giovedì 29 settembre 2016

Pacchetto Previdenziale per i Precoci Quota 41

Doccia fredda per i precoci o parziale vittoria? Ecco i pro ed i contro dell'accordo
Quota 41 solo per pochi, penalizzazioni cancellate, usuranti e ricongiunzioni, ecco tutti i punti del 
pacchetto previdenziale per i precoci.

L’incontro del 28/9 tra Governo e sindacati sembra si sia concluso con un accordo. Soddisfazione da 
entrambe le parti è sembrata trapelare nelle varie dichiarazioni di ieri sera. Il tavolo di discussione come era ampiamente prevedibile si è incentrato soprattutto sull’APE e la flessibilità in uscita. Più defilati, ma lo stesso importanti e molto attesi gli interventi promessi
 su #precoci, usuranti, minime e ricongiunzioni. 
Soprattutto sui precoci, sembrano parzialmente disattese le aspettative di chi pensava di riuscire a spuntare uno sconto sui 42 anni e 10 mesi di contributi necessari per lasciare il lavoro.

Quota 41 per pochi
La questione dei lavoratori precoci è stata da mesi al centro dei dibattiti e delle discussioni tra Governo e sindacati. Sembrava che fosse proprio questo uno dei punti in cui non si trovava una linea comune sui quali i sindacati minacciavano di bloccare l’accordo. Ieri però sembra che si sia trovato un accordo anche sui precoci e sul punto ad essi dedicato dal verbale di 5 cartelle che il Governo ha presentato ai sindacati. Nel tempo si è passati da #quota 41 per tutti, al bonus contributivo per tutti i contributi versati prima dei 18 anni, fino a quota 41 per pochi. Infatti, il Governo risponderà alle esigenze dei precoci concedendo la quota 41 a chi ha 12 mesi di contributi versati, anche se non continuativamente, prima dei 19 anni, ma con determinati e pesanti paletti. Oltre che rispettare il requisito contributivo, cioè 41 anni di contributi di cui un anno versato prima del diciannovesimo anno di età, potrà lasciare il lavoro nel 2017 solo chi è in gravi difficoltà. 

L’opzione sarà consentita quindi per coloro che sono senza reddito, 
perché disoccupati, senza ammortizzatori sociali, disabili o impegnati in attività particolarmente pesanti. Dal punto di vista sociale una cosa sicuramente giustissima, 
ma dal punto di vista tecnico un po’ meno.

Non tutti i precoci sono uguali
Tutti coloro che hanno iniziato a lavorare da giovani e che dal 2012 sono stati penalizzati 
dall’abrogazione della pensione di anzianità con la sua uscita a 60 anni di età e 40 di contributi, questi sono per linea di massima i precoci. Essendo troppi, il Governo ha pensato bene nell’ottica di un 
intervento al risparmio, di tagliare la platea. Anche se non esplicitamente, viene creata una nuova 
definizione di lavoratore precoce, che è quello che ha 12 mesi di contributi prima dei 19 anni. Tra le altre cose, così facendo si concede un anno e 10 mesi di sconto agli uomini, ma solo 10 mesi alle donne che potevano uscire oggi, con 41 anni e 10 mesi di contributi. Non è ancora chiara poi la postilla sui lavoratori precoci che svolgono lavori pesanti perché per i cosiddetti lavori usuranti, il Governo ha concesso, sempre nel verbale e sempre per il 2017 un anticipo rispetto alla normativa agevolata di oggi, di 12 o 18 mesi, prevedendo anche dal 2019
 la cancellazione dell’aspettativa di vita.

Ci sono anche cose positive?
Molti avranno l’amaro in bocca, soprattutto quelli che alla luce di quanto sancito ieri sera saranno 
costretti ad arrivare quasi a 43 anni di lavoro per la pensione. Ci sono però interventi buoni per molti. 
Sempre per i precoci infatti, viene cancellata la penalizzazione di assegno che oggi è in azione per chi lascia il lavoro prima dei 62 anni. Un vero precoce, che magari ha iniziato a lavorare a 15 anni e che 
continua ancora oggi, a 58 anni, con 43 di contributi potrà lasciare il lavoro senza i 4 anni di taglio di 
assegno da cui sarebbe stato penalizzato fino ai 62 anni con le regole attuali. Un vantaggio ulteriore è 
anche la possibilità di ricongiungere gratuitamente i contributi versati in diverse casse previdenziali che fino ad oggi erano a pagamento. Naturalmente bisognerà capire come ogni cassa calcolerà il suo pro rata di pensione, ma evitare il salasso delle ricongiunzioni onerose è già tanto. #pensione anticipataPensioni precoci, novità Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, cosa manca?  

Pensioni precoci al 29/9/ 2016, intervista esclusiva ad Occhiodoro: lavoratori soddisfatti a metà, la quota 41 va concessa a tutti.

Le ultimissime novità al 29 settembre sulle pensioni precoci nel giorno post incontro tra Governo e 
sindacati emergono direttamente da Roberto Occhiodoro, 
amministratore del gruppo
Emergono sensazioni contrastanti, soddisfazione per alcuni risultati raggiunti, tra questi: la #quota 41 è finalmente entrata nell'agenda politica, si è ristabilita la giusta definizione di precoce che ricomprende chi abbia lavorato almeno 12 mesi anche non continuativi prima dei 19 anni, ma resta l'amarezza sul fatto che il Governo, per ora, abbia limitato la misura ai soli precoci 'disagiati'. Vediamo nel dettaglio le parole di Occhiodoro che sintetizzano il pensiero del gruppo e soprattutto quali saranno le prossime mosse dei lavoratori. 

Novità pensioni precoci oggi, intervista ad Occhiodoro: piccoli passi avanti, ma ancora insoddisfatti
-Ieri si è stilato il verbale condiviso tra governo e sindacati, siete soddisfatti dei risultati raggiunti?

E' ovvio che non siamo del tutto soddisfatti e lo abbiamo ribadito anche ai confederali: la nostra stella polare è 41 per tutti, come andiamo dicendo da tempo e come ribadiremo nella nostra manifestazione 
che terremo prossimamente a Roma. Però dobbiamo comunque rimarcare alcune cose che erano state 
da noi richieste e che sono entrate in questo verbale e precisamente: a) definizione di precoce: dalla 
forbice 14/18 si è passati a 14/19, b) eliminazione definitiva delle penalità per tutti coloro che escono dal mondo del lavoro con le regole della legge Fornero prima dei 62 anni c) l'abolizione anche questa 
definitiva delle ricongiunzioni onerose d) quota 41 non è più un tabù ed è entrata nell'agenda politica.

Precoci, novità al 29 settembre: Quota 41 deve essere per tutti, parla Occhiodoro
- La quota 41 per ora non sarà per tutti, ma concessa unicamente a quanti avranno lavorato almeno 12 mesi , anche non continuativi, prima dei 19 anni d'età 
e si trovino attualmente in condizioni 'disagiate'. 

Ossia ai lavoratori disoccupati, agli invalidi, a quanti svolgono mestieri gravosi. Ritenete che la vostra battaglia abbia portato, almeno in parte, a dei buoni risultati?

Certo la misura per il momento riguarda una fascia ristretta di lavoratori, ma noi non molliamo e per 
quanto sarà nelle nostre possibilità, cercheremo di portare questa quota a tutti. Tengo a precisare che 
questi punti sopra elencati facevano parte dei nostri 11 presentati sia al governo che ai Sindacati, 
dunque qualcosa, che per alcuni sarà poco, è stato raggiunto.

Ultime news pensioni precoci: quali le prossime mosse?
-Quando sarà il prossimo tavolo di confronto tra lavoratori e Nannicini e quali saranno le vostre 
prossime mosse/ richieste?

Non abbiamo ancora fissato il nuovo incontro con il Governo, lo faremo nei prossimi giorni. Ma una cosa è certa ribadiremo, in ogni dove, la nostra richiesta madre: quota 41 deve essere per tutti. Stiamo organizzando una manifestazione massiccia a Roma sotto Montecitorio allargata anche ad altre realtà 
che come noi soffrono per la legge Fornero e per alcune nuove regole che il Governo Renzi vuole 
imporre in ambito previdenziale e al massimo domani sapremo il giorno preciso. Ma non ci fermeremo a questa stiamo, infatti, studiando forme di lotta anche sui vari territori dove sono presenti i nostri Comitati. 

Insomma noi non ci fermiamo assolutamente finché in questo Paese non verranno di nuovo riaffermati i diritti sacrosanti dei lavoratori. 
#Pensioni


.

sabato 17 settembre 2016

Operaio , Ucciso perché Scioperava


Immigrato. Operaio. Sfruttato. Ucciso perché scioperava.

La morte di Abdelsalam Eldanf, l’operaio ucciso a Piacenza, ci racconta cosa è diventata l’Italia oggi. Abdelsalam scioperava perché gli accordi tra lavoratori ed azienda (la GLS) non erano stati rispettati. E un camionista, su ordine dell’azienda e sotto gli occhi delle forze di polizia, ha sfondato il blocco dei lavoratori travolgendolo col suo camion.
La storia delle mobilitazioni dei lavoratori della logistica è una di quelle lotte che in pochi conoscono. I lavoratori, per la gran parte immigrati, lavorano in condizioni molto dure, con paghe molto basse. Sono anni che i lavoratori si battono per condizioni più eque, organizzando scioperi e picchetti che ci raccontano una storia di opposizione sociale che ha pochissimo spazio mediatico, ed il supporto soltanto di alcuni sindacati di base. La politica e i grandi partiti non si interessano di loro.
Non moriva una persona, in Italia, durante una manifestazione, dai tempi di Carlo Giuliani nel 2001. E’ un fatto gravissimo. E non possiamo ricondurre tutto ad un fatto individuale, non possiamo ignorare il clima di intimidazione e di minacce che ha reso possibile questo episodio terribile. Un clima che esiste perché i lavoratori sono stati a lungo isolati.
Non abbiamo nessuna difficoltà ad indicare i responsabili di questo omicidio. Sono le imprese della Grande distribuzione, sono la Confindustria e la Confcommercio, sono le grandi imprese che massimizzano i profitti sulla pelle dei lavoratori e sfruttano gli immigrati. I responsabili siedono sui banchi di Governo, che in tutti in questi anni ha promosso leggi contro i lavoratori come il Job Act e la Legge Fornero, e ha risposto agli scioperi mandando la polizia. Lo stesso governo che due giorni fa ha caricato a Napoli e a Catania. Lo stesso governo che vuole la riforma costituzionale per avere mani libere.
Questo omicidio ci coinvolge tutti, perché quello che viene messo in discussione è il motivo per cui Abdelsalam è stato ucciso: il diritto a scioperare, il diritto a lottare per i propri diritti. Il diritto a fare opposizione.




"La morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf a Piacenza non è un mero incidente. E' un omicidio. È una morte sintomatica del deterioramento del lavoro tutto. Del continuo svilimento delle condizioni di lavoro e dei rapporti tra lavoratori, sindacati, aziende e istituzioni. Il promuovere continuamente provvedimenti atti a svilire e rendere precario il lavoro, il continuo dileggio da parte di tutti i governi che si sono alternati negli ultimi decenni di vertenze e organizzazioni sindacali, non fa che determinare un drammatico scollamento e una guerra sociale nella quale si arriva a morire. La drammatica morte di Abd Elsalam Ahmed Eldanf deve far riflettere tutto il mondo del lavoro e tutta la politica. Serve un cambio di rotta radicale che rimettano la tutela della vita e della salute dell'uomo e il lavoro al centro di ogni singola iniziativa. La Costituzione afferma che l'Italia è una Repubblica democratica che si fonda sul lavoro. Ma le fondamenta reali dei governi liberisti sembrano sempre più intrise di sabbia."


OGNI GIORNO MUORE UN OPERAIO

Ilva: precipita carrello, muore operaio
TARANTO, 17 SET - Un operaio, Giacomo Campo, di una ditta dell'appalto, la Steel Service, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nel reparto Afo4 dell'Ilva di Taranto. 
Lo si apprende da fonti sindacali. 
Dalle prime informazioni trapelate, pare che l'operaio stesse operando sul nastro trasportatore quando la parte finale di un contrappeso avrebbe ceduto facendo precipitare un carrello che ha schiacciato l'uomo. Sul posto, ispettori del lavoro, Cc e vigili del fuoco. Il corpo dell'operaio è ancora incastrato nel nastro trasportatore.

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SCHIAVITU'  ITALIA TERZO POSTO IN EUROPA

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mercoledì 7 settembre 2016

Robot e Reddito Minimo



Non possiamo parlare di robot senza parlare anche di reddito minimo

Un tempo le discussioni sul reddito di base il salario che il governo dovrebbe garantire a ogni cittadino erano relegate allo squallido ufficio di qualche politico di estrema sinistra o alla stanza di qualche studente idealista determinato a risolvere i problemi ereditati dalla precedente generazione. Era un dibattito che verteva sulla responsabilità sociale. Non era un fatto economico ma morale.

La significativa accelerazione nel processo di automazione del lavoro e progressiva sostituzione dei dipendenti umani, però, sta riportando in auge il tema. La società di oggi rischia di pagare cari gli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale o della crescente automazione e si cercano modi di intervenire prima che sia troppo tardi. Tra questi,
 l’opportunità di garantire un reddito di base.





L’ascesa dell’intelligenza artificiale

Oren Etzioni, amministratore delegato dell’istituto Allen per la ricerca sull’intelligenza artificiale, crede che l’IA sia la chiave per la creazione di una vera utopia—ma la strada sarà piena di ostacoli. “Sarà difficile,” spiega Etzioni. “Molte persone perderanno il posto di lavoro e bisogna prendersi cura di loro. 
Da tempo si parla di reddito di base, di imposta negativa e programmi di formazione. Abbiamo il dovere di trovare un modo per aiutare la gente a fronteggiare la natura specifica dei cambiamenti tecnologici in corso.”

La natura specifica in questione è, in larga parte, l’ascesa dell’intelligenza artificiale. Conosciamo già, per esempio, gli esiti di un’eventuale automazione nel settore del trasporto su gomma: sparirebbero 3 milioni di posti di lavoro solo negli Stati Uniti, più altri 6.8 milioni di lavoratori in altre parti dell’industria. 


Si pensi ora alle ripercussioni che la cosa avrebbe, per esempio, sull’attività della polizia che guadagna circa 6 miliardi di dollari l’anno con le multe per eccesso di velocità ovviamente si perderebbero molti altri posti di lavoro. E ancora si pensi agli avvocati e alle compagnie d’assicurazione coinvolte negli incidenti automobilistici, i meccanici, gli psicoterapeuti e i fisioterapisti specializzati, le scuole guida e così via. Improvvisamente il livello di disoccupazione è sconvolgente e questo per quanto riguarda la 
sola introduzione di auto senza pilota.



La longa manus dell’automazione

L’IA non creerà solo auto senza pilota, però. Prendiamo, per esempio, l’industria alimentare. Un ricercatore del MIT ha creato BakeBot Robot che utilizza uno scanner laser e una fotocamera stereoscopica per identificare gli ingredienti di una pietanza e li cucina, facendo affidamento su componenti robotiche piuttosto elementari. Molti ristoranti stanno già sperimentando la possibilità di ridurre il personale, integrando l’uso di app nel processo di ordinazione e pagamento. Un giorno, l’ordine potrebbe arrivare direttamente in cucina, dove BakeBot procederebbe a prepararlo. Il cibo, poi, sarebbe consegnato da droni, alternativa possibile già oggi. Ed ecco che in pochi passaggi abbiamo completamente eliminato i dipendenti umani da un intero ristorante, il tutto facendo affidamento su un 
tipo di tecnologia che è già disponibile. Certo, la tecnologia è ancora imperfetta,
 ma è solo questione di tempo.

Ci sono altre cose, poi, che risolveremo a breve, come l’automazione dei servizi medici. La telemedicina o l’uso di intelligenze artificiali a scopi diagnostici ridurrà drasticamente il numero di visite non urgenti al pronto soccorso, un problema che i metodi tradizionali non sono riusciti a risolvere. La chirurgia robotica, o la chirurgia assistita da robot, è uno strumento comune che permette al chirurgo umano un 
grado di precisione e controllo senza precedenti. Al momento queste macchine richiedono operatori umani, ma il grande balzo a macchine completamente autonome è imminente.



La macchina pensante

La vera svoltà si avrà se, o quando (e sembrerebbe sempre più una questione di “quando”), le 
macchine saranno genuinamente creative. Da tempo abbiamo iniziato ad automatizzare compiti fisici, ma l’automazione dei compiti cognitivi è sempre stata più impegnativa. Gli esperti in materia discutono la definizione stessa di intelligenza artificiale e gli obiettivi raggiunti, ma tutti concordano che una vera intelligenza generale sembra lontana. Ma ci stiamo avvicinando.
AlphaGo ha recentemente battuto Lee Sedol a Go, un risultato che, nel 2015, sembrava ancora distante un decennio. Il momento più entusiasmante dell’incontro è stato una singola mossa nella seconda partita così strana che un commentatore si è sbilanciato nel definirla un errore. Una mossa che nessun giocatore umano si sarebbe sognato di fare, ma Fan Hui, un altro campione di Go, l’ha definita “splendida.” Solitamente definiamo la creatività come l’abilità di creare arte o fare battute, ma “pensare fuori dagli schemi” è una forma di creatività. Arrivare obliquamente alla soluzione di un problema è 
sempre stato difficile per i computer, ma AlphaGo ha chiaramente superato l’ostacolo.

Il Boston Consulting Group prevede che per il 2025 un quarto dei posti di lavoro totali saranno persi a favore di applicazioni software o robot. Garner, un’azienda di ricerca tecnologica, corregge la stima al rialzo fino a un terzo, mentre Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, ricercatori presso l’università di Oxford, stimano che entro il 2033 sarà automatizzato il 47% dei posti di lavoro statunitensi.



La domanda a cui il reddito di base può rispondere

Quindi di cosa si tratta, esattamente, e perché sembrerebbe la soluzione ai problemi dell’automazione crescente?Esistono due termini d’uso comune (spesso usati erroneamente come sinonimi): reddito di base e reddito minimo. Il reddito di base è un reddito garantito dalla comunità politica a tutti i suoi membri su 
base individuali, senza requisiti. Significa che ogni persona riceve lo stesso compenso, 
indipendentemente da cosa faccia.

Un reddito minimo, al contrario, è sempre garantito su base individuale, ma tiene conto di fattori come il reddito familiare, eventuali disabilità o può essere pagato in modo pianificato (x per l’affitto, x per il cibo e così via). Il walfare è un esempio di reddito minimo. In molti paesi, un pot-pourri dei programmi statali va ad assemblare la rete di sicurezza che protegge le fasce più povere della popolazione; ma essendo assemblata male, questa rete ha dei buchi. Un vero reddito minimo combinerebbe sussidi e sgravi fiscali.

Se pensate che suoni socialista avete ragione. Eppure un intellettuale conservatore come Charles Murray ha proposto l’introduzione di un reddito annuale di 10.000 dollari. Il fondo permanente dell’Alaska, che è finanziato da investimenti fatti con il ricavato dal commercio di petrolio, paga ogni anno i dividendi a tutti i residenti dello stato. Milton Friedman, un economista spesso citato da conservatori e repubblicani,
 supporta l’introduzione di un reddito di base.

Questo perché il reddito di base permette di fare due cose che faranno saltare la gente di destra sul carro dei servizi sociali: risparmiare soldi e ridurre il governo. Al momento i programmi di assistenza sociale di molti paesi sono un disastro di dipartimenti sovrapposti, organizzazioni e sistemi. Garantire una quantità di denaro specifica a ogni cittadino elimina molto lavoro d’ufficio (e un sacco di posti di lavoro, ovviamente).

Non tutti sono d’accordo. La paura maggiore è che si rischi di avere una popolazione demotivata rispetto al lavoro. Gli studi a lungo termine sull’efficacia del programma sono importanti passi avanti verso una sua effettiva implementazione al momento, purtroppo, non ce ne sono molti a disposizione, ma esistono due importanti casi d’uso.

L’esperimento “Mincome” si è tenuto tra il 1974 e il 1979 nella cittadina di Dauphin, in Manitoba. Spesso citato come esempio di successo nella sperimentazione di un reddito di base, in realtà è un tipico esempio di reddito minimo. Tra il 1968 e il 1980 sono stati portati avanti cinque esperimenti di questo tipo in Nord America, in primo luogo per indagare l’impatto di un reddito di base sul mercato del lavoro. Il Mincome era però unico, nelle sue caratteristiche, perché sebbene si concentrasse sui lavoratori poveri, 
non escludeva a priori gli anziani e i disabili. Questo lo rende un benchmark più affidabile di come potrebbe funzionare un reale programma su scala nazionale.

Ogni famiglia o individuo di Dauphin aveva diritto a un certo ammontare mensile che avrebbe sostituito qualsiasi altro supporto economico ricevessero precedentemente. Il loro mincome, poi, veniva decurtato di 50 centesimi per ogni dollaro guadagnato lavorando. Dal momento che Dauphin era una comunità agricola il cui reddito era fortemente legato al successo del raccolto, molti lavoratori non potevano 
sapere in anticipo se avrebbero ricevuto il mincome. Solo 1000 residenti hanno ricevuto il loro e tutti sapevano che l’esperimento era temporaneo
 (il che potrebbe averne falsificato i risultati, sostengono alcuni).

In ogni caso Mincome è stato un grande successo. La paura che le persone avrebbero smesso di 
lavorare si è rivelata infondata; le ore di lavoro sono diminuite solo dell’uno percento per gli uomini, il tre per le donne sposate e il cinque per gli scapoli. Le madri con figli appena nati riuscivano a stare a casa più a lungo, è aumentato il successo scolastico tra i teenager e le visite in ospedale sono diminuite dell’otto percento. SI è registrata anche la diminuzione dell’ospedalizzazione psichiatrica e nel numero di 
colloqui specialistici legati a malattie mentali.

Sfortunatamente un cambio di governo ha portato alla fine del programma e i risultati sono stati a lungo ignorati o sottovalutati. Fino a quando, nel 2011, 
Evelyn Forget non ha pubblicato un’analisi dei risultati. 

Il Canada aveva fatto qualcosa di incredibile, qualcosa che si poteva ritentare.

Nel 2010 l’Iran è diventato il primo paese del mondo a garantire un reddito di base ai suoi cittadini. Pensato come alternativa ai vari sussidi per la benzina e altri generi, a ogni cittadino sono stati accordati 40 dollari mensili. Sfortunatamente il reddito di base è finito per costare al governo più di quanto costassero i precedenti sussidi. Un’opzione per affrontare il problema sarebbe implementare un reddito minimo in luogo del reddito di base, verificando le disponibilità economiche dei beneficiari. Un'altra cosa 
suggerita è stata che un diritto universale non corrisponde all'esercizio universale di quel diritto; se i benestanti possono essere indotti a rinunciare al loro diritto a beneficiare del reddito di base il problema si risolverebbe da solo. Il punto nodale, comunque, è che molte voci suggeriscono il ritorno a un sistema vecchio. Per quanto perfettibile, sembrerebbe che il reddito minimo sia qui per rimanere.

In tutto il mondo alcuni governi stanno prendendo spunto da questi esempi e organizzando i propri esperimenti a riguardo. La provincia canadese dell’Ontario ha recentemente annunciato che nel budget 2016 sarà compresa la sperimentazione di un reddito di base. Anche se la vera dimensione di questo esperimento non è ancora nota, il Canada ha annunciato che lo scopo è stabilire se l’introduzione di un reddito di base possa portare a un complessivo risparmio statale. In Finlandia un esperimento analogo 
inizierà nel 2017 e durerà due anni. Questo sarà l’esperimento metodologicamente più rigoroso a oggi e i promotori attendono con trepidazione i risultati. Nel mentre in Svizzera si terrà in proposito un referendum a giugno di quest’anno e un’organizzazione benefica chiamata Give Directly ha deciso di sollevare il governo da questa responsbilità e impegnarsi direttamente; sta garantendo un reddito di base per 10 anni ad alcune famiglie selezionate in Kenya.

La tecnologia sale in cattedra

Elon Musk e Stephen Hawking sono tra gli 8600 firmatari di una lettera aperta a proposito dei potenziali pericoli legati all’intelligenza artificiale. La lettera espone la necessità di meccanismi di sicurezza per assicurarsi che l’AI sia positiva, piuttosto che neutrale, nei suoi scopi e auspica la massimizzazione dei benefici sociali che possono derivarne.
 In breve, chiede responsabilità sociale.

Le persone che lavorano nel settore della tecnologia si stanno prendendo la responsabilità delle 
innovazioni che introducono, che hanno l’effetto di modificare in modo profondo il nostro mondo. “Tra cinquant’anni, sembrerà probabilmente ridicolo aver sfruttato la paura di morire di fame delle persone per motivarle”, dice Sam Altman, di Y Combinator. Y Combinator ha deciso di non aspettare che il governo facesse qualcosa e ha annunciato la ricerca di un project manager per gestire un esperimento indipendente della durata di cinque anni sul reddito minimo. Google.org è uno dei membri fondatori dell’esperimento Give Directly in Kenya, mentre luminari della Silicon Valley come il creatore di 
Netscape Marc Andressen e il gigante dei media Tim O’Reilly
 sono a favore del reddito minimo. 

Andressen ha detto al NY Mag che la principale argomentazione contro il reddito minimo era che i beneficiari avrebbero smesso di lavorare, ma che la natura umana smentiva questa posizione. “I bisogni e desideri umani sono senza fine. Non siamo mai soddisfatti.”

Il fattore decisivo circa la necessità del reddito minimo è il futuro dell’automazione. Se è inevitabile che l’intelligenza artificiale rimpiazzi la forza lavoro umana, il reddito minimo potrebbe essere l’unica strada disponibile.



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martedì 6 settembre 2016

Robot Sostituiranno l'Uomo nel Lavoro



Entro il 2045 i robot sostituiranno l'uomo nell'attività lavorativa

Attesi picchi di disoccupazione superiore al 50% in quei Paesi che si avvaleranno della forza lavorativa robotica. Gli esperti minimizzano e puntano a cambiare il concetto di lavoro

Entro il 2045 i robot potranno sostituire l'uomo nella maggior parte delle attività lavorative. Tanto che la disoccupazione in quei Paesi che si avvaleranno della forza lavoro robotica potrebbe superare la soglia del 50%. 
A lanciare la preoccupante ipotesi è stato Moshe Vardi, esperto di informatica della Rice University in Texas e tra i principali protagonisti del convegno della Società americana per l'avanzamento delle scienze a Washington. Lo scenario catastrofico tracciato da Vardi ricalca quello già emerso dal rapporto del World Economic Forum di Davos, secondo cui si registrerà la perdita di 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi quattro anni per colpa dell'automazione.
"La tecnologia che stiamo sviluppando porterà davvero benefici al genere umano?", si è domandato Vardi. "La risposta tipica è che se le macchine faranno il nostro lavoro, allora avremo più tempo libero per fare ciò che ci piace, ma non penso che sia una prospettiva allettante. Credo che il lavoro sia essenziale per il benessere dell'uomo".
Di tutt'altro avviso sarebbe invece Filippo Cavallo, esperto di robotica sociale della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Lo studioso vede infatti nei robot un'opportunità di cooperazione e non una minaccia per l'occupazione. "Nei prossimi 30 anni le macchine non saranno in grado di sostituire completamente l'attività dell'uomo, ma la loro presenza al nostro fianco ci libererà dalle attività più manuali e ripetitive, 
permettendoci di rendere più umano il nostro lavoro".




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domenica 4 settembre 2016

Schiavitù : Italia al terzo posto in Europa



Schiavitù, l’Italia al terzo posto in Europa per numero di schiavi

Peggiori Polonia e Turchia. A dirlo il rapporto della Walk Free Foundation che analizza la schiavitù moderna e il traffico di esseri umani in 167 paesi. Le insufficienze del governo italiano. Al primo posto c'è la Corea del Nord. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia

Se tutti gli schiavi del mondo si riunnissero in un solo paese, costituirebbero il 27° stato più popoloso del mondo. Ad oggi sono 48,5 milioni le persone che vivono in stato di schiavitù o vittime del traffico di esseri umani. In questo quadro si inserisce anche l’Italia che con i suoi 129.600 schiavi è al terzo posto in Europa dietro solo a Polonia e Turchia.  Questi sono solo alcuni dei dati raccolti nell’Indice Globale della schiavitù redatto dall’organizzazione non governativa Walk Free Foundation (WFF) che per il quarto anno consecutivo ha analizzato l’incidenza di schiavitù e tratta in 167 paesi del mondo.




Nessuno si salva. Il XXI secolo ha visto affermarsi quella che viene chiamata schiavitù moderna. Ovvero nuove forme di abusi e ricatti che negano alle vittime la loro libertà. A chiarire il concetto è Andrew Forrest, fondatore della WFF intervistato in occasione della pubblicazione dell’Indice Globale: “La schiavitù moderna concerne situazioni di sfruttamento cui la vittima non può sottrarsi a causa di minacce, violenza, coercizione o abuso di potere”.  Forme di schiavitù sono anche lo sfruttamento della prostituzione e i matrimoni forzati o servili. Una serie di facce che nascondono un unico dramma: quello della schiavitù che, sottolineano i ricercatori, è presente in tutti i 167 paesi presi in considerazione.
I numeri. L’Indice comprende una serie di classifiche. Al primo posto per percentuale di schiavi rispetto alla popolazione c’è la Corea del Nord (4,37%) che invece è ultima per l’efficacia e l’impegno del governo nell’arginare la piaga. In termini assoluti, l’India è lo stato con il maggior numero di shiavi, sono 18,35 milioni, seguita da Cina (3,39 milioni), Pakistan (2,13 milioni), Bangladesh (1,53 milioni) e Uzbekistan (1,23 milioni).  “La schiavitù moderna – continua Forrest - ha diverse forme e una può essere più comune di un’altra a seconda della regione che si prende in considerazione. Ad esempio, l’Europa rimane fonte e  destinazione di lavoro forzato e sfruttamento sessuale. L’Asia ha un’elevata prevalenza di lavoro vincolato o forzato nell’edilizia e in fabbrica”.

Fortezza Europa. Nonostante il Vecchio Continente registri la minor incidenza a livello mondiale di schiavitù e traffico, ci sono paesi, tra questi anche l’Italia che ancora hanno molta strada da fare per sconfiggere il demone della schiavitù. Il 65% delle vittime di tratta proviene da stati dell’Europa orientale (Romania, Slovacchia, Lituania e Bulgaria). Mentre per quanto riguarda paesi al di fuori del continente, sono Nigeria, Cina e Brasile gli stati d’origine della maggior parte delle vittime.

Il “bel” paese col bollo "insufficiente".  L’Italia si aggiudica il terzo posto nella classifica europea per numero assoluto di schiavi dopo Turchia e Polonia. Inoltre, rispetto ad altri stati, l’impegno del governo italiano è giudicato ancora insufficiente nella lotta contro lo sfruttamento tanto da collocarlo al 42° posto con un rating B (dove il massimo è AAA) nella classifica globale di azione delle istituzioni. “ Il governo – sottolinea Fiona David, executive director of Global Research di Walk Free Foundation - ha una buona legislazione e per limitare il traffico di esseri umani collabora con stati sensibili come la Nigeria. Ma ci sono tre aspetti sul quale può e dovrebbe fare ancora di più. Il primo riguarda i servizi di supporto per adulti e minori vittime di forme di schiavitù, inoltre dovrebbe aumentare il budget stanziato per combattere questa piaga. Infine sarebbe utile e virtuoso coinvolgere la società civile e unire le forze verso l’obiettivo”.

Gli schiavi del mare. Migranti e rifugiati sono particolarmente vulnerabili allo sfruttamento. Spesso per sfuggire a guerre e fame diventano vittime di trafficanti. Eppure una soluzione ci sarebbe. Basterebbe infatti assicurare dei corridoi umanitari o creare vie di fuga legali per raggiungere la salvezza. “Il recente afflusso di rifugiati – continua Andrew Forrest – ha messo a dura prova le misure di sicurezza, creando vie  usate da reti criminali. Si stima che almeno 10.000 bambini riconosciuti come rifugiati siano ora dispersi, di questi 5.000 in Italia e 1.000 in Svezia. Anche se non tutti questi bambini sono stati vittima del traffico, l'Europol ha segnalato come siano presi di mira per esser poi vittime di sfruttamento sessuale, schiavitù e madonopera forzata in agricoltura o nelle fabbriche”.


I governi. Se alcuni governi come Paesi Bassi e Gran Bretagna hanno messo a punto una vera e propria strategia volta a debellare la piaga della schiavitù, altri hanno ancora molta strada da fare. Il governo britannico ha  nel 2015 il Modern Slavery Act e ha nominato Kevin Hyland come Commissario indipendente anti-schiavitù. Il presidente Barack Obama ha colmato una lacuna nella legge degli Stati Uniti vietando l’importazione di prodotti realizzati con lavoro forzato o minorile. “Noi - conclude David - esortiamo i dieci paesi più grandi del mondo, compresa l’Italia, a introdurre una legge come il Modern salvery act istituito dalla Gran Bretagna nel 2015 che combatte la schiavitù conivolgendo il settore privato”. “Credo – conclude Forrest - nel ruolo critico dei leader nel governo, dell’impresa e della società civile. Attraverso un uso responsabile del potere, della forza di convinzione, della determinazione e delle volontà collettiva, tutti noi possiamo contribuire a porre fine alla schiavitù nel mondo.”


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Sciopero generale in India



Decine di milioni di lavoratori indiani sono scesi in sciopero per chiedere salari più alti e protestare contro le riforme economiche del governo, ovvero contro il "percorso di liberalizzazione e privatizzazione".

India, 2 settembre 2016, i sindacati calcolano che 180 milioni di lavoratori indiani abbiano protestato contro la politica “anti-operaia, anti-popolare” del governo di centro destra NDA (Alleanza Nazionale Democratica) capeggiato dal partito BJP del primo ministro di Narendra Modi “che sta portando la vita di tutti i lavoratori e l’economia nazionale verso il disastro”.

Lo sciopero ha toccato i seguenti settori: trasporti, finanza, energia, carbone, tessile, porto e banchina, acciaio, petrolio, produzione per la difesa, pubblico e statale. I sindacati criticano la proposta di aprire le ferrovie e il settore della difesa agli investimenti esteri, considerate scelte che “indeboliscono le aziende di stato".

Il governo dal canto suo dice che le riforme sono necessarie per sostenere l'economia, ma le organizzazioni sindacali sostengono che il primo ministro Narendra Modi non ha affrontato le richieste dei lavoratori, che riguardano la rigorosa applicazione di tutte le leggi fondamentali del lavoro senza alcuna eccezione o deroga, misure severe per punire coloro che violano queste regole, l'assistenza pensionistica universale per tutti e il salario minimo di 18.000 rupie al mese.

L'ultimo sciopero generale, il 2 settembre 2015, ha visto la partecipazione di quasi 150 milioni di lavoratori.




Ecco i 12 punti delle rivendicazioni avanzate dai lavoratori:

urgenti misure di contenimento dell’aumento dei prezzi tramite l’universalizzazione del sistema di distribuzione pubblica;
misure concrete per l’occupazione;
rigida applicazione di tutte le leggi sul lavoro, e sanzioni severe per le loro violazioni;
previdenza sociale universale per tutti i lavoratori;
salario minimo giornaliero di 690 rupie (9,25 €), e mensile di almeno 18 000 rupie (240 €);
pensioni di almeno 300 rupie al mese (40€) per tutti i lavoratori;
stop al disinvestimento nelle imprese pubbliche del governo centrale e degli stati;
stop al lavoro interinale nei contratti a tempo indeterminato; salari uguali per uguali prestazioni;
eliminazione dei massimali per il pagamento e l’accesso ai sussidi, ai fondi di previdenza;
obbligo di riconoscimento dei nuovi sindacati entro 45 giorni, e immediata ratifica delle convenzioni ILO, sulla contrattazione collettiva e sulla libertà di associazione (C87 e C98);
stop alle riforme della legge sul lavoro;
stop agli investimenti esteri nelle ferrovie, assicurazioni e Difesa.

UN NUMERO DI PERSONE PARI A TRE VOLTE LA POPOLAZIONE ITALIANA HA SCIOPERATO IN INDIA
Circa 180 milioni di persone hanno scioperato per chiedere l'aumento dei salari minimi e protestare contro la politica economica del governo

La popolazione italiana è pari a circa 60 milioni di persone. In India, il 2 settembre, ben 180 milioni di lavoratori - pari quindi a tre volte la popolazione dell'Italia - hanno deciso di scendere in strada per manifestare il loro dissenso verso la politica del primo ministro indiano Narendra Modi e per chiedere salari più alti.
Ad aderire alla protesta sono stati dieci diversi sindacati del paese - principalmente espressione dei partiti d'opposizione e dei partiti comunisti. Sono principalmente impiegati appartenenti al settore dei trasporti, delle banche e delle compagnie telefoniche pubbliche, delle miniere di carbone e delle compagnie assicurative.
Secondo i sindacati, la decisione di Modi di aprire agli investimenti stranieri il settore delle ferrovie e quello della difesa danneggerebbe le aziende indiane.
In tutto il paese gli scioperanti sono scesi in piazza con bandiere rosse e scandendo slogan contro il governo. In molti casi, i manifestanti hanno anche bloccato strade e ferrovie, non permettendo il transito ai treni e alle automobili.
Nella capitale indiana Nuova Delhi, le infermiere degli ospedali governativi hanno scioperato, rischiando un procedimento disciplinare per interruzione di servizio pubblico.
Da quando Narendra Modi è diventato primo ministro nel 2014, la sua politica economica si è mossa per abbassare il costo del lavoro in modo da attrarre maggiori investimenti dall'estero.
Per questa ragione, i sindacati hanno indetto questo sciopero, ponendo al governo 12 quesiti tra i quali figurano l'innalzamento dei salari minimi e delle pensioni minime proprio in contrasto con la linea politica portata avanti da Modi in materia di economia.
Lo scorso anno, i sindacati avevano realizzato un altro grande sciopero che aveva influito negativamente sull'economia del paese, facendo perdere attraverso i servizi interrotti una cifra pari a quattro miliardi di dollari.

Il governo, questa volta, ha riferito che prenderà visione delle richieste dei manifestanti. "Nell'ultimo anno e mezzo il comitato inter-ministeriale ha più volte incontrato il coordinamento dei sindacati, e ha tenuto conto delle loro richieste nelle decisioni che sono state prese" ha riferito il ministro delle Finanze indiano Arun Jaitley.

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venerdì 2 settembre 2016

Profili Falsi su FaceBook



 ora si va in Carcere , conviene leggere queste righe
Occhio mariti e mogli gelosi, maniaci, criminali, guardoni, molestatori e quant’altro perché chi crea un profilo falso o utilizza nik per occultare la propria identità è perseguibile per legge con il reato di SOSTITUZIONE DI PERSONA. L’ha stabilito la Cassazione con una recente sentenza condannando una donna Trentina dopo che questa aveva creato un profilo falso utilizzando un nome di fantasia per molestare un altra persona su FaceBook.

Secondo quando stabilito dalla Suprema Corte questa condotta può essere considerata un REATO, se tale comportamento illecito è fatto per creare danni a terzi 
o un vantaggio a se stessi.

Quindi ricordate che se venite molestati da una persona che non conoscete su FaceBook e questo poi si rivela un profilo falso, lo stesso chiunque esso sia può essere denunciato per il reato di “SOSTITUZIONE DI PERSONA“.

E’ utile precisare una cosa: Chi apre più account su FaceBook non è perseguibile penalmente anche se il regolamento FaceBook impedisce questo tipo di utilizzo del social da parte dei suoi Utenti, il reato di SOSTITUZIONE DI PERSONA si configura solamente se questi profili detti in gergo Fake vengono utilizzati per scopi illeciti.


Si ricorda che è possibile risalire alla vera identità di un Utente anche se esso si nasconde dietro dati falsi in quanto ogni utente FaceBook accede con il proprio indirizzo IP il quale nel gergo di rete è la propria carta di identità virtuale.




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