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lunedì 25 giugno 2018

Italiani scappano all' Estero per Cercare Lavoro

Italiani scappano all' Estero per Cercare Lavoro


Italiani sempre più «migranti»: +11% i trasferimenti all’estero
Un numero crescente di Italiani lascia il Paese. Lo sottolinea l'Ocse nello studio sui movimenti migratori, rilevando che il numero degli italiani che nel 2017 hanno notificato il trasferimento di residenza all'estero è salito di oltre l'11% a 114mila. Secondo il rapporto, tuttavia, l'emigrazione ufficiale è probabilmente sottostimata: le stime reali per il 2017 variano da 125mila a 300mila. In base ai dati Ocse l'Italia è all'ottavo posto tra i Paesi di origine di nuovi immigrati, con 172mila, in aumento dell'1% sul 2015, pari al 2,4% dei flussi totali nell'Ocse e contro la media di 99mila tra il 2006 e il 2015. Nel 2016 la Penisola è preceduta dal Vietnam e seguita dalle Filippine. Al primo posto come Paese d'origine di nuovi immigrati c'è la Cina con 538mila, seguita da Romania (419mila), Siria (343mila), India, Polonia e Messico. In base ai dati Ocse, nel 2016 i flussi di migrazione dall'Italia alla Spagna sono aumentati del 17%, mentre quelli verso la Germania sono calati dell'8%.

Flussi pari allo 0,8% della popolazione 
Nel 2016 - indicano i dati definitivi dell'Ocse - i flussi migratori verso l'area avevano raggiunto 5,3 milioni di persone, con un aumento del 15%, il più elevato da 10 anni. Le migrazioni di origine famigliare (ricongiungimenti ed accompagnamenti famigliari) erano pari al 38%, con 1,8 milioni di persone. In netto aumento la migrazione umanitaria (+78% a 900mila), il livello più alto mai raggiunto dall'Ocse e pari quasi a un quinto dei flussi totali.


IL RAPPORTO  12 aprile 2018
Ocse: in Italia più disuguaglianze, una patrimoniale può aiutare a ridurle
La Germania è stato il principale Paese di destinazione di questi rifugiati e ne ha ricevuti quasi la metà, seguita da Usa (17%), Svezia (8%), Canada (6%) e Austria (3%). Per la prima volta dal 2007, è aumentata (+3%) la migrazione per motivi di lavoro verso Paesi Ocse e ha raggiunto il 10% del totale. La Germania è il Paese che ha segnato il maggiore incremento con +23mila lavoratori da Paesi terzi. Il numero di lavoratori di questo tipo arrivati in Italia e' invece calato - in base alle statistiche Ocse - di 8.000. La migrazione temporanea per lavoro nel 2016 nell'Ocse riguardava circa 4,3 milioni di persone, l'11% in piu' rispetto al 2015 e per il quarto anno consecutivo le assunzioni internazionali di lavoratori stagionali sono aumentate in modo netto (+30%). Polonia e Usa sono i principali Paesi ospiti dei lavoratori temporanei, con circa 660-670mila permessi nel 2016. In Polonia (+61% sul 2015) si tratta in prevalenza di lavoratori provenienti dall'Ucraina. La Germania è al terzo posto con 470mila, per lo più trasferimenti intra Ue-Efta. In Italia si tratta di circa 70.000 lavoratori, in calo del 5%, e anche in questo caso per la maggior parte (61mila circa) per movimenti intra-europei. Il numero degli stagionali in Italia risulta, per contro, molto esiguo: solo 3.500, in calo dell'1% e contro gli oltre 41mila del 2008. I movimenti per effetto delle aree di libera circolazione si sono mantenuti ad alti livelli nell'area Ocse, riguardando 1,8 milioni di persone, pari al 28% del totale. Nella Ue il numero dei lavoratori mandati dai loro datori di lavoro in altri Paesi Ue con contratti locali nel 2016 ha raggiunto 2,2 milioni, con un aumento dell'8% rispetto all'anno prima. Il numero di donne nella migrazione totale è calato gradualmente a partire dal 2009 ed era pari al 45% dei nuovi immigrati nel 2016. Circa tre quarti dei Paesi Ocse ricevono più uomini migranti che donne. Nei Paesi Ocse nel 2017 vivevano 127 milioni di persone nate all'estero, pari al 13% del totale contro il 9,5% del 2000. In Italia la percentuale è salita dal 3,9% al 10%. I flussi di migrazione annuale permanente rappresentano lo 0,8% della popolazione Ocse e anche Ue, ma in Paesi come il Lussemburgo e la Svizzera sono dell'1,5% circa e sono molto aumentati in Germania (all'1,3%) e Svezia (1,4%). In Italia l'incidenza si ferma allo 0,4%.

Contraffazione brucia 1-2% Pil Italia,vale 35 miliardi 
In Italia, il commercio mondiale di beni contraffatti, dalle borse di lusso ai prodotti alimentari, ha un impatto sull'economia pari a circa l'1-2% del pil in termini di mancate vendite, secondo un nuovo rapporto dell'Ocse. «Il commercio di beni contraffatti e l'economia italiana» rivela che il valore dei beni italiani contraffatti e piratati venduti nel mondo nel 2013 era pari a oltre 35 miliardi di euro, il 4,9% delle vendite di prodotti manifatturieri italiani. Ciò ha causato oltre 25 miliardi di mancate vendite alle aziende italiane.



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Poste italiane, 
dopo aver siglato un accordo di partnership con Amazon 
per la distribuzione dei pacchi nel fine settimana,
 da il via alla nuova campagna di assunzioni triennale...
http://cipiri5.blogspot.com/2018/06/poste-italiane-6000-assunzioni-in-tutta.html



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venerdì 14 ottobre 2016

Gli Italiani Emigrano per Cercare Lavoro


Boom di italiani che vanno all'estero, in 107mila nel 2015: + 6,2%
 La metà preferita è la Germania. Le regioni con maggiore emigrazione Lombardia e Veneto

Sono 107.529 i connazionali espatriati nel 2015. Rispetto all'anno precedente a iscriversi all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) sono state 6.232 persone in più, per un incremento del 6,2%. 

Hanno fatto le valige soprattutto i giovani tra i 18 e i 34 anni (39.410, il 36,7%); la meta preferita è stata la Germania (16.568), mentre Lombardia (20.088) e Veneto (10.374) sono le principali regioni di emigrazione. Lo rileva il rapporto "Italiani nel mondo 2016" presentato oggi a Roma dalla Fondazione Migrantes. "I giovani devono poter tornare", è il monito del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Nel 2015 le iscrizioni all'Aire sono state in tutto 189.699. Più della metà, 107.529, per espatrio. Il 69,2% di coloro che hanno fatto le valige (quasi 75 mila persone) si è trasferito in Europa.

In calo le partenze per l'America meridionale (-14,9% in un anno), mentre rimangono stabili quelle per l'America centro-settentrionale; 352 connazionali hanno scelto le altre aree continentali. I maschi espatriati sono oltre 60 mila (56,1%), i celibi e le nubili il 60,2%. La fascia 18-34 anni, quella dei Millennianls, è la più rappresentativa (36,7%).

I giovani hanno una mobilità "in itinere", che - osserva il rapporto - "può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su continue e sempre nuove opportunità incontrate". Seguono i 35-49enni (25,8%). I minori sono il 20,7% (di cui 13.807 mila hanno meno di 10 anni) mentre il 6,2% ha più di 65 anni (di questi 637 hanno più di 85 anni e 1.999 sono tra i 75 e gli 84 anni). Tutte le classi di età hanno registrato un aumento delle partenze rispetto al 2014 tranne gli over 65 anni (da 7.205 a 6.572). "Pur restando indiscutibilmente primaria l'origine meridionale dei flussi - si legge nel rapporto - si sta progressivamente assistendo a un abbassamento dei valori 
percentuali del Sud a favore di quelli del Nord del Paese".


La Lombardia, con 20.088 partenze, è la prima regione in valore assoluto per partenze, seguita dal Veneto (10.374) che fa scendere la Sicilia (9.823) alla terza posizione (era seconda nel 2014). Al quarto posto il Lazio (8.436) e ancora Piemonte (8.199) ed Emilia Romagna (7.644). Nel 2015 la Germania (16.568) è la meta preferita dagli italiani andati oltreconfine, a seguire, con una minima differenza, il Regno Unito (16.503) e poi, più distaccate, la Svizzera (11.441) e la Francia (10.728).

Mattarella, italiani all'estero talvolta segno di impoverimento - "Oggi il fenomeno degli italiani migranti ha caratteristiche e motivazioni diverse rispetto al passato. Riguarda fasce d'età e categorie sociali differenti. I flussi tuttavia non si sono fermati e, talvolta, rappresentano un segno di impoverimento piuttosto che una libera scelta ispirata alla circolazione dei saperi e delle esperienze". Lo scrive il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio a monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes. "La mobilità dei giovani italiani verso altri Paesi 
dell'Europa e del mondo - ha detto Mattarella - è una grande opportunità, che dobbiamo favorire, e anzi rendere sempre più proficua. Che le porte siano aperte è condizione di sviluppo, di cooperazione, di pace, di giustizia. Dobbiamo fare in modo che ci sia equilibrio e circolarità. I nostri giovani devono poter andare liberamente all'estero, così come devono poter tornare a lavorare in Italia, se lodesiderano, e 
riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate".


Ma a differenza della generazione precedente rivendicano che non è una fuga ma "una scelta per coltivare ambizioni e nutrire curiosità".

Di certo, la fascia anagrafica che va tra la maggiore età e i 34 anni è quella che è più soggetta 
all'emigrazione. Raccoglie infatti oltre un terzo degli italiani residenti all'estero ed è quella in cui si registra il picco di partenze anche nel 2015. E a seguire, nella graduatoria di chi è emigrato nell'ultimo anno, c'è la fascia appena superiore, che arriva ai 49 anni: sommandole, si scopre che le persone maggiorenni con meno di 50 anni costituiscono la metà degli italiani che hanno portato la residenza oltre confine da gennaio a dicembre 2015. “Il grave problema dell'Italia di oggi è proprio l'incapacità di evitare il depauperamento dei giovani e più preparati a favore di altri Paesi”, commenta la Fondazione Migrantes nella premessa del rapporto.

UN ITALIANO SU 12 VIVE ALL'ESTERO 
 In totale, il conteggio dei connazionali residenti all'estero ha 
raggiunto al 31 dicembre 2015 quota 4.811.163 (in dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 54,9%), un dato che rispetto all'anno precedente è più alto del 3,7 per cento. Significa che poco più di un italiano su 12 è emigrato. E il 50 per cento di questa diaspora ha origini meridionali: ci sono comuni come Licata e Favara, entrambi in Sicilia, nei quali più del 40 per cento dei cittadini è ormai residente all'estero. Nell'ultimo anno, 107.529 italiani hanno lasciato il Paese, diecimila in più rispetto all'anno prima. Aumenta poi la percentuale di chi parte per non tornare: il saldo migratorio tra chi rimpatria e chi 
parte, che era rimasto quasi costante nel primo decennio del millennio, 
sta subendo una brusca virata in negativo.

NEL REGNO UNITO PER STUDIARE 
 Tra le destinazioni predilette dai più giovani c'è il Regno Unito, 
meta preferita per chi vuole studiare. Ma la terra d'Oltremanica prima della Brexit conservava una capacità attrattiva anche per le altre fasce d'età, attestandosi al terzo posto nel conteggio della crescita annuale e al settimo posto complessivo nella graduatoria degli iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, preceduto da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Belgio. A prevalere è invece l'Argentina, che risulta aver ospitato nel 2015 783mila italiani con un aumento record di ventinovemila unità rispetto 
all'anno precedente. Impennata alla quale tiene testa solo il Brasile, dove – allargando l'orizzonte temporale – si scopre che in dieci anni gli italiani sono aumentati del 151 per cento arrivando a contare 373mila residenti. E sempre nell'arco di un decennio è imponente anche il dato della Spagna che ha visto aumentare la presenza italica di oltre due volte e mezzo, anche se in termini assoluti si tratta di 143mila cittadini.

In questo senso, però, proprio i millennials segnano una novità: “La loro mobilità – fa rilevare il rapporto Migrantes – è in itinere e può modificarsi continuamente perché non si basa su un progetto migratorio già determinato ma su opportunità lavorative sempre nuove”. I millennials, sottolinea la fondazione che fa capo ai vescovi italiani, “cercano di mettersi alla prova, hanno voglia di nuove e migliori condizioni lavorative, puntano a conoscere e scoprire”. Sono, insomma, la “prima generazione mobile”. E il 43 per 
cento di loro afferma di considerare questo status come “unica opportunità di realizzazione”.

I DOPPI MIGRANTI 
 Se i millennials sono l'immagine dell'emigrante single, l'altra faccia nuova 
dell'emigrazione dall'Italia è costituita dai padri di famiglia che il rapporto Migrantes definisce “doppi migranti”: si tratta di coloro che sono arrivati in Italia da altri Paesi, si sono fermati almeno dieci anni acquisendo la cittadinanza e ora però decidono di partire per cercare fortuna altrove. Si tratta in particolare di persone originarie del Bangladesh. 
E la loro meta prediletta è ancora il Regno Unito.



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lunedì 10 ottobre 2016

Italia : Spesi 18 miliardi ma i Giovani restano Senza Lavoro


Spesi 18 miliardi per un risultato minimo. 
I giovani restano senza lavoro

“Questo Paese ha speso circa 18 miliardi per poter permettere al presidente del consiglio di dire che ha qualche centinaia di migliaia di occupati in più. Se facciamo due conti, una spesa straordinaria con un risultato minimo”. Il segretario nazionale della Cgil Susanna Camusso, ha attaccato le politiche del lavoro del governo Renzi nel suo intervento alla Biennale dell’economia cooperativa a Bologna . “Un risultato che, peraltro, con tutto il rispetto per le persone, riguarda prevalentemente la fascia degli over 
50. Cioè non ha cambiato significativamente la condizione dei giovani. A una parte dei giovani, anzi, l’ha peggiorata: sono passati dall’avere dei rapporti atipici a essere pagati a voucher”. Poi critica anche la politica renziana dei bonus e in questo caso di un nuovo annunciato Bonus famiglia: “Per le famiglie servono servizi. Abbiamo visto in questi anni molti bonus, come il Bonus figli. Ma se poi inizia l’anno e non ci sono posti negli asili le donne sono costrette a scegliere se fare le mamme o le lavoratrici”


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Italiani che cercano Lavoro all' Estero sono 110mila all'Anno


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lunedì 4 luglio 2016

Made in Italy della Moda in Bangladesh


Iqbal Masih, il bambino pakistano 
che denunciò la condizione di sfruttamento del lavoro minorile

Ma che ci facevano tanti italiani imprenditori, o lavoratori del settore tessile in Bangladesh? L’orribile attentato di pochi giorni fa – orribile al pari di tutti gli altri attentati dell’Isis di questi mesi, in qualsiasi parte del mondo, e quale sia la nazionalità delle vittime – ha colpito diversi cittadini italiani, imprenditori o lavoratori del settore tessile. Non un caso isolato, ma una frequentazione sempre maggiore quella del sud est asiatico per le imprese tessili della penisola, che getta ormai un’ombra sul made in Italy, divenuto a tutti gli effetti marchio di sfruttamento planetario.

Nell’imbarazzo dei media e della stampa, che si sono tenuti ben lontani dall’approfondire questa questione, viene fuori ancora una volta quel legame tra le peggiori condizioni di lavoro, bassi salari, lavoro minorile, orari massacranti e un settore che è insieme all’agroalimentare il fiore all’occhiello della produzione nazionale, che vanta una forte tradizione imprenditoriale, di qualità e riconoscimento mondiale. Non è un mistero che da tempo la delocalizzazione al di fuori dei confini nazionali abbia comportato una crisi del settore e delle piccole aziende italiane delle filiere dei grandi marchi, che oggi preferiscono appaltare i propri lavori a veri e propri centri di sfruttamento, in cambio di maggiore profitto. Il Bangladesh è uno dei centri privilegiati di questo meccanismo.

«Nel periodo gennaio-febbraio 2016 – ha scritto un dispaccio dell’AdnKronos – ammontava a 274 mln il valore delle importazioni dal Bangladesh all’Italia. Oltre 271 mln di questi, quasi il 99%, è rappresentato da prodotti tessili, articoli di abbigliamento e articoli di pelle. Per altro, secondo gli ultimi dati disponibili dell’agenzia Ice, in crescita del 13% rispetto allo stesso bimestre del 2015. Non è un caso, infatti, che più della metà degli italiani morti nell’assalto terroristico di ieri sera a Dacca, in Bangladesh, lavorasse nel tessile. La Lombardia è una delle regioni dove pesa di più, in termini di ricchezza prodotta, l’interscambio commerciale con il Bangladesh, rappresentando circa il 15% del totale nazionale. Secondo gli ultimi dati disponibili della Camera di commercio di Milano, nella prima parte del 2015 gli scambi valevano 132 milioni di euro, di cui 80 di import e 52 di export, un valore in crescita del 94% rispetto a 5 anni fa, 64 milioni di euro in più. Le importazioni, che riguardano per il 97,3% prodotti tessili, hanno vissuto un boom lo scorso anno e sono salite del 30% con punte del +496% a Cremona e del +264% a Pavia.»

Qualcuno ricorderà la tragedia a Dacca nel 2013 dove oltre 1100 operai, tra cui donne e bambini morirono nel crollo di una fabbrica. Allora un’importante catena di abbigliamento italiana risultò coinvolta, in quanto appaltatrice di decine di migliaia di capi, inchiodata dalle foto del crollo e dalle etichette ben evidenti, nonostante un tentativo inizialedi negare ogni coinvolgimento.

Non vi è alcun legame e nessuna giustificazione rispetto all’attentato dell’Isis sia chiaro, ma non si parli di filantropia, o passione per i viaggi. Alcune stime economiche hanno verificato che sui capi di abbigliamento prodotti tramite subappalti nel sud est asiatico le grandi marche riescano a ricavare un profitto di oltre venti volte il costo pagato alla fabbrica che esegue il lavoro. Una polo ad esempio, venduta in Italia a 80 euro ne costa appena 4, 5. Di questi una parte misera finisce ai lavoratori, pagati meno di 2 euro al giorno, nonostante le grandi rivendicazioni delle organizzazioni sindacali e operaie di quei paesi, sempre più coscienti della condizione di sfruttamento.

Per capire cosa sta accadendo in Italia basta farsi un giro nei distretti tessili di un tempo oggi ridotti a un cumulo di macerie o rilevati da aziende che usano manodopera straniera costituendo una sorta di zone economiche speciali (Prato), tollerate dallo stato, in cui le condizioni di lavoro del sud est asiatico sono di fatto importate in Italia.

La particolarità del tessile si evince da un dato che lo differenzia da altri settori industriali. Mentre le aziende italiane di meccanica, automobili, farmaceutica ecc, producono principalmente per il mercato locale , «in molti comparti del Made in Italy, invece , scrive l’Istat nel suo rapporto annuale nel 2014 – quote rilevanti della produzione realizzata all’estero sono riesportate in Italia, in particolare nei settori tessile e abbigliamento (58,2%)…» Tradotto si delocalizza all’estero una parte di semilavorati per poi apporre il marchio in Italia: il prodotto resta “made in Italy” ma la maggior parte del lavoro è svolta fuori dall’Italia, per consentire maggiori guadagni alle grandi imprese. Le piccole falliscono, o si convertono in una sorta di agenti intermedi che fanno anche loro questo tipo di lavoro, per conto di grandi gruppi, che così mascherano le loro responsabilità adducendo rapporti di terzi intermediari e la loro non diretta responsabilità.

Le responsabilità delle aziende italiane, dell’elitè della moda, e del made in Italy SANNO che  in Bangladesh oggi ci sono migliaia di operai sottopagati che lavorano in condizioni misere. Migliaia di Iqbal Masih, il bambino pakistano che denunciò 
la condizione di sfruttamento del lavoro minorile. 


Il 24 aprile 2013 il Rana Plaza, un edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, un sub-distretto nella Grande Area di Dacca, capitale del Bangladesh.

Le operazioni di soccorso e ricerca si sono concluse il 13 maggio con 1.129 vittime. 
Circa 2.515 feriti furono estratti vivi dal palazzo.

È considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia, così come il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna.

L'edificio conteneva alcune fabbriche di abbigliamento, una banca, appartamenti e numerosi altri negozi. Nel momento in cui sono state notate delle crepe sull'edificio, i negozi e la banca ai piani inferiori sono stati chiusi, mentre l'avviso di evitare di utilizzare l'edificio è stato ignorato dai proprietari delle fabbriche tessili. Ai lavoratori fu infatti ordinato di tornare il giorno successivo, giorno in cui l'edificio ha ceduto, collassando durante le ore di punta della mattina.

LEGGI TUTTO SULLA STRAGE IN 
Bangladesh

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