elaborati dal nostro centro studi ci dicono che, contrariamente a quanto si possa pensare rifacendosi al luogo comune dei piccoli imprenditori del Nord e dei lavoratori autonomi che evadono appena possono, il fenomeno incide molto di più in altre regioni, proprio quelle che, in questi anni, hanno goduto di forme assistenzialistiche più spinte e che potrebbero goderne ancora. Un esempio? Sicilia e Campania da sole - lo attestano i dati Inps - coprono il 53% del totale delle persone che beneficiano del Reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni lo scorso dicembre. Dei 6.5 milioni di potenziali beneficiari del Reddito di cittadinanza di cui si discute oggi, 1,7 sono concentrati nell’Isola. Attenzione: noi non diciamo certo che il Mezzogiorno non vada aiutato, ma non attraverso quelle che rischiano di essere misure che, se non ci sarà ad esempio un ripensamento dei centri per l’impiego, disincentivano il lavoro. Dirò di più: evitiamo che l’aiuto di Stato si assommi all’aiuto che si dà, da solo, chi evade e poi dichiara di vivere in condizioni di povertà. Il rischio, se non individuiamo gli anticorpi che consentono di identificare chi imbroglia, è che gli imprenditori onesti si ritrovino a pagare anche per chi non lo è".





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lunedì 23 marzo 2009

LAVORO E FISCO

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Sostegni e aiuti per persone licenziate che perdono posto di lavoro: la soluzione per coprire i milioni di lavoratori senza garanzie sarebbe già disponibile nelle trattenute in busta paga..

Il Governo deve riuscire nell'impresa di trovare dei fondi di protezione per tutta quella miriade di lavoratori che in caso di licenziamento rimangono senza nessun tipo di aiuto economico
I lavoratori dipendenti del settore privato, insieme ai precari, sono i lavoratori più a rischio in caso di licenziamento. Infatti non dispongono di nessun tipo di sostegno economico.

A stimare il numero di questo esercito di impiegati, operai, magazzinieri, autisti, camerieri, commessi, etc., senza sicurezze è la CGIA di Mestre che ne ha elencato anche i settori di appartenenza. A guidare il gruppo per numerosità è il settore dei servizi. In questo comparto ci sono 2.336.400 lavoratori dipendenti.

Seguono gli occupati del commercio alle dipendenze di aziende con meno di 200 dipendenti che sono 1.968.000, quelli dell’artigianato (con l’esclusione dei lavoratori edili che usufruiscono della Cigo) pari a 889.500, gli addetti alle dipendenze di alberghi e ristoranti pari a 870.000, i lavoratori del credito/assicurazione pari a 544.400 unità e quelli delle comunicazioni (338.100 dipendenti).

Chiudono la classifica i trasporti con 194.800 dipendenti. “In questi giorni, giustamente, ha suscitato grande preoccupazione il forte aumento della cassa integrazione registrato nello scorso mese di dicembre – esordisce Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – Peccato che in Italia ci sia un esercito di oltre 7 milioni di dipendenti che non hanno nemmeno quella e nel caso la propria azienda, per le difficoltà economiche in atto, li allontani si trovano senza garanzie e senza nessuna copertura salariale.

Sono dei veri e propri lavoratori invisibili che quando stanno a casa non se ne accorge nessuno. Per questo – prosegue Bortolussi – chiediamo al Governo di intervenire e di mettere mano a questa materia e, senza spese per lo Stato o con una spesa davvero minima, estendere le garanzie a tutti i lavoratori, senza, nel contempo, gravare di nuovi pesi le aziende in questo momento difficile. Si tratta, infatti, di riallocare risorse, che in gran parte già ci sono, mettendole dove oggi è più urgente e necessario”.

Le esperienze a cui attingere sono, secondo la CGIA di Mestre, quelle degli Enti bilaterali che, soprattutto in Veneto, Emilia Romagna, Lombardia, ma, in verità, in quasi tutta l’Italia, sono e continuano ad essere un’esperienza di successo. In molte parti d’Italia, attualmente, imprese artigiane e loro dipendenti versano un contributo mensile che va a costituire un fondo comune di categoria gestito dalle parti sociali (per i metalmeccanici l’importo è di 9 € per ciascun dipendente) che eroga, su richiesta, sussidi per la sospensione dal lavoro, assistenza sanitaria e famigliare, etc.

L’idea, chiaramente da perfezionare, sarebbe quella di ricapitalizzare questo fondo attingendo a vari programmi e contributi europei e, magari, con parte del ricavato della trattenuta dello 0,30% “in busta paga” che, attualmente, viene destinata alla formazione continua e con altri fondi da individuare.

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