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giovedì 1 dicembre 2016

Nuovi Poveri Italiani




Non più solo disoccupati, anziani o famiglie numerose: oggi vivono al di sotto della soglia di povertà anche i lavoratori, le famiglie non necessariamente numerose, i giovani. È quanto emerge dal rapporto per il 2016 su povertà ed esclusione sociale in Italia intitolato Vasi comunicanti, pubblicato il 17 ottobre dalla Caritas italiana.

Un quadro cambiato negli ultimi anni, spiega il rapporto che, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Istat e riferiti al 2015, vede un milione e 582mila famiglie in povertà assoluta, cioè più di 4,5 milioni di individui. “Si tratta del numero più alto dal 2005”, spiega il rapporto Caritas. “E si tratta, parlando di povertà assoluta, della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quel paniere di beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Dal 2007, anno che anticipa l’inizio della crisi economica, la percentuale di persone povere è più che raddoppiata, passando dal 3,1 per cento al 7,6 per cento. La crescita è stata continua, con l’unica eccezione registrata nel 2014, illusoria rispetto a un’inversione di tendenza”.

Anche se mutato, il contesto nazionale vede ancora una volta il Mezzogiorno vivere la situazione più difficile con l’incidenza più alta sia sugli individui (10 per cento) sia sulle famiglie (9,1 per cento). E, proprio al sud, dove vive il 34,4 per cento dei residenti in Italia, si concentra il 45,3 per cento dei poveri di tutta la nazione. Ad aggravare il quadro ci sono i dati forniti dalla Svimez (l’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno), che parlano di 576mila posti di lavoro persi dal 2008 nel meridione: il 70 per cento delle perdite di tutta Italia, mentre i livelli occupazionali risultano i più bassi registrati dal 1977.

Ma non è solo il sud Italia a peggiorare. “Nel corso del tempo anche aree del centro e del nord hanno vissuto un vistoso peggioramento dei propri livelli di benessere, in modo particolare se paragonati agli anni antecedenti la crisi economica. In soli otto anni anche in queste zone è raddoppiata la percentuale di poveri”.

Cade dopo diversi anni, così, quello che era definito il “modello italiano” di una povertà con connotati circoscritti. “Oggi accanto ad alcune situazioni che rimangono stabili, irrisolte e in molti casi aggravate, si evidenziano alcuni elementi inediti e in controtendenza”, continua il rapporto Caritas. “Sul fronte dell’occupazione, le famiglie maggiormente sfavorite sono quelle la cui la persona di riferimento è in cerca di un’occupazione (tra loro la percentuale di poveri sale al 19,8 per cento). È netto, anche per questi casi, il peggioramento rispetto al periodo precedente alla crisi (si è passati da un’incidenza del 7 al 19,8 per cento). Accanto a tali situazioni negli ultimi anni sembrano aggravarsi le difficoltà di chi può contare su un’occupazione, i cosiddetti working poor, magari sotto occupati o a bassa remunerazione. Tra loro particolarmente preoccupante è la situazione delle famiglie di operai, per le quali la povertà sale all’11,7 per cento. Al di sotto della media, invece, è il livello di disagio delle famiglie di ritirati dal lavoro”.

Gli anziani come risorsa
Altro punto di rottura con il passato è l’età delle persone che vivono in povertà assoluta. “Oggi i dati Istat descrivono una povertà che potrebbe definirsi inversamente proporzionale all’età, con la prima che tende a diminuire all’aumentare di quest’ultima. Se si analizzano i dati disaggregati per classi di età si nota come l’incidenza più alta si registra proprio tra i minori, sotto i 18 anni, seguita dalla classe 18-34 anni; al contrario chi ha più di 65 anni, diversamente da quanto accadeva meno di un decennio fa, si attesta su livelli contenuti di disagio”.

Degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, infatti, il 46,6 per cento risulta sotto i 34 anni; in termini assoluti si tratta di 2,1 milioni di individui, e tra loro i minori sono 1,1 milioni. “Gli anziani dunque sono coloro che mediamente sembrano aver risposto meglio a questi anni difficili”, continua il rapporto. “Il tutto probabilmente è ascrivibile sia alle tutele del sistema pensionistico sia al bene casa. Al contrario la persistente crisi del lavoro ha penalizzato giovani e giovanissimi in cerca di una prima o nuova occupazione e gli adulti rimasti senza un impiego. E la mancanza di un lavoro, è doveroso ricordarlo, può rappresentare un elemento di forte rischio sociale specie se cumulato con altre forme di disagio”.

Altra novità, infine, riguarda le tipologie familiari. La povertà assoluta, infatti, raggiunge livelli molto elevati tra le famiglie numerose con cinque o più componenti, specie se al suo interno ci sono tre o più figli minori. “Registrano un forte peggioramento i nuclei composti da quattro componenti, in particolare le coppie con due figli. Quindi, se in passato costituiva un elemento di rischio la presenza di almeno tre figli, oggi si palesano in tutta la loro gravità anche le difficoltà dei nuclei meno numerosi”.


Povertà, dati Ocse:
 “In Italia indigenti un bambino su 5 e un lavoratore su 9. Più disuguaglianze sociali dopo la crisi”

L'aggiornamento dell'Organizzazione della cooperazione e lo sviluppo sullo stato di salute dei Paesi europei. "I frutti della ripresa non sono stati condivisi", è il verdetto. Peggio di noi sta la Spagna. In Francia la tendenza è al miglioramento, mentre in Germania gli squilibri hanno registrato un graduale rialzo. Osservatorio sulla vulnerabilità: "Tre italiani su cinque hanno problemi economici"

Un bambino su 5 è indigente. E lo è anche un lavoratore su 9. Sono gli ultimi aggiornamenti dell’Ocse sulle disuguaglianze di reddito in Italia. La fotografia, in linea con i dati dell’ultimo rapporto Caritas, è quella di un Paese in cui crescono le disuguaglianze sociali e la povertà. In generale “dopo sette anni, le disuguaglianze nel reddito siano rimaste storicamente alte” per la mancata distribuzione dei “frutti della ripresa”, scrivono gli analisti dell’organizazione. Dati alla mano il coefficiente Gini (indicatore che misura le disuguaglianze) è passato dallo 0,313 del 2017, nella fase precedente alla crisi, a 0,325 nel 2014. Il picco, 0,331, è stato toccato nel 2012.

Andando al tasso di povertà relativa, in Italia è passato dall’11,9% del 2007 al 13,1% del 2012, salendo poi ulteriormente al 13,3% del 2014, segno della difficoltà delle famiglie a risollevarsi dopo la crisi. A pagarne il prezzo più alto i bambini: nel 2014 è povero quasi un minore su 5, il 17,7%. Quanto alle altre categorie è povero il 16% dei giovani tra i 18-25 anni, il 13% degli adulti; il 9,3% degli anziani e l’11,5% dei lavoratori. Da segnalare che però il tasso di povertà ancorato al 2005 si è attestato al 15,6% nel 2014 contro il 7,2% della Francia. l’8,6% della Germania e l’11,9% della Gran Bretagna. Rialzo drammatico della povertà in Spagna: era al 23,4% nel 2014, contro il 14,2 del 2007. Il tasso di povertà dell’intera area Ocse “ancorato” al 2005 risulta invece al 10%.

Quanto alle disuguaglianze, la situazione non è omogenea. In Francia l’indice è tornato ai livelli pre-crisi (da 0,295 a 0,297) dopo il picco di 0,308 del 2012. In Germania le disuguaglianze hanno segnato un graduale rialzo 0,285 nel 2007, 0,289 nel 2012 e 0,292 nel 2014. Peggio dell’Italia sta però la Spagna passata da 0,324 a 0,335 fino a 0,346 negli anni 2007, 2012 e 2014. Non brilla la media Ocse: 0,317 pre-crisi, 0,316 nel 2012, 0,318 nel 2014. Segno che nell’area “i frutti della ripresa non sono stati condivisi”, si legge nel rapporto.


Sempre giovedì l’Università degli Studi di Milano e l’istituto di ricerca Eumetra hanno diffuso i risultati dell’Osservatorio sulla vulnerabilità economica delle famiglie italiane, secondo cui sebbene, quest’anno “l’indice di vulnerabilità economica delle famiglie sia diminuito del 13% rispetto al 2013”, ancora “tre italiani su cinque hanno problemi economici”. Faticano ad arrivare a fine mese “il 61,3% delle famiglie: il 40,1% con alcune difficoltà, il 13,3% con molte e il 7,9% proprio non ce la fa”.

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sabato 22 agosto 2015

Nuovi Analfabeti nei Social Network



I nuovi analfabeti che usano Facebook,  non sanno interpretare la realtà
Se chiudo gli occhi e immagino un analfabeta, penso ad una persona che firma con una X al posto del nome.





Ma sbaglio.
Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE pochi giorni fa, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status  su Facebook, ma che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.
Certo, sono due analfabetismi diversi: quello di secondo tipo si chiama analfabetismo funzionale e
riguarda quasi 3 italiani su 10, il dato più alto in Europa.

Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece
succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le
persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.
Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una
polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.


Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Tre italiani su 10, ci dice l‘OCSE, si informano (o non si informano), votano (o non votano), lavorano (o non lavorano), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi,
che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.
Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici…) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle
conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo.

Sarà che forse sono un po’ analfabeta funzionale anche io, ma leggendo i dati dell’OCSE ho subito
pensato ad un dialogo di qualche anno fa, tra me e una collega.
All’epoca ero una maestra della scuola primaria. Era una bella giornata di sole: io e la mia collega di
italiano avevamo portato le classi in terrazza per la ricreazione e parlavamo del più e del meno. Ad un certo punto mi è venuto in mente di consigliare alla collega di italiano la lettura di un libro che avevo
appena terminato e lei mi rispose, candidamente: Grazie, ma io non leggo libri.
Mai? chiesi.
Mai – rispose la collega – l’ultimo libro l’ho letto quando ho preso la maturità, perché dovevo portarlo all’esame. Non ho mica tempo, per leggere, e poi mi annoio.

Davanti ai dati dell’OCSE l’ex Ministro Carrozza si è affrettata a sottolinearne la drammaticità chiedendo una forte inversione di tendenza.
Ma, anche se all’allarme corrispondesse un reale investimento dell’attuale Governo – e, purtroppo, la
storia recente ci porta a dubitarne – quale diga fermerà il crollo verticale della cultura degli italiani, se a chi ci deve rappresentare e a chi ci deve insegnare non si impone di essere più preparato, e non meno preparato, del proprio popolo, dei propri impiegati, o della propria classe?
Non esiste cura, se i primi a rifiutare la complessità e l’approfondimento sono i nostri insegnanti, i nostri manager, i nostri politici.

La scuola italiana, da sempre fondata sul dogmatismo, ha visto annullate le proprie spinte verso un
insegnamento diverso, riducendosi alla trasmissione di competenze inutili, perché si dimenticano il
giorno dopo l’interrogazione, e che non insegnano a capire, ad analizzare, a criticare, a soppesare, a
riassumere.
Era il 1974, quando Sergio Endrigo, ispirandosi a Gianni Rodari, incise su un disco questo prologo
illuminante: Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769. Il 22 ottobre del 1784 lasciò la scuola militare di Briennes con il grado di cadetto. Nel settembre del 1785 fu promosso sottotenente.

Nel 1793 fu promosso generale, nel 1799 promosso primo console, nel 1804 si promosse imperatore.

Nel 1805 si promosse re d’Italia. E chi non ricorderà tutte queste date, sarà bocciato!

Dal 1974 le cose, se possibile, sono generalmente peggiorate.
I parametri Invalsi – lo strumento Europeo per la valutazione delle competenze – sono diventati in fretta praticamente l’unica cosa che la scuola si preoccupa di insegnare, riducendo la lungimiranza
dell’insegnamento alla verifica in programma, all’esame di fine anno.
Ma cosa rimane fuori da una scuola sdraiata sui parametri Invalsi (per i quali, in ogni caso, non
brilliamo, come competenza, in particolar modo nel Sud Italia)?
Rimangono fuori proprio le competenze che fanno di una persona un cittadino attivo, e non un
analfabeta funzionale: la capacità di scegliere un libro interessante, e di immergersi nella lettura, la
scelta di comprare un quotidiano, la capacità di valutare le proposte economiche e politiche nella loro (grandissima) complessità.

Per rispondere all’allarme dell’OCSE questo paese deve ribaltare il concetto stesso di competenza.
Una scuola dogmatica è una scuola che respinge, e che insegna senza insegnare.
Una scuola che costruisce e valorizza le competenze, invece, è una scuola capace di accogliere, e di
insegnare gli strumenti di comprensione del mondo.
Un analfabeta può anche imparare a memoria che Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769, e che nel 1805 si promosse re d’Italia, ma non per questo avrà gli strumenti per accogliere ed analizzare la complessità della società in cui vive.
E anche lui, come i ragazzi che spesso la nostra scuola respinge – quelli che non vengono messi in
grado neanche imparare le date a memoria – rischia di entrare a far parte di quel folto gruppo per i quali la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta la bolletta del gas.



LEGGI ANCHE : 




L'Italia è un paziente malato di mente. Malato grave.
Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”. Il professor Vittorino A...CONTINUA A LEGGERE http://cipiri.blogspot.it/2015/07/litalia-e-un-paziente-malato-di-mente.html




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mercoledì 5 settembre 2012

Lidl, Assunzioni a tempo indeterminato

Assunzioni Lidl, pronti nuovi contratti a tempo indeterminato

Ci siamo ragazzi. Nuove opportunità di lavoro arrivano nuovamente dalla Grande Distribuzione Organizzata e, in particolar modo, dalla catena di supermercati tedesca Lidl.
L’azienda è alla ricerca di nuovo personale sia per i suoi supermercati che per la sua sede centrale e in tutta Italia è possibile avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato. In particolare, Lidl è alla ricerca di
  • COMMESSI SPECIALIZZATI per le sedi di San Mauro Pascoli (FC); Bologna; Nizza Monferrato (AT); Lana (BZ), Lagundo (BZ) e Laces (BZ). Tra i requisiti minimi richiesti c’è il diploma e la conoscenza dell’informatica. 
  • ADDETTI VENDITA per le sedi di Bologna; Lana (BZ), Lagundo (BZ), Laces (BZ). Tra i requisiti richiesti c’è il diploma. 
  • RESPONSABILI DI FILIALE per le sedi di Osimo (AN); Vercelli e Alessandria. Tra i requisiti richiesti c’è gestione del personale, laurea ed esperienza nel settore;
  • RETAIL MANAGER – CAPO SETTORE per le sedi di Bolzano; Verona / Vicenza e Friuli Venezia Giulia. Tra i requisiti richiesti c’è formazione universitaria ed esperienza nel mondo GDO o Retail. 
  • Responsabile Personale & Sociale per la Sicilia e varie figure professionali per la sua sede di Verona.
Tutti coloro che sono interessati possono inviare il proprio curriculum vitae direttamente dal sito dell’azienda compilando l’apposito form per la candidatura online presente in ogni offerta di lavoro.
Le offerte di lavoro sono estratte dal sito web della Lidl, visibili (con le altre posizioni aperte in questo momento) a questo url   -   http://www.lidl.it/cps/rde/xchg/lidl_it/hs.xsl/4193.htm

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- PREVISIONI per il 2020 -

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martedì 4 settembre 2012

CREARE LAVORO. INSIEME SI PUÒ!


“CREARE LAVORO. INSIEME SI PUÒ!”.

 Nuovi modelli di esistenza e resistenza!


Nel 2011, in base ai dati Istat, erano oltre 2 000 000 gli over 35 effettivamente disoccupati, tra disoccupati ufficialmente censiti e inattivi scoraggiati (coloro che hanno rinunciato a cercare un’occupazione nella convinzione di non riuscire più a trovarla).

Milioni di persone in larga maggioranza non supportate da ammortizzatori sociali ed escluse da percorsi di riqualificazione professionale e reinserimento lavorativo.

Abbandonati da Istituzioni colpevolmente indifferenti, respinti dal mercato del lavoro in nome di logiche imprenditoriali dipinte come ineluttabili, impossibilitati spesso ad accedere al credito bancario, quanti hanno provato  un senso di impotenza!

Immaginate invece che queste persone costituiscano sul territorio gruppi informali con l’intento di creare insieme nuove e reciproche opportunità economiche e lavorative.

Ciascuno dei partecipanti comunicherà la propria intenzione di condividere, a condizioni da stabilirsi, specifiche risorse individuali; in questa prospettiva all’interno del gruppo saranno elaborati diversi progetti per utilizzare al meglio le risorse messe a disposizione, valorizzandole in modo sinergico e coordinato, così da amplificarne efficacia e resa. I membri del gruppo, interessati a partecipare ai progetti presentati, ne valuteranno realizzabilità e fattibilità economica, decidendone eventualmente l’attuazione.

Le modalità di partecipazione ai progetti saranno definite in base alle forme associative scelte per il  loro avvio e al tipo e alla natura degli apporti personali.

Gli apporti individuali ai progetti potranno sostanziarsi in:
-   prestazioni lavorative;
-   saperi e conoscenze, anche da trasmettere ad altri;
-   beni mobili (come attrezzature, materiali, veicoli, denaro);
-   beni immobili.

Valorizzando, a diverso titolo, risorse individuali in un’ottica di condivisione reciproca, si creeranno per le persone coinvolte inedite opportunità di carattere economico, in particolare di lavoro!

In un secondo momento i gruppi locali costituiranno una rete sul territorio nazionale, e tramite sito web dedicato condivideranno esperienze, informazioni, risorse per creare ulteriori opportunità collettive, economiche e lavorative.

In autunno sarà costituito, per Lucca e provincia, il primo gruppo “CREARE LAVORO. INSIEME SI PUÒ!”.

per Mai Più Disoccupati: Luchino Galli, Maria Cabri – Lucca, 25 agosto 2012.
https://www.facebook.com/notes/mai-pi%C3%B9-disoccupati/creare-lavoro-insieme-si-pu%C3%B2-nuovi-modelli-di-esistenza-e-resistenza/10150864124744567
il gruppo ha raggiunto il limite massimo
https://www.facebook.com/maipiu.disoccupati
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